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Lavoro gratis? I rifugiati in Italia tra schiavitù e sequestro

Slavery in chains - Schiavitù in catene
Gustavo La Rotta Amaya © CC Flickr

“I migranti devono lavorare gratis”. La proposta del ministro dell’Interno Alfano abbraccia il senso comune ma porta l’Italia nella barbarie. E alla fine danneggia i lavoratori italiani. Chi ha chiesto asilo aspetta una risposta (che può essere negativa) ed è il primo a volere tempi rapidi. Cosa deve ricompensare?

Slavery in chains - Schiavitù in catene

Gustavo La Rotta Amaya © CC Flickr

“I migranti devono lavorare gratis”. La proposta del ministro dell’Interno Alfano abbraccia il senso comune ma porta l’Italia nella barbarie della schiavitù. E alla fine danneggerà i lavoratori italiani.

Da mesi, in decine di località italiane è stato chiesto ai migranti ospiti di “ricompensare” vitto e alloggio con prestazioni lavorative gratuite. Leggiamo di  cronache locali con “extracomunitari” che puliscono le strade, tagliano l’erba dei giardini pubblici, mettono in ordine le spiagge, assistono bambini e anziani da Nord a Sud. “Bene, era ora”, commentano tutti. La proposta appare persino democratica e vorrebbe far accettare i migranti a comunità locali sempre più ostili.

Una nuova forma di schiavitù

Proviamo a spiegare perché invece si tratta di una nuova forma di schiavitù. Il migrante che ha chiesto asilo può tipicamente trovarsi in una di queste situazioni:

  1. ha presentato domanda e sta aspettando il responso; oppure ha ricevuto una riposta negativa e ha presentato ricorso;
  2. ha ottenuto una risposta positiva;
  3. ha ricevuto una risposta negativa e deve lasciare il paese.

La proposta del lavoro gratis riguarda il primo caso, che coinvolge gran parte dei migranti (circa 85mila persone); nella seconda ipotesi, chi ha ottenuto un permesso di soggiorno può essere inserito in un progetto Sprar, ma si tratta di piccoli numeri: circa 26mila posti disponibili, ognuno con durata di sei mesi; comunque in questa ipotesi l’obiettivo è l’inserimento lavorativo al termine di un breve percorso di formazione, quindi il lavoro gratis non ha senso. Nel terzo caso, ovviamente, si tratta di persone che perdono il diritto all’accoglienza.

Quindi, dovrebbe lavorare chi aspetta una pratica burocratica: come se chiedessero a chi è seduto in fila alla posta di compensare in qualche modo il tempo di attesa. Ma la colpa è del migrante che ha presentato domanda d’asilo? No, è di un sistema (italiano) che non funziona. La legge parla di tempi brevissimi che nella realtà diventano due anni. In teoria, l’ospitalità in un CARA non dovrebbe superare i 35 giorni. Se fosse rispettata la legge, il problema di come compensare l’accoglienza neanche si porrebbe.

Come pagare per fare la fila alla posta

Le cause sono due:

  1. La lentezza burocratica italiana: per il primo grado ci sono appena 20 commissioni (fino a poco tempo fa erano 10); del ricorso si occupano i tribunali ordinari, con le lentezze della giustizia civile che conosciamo bene; la proposta di semplificare le procedure rischia di creare un pasticcio (il diritto speciale per i migranti), ma indica che il problema esiste;
  2. l’interesse oggettivo dei gestori dei centri a trattenere gli ospiti per il maggiore tempo possibile.

Non abbiamo soltanto alberghi di paese che diventano improvvisamente CAS (Centri di accoglienza straordinaria, il metodo più frequente di accoglienza negli ultimi anni) e vogliono lucrare sui rifugiati; non abbiamo solo enti gestori corrotti stile “Mafia Capitale” (“i migranti rendono più della droga”); abbiamo anche casi come quelli del Cara di Mineo, dove ci sono indagati per aver gonfiato il numero di presenze, in modo da intascare un milione di euro in più.

Ricordiamo che la quota giornaliera per ospite (circa 35 euro al giorno) va interamente all’ente gestore (italiano), tranne che per una piccolissima parte, il cosiddetto pocket money, che comunque può essere speso solo in centri convenzionati. A Mineo, un migrante denunciava di essere pagato “in sigarette” anche se non fumava.

La lunga coda

I CARA, tra lentezze burocratiche e interessi poco limpidi, diventano quasi esempi di sequestro di Stato. Lunghe permanenze e procedure lentissime. Considerato che poi in Italia i dinieghi sono sempre più numerosi (sei su dieci nell’ultimo anno), si allunga la coda dei ricorsi. A questo aggiungiamo che chi presenta domanda d’asilo – per esempio  a Crotone – poi può essere sbattuto in un CAS del Veneto, per poi raggiungere la Commissione in Calabria, con tutto quello che ne consegue nel rallentamento delle procedure.

Tra l’altro, molti ospiti dei Cara lavorano già gratis o quasi. Accade nelle campagne di Mineo per la raccolta delle arance (il succo potrebbe finire a note multinazionali); accade per la raccolta delle clementine nelle campagne di Corigliano (il Cara vicino è quello di Isola Capo Rizzuto) dove i richiedenti asilo pakistani lavorano per cifre così basse che anche i romeni rinunciano. Da anni c’è una corsa inarrestabile al ribasso: prima rinunciavano gli africani di fronte alla concorrenza dell’Est. Abbiamo tracce di lavoro pressoché gratuito dei rifugiati persino nel ricco Chianti.

Il risultato è che da questa Italia c’è una fuga di massa. Nel 2015, appena il 6,22% degli arrivati ha chiesto asilo nel nostro sgangherato paese. Chi lo ha fatto non ha presumibilmente scelto, ma è stato costretto dalle leggi europee che prevedono l’obbligo di farlo nel paese europeo di primo approdo.

La maggior parte degli ospiti proviene da Siria, Eritrea, Nigeria, Afghanistan, Libia. Luoghi delle dittature sostenute dall’Italia o delle guerre che si combattono con armi occidentali. Eppure, a Capalbio, dove vanno in vacanza i vecchi intellettuali di sinistra, il sindaco del Pd e i cittadini temono per l’ordine pubblico.

Un danno per gli italiani

Stiamo diventando un paese di frustati e irrazionali. Ma il problema non riguarda i migranti. Come al solito, l’abbassamento della soglia dei diritti prima o poi danneggia tutti. Con l’idea del lavoro gratis abbiamo due rischi molto concreti:

  1. il principio che una persona “privilegiata” debba ricompensare la società, anche se il privilegio è solo presunto;
  2. se la pratica si diffonde, sempre più italiani potranno essere sostituiti da prestazioni lavorative gratuite;
  3. il lavoro non pagato ridurrà per forza di cose salari e diritti. Per tutti.

Magari, la prossima volta che diamo ragione al vicino d’ombrellone o all’uomo comune al bar, proviamo a informarci. Prima di sprofondare tutti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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