Una banda dei rumeni riduceva i connazionali in schiavitù. Sembra una perfetta storia di caporalato che viene dall’estero e assolve le imprese italiane. Ma chi sfruttava quei lavoratori? E i prodotti della filiera che percorso seguono?

    Pubblicato su “Sicilia Libertaria”

    RAGUSA – Volto largo, pelle scura, doppio mento e crocifisso con catena d’oro. “Sono un becchino patentato”, scrive su Facebook. Lucian è perfetto per il ruolo del cattivo. In più, lo scorso 20 dicembre, il Tribunale di Catania lo ha condannato a 20 anni. I reati contestati sono riduzione in schiavitù, associazione per delinquere, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione – anche ai danni di ragazzine – e lavorativo.

    Secondo il giudice era il capo dei boschetari,  “senzatetto” in rumeno. Una banda di sei persone tra i 30 e i 40 anni, tra cui due donne. In realtà, una casa ce l’aveva. Una delle abitazioni della zona nota come “strada di sotto”, nei pressi di Comiso. Una campagna piuttosto diversa da quella di provenienza, a Voinesti, brulla e desolata, nei pressi del confine con la Moldavia. Una delle zone più povere d’Europa. I boschetari attiravano analfabeti e disagiati promettendo lavoro e benessere nelle campagne siciliane. Appena arrivati nel ragusano, invece, erano trasportati nei campi oppure costretti a prostituirsi. Tredici lavoratori, quattro dei quali minorenni, sono finiti in questa rete.

    «A me non piacciono i Kinder Pinguì», dice uno di loro. «Chissà da quanto sono scaduti. Li ho visti pieni di muffa e vermi». Le vittime mangiavano cibo raccolto nei cassonetti vicino ai supermercati. E lavoravano dall’alba al tramonto, domenica compresa, senza alcun compenso. Tra loro un uomo di 56 anni, ma anche minori. «La picchierò finché non le faccio uscire tutti i suoi defunti dalla bocca», dice una donna della banda. «Se non le va bene può mangiare le pietre». Alcune ragazzine erano costrette a prostituirsi con le minacce e le botte.

    “Approfittamento”

    La sentenza ha contestato la riduzione in schiavitù per cittadini comunitari. Parliamo ovviamente di schiavitù moderna. Ovvero utilizzare a proprio vantaggio lo stato di vulnerabilità e necessità, cioè  l’“approfittamento” della situazione di debolezza, delle condizioni di estrema povertà, della non conoscenza della lingua italiana, dell’isolamento, del basso livello di istruzione.

    Fin qui sembra una storia semplice. Una banda di cattivi. Le vittime tratte in salvo. Il male che viene dall’estero. Il tessuto locale che reagisce e lo estromette. Ma c’è una frase della sentenza che apre un mondo. La banda dei boschetari immetteva le vittime nel circuito del lavoro agricolo. Dunque, quali imprenditori hanno accettato questa manodopera schiavizzata? Quei prodotti dove sono arrivati? Li abbiamo acquistati anche noi in un supermercato da qualche parte in Italia? Come al solito, ricostruire la filiera sarà piuttosto complicato.

    La fascia trasformata è l’immensa estensione di serre che copre buona parte del sud – est della Sicilia. Qui i lavoratori vengono spesso retribuiti meno del dovuto, a volte in condizioni di insicurezza e isolamento e con scarse tutele sindacali. Non si tratta di lavoro stagionale, perché le serre producono  tutto l’anno. Il loro valore aggiunto è proprio la produzione in inverno di ciò che normalmente matura in estate. Eppure la concorrenza è feroce: si temono i distretti in serra di Spagna, Olanda e soprattutto Nord Africa, i cui costi sono minori.

    Liliana Battaglia, legale della Cooperativa Proxima, ci spiega che quella dei boschetari «rappresenta un caso estremo rispetto alle condizioni economiche-lavorative a cui sono sottoposti i lavoratori, pur non escludendo la possibilità che fatti simili si siano già verificati o si possano ripresentare».

    serre del ragusano
    Le serre viste dall’alto

    Sembra dunque una storia pasoliniana di povertà e sopraffazione da un capo all’altro dell’Europa. Una vicenda che però racchiude il fallimento dell’Unione. L’Est ai confini con la Russia rimane incastrato nell’agricoltura di sussistenza, il Sud che sembrava uscito dalla miseria si trova adesso ad averne paura. Una prova è la cronaca dello scorso 24 gennaio a Vittoria. Polizia, vigili, carabinieri circondano un intero quartiere. I palazzi sono evacuati. Un fabbro cambia la serratura della porta di un appartamento. Un’operazione militare “degna dell’arresto di un boss”, dicono alcuni commenti sui social. Un assedio per consentire lo sfratto di una famiglia di commercianti. Partiti con un debito di 5mila euro, la loro casa è stata messa all’asta per 40mila, a fronte di un valore di 300mila. Un loro parente aveva minacciato di far saltare la casa per aria: da qui l’operazione “militare”. L’imprenditore Maurizio Ciaculli, che ha denunciato le distorsioni della filiera, parla di migliaia di famiglie buttate fuori di casa, abitazioni messe all’asta. Una crisi senza precedenti dopo decenni di relativo benessere.

    Il doppio sfruttamento

    Il letto è un vecchio materasso, l’arredamento una sedia sfondata. Il pavimento di terra battuta è pieno di calcinacci provenienti dalla lamiera che fa da tetto. Questa era la casa di Maria, la chiameremo così, una ragazzina rumena di 13 anni. Era costretta dalla madre a prostituirsi con uomini di ogni età, anche molto anziani. Spesso braccianti che pagavano con un pacchetto di sigarette; a volte un pensionato italiano che, in cambio della violenza, offriva casa sua per una doccia. Intorno a loro c’è prima il paese di Acate e poi l’enorme distesa di serre che ricopre il ragusano. Qui la segregazione della comunità rumena e il degrado diffuso creano abusi come quello di Maria, fermato da un’operazione di polizia del giugno 2019.

    Il doppio sfruttamento – lavorativo e sessuale – è testimoniato anche dai numeri. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Secondo i dati dell’Asp di Ragusa, il numero di interruzioni di gravidanza da parte delle donne rumene è costante negli anni: 111 nel 2016, 119 nel 2015. Rappresentavano il 19 % del totale della provincia. Il dato è enormemente superiore rispetto a quello delle italiane. Ed è sottostimato: c’è chi ricorre a metodi artigianali e chi torna in Romania ad abortire. I numeri sono la spia di un’emergenza mai finita, ma anche la risposta a chi dice che il fenomeno non esiste “perché non ci sono denunce”.

    La filiera

    Nell’area si stima che lavorino 15mila braccianti stranieri per oltre 9mila imprese agricole. Nel ragusano un’impresa su tre lavora nel settore primario, in Italia è una su dieci. Una realtà fatta di lavoro e sacrifici, che nei decenni passato ha portato un relativo benessere. Ma oggi tra crisi e doppio sfruttamento le distorsioni hanno preso il sopravvento.

    Ma come funziona questa filiera? Al primo passaggio troviamo  le multinazionali del seme che vendono ai vivai. Questi ultimi riforniscono di piantine i proprietari delle serre. Ogni produttore può quindi vendere:

    • a un intermediario locale (magazzini di condizionamento oppure organizzazioni di produttori, “Op”);
    • ai mercati all’ingrosso del centro-nord Italia (principalmente verso Milano, Torino, Bologna, Padova e Verona) oppure  localmente al mercato ortofrutticolo di Vittoria (Mov);
    • direttamente alla “Grande distribuzione“ italiana e/o estera.

    Nel primo caso, chi vende localmente è quasi sempre un’azienda piccola o media. Quelle che commercializzano ai magazzini sono spesso realtà a conduzione familiare. Ma in zona esistono anche centri di condizionamento in grado di selezionare il prodotto, confezionarlo, imballarlo e conservarlo. Seguono dei disciplinari molto rigidi, imposti dalla Gdo italiana ed estera.

    Nel secondo caso, la vendita ai mercati, funziona il meccanismo del “conto commissione”. La merce è affidata appunto a un “commissionario” che vende per il produttore, ricavandone una percentuale.

    serre del ragusano
    La fascia trasformata

    Molti preferiscono, per abitudine o comodità, conferire al Mov, il mercato locale. Una criticità fondamentale della filiera è il trasporto. Il gommato è di gran lunga il sistema più utilizzato. La merce viene bancalizzata (cioè imballata) a pedana, ognuna delle quali ha un costo che dipende dalla lunghezza della tratta. Negli ultimi anni numerose indagini antimafia hanno dimostrato che il settore è, almeno parzialmente, sotto il controllo della criminalità organizzata. A questo si aggiungono le carenze infrastrutturali: fino a Catania non c’è un’autostrada, ma solo una statale su cui sono frequenti gli incidenti. «Il pomodoro a 48 ore dalla raccolta lo devi consumare», spiega un produttore locale. «Il camionista meno ci sta e meglio è, così diventa una corsa contro il tempo». Lo sfruttamento dei trasportatori è testimoniato da un particolare reato, molto diffuso sulle strade siciliane. Spesso la polizia stradale di Ragusa trova sui Tir cronotachigrafi alterati. Si tratta dello strumento che registra l’attività del conducente, in particolare le ore alle guida e quelle di riposo, oltre che le distanze percorse e la velocità lungo la strada. È uno strumento di garanzia per la sicurezza di tutti, perché guidare un mezzo pesante oltre le ore consecutive consentite mette in pericolo gli altri automobilisti. Ma nella corsa contro il tempo che comprende anche la consegna dell’ortofrutta, non è previsto il riposo.

    Poche aziende si sono specializzate anche nel confezionamento. Sono quindi in grado di commercializzare direttamente. Non è ancora chiara la via d’uscita rispetto al problema che tutti i produttori lamentano: la lievitazione finale dei prezzi dai campi ai banconi. Perché? La concorrenza estera, lo strapotere delle centrali d’acquisto che raggruppano i supermercati, la crisi economica degli ultimi anni sono le cause più ricorrenti. Ma, forse, in prima battuta, andrebbe ricordata la creazione di un distretto autonomo, una specie di repubblica autonoma delle serre, dove patriarcato, sopraffazione, culto del profitto e sfruttamento hanno lentamente preso il sopravvento sulle regole democratiche.

    ***

    Il libro > Lo sfruttamento nel piatto

    77