Il racconto della domenica

     
I go under the earth / And listen to the dead people talk / They tell stories / They know it all / They tell stories of you (Gry – Princess Crocodile)

Il primo

Quella fu l’ultima estate degna di essere ricordata. Entrò zio Adolfo e chiese: è quello il tuo fidanzato? Bravo, hai fatto bene, ammiccava. Sei furbo. Livia sarà dottoressa. Nella nostra famiglia non c’era. Nella nostra famiglia ci serve un banchiere per fottere la fame, un avvocato per fottere la legge e un medico per fottere la morte.

Lo zio Adolfo è un po’ naif, diceva Livia. In fondo è adorabile. Io adoravo lei, la sua camicetta bianca, gli occhi verdi, l’odore estivo di crema solare. Le palme in giardino, i riflessi della pietra calcarea bianca sul fondale marino. Lo zio volgare era un punto trascurabile in quell’oceano di felicità.

Vennero altri cugini e altri amici da Milano. Erano giornate senza pensieri. Granite alle mandorle, pizze ai frutti di mare. Tuffi dallo scoglio, mare blu cobalto. Sabbia bianca fine, ore per trovare un parcheggio. I Suv parcheggiavano fin sulla sabbia. Gelato al gelso e gas di scarico. La musica era sempre con noi. Manuela si era fissata con un disco swing remixato col dub. Paolo ci voleva convertire al rap norvegese. Livia sosteneva che Sinatra andava assolutamente rivalutato.

Stavamo risalendo verso casa, alla fine di una giornata di mare. Dopo la doccia, Livia mi disse che la mattina dopo non saremmo andati al mare. Un funerale, un cugino di secondo grado. Questione di due ore. Non preoccuparti, amore mio, risposati. Cosa vuoi che sia.

Tra qualche ora la mia vita sarebbe cambiata per sempre.

***

Era molto giovane, meno di vent’anni. Vestito da matrimonio, completo nero, camicia bianca, scarpe lucide. Capelli impomatati. Collana d’oro. Occhiaie spaventose. Rigido, con un orrendo taglio sulla guancia destra che sembrava ricucito col filo di ferro. Come è morto?, chiesi a Livia. Non sta bene parlarne adesso, te lo dico dopo, rispose. Appena si accorse di essere guardata scoppiò a piangere, come se un dolore irrefrenabile l’avesse fulminata. Piangevano le giovani cugine e le donne anziane alzavano urla al cielo, come a chiedere che resuscitasse. Gli uomini ostentavano volti di cera. Chi deve pagare pagherà, mi sembrò di sentire. Ma era sicuramente l’effetto del caldo, delle candele, dei fiori che marcivano nell’aria irrespirabile.

Il volto dei cugino ricucito e truccato mi tormentò per diversi giorni. Per diverse notte sognai quelle occhiaie innaturali. Andammo già nel pomeriggio al mare, ma senza l’allegria dei giorni precedenti. Livia sembrava molto turbata, ma faceva di tutto per non farlo vedere. Manuela non sembrava molto colpita, ma ogni tanto la sorprendevo seduta sul bordo del mare a fissare l’orizzonte. Aspettammo il tramonto, silenziosi.

A casa chiesi a Livia come era morto. Non se ne può parlare, disse. Siamo in lutto stretto. Dopo la doccia disse sorridendo: ho voglia di fare l’amore. Lutto stretto?, provai a ribattere mentre ero supino sul letto. Poi venne su di me e non dissi più niente.

***

Sai qual è la differenza tra cinema e jazz?, chiese una signora cinquantenne alla sua vicina di sedia. Che quando c’è un film posso stare seduta, mentre al concerto mi alzo. Io non sopporto di stare seduta per più di mezz’ora. Livia aveva insistito per andare allo spettacolo nella piazza del paese, un’iniziativa del Comune a ingresso gratuito. L’unica di tutta l’estate. L’assessore alla Cultura era un orrendo grassone che si presentò con una camicia bianca impreziosita da due enormi aloni di sudore alle ascelle.

Parlò dell’alto valore della musica, linguaggio universale. Concluse dicendo che quelli che sanno solo criticare, e voi sapete a chi mi riferisco, un giorno dovranno rendere conto. Chiesi a Livia a chi si riferisse, ma lei rispose che non sapeva, erano questioni politiche. Godiamoci la musica piuttosto.

La musica non riuscivo a sentirla, perché tutti parlavano a voce alta, mangiavano il gelato, urlavano ai bambini smetti di piangere o andiamo a casa, giuro, andiamo a casa. Livia si annoiava, non amava il jazz.

Andammo a passeggiare alla villa. In questi paesi chiamano villa il piccolo quadrato dei giardini comunali. Volevo parlarle, chiedere del cugino morto. Sapere cosa era accaduto. Era un lontano parente, non lo conoscevo bene. Sì, mi è dispiaciuto, morire a quell’età, disse. Come è morto?, provai ancora. Te l’ho detto mille volte. I parenti sono a lutto stretto. Non possono parlarne.

***

La vacanza era finita lì. Un alone di morte era sceso su tutti noi. Fingevamo di ridere e gioire come prima. Iniziavamo la giornata con una brioche immersa nella granita di gelso e a metà giornata pranzavamo con spaghetti alle cozze accompagnati da vino bianco gelato. Ma mi seguiva quell’odore di orchidee marce della camera ardente.

Non capivo. La morte deve essere gotica, l’associo alle nebbie, ai silenzi, al buio. Invece era arrivata in quella luce solare abbagliante, tra il suono della risacca del mare e il verde intenso della vegetazione che scendeva verso il mare. Il tramonto rivelava la sagoma delle isole di fronte. Il ristorante sul mare serviva una frittura di pesce che i clienti accompagnavano con grandi bottiglie di birra. Io pensavo a Livia e a quella risposta che mancava da giorni. Come era morto il ragazzo dalla guancia ricucita col filo di ferro?

Il secondo

Livia era adorabile. Rideva e ascoltava fino alla nausea Struggle for pleasure di Wim Mertens. La lotta per il piacere mi accompagnava in auto, in spiaggia e in casa. Mentre ci amavamo, era la colonna sonora di un’intensa felicità. Iniziavo a pensare sempre meno al funerale. Alle fine sono fatti loro, mi dicevo. Se non ne vogliono parlare devo rispettare la loro riservatezza. Sono fatti così.

Oggi solo io e te, disse lei. Quel giorno andammo a mare da soli. Ci baciavamo sotto il sole rovente. Pranzammo con un enorme calamaro ripieno di olive e capperi e decorato con miele locale. Un bicchiere di Inzolia suggellò il nostro patto eterno: uniti sempre. Tornammo a casa. Facciamo insieme la doccia, le chiedo, dopo averla baciata. No, vai prima tu. Entrai in bagno e all’inizio non capii. Il rumore come di grandine. La calce che si alzava intorno. La polvere. Pensai a un terremoto, durò qualche secondo. Poi vidi i buchi. Uno in particolare, dietro di me. Livia arrivò pallidissima. Non disse nulla.

***

Avevano sparato dalla strada, avevano perforato i muri della casa. Vidi il buco di un proiettile a meno di mezzo metro. Livia, dissi. Lei zitta, pallore di morte. L’estate era veramente finita.

***

«Questa sera tutto a base di melanzane!», annunciò zio Adolfo euforico. Una bellissima serata estiva. Nessuno aveva fatto cenno a un piccolo dettaglio. Due ore prima, un pezzo di piombo poteva attraversarmi da parte a parte. Non lo aveva fatto per una questione di pochi centimetri.

A cena erano tutti euforici. Livia sorrideva. Mamma Pina serviva maccheroni al sugo di melanzane, melanzane ripiene immerse nel sugo di pomodoro, una caponata agrodolce. Intervallava ogni portata con – ne vuoi ancora – c’è ne sono ancora tante – non fare complimenti – qui non è come al Nord, siamo generosi – non mangi niente – da quando siete a Milano non mangiate più – a Milano mangiano la plastica.

Zio Adolfo rideva e diceva che la torta alle melanzane sarebbe arrivate alla fine, che cena a base di melanzane era senza la torta? Livia apprezzava molto quello scherzo. Papà Rocco prese una bottiglia di vino rosso – l’ho conservata da 10 anni in cantina per le occasioni speciali. Era in realtà un orrendo intruglio zuccheroso, imbevibile e molto forte, che tutti però apprezzarono. Dopo pochi bicchieri erano praticamente ubriachi. Gli uomini si alzavano dalle sedie paonazzi, si abbracciavano e tornavano a sedersi.

Manuela prese un piatto. Senza dire niente lo ruppe sul tavolo. E andò via in silenzio. Livia disse: è pazza. Tutti annuirono. Con la corrente elettrica si deve curare, annotò lo zio Adolfo. Io andai in bagno. Mi sciacquai tre volte la faccia. Stavo per vomitare. Tornai. Adesso lo dico, pensai. Mamma Pina, grazie, la cena era veramente ottima. Ma, secondo voi, perché oggi ci hanno sparato?

Eh, disse zio Adolfo contrariato. Perché? A Milano non sparano mai?

Il terzo

Tornammo a Milano. Livia stava per laurearsi in Medicina, io in Lettere. Vivevamo separati, in appartamenti da studenti divisi con altre persone. Non parlammo di quelle vacanze per un mese. Ci vedevamo, ma discutevamo degli esami.

Quel peso mi tormentava. Poi, un giorno, distrattamente stavo sfogliando le foto del suo cellulare. Vidi una tomba, le chiesi cosa era, è quella di mio cugino morto in estate, spiegò. Ah, dissi. Ma notai che non era adornata soltanto di fiori, ma di collane, anelli d’oro, fotografie di lui al mare, persino un orsetto di pelouche.

Era quello di quando era piccolo, disse Livia, notando che mi ero fermato a guardarlo, come incantato. Le altre tombe non hanno orsetti, dissi. Quali altri tombe?, rispose lei contrariata. Le tombe normali, risposi. Cosa sono le tombe normali?, urlò lei, a un passo dalle lacrime.

Litigammo furiosamente, era la prima volta. Io le chiesi alla fine – dimmi come è morto oppure è finita tra noi. Cosa c’entra la morte di un cugino con noi, chiese piangendo.

Non me lo disse. Per tre settimane non si fece sentire, né io la chiamai. Poi mi mandò un messaggio molto freddo, annunciando la visita di zio Adolfo. Le risposi altrettanto freddamente, dicendo che avevo da pensare agli esami. Viene a Milano solo per te, per parlare con te, scrisse lei.

Non credo fosse vero, perché aveva degli affari al Nord, anche quelli non ben precisati. Però ero curioso di sapere cosa aveva da dirmi. Ci incontrammo in un bar, era molto serio, quasi lugubre, la gioia alcolica delle serate estive era un ricordo.

Noi abbiamo fatto i moderni, esordì. Ora tocca a te. Io non capii nulla, ma dopo una serie di frasi sconnesse compresi che loro avevano accettato me e Livia. Cioè avevamo potuto fare l’amore sotto il loro tetto. Dormire insieme anche senza essere sposati in chiesa. Baciarci in pubblico senza essere stati prima presentati all’infinita schiera di parenti.

Però, adesso, non potevamo lasciarci, non c’era discussione. Non avevo la forza di chiedergli il motivo. Zio, dissi, io amo Livia e voglio sposarla, in chiesa se vi fa piacere. Però voglio solo sapere cosa è successo questa estate, mi hanno sparato, non mi sembra una cosa da niente.

Zio Adolfo fece un gesto come a scacciare una mosca. Eh, fece. Sapessi quante volte hanno sparato a me!

Il quarto

Parlai con Manuela. Era sua cugina, erano cresciute insieme al paese. Manuela quella sera aveva rotto il piatto. Mi aggrappavo a quello, in quel momento la mia vita era a pezzi.

Ci incontrammo. Manuela mi disse che molte cose non potevo capirle perché ero cresciuto a Milano. Che lo sparo della doccia era stato un errore, nessuno ce l’aveva con le loro famiglie. Che lasciando Livia avrei scatenato una reazione molto brutta. Poi aggiunse che era tardi, pagò il conto del bar e corse a prendere la metro.

Il quinto, l’ultimo

Mia figlia sta giocando in giardino con un orsetto di pelouche. Ho lasciato Livia nonostante zio Adolfo, ho pensato che sarebbero venuti a uccidermi, ho letto sul giornale di un’operazione dell’antimafia contro alcune pericolose famiglie criminali, ho tirato un sospiro di sollievo, mi sono laureato, ho trovato nell’ordine un posto di insegnante al liceo, una moglie senza parentele pericolose, un giardino dove far crescere Eleonora. Questo negli ultimi trent’anni.

Penso spesso a Livia. Ho condotto diverse ricerche sulla sua famiglia, erano parenti di mafiosi alla lontana, uno dei loro cugini di terzo grado era considerato un pentito e quella famosa estate erano iniziati gli avvertimenti. In realtà in quella famiglia non ci sarebbero mai stati collaboratori di giustizia, erano solo voci di paese.

Per una voce di paese e per pochi centimetri stavo per lascarci la pelle. Non ho mai voluto sapere di Livia, cosa ha poi fatto. Sicuramente sarà un’ottima dottoressa e sarà felice. Io le ho sempre augurato le migliori fortune.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.