Il villaggio bianco degli agricoltori italiani

  La maggiore organizzazione dei piccoli produttori ordina di “mangiare italiano” ma tace sul lavoro migrante. Ignora il grave sfruttamento generalizzato e si lega al governo di estrema destra. Che ripaga con flussi per mezzo milione di persone. Formalmente migrazione regolare, nei fatti neo-schiavitù legalizzata
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È una bella domenica romana di ottobre, molto più calda del normale. Il Circo Massimo è completamente riempito da bandiere gialle, vacche maremmane, caciocavalli e striscioni che inneggiano all’italianità.

Dopo tre giri completi del percorso, provo a cercare un caffè. Ma tra centinaia di stand che riscoprono grani antichi e vendono cicerchia in sacchetti, il prodotto non è disponibile. Il motivo è semplice: non è prodotto in Italia.

 

Invece l’italianissima premier Giorgia Meloni riceve un’ovazione e la promessa di un impegno direttamente dal presidente Prandini: il tuo governo durerà cinque anni. Intorno una folla crescente, alla fine i visitatori del “villaggio” saranno due milioni.

Coldiretti è la massima espressione dei “piccoli produttori”, rappresenta circa 1,6 milioni di agricoltori (pari al 70% del totale). Dalla sua fondazione, datata 1944, sa bene che la politica è fondamentale. Ogni sua comunicazione è squisitamente politica. Adesso il messaggio è semplice: tutto quello che è nei confini italiani è buono, tutto ciò che viene da fuori è cattivo. Compreso il caffè.

Prodotti italiani, lavoro migrante

Mentre schivo una folla crescente e la banda dei vigili del fuoco intona un’aria da una canzone di Renato Zero, penso al rimosso, ovvero a tutto quello che non vedo. Il villaggio al Circo Massimo è una cittadella bianca. Da nessuna parte ci sono tracce del lavoro migrante, che però è alla base dell’agricoltura di questo Paese.

Secondo una stima Nomisma del 2020, i lavoratori stranieri nei campi sono il 31% del totale. Le stime sono molto difficili considerando l’altissima incidenza di lavoro nero e grigio. Tuttavia, le attività poco meccanizzate  sembrano completamente dipendenti dal lavoro straniero, in particolare alcune raccolte.

Nel 2021, in piena pandemia, quattro voli charter Calablanca – Pescara portavano centinaia di braccianti marocchini destinati alle aziende del Fucino, disperate per il lockdown e la chiusura delle frontiere.

Parallelamente, Coldiretti lanciava una serie di comunicati (l’ultimo dei quali risale allo scorso aprile) in cui proponeva di utilizzare nei campi «pensionati, studenti, disoccupati, percettori di Naspi, reddito di cittadinanza, ammortizzatori sociali e detenuti».

In pratica, in mancanza di migranti, la proposta politica è quella di utilizzare i lavoratori nazionali fragili e ricattabili. Il modello economico della nostra agricoltura, fondamentalmente, è quello del prodotto a basso costo, dove l’unica leva è quella del lavoro. L’italianità, ovvero la provenienza, è solo una facciata.

Un sistema criminogeno

“Con il decreto flussi approvato dal Consiglio dei ministri, il Governo Meloni dimostra di lavorare per promuovere un’immigrazione legale, che può essere favorita solo con regole certe che possano contrastare quella illegale. In questo campo, dopo anni in cui i flussi erano approvati dopo gli ingressi, l’Italia torna a programmare per dare risposte al mondo delle imprese che chiede manodopera, soprattutto nel comparto dell’agricoltura, e, allo stesso tempo, per fronteggiare l’odioso fenomeno della tratta di esseri umani da parte di scafisti senza scrupoli che in questo modo concedono braccia ai caporali che sfruttano chi arriva in Italia”.

È quanto afferma nel luglio 2023 il ministro dell’Agricoltura. Una giustificazione per gli oltre 452mila ingressi in tre anni richiesti da un governo che si era presentato ai suoi elettori proponendo il “blocco navale” per fermare  la “sostituzione etnica”.

Il ministro afferma un concetto base: i flussi sono un’immigrazione legale che può contrastare scafisti e caporali. È un’affermazione falsa.

Per capire meglio dobbiamo cambiare continente e arrivare a Tahlan, un villaggio indiano nella regione del Punjab. Lungo le strade campeggiano giganteschi cartelli stradali con le pubblicità delle agenzie di servizi per aspiranti emigranti. Uno di questi recita: «Global immigration, study visa, permanent residency, tourist & visitor visa». In primo piano, con il suo bel turbante rosso, sorride Mr. Rahi, che di professione si definisce “visa expert”.

Tutto intorno, una serie di bandiere che vanno dal Canada a Dubai, da Singapore alla Germania (no, quella italiana non c’è perché non è una delle destinazioni più appetibili). Del resto in Italia è impossibile arrivare richiedendo un visto, per quanto l’agenzia si definisca “Refusal case expert”.

Così la modalità più frequente è quella dei flussi, “inventati” dalla legge Bossi-Fini del 2002. Funziona così: un datore di lavoro italiano chiede un visto nominale per il lavoratore straniero mentre questo si trova ancora all’estero (situazione già di per sé surreale: assumereste un bracciante del Punjab che non avete mai visto?). Contestualmente, si impegna a impiegarlo nella sua azienda.

Nella pratica, i flussi sono spesso un sistema per sanare le situazioni irregolari di chi si trova già in Italia. Il lavoratore è quindi indotto a pagare una rete che comprende le agenzie in India (o in un qualunque altro paese), gli imprenditori italiani, consulenti del lavoro, mediatori locali dei patronati e delle agenzie di servizi, eventuali funzionari da corrompere negli uffici del nostro Paese.

E non è detto che il migrante vada a lavorare presso l’imprenditore che lo ha “richiesto” inizialmente. Il contratto di lavoro è funzionale al documento. Poi c’è il lavoro vero e proprio, che per molti anni servirà a pagare il debito contratto.

Un sistema criminogeno che va avanti da vent’anni. Anziché proteggere dai caporali, come sostiene il ministro, consegna uomini e donne al grave sfruttamento. Senza che gli imprenditori, specie quelli agricoli, abbiano nulla da dire. Loro sono vittime per definizione. Anche quando sfruttano, sarebbero costretti a farlo dagli anelli forti della filiera.

Breve storia del marketing sulla provenienza

Un pomodoro che sovrasta la pianura padana. Lo slogan: “Solo da qui, solo da Pomì”. Era il 2013 e questa pubblicità  fece infuriare diversi produttori del Sud. L’idea, allora, era che il male fosse confinato alle campagne meridionali. Una pubblicità simile è apparsa anche sui pelate Valfrutta. Anche altri imprenditori, per esempio Mutti, hanno contrapposto l’agricoltura meccanizzata del settentrione all’arretratezza meridionale, dominata dal caporalato.

Oggi sappiamo che non è così.  Ma negli ultimi anni è passata di moda la contrapposizione tra diverse aree del paese. Il nemico si è spostato fiori dai confini, attraverso il mantra del “prodotto in Italia”.

Ma come si produce nei nostri campi? Lo rivelano i braccianti morti sul lavoro, le decine di inchieste giudiziarie, i provvedimenti di amministrazione controllata. Oltre alle indagini sulla filiera che parte dai campi, passa dai centri della logistica e arriva ai supermercati.

Cosa dicono i piccoli produttori organizzati di tutto questo? Quasi nulla.  Quando parla di caporalato, Coldiretti lo inserisce nel calderone delle agromafie, una rete di malfattori i cui capi sono caporali stranieri, evitando così di parlare del grave sfruttamento generalizzato, cancellando le responsabilità dei produttori che approfittano dello stato di bisogno di tanti braccianti. Così un problema interno viene proiettato all’esterno.

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