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Perché dobbiamo ricordare Ciccio Svelo, attivista

Ciccio Svelo

Il 28 luglio 2011 ci lasciava una persona generosa e conflittuale. Dobbiamo tenere vivo il suo ricordo. Perché è anche la nostra storia

     

Doveva essere la fine degli anni ’90. La frequenza 104, in FM, collegava a notte fonda le due sponde dello Stretto di Messina. In uno studio di Reggio Calabria un avvocato con la passione per la musica trasmetteva da una piccolissima stanza. A pochissimi chilometri, ma col mare in mezzo, ruotavo la manopola avanti e indietro per trovare una sintonia senza fruscìo. Era snervante a volte, ma il risultato era prezioso: l’ultimo disco dei CSI, nuovi gruppi della scena alternativa, le segnalazioni dei concerti da vedere.

Altro che Spotify, in quegli anni e nel profondo Sud un certo tipo di musica era difficile da conoscere e da ascoltare. Per fortuna c’era quella guida che selezionava e proponeva. Oggi che si può ascoltare tutto, quasi senza limiti, mancano le guide che ti facciano uscire dalla tua “stanza di conforto”: sempre le stesse musiche, le stesse opinioni, le stesse letture.
Era profetico il nome che Ciccio Svelo, il conduttore, diede a quella trasmissione radio: Out of the shell, “fuori dal guscio”.

Quando le note di “Into my arms” si alzarono verso il cielo, piangevamo come fontane

Da avvocato, Svelo si occupava anche della difesa dei migranti. Ben presto, quella che era una voce divenne un volto; un personaggio eccentrico, difficile, generoso, pieno dei pregi e dei difetti della gente dello Stretto.

Su un treno sgangherato che andava verso Nord, un treno da emigranti, quando alle frecce associavamo nomi come “Freccia del Sud”, fu lui a indicarmi la fermata di Rosarno.
Mi raccontò una storia surreale: senegalesi fermati per droga, poliziotti che li avrebbero incastrati, una vicenda confusa che però si basava su un fatto inoppugnabile: in una fabbrica dal tetto sfondato appena fuori Rosarno vivevano in condizioni disumane oltre mille africani di ogni nazionalità, una geografia che non era fatta solo di disperazione ma di una dignità che avrei imparato a conoscere. In quel momento, era il natale del 2000, degli africani di Rosarno non ne parlava nessuno. Quando lo proposi a un giornale, mi risposero distrattamente: forse si può fare uno speciale sul razzismo al Sud.

Provammo a fare a rendere pubblica l’orrenda abitudine dei giovani balordi che si divertivano ad aggredire i migranti e poi scappavano via. Ci incrociammo in decine di assemblee e cortei “No Ponte”.
Poi Ciccio Svelo è morto d’infarto il 28 luglio del 2011. Aveva 48 anni. Ci ha lasciato con il desiderio di un’ultima litigata, lui con il suo complottismo, io con le mie ottime ragioni che non vedevano più lontano, lui reggino testa dura e presuntuoso, io ingenuo “buddace”.

E invece no, era tutto finito. C’era solo un funerale e centinaia di amici. Quando, sulla scalinata della chiesa, diffusero le note di “Into my arms” di Nick Cave, piangevamo come fontane.

Quelli che l’avevano conosciuto sentivano, forse per l’ultima volta, almeno per me era così, il significato dell’essere “compagni”. Dall’altro lato della strada scintillava il mare dello Stretto sotto il cielo estivo.

Quella bellezza faceva ancora più male. Era tutto coerente, tutto un’immensa contraddizione, tutto senza vie di mezzo: ogni cosa ti prendeva a spallate. Quello che possiamo fare oggi è ricordare lo spirito di Ciccio Svelo, senza sviolinate, ricordare l’insoddisfazione di chi cerca, cerca, per disperazione, inciampando in piccoli errori e grandissime cavolate; ma senza sosta, fino alla morte.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.