Quintino e Lisabetta

  Tra le infinite traiettorie dell'emigrazione meridionale, la storia di Quintino e Lisabetta incrocia periferie nebbiose della pianura padana, luoghi dei paesi del Sud pieni di mistero e un personaggio - calamita: Gordon. Può cambiare il destino, dare sfogo ai desideri di una vita diversa o semplicemente trascinare verso l'inferno?
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Bevi Quintino, bevi. Tutti cercano di far bere Quintino Sella, perché sanno che dopo due bicchieri si ubriaca e parla a ruota libera, parolacce, doppi sensi.

Seduti in circolo nella piazzetta, di fronte all’insegna del Bar Logoteta, il gruppo di amici ride a più non posso. Scherzano sulle donne, perché non ci sono donne, stanno a casa, preparano le valigie.

Per molti è l’ultima serata in paese. Intorno ci sono le auto parcheggiate in file sparse. SUV con la targa tedesca, berline con quella di Treviso. Paolo, che ha una piccola Suzuki ammaccata, ha parcheggiato due traverse più in là.

Quintino beve e ringrazia gli amici per la bella serata di fine agosto. Con stupore di tutti, non è ubriaco. Beato te che rimani qui, a goderti un’altra settimana di mare, dice Ottavio. Beato, noi già domani saremo in mezzo alla nebbia.

Ma io non resto. Parto anche io, risponde Quintino alzando il bicchiere di Peroni. E questo giro lo offro io, perché devo brindare alla lettera di assunzione!

***

Seduto sulla poltrona di un InterCity, Quintino agita il telefono, lo squillo prolungato lo ha svegliato. Sono già arrivato a Parma?, pensa.

Poi risponde: Giacinto, bello mio, come stai?

Giacinto spiega: ha risolto tutto, ha trovato un inquilino per la loro casa al paese, una vecchia abitazione a due piani. Ma l’inquilino vuole entrare subito, altrimenti cerca un’altra casa, così ha detto, intanto sua moglie Lisabetta dovrà restare al paese almeno quindici giorni per sbrigare tutte le pratiche burocratiche. Poi anche lei andrà a Parma dove lavora già da un anno in una scuola privata per l’infanzia.

Ho risolto anche questo, dice Giacinto, ho trovato un affittacamere, per quindici giorni va bene, c’è solo un piccolo problema. Ma si risolve facilmente.

***

Una signora si gira verso Quintino, visibilmente infastidita, da quando è iniziato il viaggio è sempre al telefono, la signora sbuffa e infila un paio di cuffiette.

L’InterCity entra lentamente nel cuore di Napoli Centrale.

Lisabetta, vita mia, dice Quintino. Ha risolto tutto Giacinto, ha trovato l’inquilino, che però dice che deve entrare per forza dal primo settembre. Il trasloco lo devi fare tu, io domani entro a lavorare alle officine.

Va bene, risponde lei, ma nel frattempo dove vado ad abitare? Ci vorranno almeno quindici giorni.

Anche questo ha risolto Giacinto, è veramente un amico, ha trovato un affittacamere. Il prezzo è ottimo, veramente basso.

Ah, dice Lisabetta lievemente allarmata. E come mai?

Bè, risponde Quintino in imbarazzo, c’è un piccolo problema. Ma facilmente risolvibile. E poi sono solo quindici giorni.

***

Lisabetta attraversa la piazza del paese, passa di fronte al caffè Roma, improvvisamente gli anziani seduti fuori tacciono, si girano e seguono con lo sguardo il cammino della donna.

Arrivata al lato opposto della piazza, incurante degli sguardi, la donna riconosce Giacinto, toglie gli occhiali da sole, gli stringe la mano, infine siedono a un tavolino del bar Logogeta. Il paese è quasi deserto, qualcuno passando li osserva curioso, dissimula un sorrisetto.

Grazie Giacinto, dice la donna, sei un amico vero. Fatti offrire qualcosa, che prendi?

Scherzi, dice l’agente immobiliare, piccolo e grassottello, occhiali scuri a goccia, con un completo turchese e cravatta dal nodo grosso, nonostante il caldo estivo.

Non sta bene che offre una donna. Due granite al caffè, comanda al cameriere.

Poi, più dolce: ecco il contratto di affitto da firmare. Ecco l’incarico per la ditta di traslochi. E infine l’accordo con il nuovo inquilino, accordo di diciotto mesi, così non abbiamo problemi se non ci troviamo bene. Meglio fare le cose a posto.

Io non capisco niente di queste cose, insegno ai bambini in una scuola privata nella pianura Padana, ma Quintino si fida ciecamente di te.

E allora ti fidi pure tu, conclude l’uomo con logica di ferro.

Quindi prende una serie di fogli, con le mani sudate e i polpastrelli grassi li dispone sul tavolino, ignora le macchie di caffè che ogni tanto spande, infine porge una stilografica a Lisabetta.

La donna firma e termina la sua granita senza fretta.

Andiamo!, impone Giacinto indicando la sua Smart parcheggiata accanto al tavolino.

***

Ma quello è il cimitero!, dice Lisabetta mettendosi una mano sulla bocca. Poi, istintivamente, fa il segno della croce.

Sì, ammette Giacinto, asciugandosi il sudore con la cravatta turchese, la casa che ti ho trovato è vicino al cimitero. Ma fuori, non dentro, precisa.

Meno male, risponde la donna a bassa voce.

I due entrano in un portoncino scrostato, salgono le scale di un cortile interno e l’uomo apre una porta marrone che andrebbe giù con una spallata.

All’interno è tutto sbarrato, lui accende la luce, lei va verso una porta-finestra.

Ferma!, dice lui istintivamente.

Perché?, chiede Lisabetta. Non si apre? È guasta?

Giacinto è in imbarazzo, dice che lì funziona tutto, ha controllato personalmente, è un professionista, lui. Poi si avvicina e apre.

Una ventata di esalazione pestilenziale entra subito nel soggiorno. Lisabetta si copre bocca e naso, Giacinto usa ancora la cravatta, questa volta come maschera antigas.

Lui chiude la porta-finestra, lei scappa in cucina.

Ma…, prova a chiedere sull’orlo dello svenimento.

Niente, dice lui, questo è il piccolo problema, lo avevo detto anche a Quintino, a lui stava bene. C’è una tomba che si è aperta, forse col temporale, escono odori cimiteriali, ma ormai non fa tanto caldo, basta tenere tutto chiuso e il problema è risolto!

****

Lisabetta chiama Quintino, ma me lo potevi dire, altro che piccolo problema, stavo quasi per svenire, ma possibile che si apre la tomba, che poi le bare non si dovrebbero aprire, ma secondo te io posso stare chiusa qui a settembre che ancora si crepa di caldo, ma secondo te io posso dormire da sola reclusa sapendo che là fuori c’è una tomba aperta. Ma secondo te.

Quintino balbetta, si passa la mano sulla testa pelata, rigira il telefono tra le mani, si passa il dorso dell’indice sul naso, ma sono solo pochi giorni, Giacinto mi aveva detto che si sentiva appena, resisti non abbiamo alternativa, pochi giorni e nemmeno te lo ricorderai, ci hanno fatto un prezzo ottimo, lo sai che non abbiamo soldi, ci hanno fatto un prezzo ottimo.

Lisabetta chiude il telefono.

***

Ecco chi mi ricordi, l’attore di Blade Runner, il biondo con la pelle trasparente. Com’è che ti chiami, Gordon?

Lisabetta si siede su un muretto che circonda il cimitero e guarda con curiosità il suo interlocutore.

Per farsi coraggio ha fatto un giro, lungo il muro di cinta, di fronte alla grande scritta che assicura la resurrezione dei morti, Resurrecturis, tra le tombe di spose esemplari e bambini colti da fine prematura.

Guarda gli angeli paffuti aggiunti come decorazioni, si sofferma sulle foto in bianco e nero di uomini con bombetta e baffoni e donne coi capelli raccolti e grosse collane di perle.

Mentre si china su un mazzo di fiori, avverte una presenza alle spalle. Urla quando vede due occhi celeste ghiaccio, una pelle bianca che lascia intravedere le vene, capelli biondo cenere.

Ti ho fatto paura? Non volevo.

Gli sembra un accento straniero, ma non riesce a definirlo. Gordon. Gentile, cortese, la guida per i vialetti, le mostra le poche tombe di pregio e i personaggi illustri, racconta dei fulmini che hanno danneggiato le bare durante le notti di tempesta. A volte sembra un angelo, ma quando appare senza fare rumore è convinta di essere diventata amica del diavolo.

Gordon  fa la guardia ai morti da lungo tempo ma non sa spiegare cosa è successo alla tomba di fronte alla casa di Lisabetta. Anche lui sente l’odore quanto il vento gira verso sud. Ha chiesto un intervento da almeno un mese ma nessuno si muove. Nessun parente da rintracciare, se non si attiva il Comune la tomba rimarrà aperta.

Lisabetta non ci crede, tutti mi dicono che bisogna avere paura dei vivi, si sfoga con Gordon, ma io di notte me li vedo tutti in casa, i morti, il primo è quello della tomba aperta, proprio come nei film horror, hanno fosse al posto degli occhi, un’ascia arrugginita nella mano sinistra e sfondano la mia porta con una spallata.

***

Quintino rientra in casa, un appartamentino fuori Parma con cucina a bombola e pensili di compensato, un divano di seconda mano, fiori di plastica sul tavolo, mensole sconnesse e buchi dei tasselli da muro.

Pensa con rabbia alla giornata di lavoro, ormai è tanto abituato a stare solo che parla a voce alta, verso lo specchio, poi si ferma come se aspettasse una risposta. «Ma è normale che io lavoro alle officine riparazioni, capannoni, grasso e rumore di lamiere, e ogni mattina dobbiamo fare il brifing

«È normale?», continua dopo una lunga pausa. «Arriva il team leader, che non ho capito che vuole dire, elenca i punti di forza e i punti di debolezza del gruppo, che poi praticamente sono solo lamentele su quello che facciamo, la pausa per la sigaretta è troppo lunga, se squilla il telefono non si risponde, dopo che si finisce una linea si passa alla successiva, se si finisce prima si attacca prima, tanto il turno è quello.

E poi c’è Ugo, io lo odio, il team leader lo definisce un insider, io lo chiamo spia e leccaculo,  anche gli altri lo chiamano così, sempre ragione dà ai capi, dice che attacchiamo alle 7,30 quando lui inizia un quarto d’ora prima, ma fatti i cazzi tuoi, mi viene da dire, invece sorrido al team leader perché sono in periodo di prova, ma appena finisce il periodo di prova un calcio in culo a Ugo non glielo leva nemmeno la Madonna del Carmelo».

Quintino esce dal bagno sgocciolando, guarda il frigo decorato con magneti di luoghi di vacanza, è vuoto, lo richiude.

Va in camera da letto, non ha voglia di cenare. Si butta vestito sul letto, una tuta macchiata di grasso e scarpe da ginnastica. Con la mano sinistra prende dal comodino la foto del matrimonio, Lisabetta bellissima, slanciata, spalle ben piantate, nude, l’abito di mille veli bianchi. Lui le arriva a stento alla spalla, però magro, senza un filo di grasso, il volto come bruciato dal sole, la barba per una volta ben fatta. Sembrava tutto possibile quel giorno.

***

Lisabetta entra in casa, va ad aprire la finestra, istintivamente si ferma. Accende la luce, va in cucina, posa sul tavolo i fagiolini e i pomodori. Quell’odore è rimasto nelle sue narici, un misto di marcio e di fiori putrefatti.

Una volta erano partiti per una vacanza a Scalea, un mese in un villaggio lei e Quintino. Avevano lasciato qualcosa nel frigo, carne congelata. La corrente elettrica era saltata mentre erano via. Al ritorno a casa c’era un odore di cadavere. In prima battuta avevano pensato a un morto. C’era voluto del tempo per pulire il frigorifero, spruzzare deodorante ovunque, spalancare le finestre. Eppure a volte Lisabetta sentiva ancora quell’odore terribile, solo dopo mesi era riuscita a cancellarlo. E adesso tornava.

Va in bagno, si sciacqua, sistema in frigo la spesa. Poi in camera da letto, apre la valigia, prende i vestiti che le servono e la grande fotografia, illuminata male da una vecchia lampadina a incandescenza. La guarda con un sorriso indulgente. Non ci aveva mai creduto, neppure quel giorno. Quel tipo goffo, una specie di pinguino col completo nero, un cravattino senza senso. Un ometto che arrivava alla sua spalla.

Lei invece sembrava una dea, alta, fiera, con gli occhi che brillavano, le spalle nude e i fiori bianchi in mano. Aveva il mondo in mano e un mostriciattolo al fianco.

***

Quintino beve un sorso di acqua del rubinetto, si asciuga la bocca con il dorso della mano, chiude lo sportello di compensato del pensile, getta nella spazzatura i resti di una quattro stagioni surgelata “Italpizza”.

Spegne il televisore, chiude le imposte della finestra che danno sulla strada, ma prima urla ai pakistani in basso di fare silenzio, ché lui sta andando a dormire. Dalla strada lo squadrano con indifferenza.

Invece non prende sonno, le mani intrecciate dietro la nuca, lo sguardo al soffitto del vecchio lampadario al neon. Non chiama Lisabetta da cinque giorni, né lei lo ha chiamato. Sicuramente lo disprezza per quella casa al cimitero, ultima tappa di una lunga via crucis nel considerarlo un poveretto.

Eppure ne aveva ingoiate di umiliazioni, i lavoretti saltuari come meccanico, l’impiego al patronato durato pochi mesi, i corsi professionali retribuiti a ore per stare seduto su una sedia di plastica.

Intanto lei gli mostrava la sua laurea e diceva: io farò i concorsi, quella  pergamena appesa alla parete non è carta igienica. Vivevano da poveri, la casa offerta dalla famiglia di lei come una dote d’altri tempi, una Panda di seconda mano gialla che suscitava sorrisi appena imboccava il corso del paese scoppiettando.

Poi la notizia. Tra le tante domande che aveva fatto, aveva risposto la “Vittorio Bòttego”, una scuola privata della periferia di Parma. Lunghe infinite discussioni, serate mangiando pane e veleno, a volte solo veleno, due punti di vista irremovibili. Parto, non parti, se parti mi ammazzo, no ti ammazzo io.

Alla fine nessuno era morto, lui tratteneva le lacrime di fronte alla fermata del pullman, lei pensava alle diciassette ore di viaggio, incluse tre di cambio a Firenze, lungo le strade dell’emigrazione più povera.

Lei, laureata, speranza e orgoglio della famiglia, stava lì alle quattro del mattino sotto una pensilina assediata da buste della spazzatura, con due trolley e un borsone, accanto a manovali, muratori, donne incinte che tenevano per mano bambini col moccio al naso, insonnoliti.

Lui, dentro la Panda, col motore acceso, dall’altro lato della strada, dispettoso, non voleva salutarla. Dopo mesi si erano riconciliati, era andato a trovarla in quell’appartamentino, neppure Parma era, ma un paese vicino, ci abitavano solo pakistani, una striscia di asfalto con qualche negozio e la silhouette dell’Esselunga che emergeva dalla nebbia.

***

Il bambino aveva undici anni, la sorellina nove, erano sopravvissuti alla prima guerra mondiale per morire d’influenza. Lisabetta si ferma di fronte alla tomba spoglia, cemento consumato dal tempo, una croce arrotondata di ferro e ruggine. Poi legge di nuovo i nomi, un paio di lettere mancanti, Lina e Vincenzino, e infine due date: nati nel 1910, morti 8 anni dopo, scampati all’orrore della guerra per creare di spagnola. Sospira, cambia l’acqua del vaso, sostituisce i fiori appassiti con i crisantemi bianchi che ha appena acquistato dalla fioraia sotto l’arco dell’ingresso.

Si ferma a pregare. È l’ora del tramonto. All’improvviso un fruscio. Si gira terrorizzata: Gordon.

Non volevo spaventarti, le dice, ho visto che stavi pregando alla tomba dei bambini. Lei si gira, condividono il silenzio, intanto è quasi buio, pregano insieme.

Devo chiudere, dice lui, accompagnandola al cancello. Lisabetta si passa la mano sulla fronte, è tornato il pensiero di quella casa, è la settima notte, le giornate le passa a firmare carte e controllare il trasloco e le spedizioni, ma la sera deve tornare in quell’appartamento sigillato, sola con la sua angoscia e il terrore che uno spiffero le porti in stanza quella puzza che viene direttamente dall’inferno.

Aspetta, Gordon, dice, un attimo, non voglio andare a casa.

Va bene, dice lui.

Stasera è più pallido del solito, quasi trasparente.

***

Il gabbiotto di Gordon è una serra di vetro e ferro, all’interno un tavolino,  un telefono bianco, un televisore in bianco e nero a forma di cubo. E poi infiniti mazzi di chiavi appesi alle pareti e fiori marci in quantità.

Si siedono, Lisabetta è a braccia conserte, imbarazzata. Gordon non dice una parola. Si guardano.

Io non volevo sposarlo, esordisce la donna. È stata la mia famiglia. Tu non puoi capire queste cose.

Gordon non prova neppure a protestare. Ascolta immobile mentre fuori, in cielo, appare una mezzaluna.

La mia famiglia è molto particolare, se dico mafiosa forse mi capisci, anche se non è proprio così, almeno per me. Io volevo molto bene a mio padre, ma l’ho visto poco, se non era in galera stava nascosto in un bunker sotterraneo proprio sotto la mia stanzetta. Però mi ha tenuto sempre fuori da quelle cose, dalle sue attività, non ne parlava mai. Mi ha fatto studiare, le scuole migliori. Porterai il nostro nome avanti, in una bella luce, diceva. E io questo volevo fare. Anche se ora sono finita in una casetta sigillata ai bordi di un cimitero.

Perché non lo volevi sposare?, chiede Gordon sputando le parole come fossero denti.

E chi lo conosceva! Me l’hanno presentato, un bravo giovane, si è invaghito di te. Così, ha detto mia madre, invaghito. Una parola che aveva sentito alla televisione.

Poi papà mi ha parlato, tu sei intelligente perché sei laureata, ha detto. Io ti prometto che ti lascio fuori da tutte le nostre cose, ma tu una cosa sola devi fare per la famiglia.

Ma perché devo sposare quello, che ha di speciale?, ho chiesto con una voce stridula. È pure mezzo cristiano, mi ha arriva alla spalla. È un mafioso?

Ma no, ha risposto mio padre, è una questione politica, quello può diventare vice sottosegretario del Ministero della Giustizia.

Ma chi, Quintino?

***

Io se facevo la carriera ecclesiastica diventavo Papa, si dice Quintino allo specchio, citando il suo film preferito. Si sciacqua la faccia nel vecchio lavabo in ceramica, passa il dopobarba a spruzzo ed esce.

A volte parla da solo, a voce alta, ricorda i tempi d’oro, quando era entrato nello staff dell’onorevole Giacalone, un traffichino obeso che gli faceva battere la provincia in cerca di precari, potenziali invalidi, vecchie delle case di riposo, tutta fauna che avrebbe barattato il proprio voto in cambio di un pezzo di pane.

Quando Giacalone era lì, nel salone delle feste del Quirinale, con una giacca troppo stretta per la sua misura, impacciato, pronto a giurare per il governo appena formato come sottosegretario alla Giustizia, Quintino non stava nella pelle.

In paese nessuno rideva più quando appariva con la sua Panda giallo banana, anzi lo affiancavano ossequiosi, buongiorno Quintino, bello mio, come stai, posso offrire un caffè?

Lui li guardava sornione, ridendo sotto i baffi, soddisfatto. Presto avrebbe avuto un posto importante, a Roma, dove avrebbe portato quella donna fino a ieri irraggiungibile. L’unico ostacolo era parlarne al padre e restare vivo.

***

Gordon è nel suo gabbiotto di guardia del cimitero, accende il bollitore, sceglie una bustina di tè verde. In lontananza, nel vialetto adornato da bassi cipressi, intravede la bella sagoma di Lisabetta che avanza.

Disturbo?, chiede lei, facendosi strada nell’oscurità fino alla porticina. Non avevo voglia di tornare in quella casa. Racconta l’ultimo incubo, era senza braccia e occhi, chiusa in una specie di tomba, seppellita viva, non poteva respirare ma non riusciva a morire, non vedeva nulla e non sentiva nulla, ma aveva l’olfatto, e le arrivavano odori nauseabondi di cadaveri in decomposizione, ma non aveva braccia per sollevare quella che poteva essere il coperchio di una bara.

Fece un sospiro profondissimo, proprio come quando ci si sveglia da un incubo, lui le disse che doveva abituarsi al silenzio, al luogo, lui era un esperto perché era stato guardiano in tanti cimiteri in tutta Europa.

E non hai mai avuto paura?

Una volta sola, a Mostar, racconta lui, nessuno voleva stare di guardia a quelle tombe bianche, in fila nel centro della città, era pieno di bambini ammazzati nella guerra, Fatima, Marko, Mustafa, anche piccolissimi, sepolti in lenzuoli bianchi nella terra nuda, ogni notte li vedevo, si alzavano dalla terra e venivano verso di me, chiedendo perché, perché non abbiamo avuto la nostra vita, vedevo le loro mani con le unghie ricurve, come volessero riprendere quello che gli adulti avevano tolto loro. Sono stato sei mesi e ogni notte ho fatto lo stesso incubo.

****

Si toglie lentamente la tuta sporca di grasso, la getta nella vecchia lavatrice Zoppas, si toglie tutti i vestiti e apre il rubinetto cerchiato di rosso dell’acqua calda.

Quintino piange mentre l’acqua diventa bollente, pensa a Lisabetta, non la sente da dieci giorni, ha voglia di chiamarla, forse ha esagerato con la casa al cimitero, ma lo ha fatto per loro, gli sembrava una buona soluzione, una piccola tappa intermedia verso la loro unione definitiva. Forse ho sbagliato qualcosa, pensa mentre si asciuga con un vecchio accappatoio ad alveare.

***

Ma tu dove abiti?, chiede Lisabetta. Qui c’è solo un gabbiotto.

Fa di nuovo caldo, il caldo dolce di settembre, lei indossa una gonna corta e una canottiera, si siede ridendo sul tavolo e dondola le gambe.

In una tomba, risponde Gordon con un sorriso spettrale. Poi spiega che sotto il tappeto c’è una botola che conduce a un appartamento completo, letto, cucina, frigo, non manca niente. Per uno come me, aggiunge mesto.

Lisabetta diventa pallida, poi si volta, come a reprimere un conato di vomito. Alza la mano per allontanarlo: la botola,  un brutto ricordo, sto già meglio, adesso ti spiego.

Vivevo già nella casa con Quintino, racconta, un palazzetto a due piani, nel centro storico, un portone scassato, balconi. Un dono di nozze della mia famiglia, non potevamo permetterci niente altro.

Mentre preparo la colazione, guardo la tv. Parla del nostro paese. Alzo il volume. Immagini consuete, elicotteri, cani, pettorine blu scuro con scritto DIA, mitra e passamontagna. Poi la sorpresa. Quella è casa mia. Vedo persino i militari che irrompono nella mia cameretta, fanno volare in aria bambole e peluche, puntano le pistole contro il lettino dove ho passato la mia infanzia.

I bambini in casa famiglia, gli adulti in casa circondariale, in attesa di giudizio. Anche mia madre, accusata di favoreggiamento aggravato. Poi un sospiro di sollievo. La tv annuncia che mio padre è ancora latitante. Poi un attacco di panico. Lui è lì sotto. Sapevo che sotto la mia stanzetta c’era una botola murata, praticamente invisibile, che conduceva al bunker dove mio padre trascorreva le sue latitanze. Lui doveva essere lì. Quanto poteva sopravvivere? Forse aveva acqua e cibo per qualche mese, sicuramente non aveva le iniezioni salvavita con cui teneva a bada il diabete. Dai miei calcoli, aveva quaranta giorni di autonomia.

Lo immaginavo centellinare il cibo e i sorsi di acqua delle confezioni di plastica. Guardarsi dimagrire, vedere la pelle sempre più vicina alle ossa, le occhiaie infossate. Nessuno poteva soccorrerlo, a meno di tradirlo. Del resto la casa era sotto sequestro giudiziario, entrare significava rompere i sigilli e commettere reato. Sapevo anche che quel rifugio lo aveva progettato un ingegnere che lavorava per i militari, era praticamente invisibile ai sonar e agli infrarossi, ma a un prezzo. La botola non poteva essere aperta dall’interno. Che entrava, sapeva di dipendere interamente dal mondo di fuori. A mio padre piaceva fare il duro, il fatalista, aveva detto sì senza esitare, questa è la vita che mi sono scelto, mi diceva, ma tu devi restarne fuori. Ed è morto così, tutti sapevamo e tacevamo, anche mia madre, perché questa era la sua volontà.

Gordon tace per qualche minuto, profondamente colpito.

A cosa pensi?, chiede lei con un sorriso.

Forse nella tomba aperta c’è tuo padre.

Il sorriso si spegne, diventa aggressiva, ma cosa dici?

Gordon è impaurito, balbetta che forse gli uomini del clan sono andati a recuperare il cadavere del capo, ma non sapevano cosa farne e lo hanno messo nell’unica tomba che sono riusciti ad aprire, rapidamente, per non essere scoperti.

Lisabetta protesta, non ha senso. Poi sviene.

***

Si sveglia all’improvviso, sono le quattro del mattino, non ha più sonno. Quintino controlla l’ora, poi sente l’angoscia dei dieci giorni senza Lisabetta. Né un cenno né un messaggio. Infine prende una decisione, stasera la chiamo. E si riaddormenta, finalmente tranquillo.

Al risveglio fa colazione, un caffè solubile, una merendina imbustata. Pensa ai giorni d’oro, quando nei corridoi dei palazzi di Roma stavano per fare il suo nome per un incarico importante, nello staff dell’onorevole Giacalone.

Si immaginava con Lisabetta al fianco, procedere sicuro, per le strade acciottolate della Capitale, scegliendo con cura il caffè con il panorama migliore, il Pincio, il Celio, ordinando senza guardare il prezzo nel menù, sollecitando con durezza che il cameriere che non li trattava con il riguardo dovuto.

E invece erano bastati 180 secondi per distruggere tutto, un servizio televisivo di una trasmissione infame, TeleReport, che ipotizzava, collegava fatti, aggiungeva aggettivi all’operato dell’onorevole Giacalone con una musica enfatica in crescendo. È opportuno tutto ciò?, chiedeva la voce fuori campo.

Cosa fosse opportuno non lo aveva capito nessuno, neppure Lisabetta che aveva le scuole, sicuramente non c’era nessun reato, eppure Giacalone ne commetteva ogni ora. Tuttavia il capo del Governo chiese le dimissioni, appunto per questioni di opportunità, e Giacalone dovette rassegnarsi, a testa bassa, ruminando frasi di vendetta.

Fu rapidamente tutto smantellato, il comitato elettorale al paese, la carriera di Quintino. Al paese tutti i suoi coetanei non stavano nella pelle, mai gioia fu più grande per loro, altro che Roma, Quintino restava con loro sulle sedie del bar Logoteta, a consumarsi le unghie sui gratta e vinci.

Lui si chiuse in casa, un vero orso, scontroso, guardava di sbieco Lisabetta e minacciava, tu non parti, tu non lavori, aspettiamo, non sia mai che mi faccio mantenere da una donna, non sia mai che divento cornuto di un polentone.

****

Apre gli occhi e vede la sporgenza dell’omero di Gordon. Poi si tocca, il seno, il ventre. È nuda, avvolta in un lenzuolo con le toppe. Sono lì, neppure un vero letto, ma un materasso al centro della stanza, Gordon girato di spalle che dorme, respira profondamente con un ritmo regolare.

Cosa è successo? È svenuta, lui l’ha soccorsa, l’ha appoggiata sul letto. Gordon si sveglia sorride, le accarezza i lunghi capelli lisci. Gordon, dice lei. Cosa mi è successo?

Niente di male, risponde l’uomo, cupo. Lisabetta sente all’improvviso il suono del suo telefono, allunga il braccio, guarda il display. Quintino.

Siamo nei guai, vero?, chiede Gordon con voce asettica.

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