Documenti

La morte in ospedale. Storia di una ragazza uccisa dalla furbizia

Vibo Valentia

Si può morire, a 16 anni, in seguito ad una banale appendicite? È successo in Calabria, ed al solito l’indignazione di qualche giorno è stata sepolta dall’assuefazione di sempre. Si è trattato di un errore umano, di uno spiacevole incidente oppure del frutto avvelenato di un sistema politico-mafioso che premia pochi furbi e nega il diritto alla salute ad una collettività terrorizzata?

E la rosa s’è spenta poco a poco
come il tuo cuore,
si è spenta per cantare
una storia tragica per sempre
Giuseppe Ungaretti

Non credea mirarti
Sì presto estinto fiore
Bellini, la Sonnambula

In ospedale ci andiamo per essere curati,
non per essere ammazzati
Un ragazzo di Vibo Valentia

 

 

Sommario

  1. Introduzione – “Non entrate in ospedale, ché vi possono ammazzare!”
  2. Federica

2.1. Dodici minuti senza ossigeno

2.2. I giorni del coma

2.3. Sbadigli, litigi e noia

2.4. Ricatto

2.5. Le reazioni dei politici

2.6. E’ morta

2.7 Ma cosa è successo?

2.8. “Non uccidetela di nuovo”

2.9. I funerali

2.10. Dall’altra parte

2.11. Attenti a questa rabbia

  1. Il contesto

3.1. Il vescovo: “Con la stima di sempre…”

3.2. “I docenti non incitano alla rivolta”

3.3.  Spoil system e guerra tra bande

3.4. Una nuova alba

3.5. Più assistiti che abitanti

3.6. Il paese dei desaparecidos

3.7. Dodicimila minacce in un anno

3.8. I numeri del Consiglio regionale

3.9. Il caso Fortugno e la giunta Loiero

3.10 Oliviero Toscani e la demonizzazione

3.11 Operazione Aria del Mattino – The Kingdom

1. Introduzione – “Non entrate in ospedale, ché vi possono ammazzare!”

 

Federica Monteleone è morta a 16 anni in seguito ad un banale intervento di appendicite. I giornali l’hanno parlato di “ennesimo caso di malasanità”, e con questo hanno liquidato tutti i perché, una vita che se ne va, la rabbia dei genitori, l’incredulità degli amici, un contesto fuori da ogni civiltà consegnato ad una violenza senza freni.

 

Federica non è morta nel Terzo mondo, a causa della povertà, per mancanza di mezzi e risorse. E’ morta per la mancanza di energia elettrica, ma non perché non ci fosse energia sufficiente. È morta in seguito ad un sovraccarico che ha fatto saltare l’impianto.

Forse qualcuno non aveva segnato con un tratto di pennarello la presa attaccata al gruppo di continuità. Forse i medici non sono stati capaci di rimediare alla situazione. Sicuramente la costruzione di un nuovo adeguato ospedale è stata bloccata da un giro di tangenti e dall’onnipresenza della mafia.

 

Non possiamo prendercela solo con le persone presenti in quella maledetta sala operatoria, perché farebbero da capro espiatorio ai tanti che hanno creato questo sistema perverso e con questo sistema si sono arricchiti.

Resta però il dubbio che tutti, prima della morte di Federica, si siano sentiti molto furbi. I medici che entrano in ruolo senza preparazione adeguata. Gli infermieri assunti per raccomandazione. Le imprese che lavorano grazie alla compiacenza dei politicanti e dei clan.

I dirigenti, i primari, i professori che sottraggono fondi al pubblico e li distraggono ai propri patrimoni privati, alle cliniche, alla pelliccia della moglie, al fuoristrada nuovo, i dottori Dobermann che una comunità ancora schiava della subcultura contadina idolatra come esseri superiori e non contesta.

La plebe tolta ai campi di cipolle e catapultata senza merito sulle sedie delle Asl, a contare le ore e le voci in busta paga, manna dal cielo, denaro di nessuno che è visto come compensa e risarcimento di un paio di millenni di povertà assoluta. Tutti si sono sentiti un po’ furbi in questi anni. Perché hanno vissuto meglio dei loro padri, perché solo i fessi sono onesti, perché lo fanno tutti, perché io non sono da meno.

La furbizia di ognuno è diventata l’idiozia della collettività. Perché ci si sente furbi finché una figlia, una nipote, un’amica non muore per un intervento di appendicite. Poi ci si ferma a riflettere.

***

I ragazzi di Vibo sono meno famosi di quelli di Locri, ma hanno reagito spontaneamente ad una ingiustizia palese e manifestato con forza per la loro compagna uccisa dall’incompetenza di un sistema che si basa sulla spartizione.

La spartizione democristiana e mafiosa ha creato negli anni un vero sistema di potere, ha elargito posti per la vita, ha inventato un ceto sociale parassitario e quindi moderato, pronto a chiudere gli occhi di fronte ai morti di mafia in nome della propria busta paga e del quieto vivere.

Quel sistema non ci sarà più. È del tutto inutile che vescovi, medici, primari, notai, editorialisti di paese, faccendieri, portantini, chierici, uscieri e politicanti invitino alla moderazione, alla calma, alla tranquillità perché queste erano le parole d’ordine di un mondo che non ha più ragione di esistere.

I giovani cominciano a capire che la soglia del precariato, dell’insicurezza, dei contratti a termine si è estesa anche oltre i sacri confini del lavoro statale, e che a loro rimarrà il danno dell’incuria, il terrore della mafia, la precarietà della scadenza incombente. Troppo poco. E nessuno è disposto a difendere un sistema che non dà nulla e che chiede un prezzo così alto.

***

Dopo la morte di Federica, i suoi compagni di scuola sono scesi in piazza e quindi in corteo – non autorizzato – verso l’Ospedale. I professori non li hanno fermati, non se la sono sentita. Di fronte al cancello automatico, hanno lanciato arance e slogan duri. All’ingresso delle ambulanza, ritmavano: “Non entrate in ospedale, ché vi possono ammazzare”. Una frase di sfiducia totale, un gesto duro che le persone adulte, serie, moderate e perbene hanno stigmatizzato come segni di rivolta, atti incivili, momenti neri nella vita della comunità.

“In ospedale andiamo per farci curare, non per farci ammazzare”, hanno detto i ragazzi di fronte alle telecamere dei telegiornali nazionali. Una ovvietà ovunque, non in questo pezzo di Meridione.

 

Dopo le manifestazioni, il vescovo si è premurato di esprimere vicinanza e solidarietà ai medici dell’Asl con un comunicato pubblico. E’ scattata la corsa a dare la colpa agli altri: i medici alla malapolitica, la malapolitica al governo precedente. I docenti e persino il preside del Liceo sono stati accusati di non saper tenere a freno i loro ragazzi.

 

Dopo le manifestazioni, l’intera comunità è sembrata mobilitata per un ritorno al giorno prima,  i ragazzi tornino in classe, gli infermieri tra le corsie. Allarme rientrato, non è successo nulla. Dimenticare, ristabilire i ruoli, cancellare le tracce. Poteva essere l’occasione per cambiare almeno qualcosa. Siete riusciti a perderla.

***

Per decenni la criminalità del Sud ha vissuto – oltre che di droga –  di cemento.  I mafiosi hanno trasferito nei cantieri edili l’esperienza, il “know how” e persino la mentalità che adoperavano nella loro vecchia attività tradizionale, l’agricoltura.

Il campiere diventava guardiano del cantiere, il gabelloto si trasformava in subappaltante, le ruspe sostituivano gli aratri ed il cemento la terra da coltivare.

Il denaro dello Stato diventava quella fonte inesauribile da convogliare verso i propri terreni.

La stagione di Mani Pulite ha segnato una forte crisi dell’edilizia speculativa: gli svincoli a quadrifoglio, i cantieri eterni, i blocchi di cemento messi su senza un perché, i ponti ovunque, le troppe opere inutili e quelle mai terminate.

La crisi dei conti pubblici ha fortemente ridimensionato i bilanci per le opere infrastrutturali non essenziali. Sulle poche avviate, come la Salerno – Reggio Calabria, si sono scatenati appetiti criminali tali da causare i soliti lavori lumaca pur su un’arteria fondamentale.

La mafia si è rivolta però ad un altro settore: la sanità, l’unico che non può tollerare tagli eccessivi ai bilanci. Le regioni Sicilia e Calabria dedicano alla spesa sanitaria gran parte dei loro fondi. Molta parte finisce ai privati, con il meccanismo delle convenzioni.

Orientare le decisioni pubbliche, assicurarsi capacità di intervento, penetrare le Asl e i loro meccanismi interni è il nuovo imperativo della mafia, a Palermo come a Locri.

Il caso Fortugno nasce in un incrocio di interessi e beghe paesane, sistemi di controllo della spesa sanitaria, mafia bianca con il camice e politici attenti al flusso dei voti ma indignati e fuggenti di fronte agli schizzi di sangue.

Il rapporto sulla ASL di Locri chiarisce che in determinate strutture gli infiltrati veri sono semplicemente gli incensurati, gli alieni rispetto alle parentele mafiose, coloro che non hanno mai visto una pistola da vicino. Il controllo totale su appalti e personale ridicolizza l’espressione infiltrazione mafiosa usata dai media.

Quale competenza credete possano avere gli uomini dei clan di Locri una volta indossato un camice? Vi fidereste sapendo che ad operarvi c’è un raccomandato del boss? Giurereste sulla professionalità di infermieri che come referenza principale vantano parentele con criminali dal cognome macabro?

Domande che mai passeranno per la mente a chi non vive in certe zone. Per gli altri, il rischio oppure il classico “viaggio della speranza” in un ospedale lontano.

***

L’avevano chiamata Operazione Ricatto. Una delle tante azioni della magistratura calabrese condite da avvisi di garanzia, ammanettati fiduciosi nei giudici, sirene spiegate e giornalisti che annotano “nomi eccellenti” sui taccuini.

Una trentina di personaggi coinvolti, più o meno i soliti: il politico tangentaro, il medico corrotto, lo ‘ndranghetista feroce, un tocco di massoneria. L’obiettivo (riuscito) della compagnia era quello di trasformare l’ospedale di Vibo Valentia in uno di quei cantieri eterni che infestano il Meridione, arricchiscono un ristretto club di signorotti e delinquenti, negano diritti di base alla comunità ammutolita dall’ombra delle lupare pronte ad entrare in azione.

Di tutto si parlava nella direzione dell’Asl di Vibo Valentia – scrivono nel loro rapporto i carabinieri  – all’infuori dei problemi della salute pubblica”. I sottufficiali dell’Arma fotografano in una frase lo stato della provincia meridionale.

Il mezzo diventa fine, e viceversa. Per i medici la sanità è solo la via più facile agli arricchimenti, la laurea è una tessera di ingresso da acquistare in fretta, i malati delle comparse più o meno fastidiose, gli interventi noiose interruzioni tra un comitato operativo, un convegno prestigioso, una riunione deliberativa e l’altra.

 

2. Federica

 

2.1. Dodici minuti senza ossigeno

 

L’operazione di appendicite è il più semplice e banale degli interventi chirurgici. Una ragazza di 16 anni entra in coma mentre viene sottoposta a questo tipo di intervento nell’ospedale di Vibo Valentia. E’ il 20 gennaio del 2007. In sala operatoria si era registrato un black-out elettrico di 12 minuti.

La giovane è subito trasferita all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza, in condizioni giudicate “molto gravi” dai medici.

I danni che avrebbe subito, secondo i primi rilievi dei sanitari, sarebbero dovuti a una temporanea mancanza di ossigeno.

L’incidente si è verificato quasi al termine dell’appendicectomia. Alla ripresa della corrente elettrica, la ragazza era bradicardica, aveva, cioè, un ritmo cardiaco più basso del normale.

Successivamente è andata in arresto cardiaco ed i medici hanno attuato per alcuni minuti manovre di rianimazione cardiopolmonare per farla riprendere. Il cuore ha ripreso a pulsare, ma la giovane era già in coma. Sulla vicenda sono state aperte due inchieste, una, interna, dalla direzione della Asl di Vibo Valentia, e una dalla procura della Repubblica.

La ragazza era stata trasportata in ospedale perché affetta da colica appendicolare. Secondo un comunicato dell’Asl, “la paziente è stata sottoposta ad intervento chirurgico in una sala operatoria che era stata di recente allestita in attesa del completamento dei lavori del blocco operatorio principale che necessitava di opere di ammodernamento e messa a norma”. La sala operatoria era stata inaugurata il 28 dicembre.

Nonostante la sala fosse “stata curata in maniera particolare dal punto di vista impiantistico elettrico per favorire l’adeguamento alle moderne norme di sicurezza”, quando nel corso dell’intervento “si è verificata una momentanea interruzione della corrente elettrica, dovuta probabilmente ad uno sbalzo di tensione esterno”, “la lampada scialitica e l’elettrobisturi, collegati alle prese del sistema di continuità, hanno continuato a funzionare”, mentre “l’apparecchio di anestesia ed il relativo monitor, però, inspiegabilmente, non erano stati collegati alle prese del sistema di continuità, pertanto sono rimaste spenti fino all’arrivo, avvenuto dopo qualche minuto, dell’elettricista”.[1]

Durante i 12 minuti di blackout, l’anestesista presente ha provveduto alla ventilazione manuale della paziente, essendosi spento il respiratore automatico. A causa del contemporaneo spegnimento del monitor per il controllo della frequenza cardiaca i chirurghi hanno dovuto interrompere l’intervento in corso. “L’Azienda, al momento – conclude la direzione dell’ospedale – non è in grado di stabilire con esattezza un rapporto causa-effetto tra quanto descritto e il peggioramento delle condizioni di salute della signorina F. M.”.

L’Enel chiarisce subito: noi non c’entriamo.  “Dopo attenta verifica effettuata dal personale l’Enel precisa che nessun disservizio è stato registrato sulla linea elettrica che alimenta l’ospedale di Vibo Valentia”. La sala operatoria dell’ospedale di Vibo è funzionante ma “provvisoria”. Il vecchio ospedale, costruito negli anni Sessanta, non dispone infatti di sale chirurgiche adeguate.

Vincenzo Carpino, presidente dell’associazione degli anestesisti rianimatori italiani, spiega: “Naturalmente la magistratura dovrà chiarire la vicenda, ma da medico posso assicurare che l’assistenza respiratoria è efficace anche se manuale”.[2] Siamo al 21 gennaio 2007. I comunicati stampa si succedono. Federica è in coma a Cosenza.

 

2.2. I giorni del coma

 

Secondo quanto riferito dal direttore generale dell’Asl di Vibo, al momento del ricovero, “apparentemente, da quello che ci è stato riferito, non aveva problemi”.[3]

 

Ventuno gennaio, ore 14.30. Il bollettino medico riferisce di una “situazione neurologica grave”.

Le è stato indotto un coma farmacologico per evitare l’aggravarsi dei danni al cervello e consentire una ripresa funzionale autonoma.

E’ stata sottoposta a due risonanze magnetiche.

 

La famiglia ha dato mandato a un legale per ”verificare e cercare di sapere il reale svolgimento dei fatti.”

Poi le indagini, le ispezioni. Tutti sono indignati, tutti vogliono fare chiarezza. Una cosa è certa: non si passa facilmente da una colica al coma.

‘Vogliono sapere – spiega l’avvocato – cosa è successo in sala operatoria, anche perché le voci sono tante e discordanti tra loro. Si dice che il fatto si sia verificato per una mancata erogazione di energia elettrica che l’Enel invece respinge. C’è chi dice che ha mal funzionato un apparecchio di ventilazione. Mentre c’è chi dice che l’apparecchio di ventilazione non ha funzionato perché non era collegato al gruppo di continuità, in quanto era collegato alla rete normale. Sono delle voci discordanti”.[4]

 

I familiari sono distrutti: “Com’è potuto accadere?”, domanda disperato lo zio, in ospedale con il resto della famiglia. “E’ una storia incredibile. L’ennesima storia di mala sanità in questa regione. Prego Dio che mia nipote si salvi. Ma chi ha sbagliato deve pagare”.[5]

 

2.3. Sbadigli, litigi e noia

 

Proprio nei giorni del black-out è massima l’attenzione sulle strutture ospedaliere italiane. Un inviato dell’Espresso si è infiltrato per giorni all’Umberto I di Roma, e ne ha ricavato un reportage agghiacciante.

Sporcizia ed incuria regnano in quello che dovrebbe essere uno dei principali nosocomi italiani. Il “Ministero della Salute” si sveglia, ed avvia una ispezione generale.

Le regioni con le maggiori carenze risultano quelle del Sud, ed in particolare la Calabria. Tra i peggiori, se non il peggiore, è l’ospedale di Rogliano, nei pressi di Cosenza, di cui viene ipotizzata persino la chiusura.

Le reazioni sono significative. Quell’ospedale non si tocca, tutti a difendere l’esistente ma nessuno che si impegni a risolvere quanto denunciato dalle ispezioni.

Queste strutture sono viste generalmente come “stipendifici”, elargiscono buste paghe ad un intero paese, che poi debbano occuparsi di sanità è uno spiacevole contrattempo.

Il denaro pubblico è la risorsa da accaparrarsi. Contano le relazioni, i comparaggi, la furbizia. Merito è una parola sconosciuta, pericolosa.

Il posto è l’obiettivo massimo che trasforma una vita potenzialmente disagiata in un’oasi di tranquilla routine.

Il giornalista, l’ispettore, il magistrato, i NAS, la Finanza sono dei ficcanaso che interrompono il succedersi tranquillo delle giornate di “lavoro” fatte di sbadigli, litigate per futilissimi motivi tra colleghi permalosi, organizzazioni scientifiche per eludere il timbro del cartellino ed evitare l’orrido “rientro”, il nemico giurato dei pomeriggi casalinghi davanti alla Tv.

 

“Da anni nella sanità calabrese, a discapito di qualsiasi meritocrazia, è valsa la regola delle assunzioni e dei primariati voluta da politici, sindacalisti e mafiosi. L’incontrollato spreco di danaro pubblico ha permeato tutte le strutture ospedaliere della Regione, sottraendo la spesa alla valutazione delle reali necessità indispensabili alla tutela del malato.”

“All’Assessore regionale alla Salute chiedo che venga predisposto uno strumento che permetta una forma di valutazione idonea a verificare le professionalità che operano all’interno del sistema sanitario calabrese e che consenta, altresì, anche l’allontanamento dall’incarico per chi, assunto per mera compiacenza, gioca con la salute e la vita dell’uomo”.[6]

 

Per qualche giorno, i controlli a tappeto dei Nas sono un fastidio che va ad interrompere il tranquillo “non-lavorare” della sanità calabrese.

Scrive il responsabile dell’Italia dei Valori di Vibo in un comunicato stampa:

 

“Neppure la recente visita da parte del Nucleo antisofisticazione è riuscita a smuovere quella pachidermica e burocratica macchina della direzione aziendale a risolvere alcuni dei problemi in materia di sicurezza sul lavoro nonché igienicità e salubrità degli stessi come emerso dalla recente visita del Nas negli ospedali dell’As n.8.

 

E’ dal 2002 che mi occupo di sicurezza sul lavoro nella As, prima come Responsabile della sicurezza dei lavoratori, poi come dirigente di partito, e più volte ho cercato attraverso anche gli organi di stampa di denunciare la mancata osservanza delle norme in materia di legge 626/94 […] Ma con rammarico devo dire non vi siano state mai date delle risposte.

Egregio Direttore generale, subito dopo la visita nei presidi ospedalieri dell’As lei si è subito premurato a convocare una conferenza stampa per sottolineare che durante i sopralluoghi del Nas non sono state riscontrate gravi irregolarità.

 

A me risulta invece che le irregolarità trovate sono state inviate alla Procura della Repubblica per le indagini del caso.

Nell’ospedale provinciale di Vibo ci sono locali angusti, servizi igienici, carenti muri imbrattati e scorticati dall’umidità, attrezzature mediche obsolete e insufficienti, contro-soffittature a rischio crollo, pazienti ammassati anche in sei, in stanze di pochi metri quadrati; pronto soccorso ortopedia, postazione 118 ambulatorio, endoscopia digestiva e radiologia ginecologia e nido dove i problemi sembrano rimasti a trent’anni fa nonostante i tanti lavori di ristrutturazione. Alcuni interventi potevano benissimo essere già stati fatti ed a costo zero come più volte segnalato ma la testardaggine di alcuni fa si che ci troviamo in queste condizioni   […]”.[7] Il comunicato non sortisce effetti particolari. Alla morte di Federica manca circa un mese.

 

2.4. Ricatto

 

L’ospedale di Vibo teatro della tragedia di Federica risale agli anni ’60. Quello nuovo è in costruzione da tempo.  Ad aprile del 2006, scattava l’operazione “Ricatto”.

Il sostituto procuratore di Vibo Valentia chiedeva il rinvio a giudizio per 14 persone con l’accusa di aver intascato tangenti sulla costruzione del nuovo ospedale.

Si va dalla concussione alla turbativa d’asta, dalla truffa al falso, per arrivare al finanziamento illecito dei partiti.

Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’appalto per la costruzione veniva pilotato per favorire un particolare consorzio di imprese.[8]

 

L’ospedale dove è avvenuto l’incidente è stato aperto oltre 40 anni fa. È stato una fabbrica di “San Pietro”. Altri cinque nosocomi costruiti a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro, pur avendo subito delle riconversioni, non sono riusciti a dare risposte di qualità. Motivo per cui la gente è stata sempre costretta ad emigrare in cerca di salute.

Ma proprio quando la gente sembrava toccare con mano la costruzione di un nuovo e moderno ospedale, ad affossarlo a suon di tangenti sono stati proprio coloro che avrebbero dovuto dare risposte al bisogno di salute: dirigenti Asl, politici, unitamente a pezzi della massoneria e della ‘ndrangheta.[9]

 

La mattina del 21 settembre del 2005, sul cantiere di località “Cocari”, su cui era stata messa la prima pietra un anno prima, arrivarono due sottufficiali dell’arma.

Muniti di una ordinanza emessa dal sostituto procuratore, sequestrarono il cantiere mentre altri colleghi notificavano 31 provvedimenti nei confronti di persone implicate.

 

Un’operazione condotta con circa trecentomila intercettazioni.

“Di tutto si parlava nella direzione dell’Asl di Vibo Valentia – scrivono nel loro rapporto Lopreiato e Marando – all’infuori dei problemi della salute pubblica”.

L’impresa verso cui era stata pilotato l’appalto, come poi è stato accertato, non era altro che un distributore di tangenti a partiti e personaggi politici, qualche ufficiale dell’esercito, esponenti della massoneria, della ‘ndrangheta.

 

“Era un appalto pilotato, questo è evidente, no?”, dichiara il collaboratore di giustizia Cricelli nel corso del processo. Siamo nel maggio del 2006. Le udienze dell’Operazione Ricatto si susseguono.

 

Cricelli ci offre uno spaccato delle modalità di assegnazione di un appalto per un’opera pubblica fondamentale per la comunità:

 

“Gli ho detto: ‘Se non lo volete voi questo lavoro, fatemelo prendere a me? Che io ho altre persone che lo possono affrontare, almeno mi guadagno pure qualcosa io?

E lui mi fa “Eh va bene, però stai attento perché qui non è che ti metti con persone insomma? Ti metti con persone di una certa…? Che se gli devi dare qualcosa gliela devi dare!”.

 

In seguito a questa proposta Cricelli contatta una ditta di Rosarno per accelerare le procedure perché, aggiunge sempre il collaboratore di giustizia, l’imprenditore incaricato “doveva cominciare i lavori e lui non cominciava, tra l’altro gli mandavano diffide, gli mandavano cose, insomma, quindi doveva per forza cominciare questi lavori?

Quindi lui era alla ricerca… di trovare insomma altre persone per forza per fare questo lavoro perché ormai non lo poteva disdire no? (…)

Dopo di che gli porto questa persona e si mettono a parlare. Siccome questo di Rosarno era pure interessato a fare il lavoro sinceramente no? Allora hanno avuto molti… due, tre incontri? Quattro incontri, insomma, durante questo mese, e questo di Rosarno aspettava che gli portava tutti i documenti per fare il contratto di subappalto”.

 

Ma a quel punto qualcos’altro stava interferendo. Interviene la politica, nelle forme del classico ex deputato Udc. E mi diceva: “Oh Mimmo, stai attento che sto sapendo che il contratto lo stanno firmando con un altro?”

“Stavano già firmando il contratto, perché dice che gli era stato imposto, perché dice che questo tra l’altro aveva parlato con un certo Carmelo Lo Bianco e quindi dice che questo appalto, insomma? Tramite un politico l’avevano imposto a fare, diciamo…”

“Mi sa che qui è subentrata un’altra manovra, cioè in poche parole è subentrata la mafia locale, la delinquenza locale e quindi non c’è niente da fare!

Infine, “che era un appalto pilotato e gestito sia dalla mafia che dalla politica, si! Questo è evidente insomma, no?”[10] 

 

2.5. Le reazioni dei politici

 

“C’è uno sciacallaggio da parte dell’opposizione che approfitta di drammi umani, come quello della sedicenne in coma, per attaccare il governo della Regione. Personaggi che dovrebbero riflettere sulle proprie responsabilità per come è stata ridotta la sanità in Calabria, pretendono adesso di dare lezioni di moralismo, sfruttando il dolore. Non ne hanno alcun titolo”. Lo ha detto il presidente della Regione Loiero.

“È sconcertante leggere certe dichiarazioni. Nessun sentimento, neppure di pietà per chi soffre. Solo un becero cinismo. Cavalcano l’onda emotiva per fare polemica politica, per tentare di trasferire sulle spalle di altri le inefficienze, le incapacità, le responsabilità, le vergogne di dieci anni di governo del centrodestra.

 

Sarebbe facile dire che se lo stato degli ospedali calabresi è quello che è, la colpa e di chi li ha ridotti così negli anni. Di un malgoverno che nella gestione del centrodestra ha trovato la sua massima espressione, con una mancanza di progettualità e con situazioni della sanità scandalose come nel caso del nuovo ospedale di Vibo Valentia dove sono stati giudiziariamente travolti fiduciari e amici di corrente e di partito di quanti ora si ergono a fustigatori”.[11]

 

Sentiamo il governo. Signora Livia Turco, ministra della Sanità, ma come si può nutrire fiducia nei nostri ospedali?

“La più grande indagine mai compiuta dai Nas nelle strutture del Paese ha confermato che la buona sanità c’è, che il sistema funziona. Sento il dovere morale di affermarlo. Stiamo per lanciare una campagna per trasmettere questo messaggio ai cittadini. Certo, alcune zone sono particolarmente sofferenti.

Ho parlato oggi con Loiero per avere notizie sulle condizioni della ragazza in coma. Abbiamo concordato di vederci nei prossimi giorni. Si è impegnato a presentarmi un piano di riorganizzazione. L’assessore Doris Lo Moro si sta muovendo con grande determinazione, ma è immaginabile quante resistenze incontri. Lì ci sono poteri forti. È sotto tiro. Qualche buon segnale però arriva”.

 

Ad esempio? “L’episodio di Vibo è stato denunciato con un comunicato ufficiale dell’azienda ospedaliera. In passato avrebbero cercato di nascondere. Lo reputo un segnale di grande importanza. La strada è irta di ostacoli, ma percorribile”.

Tanti piani, ma l’emergenza resta. Perché?

“Scontiamo un’eredità pesante. In Calabria, dove ho compiuto una visita, accanto a centri di eccellenza ho visto ospedali degradati o nuovi, ma mai aperti”.[12]

 

La colpa, dunque, è sempre degli altri. Tra le poche eccezioni, l’ex consigliere regionale Antonino Mangialavori, che ha fatto un mea culpa sullo stato della sanità: la politica in questi anni non ha fatto quanto potuto.

 

Invece, secondo Gaetano Bruni, presidente della provincia di Vibo, il territorio paga prezzi alti per la mancanza di rappresentanti in Parlamento. Gli ospedali non funzionano e non vengono completati perché non ci sono vibonesi a Montecitorio.[13]

 

 

“C’è stato un periodo in cui avevamo rappresentanti che dovevano garantire e tutelare la dignità di questo territorio […]. Oggi addirittura non abbiamo nemmeno rappresentanti e questo io lo dissi due anni fa.

Quando lamentavo l’assenza totale di esponenti di questo territorio nelle liste per l’elezione del Parlamento lo dicevo non per un fatto egoistico e personale ma perché questo territorio effettivamente aveva bisogno di qualcuno che ne tutelasse la dignità e l’identità.

Purtroppo siamo rimasti fuori. Oggi ci accorgiamo che nessuno ci rappresenta. In questi giorni di dolore abbiamo visto il presidente Loiero, l’assessore Lo Moro ma non ho visto nessun deputato e nessun senatore eletto in Calabria partecipare alle manifestazioni. E’ un fatto emblematico delle difficoltà in cui questo territorio si trova oggi e che aumenteranno in futuro”.

 

Va bene, ma la Guardia di Finanza ha depositato una relazione in cui si evidenziano infiltrazioni della criminalità organizzata nelle ditte vincitrici di appalti e numerose irregolarità in varie fasi di gestione. Come uscire da questa situazione, qual è la ricetta per voltare pagina?

 

“Ritengo che non sia solo la sanità vibonese che deve uscire da questi lacci e lacciuoli [corsivo mio], a detta di chi compie queste indagini, la stringono, ma credo che ci voglia uno scatto di orgoglio da parte di tutti noi, perché è il territorio nella sua interezza che giorno dopo giorno viene sempre più demonizzato e criminalizzato.

Se ognuno di noi non matura il convincimento che specie chi ha la responsabilità della gestione debba avere uno scatto di orgoglio e far sì che questo territorio esca da queste pastoie, il futuro potrebbe essere ancora peggiore…”.[14]

 

C’è un’altra scuola di pensiero, quella che risolve tutto con le intitolazioni e le cerimonie.

“L’aula del consiglio regionale intitolata a Federica Monteleone”, è la proposta del presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Bova.[15]

 

2.6. È morta

 

“Mia figlia è morta”. Grida tutto il suo dolore il padre di Federica. La mattina del 26 gennaio l’encefalogramma è diventato piatto.

La conferma arriva dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Cosenza, anche se “non c’ è ancora una dichiarazione formale di morte”.

In casi del genere i medici si riservano di fare altri eventuali accertamenti, effettuando un ulteriore encefalogramma prima di dichiarare il decesso. Nel caso in cui nelle sei ore di monitoraggio, previsto dalla legge, dovesse esserci anche un pur minimo segno di ripresa scatterà un altro periodo di osservazione di altre sei ore, altrimenti verrà dichiarata la morte cerebrale.

L’autopsia è stata comunque fissata per il giorno successivo.

 

Federica non era una ragazza comune. A sedici anni aveva scritto un commovente articolo sull’alluvione che aveva devastato il suo paese. Più volte aveva espresso il desiderio di donare gli organi alla sua morte.

 

I genitori autorizzano l’espianto degli organi ma il legale della famiglia ritiene ci possano essere problemi: “C’è un’indagine in corso per accertare eventuali responsabilità sull’entrata in coma di Federica e gli organi potrebbero essere importanti per l’accertamento della verità”.

 

Nel pomeriggio il ministro della Sanità, Livia Turco, arrivava a Cosenza, accompagnata dall’assessore regionale alla Salute, Doris Lo Moro, per incontrare i familiari.

 

“Siamo distrutti”. Lo ha detto l’avvocato difensore del medico anestesista che ha partecipato all’intervento di appendicite nel corso del quale Federica è entrata in coma.

All’anestesista ed all’infermiere già raggiunti nei giorni scorsi da avviso di garanzia, dovrà essere notificato un nuovo provvedimento, in cui sarà ipotizzato il reato di omicidio colposo, per consentire loro di nominare propri periti in vista dell’esame autoptico.

I compagni di classe del Liceo Scientifico si stavano recando al suo capezzale, con striscioni e regali, mentre i cittadini di Bivona e Vibo Marina per domani avevano organizzato una fiaccolata.

Il sindaco di Vibo Valentia ha proclamato il lutto cittadino per la giornata in cui si terranno i funerali di Federica.[16]

 

 

 

2.7 Ma cosa è successo?

 

L’autopsia ha confermato i sospetti avanzati subito dopo il ricovero nel centro di rianimazione: ad uccidere Federica sarebbe stata la mancanza di ossigeno: “L’autopsia – ha detto il professor Pierantonio Ricci incaricato dalla Procura a condurre l’esame autoptico – ha confermato la diagnosi stilata dai medici della rianimazione dell’ospedale di Cosenza. I tessuti cerebrali, che sono molto sensibili, in caso di mancanza di ossigeno si distruggono in maniera irreversibile”.

 

In contemporanea col blackout in chirurgia, la luce è mancata anche nella sala operatoria del reparto di oculistica dello stesso ospedale. Era in corso un intervento in anestesia locale di cataratta su una donna. In questo caso, però, non ci sono state conseguenze.

 

Più complesso del previsto individuare le cause e le conseguenze tecniche del blackout che ha ucciso la ragazza. Subito dopo la tragedia, infatti, nella struttura sanitaria sono stati svolti lavori urgenti di manutenzione necessari ad eliminare eventuali problemi al sistema elettrico.

Ma l’intervento è servito anche a cambiare la situazione e, oggettivamente, a inquinare le prove.

Tra l’altro, sono state collocate delle scritte sulle prese per indicare quali sono collegate al gruppo di continuità e quali no.

Proprio quella mancata indicazione è alla base dell’errore che sarebbe stato commesso prima dell’intervento cui è stata sottoposta Federica collegando la spina della macchina per l’ossigeno ad una presa elettrica normale e non ad una collegata al gruppo di continuità.

 

Ma l’Asl smentisce: “Nessun lavoro di manutenzione è stato effettuato poiché l’impianto era già perfettamente funzionante”.

 

A questo punto, dunque, la Procura della Repubblica di Vibo si troverà a esaminare una situazione molto diversa da quella che si era creata durante l’operazione e non sarà semplice individuare eventuali responsabilità dell’anestesista e dell’infermiere, allo stato gli unici due indagati nella vicenda.

 

Sembra certo, comunque, che si sia trattato di un blackout interno. L’alimentazione dall’Enel, infatti, non ha mai subito interruzioni. Una delle ipotesi che vengono avanzate è che possa essere collegato ai lavori di ristrutturazione dell’ospedale che sono in corso e che interessano il primo piano della struttura.

A causa della mancanza di corrente l’apparecchiatura per l’erogazione dell’ossigeno alla ragazza si è bloccata.

La possibile imperizia potrebbe essersi determinata nel periodo in cui alla ragazza è venuto meno l’ossigeno a causa del blackout poiché alla giovane potrebbe non essere stata fornita l’assistenza necessaria.[17]

 

Il blackout – quindi  – sarebbe stato dovuto ad un sovraccarico. Il sequestro della sala operatoria è stato sollecitato dal legale della famiglia.

 

Il legale, nella denuncia, ipotizza tre scenari sui quali chiede alla magistratura di fare chiarezza: l’errore umano nell’inserimento della spina dell’apparecchio della respirazione nella presa non collegata al gruppo di continuità; un ritardo nell’avvio dell’operazione di respirazione manuale ed un problema alle attrezzature ed all’impianto elettrico”. “Ci sono una serie di interrogativi – ha detto Cantafio – che devono essere chiariti.

 

Abbiamo chiesto il sequestro della sala operatoria perché, prima di tutto, occorre verificare se l’impianto e le apparecchiature funzionavano regolarmente. L’Azienda sanitaria dice di sì, ma è anche vero che i tecnici della stessa Azienda sono intervenuti durante l’operazione per sistemare il problema.

Se tutto funzionava regolarmente, allora, si deve essere trattato di errore umano”.

 

Al riguardo, il legale nell’esposto chiede che si faccia chiarezza sui tempi di reazione dell’anestesista – rianimatore per avviare la respirazione manuale, e se corrisponde al vero, “come ha detto l’Azienda sanitaria che la spina del macchinario era stata inserita in una presa sbagliata”.

“Vorremmo sapere quale di questi tre problemi si è verificato”.

 

“Anche sui motivi del black out non sappiamo ancora niente: l’Enel dice che non c’è stato, qualcuno parla di lavori interni all’ospedale. Bisogna fare chiarezza anche su questo”.

Il legale della famiglia di Federica si è anche riservato di nominare un proprio consulente qualora la Procura disponesse eventuali accertamenti tecnici.[18]

 

 

 

2.8. “Non uccidetela di nuovo”

 

Soltanto le cornee di Federica sono state espiantate. La decisione è stata presa nel corso di un incontro nella Procura della Repubblica di Vibo Valentia tra i magistrati, il medico legale e gli avvocati degli indagati e della famiglia Monteleone.

I genitori avevano chiesto l’espianto di tutti gli organi come la ragazza aveva chiesto più volte da viva. Ma la cosa non è stata possibile per una questione di tempi: la necessità giuridica di procedere all’autopsia per arrivare a stabilire le responsabilità si è scontrata con i tempi rapidi di espianto e con la necessità di esaminare altri organi in sede di indagini.

Il padre, pur travolto dal dolore, avrebbe voluto che almento questa volontà di Federica fosse rispettata. Il compito è stato affidato al legale della famiglia: “Avvocato – gli ha detto il signor Monteleone – Faccia in modo che non la uccidano di nuovo”. Alla fine, dopo la riunione con i magistrati, si è arrivati alla mediazione: sì all’espianto delle cornee, impossibile donare gli altri organi.[19]

 

“Almeno una parte di Federica vivrà”, ha commentato il padre.

La rassegnazione, però, non ha tolto la volontà a Giuseppe Monteleone di portare avanti l’idea di sua figlia: “Vogliamo diventare testimonial delle campagne per la donazione di organi” ha detto, insieme alla moglie, Maria Sorrentino. La generosità di Federica non è stata vana: due persone torneranno a vedere grazie alle sue cornee, espiantate nel pomeriggio nell’ospedale di Cosenza.[20]

 

 

 

2.9. I funerali

 

Ventotto gennaio, sono le 15.30. I funerali di Federica nella chiesa Maria Santissima del Rosario.

“Ciao Federica, ora danzerai in cielo con gli angeli”. Su uno striscione appeso sulla facciata della chiesa, il saluto della città. Erano in duemila a seguire i funerali ma altre centinaia di fedeli che non erano riusciti ad entrare, sostavano silenziosi sul sagrato.

“Ai genitori di Federica bisogna dare delle risposte”, ha detto dal pulpito il vescovo Domenico Tarcisio Cortese. “Federica va ricordata per la sua gioia, per il suo amore, per il suo impegno per la vita che è dimostrato dallo straordinario gesto di donare gli organi. Lei resterà in mezzo a noi come maestra di solidarietà e d’amore”. In prima fila c’erano i genitori e Saverio, il fratellino di undici anni. Dietro, le compagne di scuola di Federica, vestite in abito bianco come piccole spose. Il nonno paterno, durante la cerimonia, si è sentito male, ma è stato sufficiente accompagnarlo fuori dalla chiesa perché si riprendesse.[21]

 

Migliaia di palloncini colorati sono stati liberati in cielo quando la bara bianca ricoperta di garofani rossi è uscita dalla chiesa portata a spalla da un gruppo di giovani. Prima un lungo applauso aveva accolto il feretro che dalla vecchia chiesa dove è rimasto esposto fin dal primo pomeriggio, è sceso lungo le strade della città fino alla chiesa sul mare.

 

Ai funerali c’era il sindaco, il presidente della Regione Calabria e i vertici dell’Azienda sanitaria, ma c’erano molti compagni di scuola di Federica, i loro insegnanti e il preside del liceo scientifico Berto che ha deciso di intitolare a Federica l’aula che frequentava, la seconda F.

“Di Federica – ha detto l’insegnante di lettere, Vittoria Saccà al microfono della chiesa – ci rimarranno i segni indelebili del suo passaggio sulla nostra terra. Non ti dimenticheremo mai. I tuoi occhi continueranno a guardare il mondo”.

 

 

 

2.10. Dall’altra parte

 

“Il direttore generale, il direttore sanitario e il primario di chirurgia faranno la fine del dottor Catuogno”.  È la minaccia rivolta da una persona non identificata in una telefonata fatta al centralino dell’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia, dove ieri sono state espiantate le cornee.

 

A dare notizia della telefonata di minacce è stata l’Azienda sanitaria di Vibo Valentia. Costanzo Catuogno era il primario del reparto di Urologia che fu ucciso il 30 gennaio del 2001 da Saverio Mesiano, marito di Donatella Labate, incinta di sei mesi, morta mentre veniva operata da Catuogno.  Mesiano fu arrestato il giorno stesso dell’omicidio.[22]

 

Non ci stanno i medici dell’ospedale di Vibo Valentia a passare per “mostri” e, dopo alcuni giorni passano al contrattacco.

 

Una denuncia contro Agazio Loiero e Doris Lo Moro per omessa vigilanza. Una decisione maturata anche in seguito alla scelta del Governatore di costituirsi parte civile nell’ambito del processo avviato dalla magistratura per fare luce sulla  morte della giovane Federica Monteleone.

“La Regione era a conoscenza dell’inadeguatezza della struttura – hanno dichiarato i medici – ma non ha fatto nulla. Si è interessata alla costruzione di alcune cattedrali sanitarie, ma l’ospedale di Vibo è finito nel dimenticatoio”.

I medici hanno anche rivolto un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, denunciando di essere vittime di uno “sciacallaggio lesivo della nostra professionalità e volto a coprire le responsabilità politiche che ci sono in questa vicenda”. L’inadeguatezza del nosocomio vibonese è storia vecchia, tanto che la denuncia dei medici riguarderà anche l’ex Governatore, Giuseppe Chiaravalloti e l’allora assessore alla sanità, Gianfranco Luzzo.[23]

 

In un comunicato stampa, i medici anestesisti della ASL 8, affermano i seguenti concetti:

  • la vicenda è stata “spettacolarizzata”;
  • è “ingeneroso e fuorviante” essere definiti “assassini e macellai”;
  • vanno censurati quanti “invece di educare alla legalità, si sono messi in testa a cortei che incitano alla violenza e all’odio”;
  • i medici sono vittime della “malapolitica” che non ha creato “strutture adeguate”.

 

Le indagini, manco a dirlo, devono procedere “a 360 gradi”.[24]

 

Il rapporto con la politica, nelle aree infettate dal clientelismo strutturale, è sempre stato caratterizzato da un’apparente schizofrenia. Il politico è immancabilmente ladro, corrotto, genera inefficienza e sprechi.

È il capro espiatorio perfetto, il colpevole immancabile. Ma allora, perché li votate? Non sono ladri quando vi procurano il posto, non sono corrotti quando scambiano i voti con i favori, non è “malapolitica” quella che annulla i meriti e premia i comparaggi?

 

 

 

2.11. Attenti a questa rabbia

 

“Ti vogliamo bene Federica”. “Kikka torna presto”. “Torna tra noi, siamo tutti in ansia. Affrettati”. “Ti vogliamo bene, non dimenticarlo mai. Abbiamo tutti bisogno di te”.

È con questi piccoli messaggi, lasciati sul suo banco, che i compagni di classe di Federica della seconda F del liceo scientifico Giuseppe Berto di Vibo Valentia, manifestano tutto il loro affetto ed attaccamento per l’amica che si trovava ricoverata in coma.

 

Tra i ragazzi c’è incredulità, dolore, ma anche tanta rabbia.

 

Elena è la sua compagna di banco: “Questa mattina quando non l’ho vista mi sono messa a piangere anche se sapevo cosa le è successo”. “Ci manca tutto di lei – dice Viviana che con gli occhi lucidi – il suo sorriso”.

Mentre parla i compagni si avvicinano e le voci si sovrappongono. “Ci mancano – dice Erika – i suoi interventi. Le sue domande intelligenti che servivano ad approfondire gli argomenti. Col suo sorriso ci fa capire quanto siamo importanti per lei”.

Giusy racconta il momento in cui ha appreso la notizia:

“Era sabato pomeriggio ed ho provato un vuoto enorme. Rabbia, dolore ma anche odio nei confronti di chi non è stato attento”. [25]

 

Il ricordo degli amici di Federica. Una manifestazione spontanea di studenti che si sono radunati davanti ai cancelli dell’ospedale di Vibo. Significativa la presenza di uno striscione che recitava: “Medici macellai, sapete solo tagliare, non curare”. Gli studenti sono poi andati in corteo fino a piazza Municipio, dove la manifestazione si è conclusa.[26]

 

Hanno protestato più di 150 alunni di diverse scuole, del Magistrale, dell’Industriale, della Ragioneria ed altre ancora.

Tutti insieme davanti al cancello automatico dell’ospedale civile, con cartelloni, megafono e tanta, tantissima ira.

A gran voce hanno urlato più volte: “Macellai, vergogna, avete reciso un fiore”.

 

E ad ogni autoambulanza che usciva dall’ospedale i fischi, il lancio di arance, insulti e ingiurie varie: “Buffoni, pagliacci, assassini. Aprite gli occhi perché per i vostri errori la gente muore”.

Mentre a chi si recava invece al pronto soccorso con urgenza il coro dei ragazzi recitava: “Non venite all’ospedale, non venite all’ospedale, ché vi possono ammazzare ché vi possono ammazzare”.

 

Per un attimo è sembrato che la protesta potesse prendere una “brutta piega”, poi, forse, l’intervento della Polizia ha calmato gli animi. Ma non l’indignazione.

Tanti erano i cartelli sui quali si potevano leggere parole offensive nei confronti dei medici, ma pure frasi di cordoglio per la dolcissima “Kika”.

Ne riportiamo qualcuna: “La tua passione era la danza, ma non smetterai di farlo. Ballerai con gli Angeli”, ed ancora “Basta con gli errori, non può finire così la vita di una sedicenne”.

Ma quello più significativo era stato affisso sul muro all’entrata dello Jazzolino, e riportava due semplici termini: “Senza Parole”, contro la sanità vibonese a firma della rappresentanza studentesca di Vibo. E poi ancora: “Dovete pagare tutti!”.

 

Insomma, gli studenti ieri hanno “tirato fuori” veramente tutta la loro collera, chiedendo inoltre più giustizia e maggiore professionalità. Ilenia, Marilena, Carmelo, Alessio e Vanessa sono soltanto alcuni dei ragazzi che hanno manifestato e che si aspettano quel cambiamento promesso, persino, dal ministro Turco.

“Quando stiamo male – ha detto Giuseppe, uno studente dell’Industriale – dobbiamo avere la sicurezza che ci sia qualcuno in grado di salvarci, non di ucciderci”. I rappresentanti della Ragioneria, che erano stati a Cosenza insieme alla classe di Federica il giorno della tragedia, hanno ribadito la loro incapacità nel credere come sia stato possibile morire, oggi nel 2007, per un semplice intervento di appendicite. Aggiungendo, comunque, che “non è la prima volta che il nostro ospedale si trova a dover fare i conti con episodi del genere”.

Infine, tutti gli studenti si sono indirizzati verso piazza Municipio, paralizzando, per qualche minuto, il traffico su via Matteotti, per poi spostarsi nei pressi del Liceo scientifico dove la manifestazione si è conclusa.[27]

 

 

“Un respiro e un grido di lotta”, e’ il titolo di una lettera inviata ai giornali dai ragazzi

“Imis”, per noi e’ la sigla che vuol dire incompetente – malata – indifferente – sanità.

E da oggi per i prossimi, per quando purtroppo riaccadrà, per chi è stato ricordato solo per un giorno e poi dimenticato, per chi è stato e per chi sarà, ma soprattutto per “TE”, lo lasciamo scoppiare questo grido.

E che si espanda davvero. Una volta per tutte. Grandi, grandi, grandi. Bravi, bravi, bravi. Ragazzi! Siamo stati grandi e bravi.

Lo siamo sempre quando c’è da esserlo, come ieri. E “manifestare” non è banale e in questi casi, con o senza autorizzazioni, non è illegale. Non cambia le cose, è vero, ma le ricorda in tutta la loro importanza. Questo è per Federica e per chi ha gridato con noi. A te piccolo angelo, auguriamo una dolce notte, fai tanti,tanti,tanti.. sogni belli. A voi, grazie per l’unità… e per quel giovane brivido. Solo per voi. Il resto: un grande basta a chi ci spacca il cuore. Il nostro vescovo ha ragione: “In giro, solo intellettuali con l’ignoranza di ebeti”.

 

 

3. Il contesto

 

3.1. Il vescovo: “Con la stima di sempre…”

 

Le parole del vescovo ai funerali non erano frasi infiammate, proposizioni incendiarie. Erano considerazioni di buon senso rese accalorate dall’emozione generale. Alcune frasi sono state estrapolate dal contesto. In ogni caso, il buon prelato ha avuto fretta di far sapere all’establishment che non si è schierato dall’altra parte, che non guida rivolte contro il sistema che regge la società del luogo.

La benedizione di Madre Chiesa non verrà meno.

 

Scrive il vescovo in una lettera ai giornali:

 

“Ill.mo e caro Direttore Generale,

anche se permane la comprensibile emozione in tutti per la morte di Federica Monteleone, attutito l’inevitabile clamore, auspico e spero che l’Azienda Sanitaria da Lei diretta con amore e competenza [corsivo mio], possa ritrovare in tutte le sue componenti, la necessaria e doverosa serenità per continuare a servire i malati con dedizione.

Esprimo la mia piena fiducia nell’operato dei medici e di tutto il personale dell’ospedale di Vibo Valentia. Nella mia omelia per la morte di Federica ho detto che stimo ed amo i medici. Peraltro ho doverosamente richiamato l’urgenza e l’esigenza di non abbassare la guardia “della responsabilità” verso la vita che è sacra specialmente se debole e malata e perciò deve essere servita in ginocchio, volendo così esprimere il profondo rispetto per i malati e la piena dignità che la professione medica esige.

Responsabilità sempre personale.

Nell’emozione del momento le mie parole dell’omelia non sono state prese da tutti nella loro interezza, ma ognuno le ha interpretate ed usate secondo i propri sentimenti e personali valutazioni suscitate dal tragico evento.

Lungi da me far ricadere sull’intera categoria dei medici ed il personale dell’ospedale la responsabilità di qualche singolo elemento o peggio criminalizzarla per singoli atti. Lo affermo come cittadino anche se consapevole che nel nostro modo di valutare ed osservare spesso prevale l’emotività istintiva esasperata fino all’irresponsabilità.

Si è portati per singoli e circoscritti episodi a generalizzare colpevolizzando le categorie peraltro sempre nel male. Difficilmente si generalizza nel bene.

Lo affermo come cittadino membro di una categoria, quella del clero, che è al primo posto come bersaglio delle generalizzazioni.

L’errore dell’uno è l’errore della categoria e nella condanna viene coinvolta l’intera categoria.

Non è tuttavia da considerare atto di offesa e di condanna da parte dei genitori e dei parenti di Federica né da parte dei cittadini tutti, la richiesta e l’esigenza di conoscere la verità su quanto accaduto in quei pochi momenti che hanno stroncato una giovane e promettente vita nel fiore degli anni e dei sogni.

Non è condanna o offesa l’impellente richiesta da parte di tutti di dover dotare il vibonese di strutture e mezzi adeguati per curare i malati affinché la sanità sia sempre “buona sanità” e per la dedizione del personale e per la disponibilità di mezzi e strutture.

Voi tutti che operate nel campo delicato della sanità, siete del resto preoccupati più di tutti per l’inadeguatezza di mezzi e strutture, ormai fatiscenti, nonostante l’impegno da Voi profuso per tenerle in efficienza. Caro direttore, so quanto vi state impegnando per la costruzione del nuovo ospedale di Vibo, ormai indilazionabile, adeguato e attrezzato per tutte le esigenze che una buona sanità richiede nel nostro comprensorio.

Sono certo che il sacrificio di Federica sia l’onda d’urto per accelerare la costruzione della nuova struttura ospedaliera costituendo per la autorità politiche la doverosa spinta, rompendo ogni indugio e remora.

Carissimo direttore, in questo particolare momento di sofferenza e preoccupazione sono vicino a voi ed a tutto il personale dell’ospedale con la mia stima il mio sostegno ed il mio affetto.

La madonna, salute degli infermi, sorregga e protegga il vostro impegno e la vostra dedizione

Con la stima di sempre e tanta cordialità”.[28]

 

Amen.

 

 

3.2. “I docenti non incitano alla rivolta”

 

Dopo le manifestazioni, la paura che la ribellione contagi il resto della societa’  è forte. Arrivano le accuse: le manifestazioni erano scuse per far vacanza, i docenti non hanno saputo tenere a freno i loro ragazzi.

 

Scrive il preside del Liceo di Federica:

 

“[Chi ci accusa] non ha capito nulla degli atteggiamenti e della manifestazione silenziosa degli studenti.

Nella sua palese ottusità non ha capito che il corteo silenzioso per Federica è stato organizzato e voluto spontaneamente e tenacemente dagli studenti di tutte le scuole vibonesi e della provincia. Non dai dirigenti scolastici o dai professori.

Non si possono chiamare “commedie” o “desiderio di vacanza” le manifestazioni che scaturiscono in modo genuino e spontaneo dall’animo innocente e puro dei nostri giovani.

[Chi ha offeso] la dignità e la spontaneità degli studenti della provincia, dovrebbe chiederne ammenda.

Si ricordi che il corteo silenzioso dei giovani delle scuole della provincia è stato considerato, come testimoniano i numerosi apprezzamenti dei cittadini, un mirabile esempio di compostezza e civiltà che ha commosso l’opinione pubblica.

Nella sua chiusura mentale [c’e’ chi] non ha capito che la manifestazione degli studenti aveva l’evidente scopo di evidenziare un dramma che ha colpito non solo la famiglia di Federica ma anche la sensibilità dei suoi compagni di scuola e di tutta la società.

Non si vogliono capri espiatori, l’abbiamo detto mille volte. Gli studenti, i cittadini di Vibo e dell’Italia tutta vogliono la verità affinché non si verifichi più quanto è successo a Federica.

Il prossimo corteo si farà in data 7 febbraio 2007, organizzato dall’Ufficio Scolastico Regionale, non per fare “commedie” o per colpire qualcuno ma per ricordare, per cercare di migliorare questa società e soprattutto per mettere a tacere e non essere contaminati da uomini che sono capaci di ingiuriare i sentimenti dei giovani e che offendono quanto di più bello esiste ancora nella nostra società: lo spirito puro e genuino della gioventù.

O, secondo lei, anche l’Ufficio scolastico regionale organizza “commedie”?

 

[…] I Dirigenti scolastici e i docenti non “incitano alla rivolta”, come e’ stato scritto, non esiste nel nostro dna questo sentimento sovversivo che solo lei vede, sappia che il nostro nobile mestiere è quello di curare la formazione culturale dei giovani e di inculcare loro quei valori di fratellanza e solidarietà.

Si ricordi ancora che il sottoscritto ed i docenti sentono la vicinanza dei propri studenti afflitti e profondamente turbati dal dramma di Federica ed un padre se vede i propri figli piangere deve comportarsi da padre non da critico insensibile ed arido […].

Infine […] invito a seguire i cortei dei giovani […]. Se poi nemmeno il dramma di una giovane quindicenne riesce ad aprire il cuore… […]”.[29]

 

 

 

3.3.  Spoil system e guerra tra bande

 

“Non ho rassegnato le dimissioni, né esiste alcuno scontro in atto con il management aziendale o con chicchessia. Non ho altro da dire, se non che, per quanto mi compete, ritengo indispensabile fare chiarezza sull’incidente che è costato la vita a una ragazza innocente. Per fare questo, però, serve grande senso di responsabilità”.

 

Dopo la morte di Federica, l’ASL 8 avvia un’indagine interna e la affida al dottor Cataudella. Il dibattito non si concentra sulle cause della morte della ragazza, sulle carenze delle infrastrutture, sui problemi della sanità.

Tutti sono concentrati ad ipotizzare scontri tra dirigenti, possibilità di dimissioni, rivalse tra colleghi.

 

L’inchiesta vera e propria, almeno in una prima fase, non sembra proporre grandi risultati. L’acquisizione delle dichiarazioni dell’equipe medica che ha effettuato l’intervento, i verbali.

Da alcuni medici avrebbe ricevuto una pronta risposta, da altri no. Informazioni nel complesso insufficienti.

 

A questo punto avrebbe chiesto al management dell’Asl la nomina di una commissione di esperti, con un chirurgo, un anestesista, un medico legale e un biomedico, che potesse coadiuvarlo per fare chiarezza.

 

Il management, a questo punto, si sarebbe dimostrato insoddisfatto delle sue conclusioni, senza però pronunciarsi sull’opportunità della nomina di una commissione d’esperti.

 

Perché raccontare una tra le tante beghe di un’Asl italiana? Perché è molto istruttiva.

 

Cautadella è stato indicato a suo tempo come probabile direttore generale dell’ASL. Un incarico che fu poi assegnato all’attuale manager Francesco Talarico. La partita, in fondo, all’epoca si giocò all’interno del Pdm, il Partito Democratico Meridionale, la formazione personale creata dal presidente regionale Loiero dopo la sua rottura con la Margherita.

 

Come fu nominato il direttore? In base a meriti, curricula, punteggi? Non proprio. Il governatore Loiero e l’assessore regionale Lo Moro arbitri, il presidente della commissione regionale Sanità Amato a supporto di Talarico, il presidente della Provincia Bruni dalla parte di Cataudella.

La spuntò Talarico. La tragica vicenda che ha portato alla morte la giovane Federica, ha finito con il riportare all’attenzione della giunta regionale la conduzione dell’As di Vibo.

E nella riunione di mercoledì scorso l’assessore Lo Moro ha espresso un giudizio fortemente critico sul management dell’Asl 8, etichettando come figure “inadeguate” le stesse che dopo lo spoil system aveva provveduto a indicare.[30]

 

Per alcuni la tragedia di Federica è un dramma inimmaginabile, un dolore che non si può sopportare. Altri, magari non Cautadella, lo vedono con altri occhi. Una occasione per rassegnare poltrone e consumare vendette.

Del resto, anche le inchieste della magistratura o gli articoli dei giornali sono spesso visti così.

Frutto avvelenato di interessi, pressioni, gruppi di potere. Armi non convenzionali nella guerra tra bande che ha come obiettivo le poltrone e le prebende che ne conseguono.

Che esistano leggi uguali per tutti, o giornalisti che abbiano voglia di scrivere una inchiesta senza particolari interessi alle spalle, sono concetti che non appartengono alla Weltanschaung  di personaggi cresciuti con una mentalità preistorica: le tribù che si fronteggiano, la preda in mezzo.

Questa gente cerca soluzioni alla malasanità, ma non capisce che semplicemente ne è la causa.

 

 

 

3.4. Una nuova alba

 

Manette al clan Lo Bianco di Vibo Valentia. Svelati i condizionamenti della cosca sugli appalti nell’ospedale della città. Ventitré provvedimenti di fermo contro elementi della famiglia accusati di associazione mafiosa, estorsione e usura.

Con imprese ‘amiche’, gli affiliati alla cosca erano riusciti ad ottenere appalti per lavori e forniture nell’Azienda sanitaria e nell’ospedale di Vibo. E quando gli appalti venivano assegnati ad altre aziende, la cosca imponeva il pagamento del pizzo sui lavori grazie a propri infiltrati che lavoravano all’interno dell’Azienda sanitaria.

 

E’ quanto emerge da una inchiesta condotta dalla squadra mobile di Vibo e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. I dipendenti dell’Azienda sanitaria che sono stati fermati non occupavano ruoli di vertice nell’azienda, ma sono considerati dagli investigatori elementi di spicco della cosca Lo Bianco, egemone in città.

 

L’operazione è stata denominata New Sunrise (Nuova Alba) perché è la prima volta che viene colpita la cosca che esercitava un controllo assoluto su alcuni imprenditori e commercianti di Vibo Valentia.[31]

 

Tra gli indagati anche il vicepresidente del consiglio regionale calabrese, dell’Udeur, con l’ipotesi di reato di voto di scambio.

“La mia vicenda, che sarà ampiamente chiarita appena ne avrò la possibilità, non ha nulla a che spartire con l’indagine su ‘ndrangheta e sanità a Vibo Valentia”, ha dichiarato, aggiungendo: “ogni e qualunque accostamento del mio nome e della contestazione a me mossa a questo tipo di reati da altri commessi è destituito di ogni fondamento”.[32]

 

I Lo Bianco, legati ai Mancuso di Limbadi, una delle cosche più potenti della Calabria, per l’accusa esercitavano una pressione costante sulle attività economiche ed imprenditoriali di Vibo Valentia, arrivando al punto di “pattugliare” le vie cittadine per individuare nuove vittime.

Quando ciò avveniva, gli affiliati intimidivano il commerciante o l’imprenditore di turno ed aspettavano che fossero le stesse vittime a chiedere la loro “protezione”. E, ovviamente, non sfuggivano gli appalti nel settore della sanità.

Quando la cosca non riusciva ad intervenire direttamente, ci pensavano tre dipendenti dell’Azienda, fermati ieri, tra i quali il figlio del boss, a segnalare quali erano le ditte da sottoporre ad estorsione.

 

L’inchiesta ha avuto un’accelerazione dopo che gli investigatori erano riusciti a compiere un blitz durante un summit mafioso capeggiato dal boss della cosca, Carmelo Lo Bianco, di 75 anni, che si svolgeva nella palazzina trasformata in bunker nella quale vivono il capo, suo figlio, il cognato ed il genero.

 

Una palazzina dotata di un sistema di video sorveglianza con il quale il boss controllava tutto ciò che avveniva all’esterno.

Nel blitz la polizia, per non scoprirsi, si era limitata ad identificare i personaggi presenti, ma dalle successive intercettazioni, gli investigatori si sono resi conto che qualcuno aveva fiutato il pericolo ed era in procinto di scappare.[33]

 

I Lo Bianco avevano preso di mira l’Asl e il nuovo ospedale di Vibo. Con imprese “amiche” il clan era riuscito ad ottenere appalti per lavori e forniture. E quando le opere venivano assegnate ad altre aziende, la ‘ndrina imponeva il pagamento del pizzo grazie a propri uomini che lavoravano all’interno dell’azienda sanitaria stessa.

Per portare a compimento l’operazione, c’è voluto un piccolo esercito. Nelle fasi esecutive sono stati impiegati circa 200 uomini appartenenti a tutte le questure calabresi, oltre che a quelle di Foggia, Taranto, Messina e dell’anticrimine di Rosarno.

 

Nel caso in cui si fossero registrate resistenze la rappresaglia sarebbe scattata immediatamente: dapprima soltanto qualche avvertimento (le cartucce di pistola o fucile davanti alle saracinesche, o telefonate anonime) fino a passare alle vie di fatto con tanto di ritorsioni, minacce e danneggiamenti alle stesse attività commerciali. Una cappa asfissiante, che non lasciava scampo ad alcuno.

 

Dice il sindaco, Sammarco:

“Come Associazione antiracket, di cui in qualità di sindaco della città sono presidente,  appena ne avremo la possibilità ci costituiremo parte civile. E’ un atto dovuto e voluto perché è necessario ricostruire un tessuto sociale sano, dopo questa ennesima eccellente operazione della nostra polizia che consente alla città di Vibo di tornare a respirare. […]

Un amministratore è chiamato a riflettere su quanto sia difficile resistere ai condizionamenti ambientali in un territorio permeato dalla presenza mafiosa.”[34]

 

 

 

Il provvedimento di fermo, emanato dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Marisa Manzini, è formato da oltre 2700 pagine.

 

“La triste fama che la popolazione associava ai Lo Bianco ed ai Mancuso di Limbadi, cui i primi sono strettamente collegati, consentiva, ormai, alla famiglia di chiedere ed ottenere senza la necessità di minacciare”.

 

Non mancavano, tuttavia, gli atti intimidatori che il clan commetteva per preservare la stessa egemonia guadagnata nel corso degli anni. Un’azione che tra le vittime creava, naturalmente, uno stato di omertà, tant’è che le risultanze dell’inchiesta sono costituite principalmente da intercettazioni telefoniche ed ambientali.

 

In pratica, la maggior parte degli imprenditori o dei commercianti che avviava la propria attività a Vibo Valentia, sempre secondo il pm, era gia consapevole a cosa andasse incontro e, nella maggior parte dei casi, accettava di pagare la mazzetta ai Lo Bianco “per non avere problemi”.

In alcune circostanze le vittime prevenivano addirittura le richieste, ben consapevoli delle conseguenze alle quali sarebbero andate incontro nel caso in cui non si fossero adeguate alla prassi.

 

Spesso, secondo quanto emerge dalle indagini, per gli indagati era sufficiente far notare la loro presenza nei pressi delle attività “attenzionate” per incutere paura. Gli investigatori, infatti, hanno accertato che quotidianamente gli esponenti del clan effettuavano un vero e proprio servizio di pattugliamento diretto a controllare ogni movimento, ogni avvio di attività, per valutare la possibilità di “concludere un buon affare”.

 

E chi cercava di sottrarsi al “pizzo” veniva immediatamente richiamato all’ordine. Un esempio significativo è quello relativo alla vicenda vissuta da un commerciante di Mileto.

Domenico Franzone (alias “Chianozzo”) e Filippo Catania, quest’ultimo cognato del presunto boss Carmelo Lo Bianco, “ponevano in essere una richiesta estorsiva, in conseguenza di un esplicito messaggio intimidatorio”.

Nello specifico i due indagati sarebbero ricorsi a “mezzi espliciti per rafforzare eventuali richieste estorsive “bonarie” alle quali il commerciante (che negli anni è stato letteralmente bersagliato da danneggiamenti, alcuni dei quali anche molto gravi) non aveva ancora aderito, passando a più espliciti atti intimidatori, alle minacce anonime, fino a formulare una richiesta di denaro volutamente spropositata (50.000 euro) come “punizione per essersi sottratto al pagamento precedente”.

 

Nell’inchiesta emergerebbe una “sana” regola di omertà a cui il commerciante si attiene, il quale, nonostante abbia spesso denunciato gli atti intimidatori di cui era stato vittima, non ha mai dichiarato, anche se li conosceva, chi fossero i suoi aguzzini o, almeno, quali fossero i suoi sospetti.

Alla fine si era dovuto adeguare accettando le imposizioni ricevute: “Glielo hai detto di non andare domani mattina a fare i testimoni?”, che equivaleva al divieto di non andare a denunciare l’episodio.

L’assoggettamento se, per un brevissimo lasso di tempo era venuto meno, era subito dopo ripristinato e gli atti intimidatori cessavano sino al prossimo tentativo di ribellione.

 

Gli episodi di natura estorsiva, solo sporadicamente proceduti da danneggiamenti o altri segnali che, talvolta, anticipano la richiesta di pagamento del “pizzo”, evidenziano “lo stato di assoluta soggezione in cui versa il settore imprenditoriale. Il principio di base del clan è quello di ritenere che tutto, a Vibo, sia sotto il controllo dello stesso, e chiunque espleti qualsivoglia attività economica, è obbligato a “partecipare” economicamente alla sussistenza della organizzazione criminale”.

Le pretese si ridimensionavano o si annullavano soltanto nel caso in cu l’interesse del gruppo nei confronti di un obiettivo riguarda altri consociati o soggetti che, per vari “meriti”, non dovevano essere toccati.

 

La forza intimidatrice della cosca la si può riassumere nelle dichiarazioni captate allo stesso Filippo Catania, il quale dopo aver parlato di “piani” all’interno dell’organizzazione, di votazioni ed altro, si lasciava andare in una spiegazione, per gli inquirenti, esaustiva di quello che per lui vuol dire “essere in grado di comandare ed ottenere rispetto”:

“Bisogna incutere timore – dice – negli stessi componenti della propria organizzazione”.

 

Poi si lascia andare ad una metafora:

 

“E’ inutile che critichiamo l’operato che fa un altro, perché ci mettiamo e facciamo noi l’operato e facciamo tutto pure noi… Ecco… Sai quando non si sbaglia? Eh? E non gli dai nemmeno la possibilità di parlare… e hanno paura di parlare?… Quando gli fai paura… come là sotto… Là sotto fanno paura… Quando vai ti fanno paura, ti guardano negli occhi. Perché quelli sai che dicono?

“Che cazzo mi guardi? Perché mi guardi in questo modo?” L’istinto animalesco lo abbiamo tutti. Lo sai che l’animale ad un altro animale più forte non lo guarda negli occhi? Si abbassano come sottomissione. Abbassano lo sguardo come sottomissione. Lo sai o no?”.

 

In questa conversazione è chiaro il cenno, per gli investigatori, alla cosca Mancuso di Limbadi (“là sotto”) a cui, comunque, i Lo Bianco sono tenuti a fare riferimento.[35]

 

 

3.5. Più assistiti che abitanti

 

Gli abitanti della regione Calabria sono poco meno di due milioni. Gli iscritti all’assistenza sanitaria – per i quali la Regione pagava regolarmente – 2milioni 396 mila e 875.

Al suo insediamento, l’assessore Lo Moro aveva richiesto una verifica dell’anagrafe regionale.

I risultati sono stati sconcertanti. Intanto l’archivio non era meccanizzato: non si basava sul codice fiscale ma su nome e cognome, e quindi non era in grado di individuare le omonimie e le duplicazioni.

In secondo luogo, dal 1982 i dati non venivano mai aggiornati, mai una cancellazione, e quindi la regione spendeva trenta milioni di euro l’anno per 400mila utenti fantasmi, cioè persone decedute, trasferite all’estero oppure al nord alla ricerca di lavoro e civiltà, e persino gli assistiti che semplicemente avevano deciso di cambiare dottore.

 

Ma a chi andavano i soldi? A 3 mila e 500 medici territoriali che incassavano per gente che era morta da dieci anni, per famiglie intere trasferitesi al nord Italia o anche nella stessa regione: ogni nuovo domicilio un nuovo medico, senza che nessuno si preoccupasse di farlo sapere alle Asl che tenevano i registri.

Inconsapevoli cittadini risultavano in cura da più medici di base.[36]

 

 

 

3.6. Il paese dei desaparecidos

 

La parte centrale della Calabria non è una “zona tradizionale”, cioè un territorio di antica e consolidata presenza mafiosa. Lo è diventata negli ultimi anni, sotto la pesante influenza dei clan tirrenici reggini ed al chiuso di paesi piccolissimi, isolati, pieni di manovalanza da sottrarre all’emigrazione.

 

La situazione di questi lembi d’Italia che non avranno mai l’onore di una prima pagina è già oltre la disperazione. Tra i tantissimi esempi, Filadelfia, pochi chilometri da Vibo Valentia.

Un centro che finalmente si ribellava con una fiaccolata per le vie del paese. Tanti casi di lupara bianca (cinque) e troppi morti ammazzati (sette), in questi ultimi anni, al punto da fare diventare Filadelfia un caso emblematico, un paese la cui vicenda qualcuno paragona a quella dei desaparecidos della dittatura Argentina.

Ad organizzare la protesta sono stati gli studenti del liceo scientifico e le mamme delle vittime.

 

A spiegare il contesto che produce casi come Filadelfia è servita una drammatica deposizione del procuratore Antimafia Grasso di fronte alla Commissione antimafia.[37]

Un’audizione centrata su alcuni punti chiave:

  • l’incredibile numero (12000, avete letto bene: dodicimila) episodi di intimidazione registrati nel 2006;
  • la potenza economica della ‘ndrangheta;
  • la debolezza della politica e  l’insufficienza di mezzi della magistratura;
  • l’alto numero di indagati che siedono in Consiglio regionale;
  • l’incoerenza delle risposte dello Stato ;
  • la necessità di un coordinamento investigativo reale.

 

 

 

3.7. Dodicimila minacce in un anno

 

Nel solo anno 2006 le denunce per minacce, intimidazioni e danneggiamenti, mettendoci dentro anche le minacce telefoniche, assommano a ben 12mila.

Secondo Grasso, “è un dato veramente eccezionale e che testimonia come ci troviamo in presenza di un sistema che tende a risolvere tutto con le intimidazioni.

C’è il ricorso ad un metodo violento per regolare i rapporti interpersonali e per costringere qualcuno a fare quel che non vorrebbe fare”.

Dal dato generale, Grasso estrapola quelli relativi alle intimidazioni ed agli attentati contro esponenti del mondo politico, amministratori pubblici e sindacalisti: i casi denunciati sono 137 per l’area della Procura distrettuale di Catanzaro e 50 per quella della Procura distrettuale di Reggio Calabria.

 

Le minacce riguardano ogni ambito: dai dissidi interpersonali alle questioni legate agli appalti, fino all’universo del racket delle estorsioni.

Le cifre degli attentati contro negozi, insegne, mezzi di cantiere farebbero pensare ad una imprenditoria che non si piega all’esazione delle cosche. Ma è una impressione superficiale.

Se viene denunciato l’attentato, quasi mai si passa all’indicazione di sospetti o a riferimenti contro i possibili responsabili, anche quando si tratta dei notissimi ignoti che controllano il territorio.

Nessuno va a chiedere il pizzo in paesi di pochi chilometri quadri se non la cosca egemone. Ed allora? Perché gli attentati?

La pratica dell’attentato preventivo, confermata da numerose cronache, prevede che all’apertura di una nuova attività, al ritardo di un pagamento, all’insorgere di una qualunque incomprensione il clan ricorra – per il sì e per il no, direbbe Montalbano – ad una tanica di benzina, una sventagliata di mitra, un biglietto che non ammette repliche.

 

Nel novembre del 2006 un intero palazzo, peraltro situato accanto agli uffici della polizia, viene dato alle fiamme. L’obiettivo è l’attività economica (commercio di pneumatici) della famiglia Godino.

È un attentato del racket, ma sembra una scena di guerra.

Arrivano inviati da tutte le testate, nonostante fossero già 86 gli attentati consumati contro i commercianti.

La troupe delle Iene arriva a Lamezia. Intervista Roberto Molinaro, un commerciante del luogo.

“Io sono stato vittima di un attentato a colpi di lupara contro le vetrine del mio negozio. In Calabria”, dice Molinaro, “quando si subisce un attentato, si usa che qualcuno della famiglia delle vittime vada in giro a cercare chi è stato.

Ma perché va a cercare di capire chi è stato? Perché deve stipulare con lui una ‘polizza assicurativa’… Questa polizza assicurativa si chiama estorsione.”[38]

 

Una dichiarazione gravissima, uno spaccato di una realtà oltre ogni immaginazione. L’attentato avviene a prescindere, colpisce tutti, non solo i ribelli. Non è il criminale ad andare dalla vittima, ma quest’ultima che deve preoccuparsi di ricercare l’attentatore.

La telefonata, la visita, la lettera minatoria sono direttamente sostituite dalla raffica di mitra o dalla tanica incendiaria.

 

Discorso analogo per i rapporti con la politica. L’assegnazione degli appalti, l’attribuzione di posti di lavoro, la distribuzione di incarichi ed ogni altro aspetto della vita pubblica sono sottolineati da una sorta di “alfabeto morse” fatto di deflagrazioni e colpi di pistola.

L’italiano è una lingua superata per questa nuova leva di criminali. L’idioma del nuovo millennio si parla con le armi. L’impunità pressoché generale favorisce ed incoraggia queste pratiche, che si estendono anche al di là dei confini delle cosche.

La società calabrese vive un’involuzione che porta all’immobilismo, perché ogni cosa che non sia ricompresa nel rozzo universo dei clan è sottoposto ad una ispezione che presto culminerà in un attentato.

Si arriva così a quel numero spaventoso – dodicimila – troppo grande per passare così inosservato.

 

3.8. I numeri del Consiglio regionale

 

È un fatto politico? È la questione morale? Macché, è semplicemente aritmetica. I consiglieri regionali indagati sono 22, e non 29.

Una polemica penosa, fatta dai membri di un’assemblea delegittimata da chiunque meno che da sé stessa.

Si sono arrampicati sugli specchi: gli indagati sono meno della metà; indagato non è colpevole; non si delegittima così l’istituzione.

Alla fine Grasso ha posto fine alla questione. Sono 22 gli inquisiti, senza considerare i consiglieri raggiunti da un rinvio a giudizio perché in quel caso i fascicoli escono dalle procure e vanno nei rispettivi tribunali competenti per territorio.

Secondo le indicazioni fornite dal procuratore Grasso,  dieci sono iscritti al registro degli indagati presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, altri cinque per altre tipologie di reato ma non per fatti di mafia, cinque di loro per reati connessi alla gestione dei finanziamenti della Legge 488.

“Abbiamo condotto proprio in Calabria” spiega Grasso,  “un progetto pilota affidando allo Scico della Guardia di finanza un monitoraggio su tutti gli elenchi delle società e dei singoli che hanno beneficiato dei fondi della legge 488. Ne è risultato che in almeno 50 casi le società o i soggetti erano riconducibili ad ambienti criminali. Su questi abbiamo avviato ulteriori verifiche”.[39]

 

A Catanzaro, invece, i consiglieri regionali oggetto di indagini giudiziarie sono in tutto 12 e di questi cinque per reati di tipo mafioso. Sempre a Catanzaro, sette consiglieri regionali sono iscritti al registro degli indagati per voto di scambio.

 

Si può discutere sui numeri, ma è abbastanza chiaro cosa è oggi la politica calabrese. Fino a qualche anno fa si chiamava “malgoverno democristiano”, clientelismo, sistema della spartizione.

Dopo la vicenda di Mani Pulite, sembrava che “gli onesti” ed “il nuovo” avessero sostituito maneggioni e corrotti. Non è stato così, evidentemente. E non solo per il carattere antropologicamente truffaldino del popolo italiano, ma soprattutto perché quel sistema funzionava.

Assicurava posti senza merito, distribuiva soldi a pioggia, assumeva chiunque ed a tempo indeterminato. Chiunque aveva la possibilità di diventare un forestale, o di riscaldare a vita una sedia in un ente di sottogoverno o un ufficio di ente locale.

 

L’obiettivo del politico è sempre stato quello di avere forti contatti con “Roma”, cioè il luogo del potere centrale, da cui drenare sul proprio territorio di riferimento quante più risorse possibile, da distribuire ai propri clienti.

La rivolta per Reggio capoluogo, nel 1970, non scoppiò soltanto per lo sfregio simbolico subito da una città che si riteneva più importante dell’altra, ma soprattutto perché Catanzaro avrebbe ottenuto più denaro, posti di “lavoro”, enti fittizi, insomma risorse grazie a quello status.[40]

 

La Calabria è governata dal centro-sinistra, e questo non è un particolare di poco conto. Insomma, è vero che “stanno diventando tutti uguali”? Non esiste più la diversità che era l’orgoglio di Berlinguer?

 

Scrive Riccardo Orioles:

 

“È un fenomeno tipico del Ds meridionale, ed e’ esattamente lo stesso fenomeno che si verificava nella vecchia Dc. La Dc, partito interclassista, organizzativamente era una struttura dei notabili.

Un territorio, un notabile: ognuno, statisticamente, con le caratteristiche sociologiche del ceto medio (poiché la Dc era un partito di ceti medi) del suo territorio. In Veneto, così, avevi un Rumor pacioso che rappresentava più o meno il professionista cattolico del trevigiano o di Rovigo.

C’era una borghesia cattolica, in Lombardia, da sempre iperattiva e colta, ed eccoti i vari Bassetti. A Torino (operai, Acli, sindacato) Donat-Cattin.

In Sicilia o in Campania, dove il notabilato locale era quel che era, spuntavano i Lima e i Gava.

 

Molti anni dopo, quando il partito socialista cambiò – come si disse allora – da una razza all’altra, il meccanismo fu più concentrato nel tempo, ma sostanzialmente eguale: nel vecchio partito di notabili i ceti notabilari “moderni” subentrarono a quelli tradizionali, il nuovo commercialista al vecchio medico condotto.

Quanti operai evoluti ci sono adesso nel ceto dirigente del Ds meridionale? Quanti professionisti “tecnici” – insegnanti, impiegati, ingegneri – e quanti legati invece alla gestione del denaro? Come si e’ trasformato sociologicamente il notabile meridionale, e quello “di sinistra” in particolare?” [41]

 

La risposta è semplice: si è specializzato nella gestione del denaro pubblico (reperimento delle risorse a Roma o a Bruxelles, distribuzione sul territorio alle proprie reti clientelari, organizzazione del sistema di scambio voti – denaro).

 

Nel marzo del 2007, andava in onda su Rai Tre un ciclo di documentati dal titolo “Pane e Politica”. [42]

Emergeva il ritratto di un ceto politico regionale dedito alla spartizione, da Alleanza Nazionale a Rifondazione Comunista. Dalla raccolta di voti porta a porta fino ai concorsi truccati, dai faccendieri che scodinzolano al politicante di riferimento in attesa di una sistemazione fino al sistema delle truffe che sottrae fondi pubblici alla popolazione e li storna agli amici ed ai clienti.

Si dirà che questo sistema esisteva anche in passato. Ci sono delle novità, però. Prima c’era la vituperata DC, che gestiva tutto e l’opposizione che inveiva sdegnata.

Oggi opposizione è un concetto labile: piuttosto abbiamo giri di valzer, apparentamenti e litigi, trasformismi e movimenti tattici.

Poi, i numeri. I concorsi assicurano il posto a poche decine di fortunati, mentre fino a poco tempo fa “sistemavano” migliaia di persone. I fondi europei, attesi come una manna dal cielo e pensati come infiniti, sono in costante diminuzione e probabilmente andranno a cessare del tutto nel giro di pochi anni, in funzione dei nuovi ingressi dell’Est.

L’Unione Europea non è la Cassa per il Mezzogiorno, ma è stata trattata alla stessa stregua. Una vacca da mungere, una burocrazia lontana da ingannare.

La Scozia, l’Irlanda, la Spagna ed il Portogallo (molte zone di questi paesi fino a poco tempo fa erano anche più poveri della Calabria) hanno dato addio al sottosviluppo utilizzando con intelligenza i fondi comunitari.

Nel meridione italiano ha prevalso la logica del “mangiare”, dei soldi da rubacchiare inventandosi progetti basati sull’aria fritta e sistemi imprenditoriali truffaldini. Un’occasione storica è andata perduta senza che nessuno se ne sia accorto.

 

 

3.9. Il caso Fortugno e la giunta Loiero

 

L’esperienza della giunta Loiero è stata segnata dalle contraddizioni. Scelte coraggiose (le prime costituzioni di parte civile nella lotta alla ‘ndrangheta)[43] e ripiegamenti nelle tradizionali logiche spartitorie.

Loiero è stato corteggiato dal centro sinistra nazionale perché la Calabria poteva essere (ed è stata) decisiva nelle elezioni che hanno visto la sconfitta berlusconiana per soli 24mila voti.

I voti delle formazioni ex democristiane sarebbero stati preziosi. “Figlia prediletta”, è stata definita la regione in campagna elettorale.

Parole che a molti non dicono nulla, ma che sul territorio sono state tradotte e forse equivocate. Rese molto dense di significati.

Si arriva ad una stagione di minacce contro i vertici della politica regionale. L’attentato all’onorevole Zavettieri e le intimidazioni contro il presidente Loiero, altri esponenti della giunta e l’onorevole Marilina Intrieri.

 

Si arriva all’omicidio Fortugno, ultimo di una lunghissima serie ma il solo ritenuto degno di attenzione generale. Medici, pensionati e persino calciatori non meritavano evidentemente un titolo in prima pagina o in cronaca o qualche minuto di telegiornale.

 

Si tratta del messaggio più cupo che la criminalità possa inviare oppure il frutto di uno scontro locale tra notabili, uno dei quali non sopporta la sconfitta ed ordina in un impeto d’ira l’eliminazione del nemico?

Forse l’uno e l’altro.

 

È certo però Loiero, in una intervista all’Unità, racconta di essere stato abbandonato. È rimasto solo, perché a Roma hanno scoperto con imbarazzo che la “figlia prediletta” è più contagiosa di un’appestata.

Durante le fasi eccitate della campagna elettorale i voti non avevano odore, ma ora esalano i vapori pestilenziali del cadavere di un vice-presidente di Consiglio regionale[44].

 

Dice Loiero:

 

“[…] La politica nazionale all’inizio ha guardato con grande attenzione al miracolo Calabria. Lo stesso Rutelli, ricordo che a chiusura della festa della Margherita in Toscana mi fece un elogio così straordinario da sentirlo perfino immeritato.

 

Poi dal delitto Fortugno ha cominciato a ritrarsi. Un modo per prendere le distanze da una Calabria che appare infetta e irrecuperabile. Capisco. Ma non approvo. I partiti del centro-sinistra hanno una responsabilità molto grave. Quando le indagini sul delitto Fortugno hanno iniziato a delineare l’intreccio politica – interessi – affari sono stato lasciato solo.

 

Dapprima si è consumata la frattura con il mio partito, poi pian piano con gli altri. Così mi sono ritrovato a vivere una solitudine profonda. Quasi un senso di vertigine. Di inutilità. Spesso mi accorgo che l’obbiettivo è divenuto: sopravvivere. E non è un bel vivere. Tra una minaccia e un disastro ambientale.

E sì questa è anche una terra che paga un dissesto idrogeologico drammatico.

Ogni giorno ho la Regione occupata dai senza lavoro, dai precari.

A Natale nel paese di San Luca hanno sparato uccidendo un bambino e una donna. La società calabrese è divisa in territori che non comunicano.

Nel 1991 a Taurianova un criminale tagliò la testa ad un altro criminale la schizzò in aria e gli sparò mentre volava.

Pezzi di vita che determinano un’immagine ripugnante di questa Regione. Ma accanto a questa arretratezza civile, a questa rilassatezza dei vincoli a questa mancanza del senso etico c’è un’altra Calabria che fatica a mostrarsi a farsi conoscere a dire: ci sono anch’io”. [45]

 

 

Le reazioni “interne” alla vicenda Fortugno sono state molto diverse rispetto a quanto avvenuto a livello nazionale. Grande fastidio per il movimento dei “Ragazzi di Locri”, che è stato diviso, attaccato, inglobato in parte nei meccanismi della politica tradizionale.

Una certa irritazione era avvertibile per l’attenzione mediatica e per le manifestazioni di piazza in occasione degli anniversari.[46]

Dichiarazioni di principio, solenni proclami, ma anche lapidi commemorative caratterizzate da retorica da campagna elettorale o possibili ambiguità (“Viveva la politica come missione per dare opportunità alla nostra terra e ai giovani”, “Una persona disponibile”).

Morto Fortugno, la poltrona di vicepresidente del Consiglio regionale è rimasta vuota. Per le persone normali, un ricordo luttuoso. Per i politici calabresi, un posto libero da accaparrarsi al termine della solita interminabile lotta tra fazioni.

Dopo il 16 ottobre 2005, data in cui Fortugno fu ucciso mentre si recava a votare per le primarie dell’Ulivo, la commissione antimafia regionale si è riunita pochissime volte, con intervalli medi di tre mesi.

Tra gli argomenti più rilevanti discussi, il progetto di legge sugli “interventi urgenti”  (tanto urgenti che dopo un anno se ne discuteva ancora) per la Locride.

Previsti fondi per le opere di riqualificazione di quartieri, spazi urbani e centri storici, misure “per ridurre il disagio abitativo”, attività formative, fondi Por cui attingere.

Soldi da distribuire, insomma. Tutto fa brodo, anche la lotta alla mafia.

 

 

 

 

3.10 Oliviero Toscani e la demonizzazione

 

Non c’è politico che non veda nel turismo il futuro della Calabria. Parte dei fondi pubblici sono stati spesi in spot, manifesti e locandine che ritraggono splendide scogliere e pezzi di lungomare baciati dal sole.

Per anni la politica, e non solo, ha deciso che il problema ‘ndrangheta si risolveva in un solo modo: non parlandone.

Le tre università calabresi non hanno studiato con particolare attenzione la criminalità del luogo, i progetti riservati al territorio hanno allegramente ignorato il fenomeno.

Se non fosse stato per il terribile errore strategico del delitto Fortugno, la visibilità della ‘ndrangheta sarebbe stata confinata alle cronache annoiate che raccontano di faide, deflagrazioni e decapitazioni, senza che negli anni passati nessuno si sia preoccupato di sommarle, esaminare il totale e scoprire che siamo a cifre degne dell’Iraq.

Il TG regionale della Rai ha dedicato nel corso degli anni più spazio a sagre, politicanti, messe e feste di paese che ad inchieste sulla criminalità.

La “scuola Benigni”[47] è stata la linea guida di saccenti professori d’università, medici disponibili, politici amici di tutti, stimati professionisti, brillanti operatori turistici, giornalisti importanti, imprenditori ingrassati dal denaro pubblico, boriosi ordini professionali, così come gente comune e cosiddetta società civile.

 

Le poche notizie date al livello nazionale vengono accolte con fastidio. Con vittimismo: ci criminalizzano, ci demonizzano.

Loiero ama ripetere che non si dà spazio alle cose positive: ci sono un paio di ospedali che funzionano, e vicino Lamezia un vivaista che esporta all’estero. Perché nessuno ne parla? Magari perché nel resto del paese sono cose normalissime.

 

Ma Loiero, che è un democristiano di lungo corso e non è stupido, è stato tra i primi a capire che non si può continuare con la politica dei manifesti marini e del vittimismo.

Il problema “d’immagine” esiste, e bisogna affrontarlo. Altrimenti le chiacchiere sul turismo rimarranno tali.

 

Viene contattato Oliviero Toscani, che sforna una delle sue classiche “campagne shock”.

Ragazzi comuni, presi da un liceo di Reggio Calabria. Sorridono. Uno degli slogan dice: “Incivili? Sì, siamo calabresi”. La campagna si intitola: “Gli ultimi saranno i primi”. Chissà quanti l’avranno capita.

E chissà se e come sarà ricordato che nel 2007 una ragazza di 16 anni morì di appendicite in uno di quegli ospedali infame di una regione senza pietà.

 

 

 

3.11 Operazione “Aria del Mattino”

 

 

“Il regno – The Kingdom” è uno dei più strani film mai ambientati in un ospedale. È stato definito un singolare incrocio tra soap opera da corsia e horror puro. Racconta di primari presuntosi, favori di loggia, errori impuniti e tragedie senza giustizia. Non è tutto ciò che può accadere in un ospedale, ma le storie sono rappresentate con toni talmente cupi da generare apnee continue.

Curiosamente, “The Kingdom” è ambientato nell’insospettabile Danimarca.[48] Il film racconta tra le altre cose dell’operazione “Aria del mattino”, una verniciatura di simpatia ed efficienza voluta dai dirigenti all’indomani di un intervento chirurgico dalle tragiche conseguenze.

 

“Nuova Alba”, secondo la stampa locale[49], è invece “l’accattivante slogan che ci colpisce sotto una diapositiva a colori che offre lo spettacolo del sole che sorge”.

La diapositiva è proiettata contro il rustico muro dei lavori in corso dell’Ospedale Jazzolino.

Per uno scherzo dell’inconscio, o per un voluto accostamento, “Nuova alba” è anche il nome della non lontana operazione di polizia che aveva “svelato” i condizionamenti della criminalità tra ASL ed ospedali.

 

 

“Nei seicento metri quadrati del locale verrà realizzato il nuovo comparto operatorio la cui inaugurazione avverrà”, entro un mese dalla conferenza stampa.

Secondo il sindacato UIL si è avviato un “afflato e di un confronto costruttivo con ì dirigenti dell’Asl”.

 

Il dirigente dell’Asl ha osservato come dopo l’episodio di Federica la sanità vibonese abbia vissuto un periodo molto particolare.

 

“C’è stato – ha detto testualmente – un livello di attenzione che si è alzato alle stelle e un livello di tolleranza molto basso. Questo fa sì che ogni minimo episodio anche banale, magari più volte registrato in passato, in questo particolare clima diventi un evento straordinario”.

 

“I principi sui quali si basa l’idea progettuale è quella della minima invasività dell’intervento edilizio strutturale ed impiantistico, la flessibilità degli spazi tecnologici, tramite l’applicazione del sistema di prefabbricazione (il che consentirà di trasferire domani il tutto nel nuovo ospedale). E poi impianti modernissimi: tecnologia e sicurezza al servizio di tutti”.

 

[1] Repubblica, 20 gennaio 2007.

[2] Giornale di Calabria, 21 gennaio 2007

[3] Repubblica, 21 gennaio 2007.

[4] Adn Kronos/Ign, 21 gennaio 2007

[5] Giornale di Calabria, 21 gennaio 2007

[6] Comunicato di Angela Napoli, deputata AN, 21 gennaio 2007

[7] Controlli del Nas, negli ospedali, le irregolarità ci sono, Italia dei Valori – Vibo Valentia, Comunicato Stampa

[8] Il quotidiano, 27 maggio 2006

[9] Giornale di Calabria

[10] Il quotidiano, 6 maggio 2006

[11] Repubblica.it, 22 gennaio 2007

[12] Corriere della Sera, 30 gennaio 2007

[13] Questa mentalità è in realtà molto antica. Già ai tempi dell’Impero Romano i proconsoli avevano il compito di ottenere risorse dal centro amministrativo, cioè Roma, in particolare terreni, che poi distribuivano ai propri clientes. Cfr. tra i tanti G. Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti, Einaudi 2004.

[14] Il quotidiano

[15] Il quotidiano, 7 febbraio 2007. Il consiglio regionale calabrese è diventato celebre per l’altissimo numero di inquisiti e per le indagini seguite all’omicidio del vice presidente Francesco Fortugno.

 

[16] Repubblica, 26 gennaio 2007

[17] Repubblica, 27 gennaio 2007

[18] Il Quotidiano, 12 gennaio 2007

[19] Repubblica, 27 gennaio 2007

[20] Repubblica, 27 gennaio 2007

[21] Repubblica, 28 gennaio 2007

[22] Il giorno, 31 gennaio 2007

[23] Calabria Ora, 30 gennaio 2007

[24] Quotidiani locali del 9 febbraio 2007

[25] Il quotidiano, 12 gennaio 2007

[26] Calabria Ora, 29 gennaio 2007

[27] Corriere della Sera, 30 gennaio 2007

[28] Esprimo piena fiducia nell’operato dei medici, Domenico Tarcisio Cortese, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, Il quotidiano, 4 febbraio 2007

[29] Dirigenza e docenti non incitano alla rivolta, Fiorenzo Restuccia, dirigente scolastico del Liceo scientifico “G. Berto”, Il quotidiano, 6 febbraio 2007

[30] Calabria Ora, 03 febbraio 2007

[31] Repubblica, 6 febbraio 2007

[32] Repubblica, 6 febbraio 2007

[33] Corriere canadese, 7 febbraio 2007

[34] Calabria Ora, 08 febbraio 2007

[35] Il Quotidiano, 08 febbraio 2007

[36] Calabria, più assistiti che abitanti, Repubblica 17 settembre 2006

[37] La ‘ndrangheta spiegata da Grasso, Calabria Ora, 08 febbraio 2007.

 

[38] Servizio delle “Iene”, 7 novembre 2006.

[39] La ‘ndrangheta spiegata da Grasso, cit.

[40] Uno dei risultati tangibili della rivolta è la ripartizione di competenze tra le due città. Da 35 anni la Giunta è a Catanzaro, il Consiglio regionale a Reggio. E la regione paga ogni anno 14 miliardi di vecchie lire di affitto, oltre che le trasferte dei politici.

[41] Riccardo Orioles, La Catena di San Libero n. 347

[42] Riccardo Icona, W l’Italia – Pane e Politica, Rai Tre, andato in onda dal 4 al 18 marzo 2007.

[43] In seguito ad una costituzione di parte civile, il clan Muto di Cetraro, è stato condannato a versare 3 milioni di euro nelle casse della Regione, che si è costituita anche nel processo per usura a tre grosse banche nazionali nato dalla denuncia dell’imprenditore De Masi di Rosarno.

[44] Alla cerimonia del primo anniversario dell’omicidio i politici nazionali sono in prima fila. Un anno dopo saranno molti di meno. All’ospedale di Locri, Prodi scopriva la targa seguente: “A Franco Fortugno – primario di accettazione, pronto soccorso e astanteria, persona solare, disponibile e generosa, riferimento certo per correttezza e professionalità. Una mano assassina lo ha strappato alla vita e alla sua missione di medico esemplare”, Ansa 16 ottobre 2006.

[45] Sandra Amurri, J’accuse di Loiero: solo davanti alla ‘ndrangheta, l’Unita’ 7 gennaio 2007

[46] “I morti si piangono in silenzio”, recitava un cartellone esposto da un negozio a Locri, durante le manifestazioni del primo anniversario.

[47] “Il problema di Palermo? Il traffico”, R. Benigni, Johnny Stecchino, Italia 1991.

[48] Lars Von Trier, The Kingdom – Il Regno, Danimarca 1994

[49] Nuova Alba per la sanità, Il quotidiano, 23 marzo 2007

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.