Kernel panic

Sta nascendo il web 3.0. E sarà senza Google e Facebook

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Centralizzazione, monopoli e “furto” di dati personali. Queste sono oggi le basi di Internet. La conseguenza è la desertificazione di mercati come quello dell’informazione. Tantissimi nuovi progetti – nessuno di questi è italiano – usano il blockchain per costruire una nuova rete. Basata su fiducia e privacy

     

Mark, Larry e Sergey hanno desertificato il mondo. E il mondo si è stancato di loro.
All’inizio erano simpatici, trendy e liberal. Attenti alla libertà di espressione e alle minoranze sessuali. In una parola: californiani. E, soprattutto, ci riempivano di gadget gratuiti.

Google e Facebook sembravano l’antitesi del web monopolista, quello a codice chiuso, amico del governo. Ragazzi in maglietta contro manager con la cravatta. In una parola, erano il contrario di Microsoft. Per questo tutti li hanno amati.
Poi hanno esagerato, specie con la mania di essere disrupting. Si traduce come “dirompente”, ma – con una forzatura – anche come “distruttore”. Distruggono mercati pre-esistenti e li sostituiscono con niente: creano il deserto e dicono che è la modernità. E poi accentrano: un’unica piazza globale, un solo account. E ancora l'”accelerazionismo”: aggrediscono nuovi mercati, occupano spazi e inventano ossessivamente nuovi servizi. Distruttivi, ovviamente.

Già nel 2013, un romanzo distopico come “Il cerchio” raccontava un mondo portato al totalitarismo dai tech giants.

Adesso c’è chi parla di “web 3.0”. Dai primi segnali, sarà il contrario di quello precedente. E sarà basato su tre punti fermi:

  1. crittografia, privacy e sicurezza.
  2. comunità basate sul peer to peer (niente cloud centralizzati).
  3. completa assenza di mediazione.

Si annuncia un futuro in cui non avremo più bisogno dell’edicolante, del social di Mark o della Banca d’Italia.

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Il caposaldo di tutto si chiama blockchain. Non ne avete ancora sentito parlare? Tutti gli investimento del mondo tech che conta vanno in quella direzione. È una tecnologia che permette di crittografare le transazioni e di renderle distribuite (quindi ancora più sicure) grazie al peer to peer.

Privacy, gruppi basati sulla fiducia, assenza di mediazione

Esistono già molte applicazioni che potrebbero cambiare tutto l’Internet che conosciamo adesso. Un nuovo browser come Brave è attento alla privacy così come Chrome è pensato per tracciare tutto. Ripple aspira a sostituire PayPal: ovviamente è sulle criptovalute e gestisce queste nuove monete.

E i social? Continueranno a esistere ma in modo completamente diversa da quelli che conosciamo: piccoli gruppi al posto di una piazza globale. Rapporti regolati da smart contracts. E niente lavoro invisibile: sarà possibile pagare la qualità dei contenuti,  compensando l’utente per il lavoro svolto. Steemit lo fa già.

 

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Il problema principale dell’algoritmo di Facebook è che premia la quantità. Così un post stupido, possibilmente falso, prodotto da chiunque, ottiene maggiori risultati rispetto alla lunga inchiesta di approfondimento. La fatica è punita dalla pigrizia, l’intelligenza dai bassi istinti. E ovviamente il pagamento dal gratuito. La pessima moneta scaccia quella buona.

Google e Facebook non sono altro che due grandi agenzie di pubblicità. Ormai le uniche. Non c’è inserzionista al mondo che si sogni di usare un altro sistema. Semplicemente perché è il più efficace: contando su una base dati infinita e su posizioni di monopolio, Google e Facebook raggiungono il cliente (“il target”) con una precisione assoluta e sono in grado di arrivare al risultato, cioè l’acquisto di un prodotto (“la conversione”).

Peccato che così i giornali stanno scomparendo. E non quelli cartacei, come sarebbe ovvio è persino giusto. Ma qualunque forma di media online. Perché a loro arrivano soltanto le briciole, perché è rimasta soltanto la possibilità di generare contenuti “acchiappa-clic”, se vogliono sopravvivere.

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Un celebre esempio di “fake news”

Una prova? Durante le elezioni italiane 2018, una serie di blog senza storia e credibilità hanno superato – per capacità di coinvolgimento – testate storiche e riconosciute.

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A questo proposito, lo scorso 3 maggio si è celebrata – con molta retorica – la giornata mondiale della libertà di stampa. Giustamente si è parlato dei morti in guerra, dei caduti per mafia. Molto poco di chi muore lentamente per la desertificazione del giornalismo.

Ryan Kelly, per esempio, ha vinto il Pulitzer per una foto scattata nel suo ultimo giorno di lavoro. Poi si è dimesso per fare il social media manager per un birrificio. E questo a Charlottesville, nel cuore dell’impero, non in una periferia del Sud Europa, dove non hanno ancora trovato il “business model” vincente per sopravvivere.

Non è un caso isolato. I giornalisti vanno a lavorare nei social, perché i social si sono mangiati i giornali. Senza sostituirli con niente.

La libertà di stampa passa per questo piccolo dettaglio: la sopravvivenza. Che non si costruirà inventando una nuova formula vincente di abbonamenti, ma col conflitto per una spartizione appena decente tra piattaforme e media di tutto il pianeta. Qualcuno intanto lavora al loro superamento. Un mondo senza social e contenuti che seguono altre strade. Per esempio attraverso un legame diretto con i lettori.

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Di fronte a questo scenario apocalittico c’è chi si sente impotente e chi propone di cancellarsi da Facebook. Altri – nessuno di questi è in Italia – provano a cambiare le cose. Subito.  Uno dei progetti più interessanti si chiama Civil. Lo schema in alto ci dice cosa non va e come dovrebbe andare. Al posto di un’industria che vende i dati degli utenti, comunità di giornalisti e lettori. Proventi catturati da oligopolisti lasciano il posto a un ecosistema di newsroom. I costi oggi insopportabili per il giornalismo investigativo vengono supportati dalla propria comunità di riferimento. E i social odierni, basati su polemiche e odio e una partecipazione di massa diventano comunità che sottoscrivono accordi (ovviamente digitali e crittografati) e creano fiducia.

È impossibile sapere se Civil e gli altri progetti avranno successo. È importante però sapere che esistono.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.