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  •    Cosa succede se sparisce il permesso umanitario

Il “decreto Salvini” propone una riforma per i richiedenti asilo. La conseguenza? Più irregolari, più emarginazione e sfruttamento. Ma chi sono le persone in attesa? Raccontiamo un anno di incontri nei ghetti e un paradosso: in troppi aspettano solo di lavorare ma si trovano in un limbo

     

“Se mi danno un documento, io lavoro e pago le tasse. Qual è il problema per lo Stato italiano?”. Un ragazzo del Ghana ha una domanda che gli brucia dentro, ma nessuno riesce a rispondergli. C’è una lunga fila di africani nella baraccopoli di San Ferdinando, vicino Rosarno. Sono in attesa di una consulenza legale.

È la stessa coda di Borgo Mezzanone e di tutti i ghetti pugliesi. Fogli A4 con lo stemma della Repubblica, volti perplessi, parole da decifrare. Le stesse scene si vedono a Campobello di Mazara e ovunque – come in un esperimento di chimica – si mescolano dinieghi e lavoro a giornata. Il risultato è sempre lo stesso: baraccopoli e varie forme di caporalato.

Il provvedimento salviniano di abolizione del permesso umanitario cancella l’unica possibilità di ottenere un documento per un numero enorme di persone. Solo il 5% dei richiedenti asilo ottiene lo status di rifugiato. Gli altri possono allargare subito il bacino degli sfruttati e degli emarginati. Ma chi sono i richiedenti asilo? Non sono solo numeri, né figure stereotipate. Tantomeno disperati, poveretti o “anime in pena”.

Gli esiti delle richieste d’asilo

Nel 2016 e nel 2017 circa 20mila persone hanno ottenuto il permesso umanitario. Invece in 100mila – in due anni – hanno avuto un diniego, popolando ghetti e finendo nelle mani degli sfruttatori.

“Sto aspettando la mia opportunità”

L’insegna “Pizzeria” sul cubo di cartone e lamiera è surreale. Ma è il business di B., una donna nigeriana che vive a Campobello di Mazara e qui – all’ingresso della baraccopoli – vende aranciate ghiacciate, burro d’arachidi e cucina piatti di riso e capra per chi torna dalla giornata di raccolta delle olive.

I’m waiting for my chance”, dice un gambiano, un ragazzo che faceva il pescatore. Lavora saltuariamente raccogliendo uva ma non rivela alla famiglia dove sta vivendo: “Siamo in contatto ma non voglio che conoscano le mie condizioni”.

Sono in attesa, senza sapere quando finirà l’attesa

È questo l’atteggiamento più diffuso. Tanti aspettano di poter iniziare la propria vita, pensavano che fosse fatta arrivando in Europa e non capiscono le lunghe attese. Sono come un atleta pronto a scattare sui blocchi: ma lo sparo dello starter non arriva.

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La “pista” nei pressi di Foggia

Qui, in contrada Erbe Bianche, ci sono più o meno 1500 persone. A due passi c’è un oleificio confiscato alla mafia, tanto per ricordare che questa è la terra di Messina Denaro, l’ultimo boss a piede libero.

Un africano costruisce baracche. Scheletro in pallet, anima di cartone e rivestimento antipioggia con teli di plastica. Lavora vicino a una lastra di eternit, alcuni medici gli dicono che è pericoloso, this is poison, si meraviglia, dice di non saperlo. Intorno due asini, cumuli di spazzatura, gradini da una casa all’altra ricavate con sassi e auto scassate. Nessuna presa elettrica, per caricare i telefoni si va da un’altra parte, una sola fontana a intermittenza, ma non l’acqua non è potabile. “La compriamo al supermercato”, dicono.

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Una casa in costruzione a San Ferdinando

Nel bar di B. incontriamo S., viene dal Gambia e ha un nome spagnolo perché il padre ha vissuto 25 anni a Barcelona. “Sono contento che dei bianchi si siedono qui dentro e parlano con noi”, dice. “Non era mai successo”. Qualcuno lamenta aggressioni in paese, balordi che ci insultano, “tornate in Africa”, sono soprattutto ragazzi con lo scooter che poi scappano. Loro invece rimangono lì, né Africa né Europa, legati dall’esito del ricorso.

Macerie

Maliani che si aggirano nel fango. Gambiani che costruiscono nuove casette martellando su travi di legno. Afghani che inventano negozietti. Somali con la testa fra le mani che provano a decifrare il burocratese.

Sono le macerie del sistema di accoglienza. Anche qui “diniegati” dalle commissioni asilo e incastrati nella lunga agonia dei ricorsi. Quasi tutti vorrebbero andare via dall’Italia. Molti sono stati costretti a tornarci.

Il confine tra legale e illegale è una rete bucata

Il confine tra lo spazio statale – il Cara – e la baraccopoli abusiva è una rete metallica con un buco. Nient’altro distingue legale da illegale. Dal buco tutti passano per prendere l’acqua e l’elettricità, con cavi che passano lungo le strade e si intrecciano come serpenti.

La chiamano “la pista”. È una ex base Nato con casette lungo la striscia di asfalto su cui atterravano gli aerei da guerra. Intorno è cresciuta una piccola città, con le consuete baracche di legno ricoperte di teli impermeabili blu.

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L’interno di una macelleria

Gli abitanti hanno ricevuto un diniego dalle commissioni asilo e sono in attesa del ricorso; o dalle questure, che chiedono la residenza per rinnovare i permessi umanitari a chi ancora cerca casa e lavoro.

Da dove vengono? Senegal, Nigeria, Africa occidentale in genere. Ma ci sono anche somali, pakistani, afghani. Due di loro hanno messo su negozietti con varie merci, così come alcuni senegalesi. Vendono al solito riso e burro d’arachidi, ma anche Oki e – paradossalmente – varie passate di pomodoro, tra cui un doppio concentrato confezionato a Sarno, provincia di Salerno, ed esportato in 60 paesi del mondo. Vale un fatturato 196 milioni di euro, nel 2016.

Lo Stato chiede una casa e un buon lavoro. Altrimenti li caccia sempre più in basso

Poi ci sono i nigeriani-napoletani. È il giro di Castel Volturno. Un sistema complesso che vede insieme locali notturni a base di alcol e prostituzione, feste con buona musica e manifesti formato gigante (“venue: Borgo Mezzanone”, si legge nello spazio riservato all’indirizzo del concerto) e chiese pentecostali che cantano Gospel e predicano il successo su questa terra.

Come al solito si forma la coda dei diniegati: chi è in attesa di ricorso a Crotone; chi ha fatto la commissione, con relativo diniego, a Gorizia; chi attende notizie e chi ha già ricevuto un rifiuto. A questa gente senza prospettive, che si rifugia dove trova un’abitazione a costo zero, cibo quasi gratis e la solidarietà dei connazionali, lo Stato chiede una bella casa e un lavoro fisso. Altrimenti li ricaccia sempre più in basso.

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L’esterno della macelleria

Nel centro abitato di Foggia c’è una ex fabbrica occupata. Un generatore con bidoni di nafta dà energia a metà palazzo. Più un là un topo corre tra le taniche. Per risparmiare, accendono la luce tardi, quando il sole tramonta.

Nelle stanze buie, C. cucina riso con pollo e pomodoro che costa 35 centesimi all’MD. È del Mali e un masso gli ha maciullato il piede. Guidava un muletto per una ditta che produce sassi per le strade. Era in nero e gli uomini dell’impresa lo hanno lasciato a 300 metri dall’ospedale. Dopo la denuncia, potrebbe finalmente essere risarcito dall’Inail.

Non solo i vivi

Nell’elenco dei diniegati non ci sono solo i vivi. Becky Moses, per esempio, è morta in modo orribile. Il suo è un caso limpido di vittima di tratta: nigeriana, giovanissima, appena sbarcata dalla Libia. Era ospite a Riace in attesa della commissione asilo.

Della sua casa rimangono solo mucchi di cenere

In pochi giorni precipita tutto. Arriva in Italia il 28 dicembre del 2015, esattamente due anni dopo le comunicano la cessazione dell’accoglienza. La commissione ha deciso che non merita nessuna protezione. Il suo destino è segnato. Finisce nel ghetto di Rosarno, nelle baracche di cartone e legno dove ci sono un bar (una rete lo rende simile a una gabbia) e un paio di letti.

L’11 gennaio del 2018 festeggia il compleanno. Sedici giorni dopo di lei non rimangono che pochi resti carbonizzati in una bara di zinco. Rimane vittima del grande incendio della baraccopoli. Della sua casa si possono osservare, nell’ordine: mucchi di cenere, mozziconi di rami anneriti, plastica liquefatta e un nastro rosso e bianco che circonda il perimetro, messo dalle autorità.

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L’interno di una baracca

Gli africani si avvicinano, si raccolgono in silenzio per qualche minuto e provano a realizzare quello che è successo. Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, è fuori di sé. Chiede i resti, vuole seppellirla nel paese simbolo in tutto il mondo di accoglienza. Ci mostrano documenti e carte d’identità. È arrabbiato perché nell’inchiesta giudiziaria gli contestano un prolungamento dell’accoglienza. Esattamente ciò che avrebbe salvato la vita a Becky. “L’accoglienza degli esseri umani non ha scadenza”, dice. Un ghanese, mezzo ubriaco, racconta che tutto è nato nella zona nigeriana, per una lite.

È semplice

Questa umanità non è disperata. Anzi. La speranza è il loro carburante, è quello che li fa andare avanti. Non chiedono assistenza, anzi non ne possono più di pasti precotti e bagni chimici. Vogliono un’opportunità.

In fondo è semplice. Date visti e avrete meno naufraghi. Create canali legali e non avrete trafficanti. Date diritti e documenti e avrete meno schiavi.

Queste storie sono state raccolte negli ultimi dodici mesi durante le visite a San Ferdinando (Reggio Calabria), Borgo Mezzanone (Foggia), Campobello di Mazara (Trapani). I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità dei richiedenti asilo

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.