Notizie Piana di Sibari. Il Messico italiano

Un bambino di 3 anni, un colpo alla testa e il fuoco. Piana di Sibari, oggi

Tre corpi carbonizzati in una stradina di campagna. Uno di loro è un bambino di tre anni. È solo l’ultimo di una serie spaventosa di episodi di violenza selvaggia. Nessuno è risparmiato: donne rumene, ragazze italiane, braccianti agricoli. Una situazione estrema che ricorda quella messicana. Anche la Calabria sembra distante, infinitamente lontana. Ma è il nostro Sudamerica

     

Corigliano. Arance tra i rifiuti

1. Tre corpi all’interno di un’automobile. L’intensità del calore ha restituito solo gli scheletri. Uno di loro è un bambino di tre anni ucciso con un colpo alla testa.

2. Dopo uno scontro a fuoco tra clan rivali, la città si sveglia con nove cadaveri appesi per il collo al ponte principale della città. Tra loro quattro donne.

3. Una ragazza rumena di 19 anni è uccisa a coltellate, l’assassino infila il suo corpo in un sacco della spazzatura e lo getta nel greto di un torrente. Il cadavere resta per mesi nella cella frigorifero dell’obitorio perché manca il passaporto mortuario.

4. Un ufficiale di polizia è sequestrato, torturato e ucciso.

5. Il treno attraversa il passaggio a livello falciando sei migranti che tornano dai campi. Gli impresari delle pompe funebri si contendono a calci e pugni i cadaveri straziati.

6. Un esponente di Anonymous viene sequestrato dopo che il gruppo minaccia di rivelare le connessioni tra mafia e politica.

La distanza

Sei spaventosi episodi di cronaca. Tre sono accaduti nel Messico devastato dagli Zetas, tre nella Piana di Sibari in mano alla ‘ndrangheta. Cioè in Calabria, Europa. Riuscite a distinguere tra “terzo mondo” e primo? Corigliano Calabro da Nueva Laredo? Cassano Jonio da Ciudad Juarez?

Conosciamo (relativamente) meglio le tragedie latinoamericane che quelle di casa nostra. Per una sorta di razzismo inconscio, un bambino che nasce in una famiglia di spacciatori o una rumena che lavora in strada sono segnati dal destino, un fato che non ci riguarda. Non per caso, l’unica vicenda della zona che ha avuto un’eco nazionale è quella di Fabiana, 16 anni, accoltellata e bruciata. Essendo una ragazza “normale”, metteva in allarme la nostra sicurezza e riduceva le distanze. Dopo pochi giorni di dibattito surreale sull’arretratezza della condizione della donna calabrese, è stata dimenticata. La distanza era ristabilita.

Un muro molto alto

Nicola Campolongo aveva tre anni. Lo chiamavano Cocò. Aveva visto girare la droga per casa, conosceva le aule del Tribunale e le celle del carcere dove stava con la mamma. Dopo l’arresto dei genitori, viveva col nonno Giuseppe Iannicelli e con la compagna, una donna marocchina, Ibtissam Touss. “Zia Betty”. Tutti uccisi nel rogo di Cassano, tre colpi alla testa, dieci litri di benzina e cadaveri talmente consumati che non possono neppure dirsi carbonizzati. Era il 16 gennaio 2014.

Il piccolo Nicola Campilongo

Cocò, ucciso sul seggiolino di un’automobile, è un bambino normale in questa Italia. Quel tipo di vita è ormai condiviso da milioni di italiani. La droga – con tutto quello che comporta, compresa la possibilità di essere ammazzati in questo modo – è sempre più un modo ordinario di sopravvivere. L’unica forma di economia in piedi, nelle periferie delle grandi città come nei paesi mafiosi. Fuori però dall’occhio dei media che raccontano esclusivamente la cronaca nera e rimangono invischiati nella categoria della “marginalità”. Anche dove i marginali diventano maggioranza.

Giuseppe Iannicelli, alle spalle 8 anni di carcere, era l’unico parente a cui affidare il piccolo perché agli arresti domiciliari notturni. Aveva scritto alla stampa locale: «Lo so, Antonia ha sbagliato (aveva portato i bambini dal padre), ma bisogna capire che è ancora una ragazzina che non ha retto a quella che a noi sembra un’ingiustizia. È necessario che venga perdonata adesso che la situazione è diventata ingestibile, prima che succeda qualcosa di grave».

“Prima che succeda qualcosa di grave”

«È urgente che torni a casa» aveva detto il padre. «Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile. Spesso corre fuori, in strada. Con la madre invece potevano stare, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto».

Il Tribunale aveva negato alla madre di Cocò i domiciliari. Esponendo il piccolo a un pericolo evidente a tutti tranne che agli uomini con la toga.

Noi amiamo le donne e i bambini

«Piombi su di loro la morte, scendano vivi negli inferi perché il male è nelle loro case, è nel loro cuore». Antonia Iannicelli sceglie un salmo biblico per annunciare la sua rinuncia alla vendetta. La parola di Dio mi parla di rispondere allo stesso modo, le parole del Vescovo di amore. «Ho capito che dobbiamo cambiare nel cuore e dobbiamo sforzarci di non rispondere con la vendetta». La lettera è scritta in carcere: «Il dolore di una mamma a cui è stato portato via crudelmente un figlio è qualcosa che ti strappa le viscere e che non auguro a nessuno».

L’auto del triplice omicidio

Il papa ricorda Cocò durante l’Angelus della domenica. Il clan Abruzzese, tramite il legale, fa sapere che non c’entra nulla col triplice omicidio: «Amiamo moltissimo sia donne che bambini e un fatto così brutale ci ha lasciati davvero attoniti. Ma i processi si fanno nelle aule e non con il mezzo mediatico». Come ad ammettere l’errore commesso, il Tribunale concede i domiciliari alla madre. Dispone l’allontanamento da Cassano delle due sorelle, dei tre cugini e dello zio quattordicenne di Cocò. Adesso vivono in una località segreta.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.