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Zarzis – Lampedusa – Parigi. «Quando sarà pronto il vostro visto io sarò già morto»

Un ragazzo tunisino approfitta della Primavera per andare a curarsi a Parigi, via Lampedusa. Mostra un fax con giorno e ora dell’appuntamento all’ospedale francese (“massimo 30 minuti di ritardo”). Nessuno gli crede. Il tempo sta per scadere. “Quando sarà pronto il vostro visto io sarò già morto”. Il racconto in prima persona di una delle storie più significative raccolte a Lampedusa

     

barche a lampedusa

Mi hanno chiesto di arrivare puntuale, al massimo con 30 minuti di ritardo. Ho preso appuntamento con l’ospedale Pasteur di Parigi  per una visita neurologica. Un affare delicato, forse devo operarmi e potrebbe essere un intervento difficile. Ho molta paura. Dovevo fare quella visita, ma in mezzo c’è il Mediterraneo. È un grosso problema. Non il mare, ma il fatto che voi non concepite relazioni normali tra chi sta sopra e chi abita sulla sponda inferiore.

Voi potete entrare in un hotel a cinque stelle sulle nostre coste con una manciata di euro. Arrivare con un charter a basso costo, lo stesso che vi riporterà a casa lasciandoci il rombo del suo motore e un po’ più di miseria. Noi no. Ho un chiesto il visto all’ambasciata, chiaramente.

Mi hanno risposto che era un trucco, che ci voleva tempo per fare tutte le verifiche. Ho risposto: “Quando avrete finito le vostre verifiche, io sarò già morto”. Il funzionario ha alzato le spalle, per poi iniziare un lungo e contorto discorso.

Forse, pagando… Si potrebbe interessare qualcuno. Da un lato il forse del funzionario. Una cifra ancora misteriosa. Dall’altro mille euro dei miei risparmi a un pescatore.

Eravamo in tanti, ma la barca era ancora in buone condizioni; e il mare era calmo. Siamo partiti da Zarzis. Vicino Lampedusa la Guardia di Finanza ci ha avvistati e presi a bordo. Appena li abbiamo visti abbiamo gridato di gioia, un urlo che è arrivato in cielo.

Mi hanno detto: vuoi chiedere l’asilo politico? No, ho risposto. Devo andare in ospedale. Ho un appuntamento. Il volontario si è messo a ridere. Raccontala a un altro. Questi qui si inventano di tutto, ha detto a un suo collega. Il collega ha riso anche lui. Pensano che siamo scemi.

Allora ho preso il fax che l’ospedale mi aveva spedito. C’era scritto il giorno della visita e il nome del dottore. Anche l’indicazione della metro e degli autobus per arrivare subito. Mancano quattro giorni, ho pensato. Ce la farò sicuramente.

I volontari hanno passato il fax ad altri loro colleghi. La sera stessa mi hanno portato a Rosolini, un piccolo paese vicino Siracusa. Ci hanno messi in una specie di grande tenda, neanche un palasport. Recintati dalle sbarre e circondati dalla polizia. Quale crimine ho commesso?, chiedevo ai poliziotti. Devo solo andare in ospedale. Hai ragione, mi ha detto uno di loro. Ma cosa vuoi che facciamo? Obbediamo solo agli ordini.

Alcuni amici miei ce l’hanno fatta. Hanno chiamato i loro amici in Francia che sono venuti a prenderli. Altri no. I carabinieri li hanno arrestati. Hanno arrestato cittadini francesi, che erano venuti a prendere i loro amici, ipotizzando un traffico transnazionale di clandestini. Ho sentito i carabinieri che dicevano: ci ha insospettiti la targa francese. È una grande novità. Adesso i carabinieri in Sicilia si insospettiscono quando vedono una targa francese. Subito pensano a un grande traffico, non a un amico che viene a darti un passaggio.

Dove mi trovavo, chiuso tra il tendone e le sbarre? Non in un carcere, perché non avevo né ammazzato né rubato. Non in un centro di identificazione, perché avevo ripetuto la mia storia almeno dieci volte e mi avevano già identificato.

Dove finirò? Sarò rinchiuso in un CIE? Mi daranno dopo sei mesi di reclusione un foglio di carta che mi impedirà di tornare al mio paese, di regolarizzarmi in Italia, di viaggiare in un’altra nazione? Mi daranno quel foglio che mi trasformerà in un fantasma? Oppure organizzeranno un volo per riportarmi in Tunisia? Volevo solo fare una visita in un ospedale. È molto urgente. Mi hanno detto che nell’Italia del Sud si fa lo stesso. I meridionali pensano che gli ospedali di Bologna o di Milano siano migliori e viaggiano per operarsi lì. Prendono un treno, un aereo. E poi tornano indietro. Avrei voluto farlo anche io. Ma un muro invisibile e altissimo me lo impedisce.

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Questo racconto è tratto da un capitolo di «Lampedusa. Il Truman show italiano». Meglio di altre storie centra il cuore del problema. Non ci sarebbero tragedie e naufragi senza il muro che divide il Mediterraneo. Basterebbero leggi umane che permettano di viaggiare a chi vuole trovare lavoro, fuggire dalla guerra, vivere insieme con la donna che ama, arrivare puntuale alla visita in ospedale

Lampedusa, il Truman Show italiano – Dieci anni di luoghi comuni sull’immigrazione, terrelibere.org, 100 pagine, versioni Pdf/ePub/mobi, € 3,99 Isbn 9786050324587

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.