
Una Spoon River dei campi italiani
Iniziamo“Ora noi che siamo falliti ciascuno a suo modo,
riposiamo in pace fianco a fianco”
Antologia di Spoon River
Le storie
1. Adnan Siddique
Riparava macchine per stampa e cucito a Caltanissetta. Aveva accompagnato i suoi amici a denunciare i caporali dei campi. Lo hanno minacciato e poi colpito a morte con ventisei coltellate. Per l’omicidio hanno arrestato cinque pakistani, accusati anche di procacciare manodopera schiavizzata per le aziende delle campagne siciliane.
Aiutava gli altri, sempre, senza pensare ai rischi
La mappa
Il percorso di Adnan Siddique inizia in Pakistan, passa dalla Grecia e arriva in Germania. Si conclude però in Sicilia, dove trova una sistemazione stabile.
La città di provenienza
La città di Lahore è considerata la più inquinata del mondo, ma è anche un importante centro di cultura. Tra le altre cose, è il cuore della produzione cinematografica pakistana.
Vita e morte a Caltanissetta
Una vita tranquilla nel centro della città, un buon lavoro, tanti amici, anche italiani. Poi la decisione fatale di aiutare un connazionale vittima dei caporali.
2. Jerry Masslo
Era un rifugiato sudafricano in transito a Roma. È passato dalla negazione dei documenti al duro lavoro nella raccolta dei pomodori. Lo hanno ucciso a Villa Literno nel corso di una rapina. Grazie a quella tragedia l’Italia ha scoperto l’immigrazione.
Sottolineava passi della Bibbia sulla liberazione dalla schiavitù
La mappa
Il percorso di Jerry Masslo inizia in Sudafrica, passa dalla Nigeria e arriva in Italia. Ma il suo vero obiettivo sarebbe stato il Canada.
La città di provenienza e l’ultima intervista
Jerry Masslo nasce a Umtata, l’area che diede i natali anche a Nelson Mandela. La lotta contro l’apartheid segnò la sua vita. Ma anche in Italia scoprì una realtà permeata di razzismo, come testimonia l’ultima intervista.
Dall’Africa alla Campania
Masslo è vittima della negazione di documenti: al suo arrivo in Italia non esisteva una legge organica sul diritto d’asilo. Così è vittima dell’improvvisazione.
3. Soumaila Sacko
Era un bracciante e un sindacalista. Lo hanno ucciso con quattro colpi di fucile alla testa mentre raccoglieva lamiere nella campagna calabrese. Viveva nel ghetto di Rosarno-San Ferdinando dopo il diniego alla richiesta d’asilo.
Pensava prima agli altri, poi a sé stesso
La mappa
Sacko lascia il Mali cercando lavoro in Europa. Aveva diritto al riconoscimento come profugo ambientale.
La città di provenienza
Sambacanou è un villaggio minacciato dal deserto del Sahara. Sopravvive soltanto con le rimesse degli emigranti, la maggior parte dei quali vive in Francia.
Ucciso a fucilate per poche lamiere
Dopo il diniego, Sacko finisce nel ghetto di Rosarno. Vive in una baracca autocostruita. Con legno, cartone, plastica e — appunto — lamiere. Mentre le raccoglie, un uomo gli spara.
4. Becky Moses
Era sfuggita a un matrimonio forzato in Nigeria con un uomo di 74 anni. Arrivata in Italia, le hanno negato il diritto d’asilo. La sua speranza era rimanere a Riace, “dove era perfetto”. Ma è finita nel ghetto e dopo due giorni è morta bruciata viva.
Sognava di tornare a trovare sua nonna. Amava cambiare ogni giorno un paio di scarpe
La mappa
Moses lascia la Nigeria passando per la Libia. Da lì arriva nel Sud Italia.
Dal diniego al ghetto
Dopo l’ingresso in Italia, proveniente dalla Libia, Moses chiede asilo come vittima di tratta. Passa rapidamente dalla negazione dei documenti al rifiuto dell’accoglienza. Da Riace al ghetto di Rosarno.
5. Ioan Puscasu
Lavorava nelle campagne di Torino. Emigrato dalla Romania, era arrivato in Piemonte per guadagnare di più. È morto nei pressi di una serra dove lavorava in nero. I padroni hanno lavato, rivestito e spostato il cadavere per dimostrare che non lavorava da loro.
Voleva completare la costruzione della casa in Romania
La mappa
Puscasu lascia la Romania per andare a lavorare nelle miniere di carbone turche. Quindi emigra in Italia, nei dintorni di Torino.
La città di provenienza
Costești è un villaggio nella zona più povera della Romania.
Il cadavere spostato
Dopo l’arrivo in Italia, conosce il lavoro nero in Piemonte. Morto mentre lavorava in una serra, subisce un’orrenda sceneggiata sul cadavere: spogliato, lavato e rivestito. E portato da un’altra parte.
6. Mamadou Sare
Lavorava nelle campagne di Foggia. È stato ucciso a fucilate per due meloni marci. I padroni del campo sono stati condannati per l’omicidio, avvenuto al termine di una lunga caccia all’uomo con inseguimenti e speronamenti.
Non sopportava le ingiustizie
Morire per un’anguria
Accusato di un furto d’anguria, è ucciso a fucilate. Così muore Mamadou Sare, bracciante agricolo.
7. Mohamed Abdullah
Raccoglieva pomodori nelle campagne del Salento. È morto per il caldo e per le condizioni di lavoro. Le indagini sulla sua morte hanno svelato la filiera che coinvolge i grandi marchi.
Lavorava ogni giorno per costruire una vita migliore per sua figlia
Nei campi in Puglia
Abdullah lavorava nei campi di Nardò.
8. Paola Clemente
Lavorava nelle campagne di Andria. Il suo cadavere è stato subito portato all’obitorio senza autopsia. L’inchiesta ha invece svelato una realtà di sfruttamento legato alle interinali, a un lunghissimo processo, a una legge contro lo sfruttamento.
Lavorava ogni giorno per costruire una vita migliore per sua figlia
Il video
Tra Taranto e Bari
Il viaggio ogni giorno all’alba, le ore di lavoro, la morte sotto il sole.
La filiera del lavoro
Nessuno è finora responsabile della morte di Paola Clemente. Il proprietario dell’azienda agricola sostiene di aver fatto un contratto con un’agenzia interinale, che però non può essere colpevole. La ditta di trasporto ha semplicemente spostato le braccianti. Un esempio perfetto di caporalato legalizzato. E irresponsabile.

La Spoon River dei braccianti
Otto eroi, italiani e no, uomini e donne.
Morti nei campi per disegnare un futuro migliore. Per tutti.
Figure da cui possiamo imparare, non da compatire.





















































