A New York e in California la paga minima di legge è di 15 dollari l’ora. A Latina quella imposta dai caporali ai braccianti indiani è di 3 euro. In Italia i migranti sono il laboratorio dello sfruttamento, mentre negli Usa la lotta dei latinoamericani dei fast food ha trainato lo storico provvedimento

     
La schermata di Google sul salario minimo

La schermata di Google sul salario minimo

Sapevate che Google vi informa sul salario minimo degli Stati Uniti con la stessa funzione del meteo o delle quotazioni di borsa?
La differenza è che i dati non sono in tempo reale. Ovviamente, perché sono il frutto di complicati e lunghi processi.

Tutto nasce dalle lotte dei fast food. Lì i lavoratori sono quasi tutti di origine latinoamericana o comunque migranti. Così tre anni fa si scopriva che nel centro di New York ci sono “ghetti”  dove la paga oraria è da schiavitù. I lavoratori sono così emarginati dal contesto che neppure parlano parla inglese. Ma non si tratta di baraccopoli o quartieri dormitorio delle estreme periferie. Banalmente dei banconi di notissimi marchi.

Non sarà tutto facile in un paese dove non esistono contratti nazionali di categoria. Ma oggi, in ogni caso, si arriva a un salario minimo di 15 dollari l’ora in molti stati tra cui New York e California. Per avere un termine di paragone, la paga media dei braccianti indiani che lavorano nelle campagne di Latina è di 3,5 euro l’ora.

Spesso pensiamo agli Stati Uniti come un paese senza sindacato e diritti. E all’Italia come un territorio di lunghe tradizioni sindacali. Ma la presenza dei migranti, oltreoceano, sta dando una spinta importante alle rivendicazioni.

Leggi il commento del New York Times (in inglese)

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.