
Era una mattina come tante, all’Aja. Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale, ha aperto il computer. La sua casella di posta elettronica non funzionava più. Microsoft, su ordine dell’amministrazione Trump, aveva sospeso l’account email del procuratore. Il motivo: la Corte aveva accusato di crimini di guerra il primo ministro israeliano Netanyahu.
Un clic da Washington e un’istituzione giudiziaria internazionale si trovava improvvisamente muta. Era il giugno del 2025. Niente comunicazioni riservate, niente fascicoli, niente continuità operativa. Il tutto grazie a una clausola dei termini di servizio che nessuno legge mai, in cima a una catena di controllo che finisce sempre dalle stesse parti: Seattle, California, Texas.
Il caso Khan non è un incidente diplomatico. È una dimostrazione di forza. Ed è il segnale più chiaro che l’Europa non può continuare ad affidare la propria infrastruttura digitale — e con essa le proprie istituzioni, i propri segreti, la propria democrazia — ad aziende soggette alle leggi e agli umori politici di un altro Paese.
Il potere invisibile che governa le nostre vite
In Italia, quanto siamo davvero dipendenti dalle Big Tech americane? La risposta è facile. Quasi completamente. Google controlla oltre il 90% delle ricerche.
Meta gestisce le conversazioni private di milioni di famiglie attraverso WhatsApp. E raccoglie e incrocia i dati dei suoi utenti con Facebook e Instagram. Amazon ospita buona parte dei server su cui girano siti, ospedali, banche, ministeri. Microsoft fornisce gli strumenti di lavoro quotidiano a governi, scuole, uffici pubblici. Apple e Google controllano i sistemi operativi di quasi tutti gli smartphone del continente.
Questo non è soltanto un problema di comodità o di preferenza tecnologica. È una questione di potere. Chi controlla i dati, controlla l’informazione. Chi controlla l’infrastruttura, controlla la comunicazione. E chi può spegnere un’email può spegnere molto altro.
Poche aziende USA, se volessero, potrebbero impedire il funzionamento di governi, ospedali, scuole in Europa
Il Cloud Act americano del 2018 obbliga le aziende tecnologiche statunitensi a consegnare dati alle autorità USA su richiesta, anche quando sono conservati su server europei. Il GDPR europeo va esattamente nella direzione opposta. Il risultato è una tensione giuridica permanente in cui, nella pratica, vince chi ha più potere. E al momento quel potere è statunitense.
Parigi dice no a Teams
Il 26 gennaio 2026, il ministro francese della Funzione Pubblica David Amiel ha annunciato la sostituzione integrale di Microsoft Teams, Zoom, Webex, Google Meet e GoTo Meeting all’interno dell’intera pubblica amministrazione. Al loro posto, una piattaforma sviluppata interamente in Francia: si chiama Visio, è open source, ed è ospitata su infrastruttura cloud interamente francese.
Entro il 2027, duecentomila funzionari pubblici dovranno averla adottata come strumento esclusivo.
Non è una scelta simbolica. Visio è sviluppata dalla Direction interministérielle du numérique ed è ospitata su un’infrastruttura cloud europea certificata dall’autorità nazionale francese per la cybersicurezza. Questo garantisce che dati, metadati e flussi di comunicazione rimangano sotto giurisdizione francese.
Un risparmio economico, ma soprattutto riprendere il controllo
Tra i primi enti ad adottare il sistema ci sono il Centre national de la recherche scientifique — che sostituirà 34.000 licenze Zoom entro marzo 2026 — l’Assurance Maladie, la Direction générale des finances publiques e il Ministero delle Forze Armate.
C’è anche un argomento economico tutt’altro che secondario. Il governo francese stima che il passaggio a Visio possa tagliare i costi delle licenze software di circa un milione di euro all’anno per ogni 100.000 utenti migrati. E non è finita qui: nell’aprile 2026, il ministro dei conti pubblici Daniel Amiel ha annunciato il piano del paese per trasferire 2,5 milioni di desktop governativi a Linux e abbandonare completamente Microsoft, con un risparmio previsto superiore a 15 milioni di euro l’anno in costi di licenza.
La Germania che cambia email a 40mila dipendenti
La Francia non è sola. In Germania, lo Schleswig-Holstein ha già compiuto un passo concreto che vale come modello per tutta Europa. Lo stato federale tedesco ha annunciato la migrazione di 40.000 caselle di posta elettronica da Microsoft Exchange e Outlook a soluzioni open source come Open-Xchange e Thunderbird, con un totale di oltre 100 milioni di email e voci di calendario trasferiti.
Non è una decisione improvvisata. Il processo è stato preparato nel corso di diversi anni nell’ambito della “Strategia per l’innovazione aperta e l’open source dello Schleswig-Holstein”, e prevede anche l’adozione di LibreOffice al posto di Microsoft Office, con la graduale disinstallazione di MS Office da tutti i computer statali.
L’obiettivo finale — già dichiarato — è eliminare completamente Teams, Word, Excel e Outlook dagli uffici pubblici. Non per ideologia, ma per controllo: sui dati dei cittadini, sulle comunicazioni istituzionali, sulle infrastrutture critiche.
E noi possiamo fare qualcosa?
Il dibattito sulla sovranità digitale non riguarda solo i governi. Riguarda chiunque usi uno smartphone, un computer, un servizio di streaming, un motore di ricerca. E riguarda scelte che è possibile fare già adesso, senza aspettare direttive ministeriali.
Alcune alternative esistono, sono mature e funzionano. Per la posta elettronica, Proton Mail offre crittografia end-to-end con server in Svizzera, fuori dalla giurisdizione americana. Per le ricerche online, DuckDuckGo e il francese Qwant non tracciano i propri utenti. Per i documenti, LibreOffice sostituisce Microsoft Office in modo completo e gratuito. Per le videoconferenze, Jitsi è l’alternativa open source a Zoom. Non vende i tuoi dati a nessuno.
Molti sistemi open sono tecnologicamente maturi e spesso non li usiamo per pura pigrizia. Oppure perché hanno una grafica leggermente diversa da quella a cui siamo abituati.
Discorso diverso per i social network. Qui conta soprattutto il numero di persone che lo popolano. Il confronto con i nomi più conosciuti non regge. Mastodon, per esempio, rappresenta un ecosistema decentralizzato dove nessuna azienda privata americana può decidere chi parla e chi viene silenziato. Ma non può competere come numero di utenti con i giganti Usa.
Una questione politica, non solo tecnica
Il caso Khan ha reso visibile qualcosa che esisteva già da tempo. La dipendenza digitale dell’Europa dalle Big Tech americane è strutturale, profonda, e costruita nel corso di decenni di scelte mancate. Investimenti non fatti, ecosistemi non coltivati, regole scritte male o applicate peggio.
Francia e Germania stanno cercando di invertire la rotta, con pragmatismo. Hanno capito che infrastruttura digitale significa infrastruttura di potere.
La domanda che resta aperta è se l’Italia abbia la volontà politica di seguire questa strada. È assurdo che nel paese dove è nata Olivetti – il primo PC al mondo, nel 1965 – non ci sia ancora nessun dibattito sul tema.


