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Perché a Tirana c’è “via Alessandro Leogrande”?

Alessandro Leogrande

Leogrande è scomparso dodici mesi fa a 40 anni. Si è occupato – tra l’altro – di caporalato e dell’immigrazione ma soprattutto ha immaginato un nuovo Mediterraneo senza barriere. Ecco perché è normale che la prima città a dedicargli una strada sia Tirana. Un posto dove energie, idee ed emigrazioni si intrecciano

If you look long into an abyss, the abyss also looks back into you – Nietsche

Prima di partire per Tirana avevo due certezze e altrettanti pregiudizi. Sapevo che l’Albania aveva dedicato una strada ad Alessandro Leogrande, scrittore scomparso a 40 anni e impegnato su migrazioni, sfruttamento, sud del mondo.

La sua città natale, Taranto, non lo aveva ancora ricordato. Prima l’Albania dell’Italia, quindi. Sapevo anche che la via di Tirana era in realtà un piccolo sentiero nel parco della città, non una strada vera e propria. Questo mi faceva pensare a un gesto simbolico.

Arrivato sul posto, tutto mi è apparso sotto un’altra luce. Grazie proprio a un articolo di Leogrande, in cui racconta di Bunk’art, un esperimento che ha trasformato un bunker del regime di Enver Hoxha in un luogo di memoria e arte.

Alessadro Leogrande

L’ingresso di Bunk’Art 2

I bunker sono enormi funghi di cemento: una piccola cupola grigia emersa e un immenso corpo sotterraneo. Oggi le strutture aperte al pubblico sono due, una fuori dal centro e un’altra nel cuore della città, in mezzo ai principali ministeri.

Lo scopo era chiaro e paranoico allo stesso tempo. In caso di attacco nucleare, il cuore del potere albanese avrebbe continuato a operare. All’ingresso ci sono, nell’ordine: una porta blindata, simile a quella delle navi; una doccia per decontaminare i corpi dalle radiazioni; l’appartamento del dittatore; la sala delle riunioni con tre telefoni di colore diverso e una mappa del Paese; gli uffici dello Stato maggiore. Sembra la versione albanese di “Underground” di Kusturica: lo Stato doveva funzionare anche a cinquanta metri di profondità.

Lo Stato albanese doveva funzionare anche dopo un attacco atomico

L’attacco nucleare non ci sarebbe mai stato, ma l’Albania ha vissuto ugualmente dentro un incubo. Tra le storie raccontate nelle stanze di Bunk’art, la più interessante è quella dei Popa, sei fratelli che hanno subito le persecuzioni del regime a causa delle colpe del padre. Quando hanno detto basta avevano in media 55 anni.

Entrarono nell’ambasciata italiana chiedendo asilo politico. Sarebbero rimasti lì per i cinque anni successivi. La reazione albanese fu furiosa, la polizia politica circondò l’edificio spiando tutti i movimenti all’interno, le telefonate, le conversazioni. Alla Farnesina non volevano una rottura dei rapporti e la questione andò avanti fino al ’90, quando un regime ormai indebolito consentì la partenza verso Roma.

Colori al posto del grigio

Leogrande aveva colto l’importanza dell’Albania a partire dall’arrivo della nave Vlore nel porto di Bari e dalla vicenda della Katër i Radës, affondata dalla nostra marina militare durante il blocco navale deciso dal governo Prodi. Quella storia fu tradotta da un editore albanese.

È normale, per un cittadino del Mediterraneo, essere ricordato da una città del Mediterraneo

Per la maggior parte degli italiani, tuttavia, l’Albania è ancora il luogo di provenienza di esodi biblici oppure il paese da cui rispondono gli addetti dei call center. Fine. Nel nostro immaginario è un buco di arretratezza dall’altro lato dell’Adriatico, lontano anni luce.

In realtà è un Paese a un’ora di volo da Roma e a 130 chilometri dalla Puglia. La distanza mentale, evidentemente, conta più di quella geografica. L’utopia di intellettuali come Leogrande, si deduce dai suoi racconti, era uno spazio mediterraneo senza barriere, dove Tunisi, Tirana e Roma sono altrettanto vicine – geograficamente e mentalmente – come oggi sono vicine Roma, Parigi e Londra.
Ecco perché non ha senso meravigliarsi se Tirana ha anticipato una città italiana. È perfettamente logico per un cittadino del Mediterraneo, essere ricordato da una città del Mediterraneo.

L’Albania oggi

Seconda domanda. Perché una stradina del parco? Non è limitativo? Per rispondere occorre conoscere la storia di Parku i Liqenit (il “Parco grande”), un polmone verde alle spalle degli edifici dell’università, una sorta di Eur in miniatura costruito nei pochi anni della dominazione fascista.

Dopo il crollo del regime, era diventato un ricettacolo di abusivismo. La sua rinascita si intreccia con gli anni da sindaco di Tirana di Edi Rama, oggi al vertice dello Stato. Rama è un artista e il suo curriculum di politico è associato alla trasformazione della capitale. Chi è stato a Tirana una decina di anni fa ricorda traffico impazzito e disordine urbanistico. Oggi vede una città dinamica, dove piste ciclabili, vitalità degli abitanti, case colorate, esperimenti d’arte e persino gruppi di turisti in processione raccontano una tensione verso il futuro che si fa fatica a vedere in Italia.

Poi c’è lo stesso parco, popolato da giovani che fanno sport e famiglie che passeggiano; la nuova Piazza Skanderberg, completamente pedonalizzata; le aree di verde pubblico; e infine una cosa semplice e d’impatto, le facciate colorate dei palazzi che hanno sostituito il grigio dominante.

Dammi i colori, video di Anri Sala (collega di Rama) che racconta l’inizio del progetto citando “Recondita armonia” della Tosca.

 

Ovviamente l’Albania non è diventata un paradiso. In pieno centro a Tirana si vedono ancora lustrascarpe. Il traffico è sempre caotico e il sistema di trasporti pubblico è ancora arretrato. C’è chi lascia il paese, anche se non più con i ritmi da diaspora del passato. Il mercato del lavoro appare ancora poco regolato e le imprese straniere sono sempre a caccia di manodopera a basso costo.
Ma le critiche a Rama si concentrano soprattutto sulla lotta alla droga e alla corruzione, per alcuni le misure adottate sarebbero poco efficaci e il sistema politico rimarrebbe – per buona parte – marcio come prima.

Alessandro Leogrande

La nuova piazza Skanderbeg completamente pedonalizzata

Ma una storia può far riflettere. Nel centro di Tirana c’è un quartiere chiamato Bbloku. È pieno di locali alla moda, chi arriva qui per la prima volta si meraviglia di trovare un posto così in Albania: “sembra di stare a Milano, a New York”, dicono. È frequentato dagli stranieri e dagli albanesi ricchi. I prezzi sembrano irrisori per chi è abituato a pagare in euro, non così per chi riceve uno stipendio in lek.

Dall’altro lato c’è il quartiere del mercato. Adesso è stato completamente riqualificato, nei banchi si vendono olive e tabacco, intorno ci sono palazzi dalle facciate colorate e locali che vendono qofta (polpette alla griglia) alla griglia, burek (pasta sfoglia ripiena) con spinaci o formaggio, birra a un costo equivalente di 80 centesimi di euro.
Sono frequentati da gente del posto e famiglie. Un buon esempio – almeno fino adesso – di come riqualificare non significa escludere.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.