«Quando chiamano, la prima cosa che chiedono non riguarda lo stipendio, ma se c’è il wifi, la camera singola, la pausa pranzo. Qualcuno viene a fare il colloquio con la borsa elegante, sembra lui il datore di lavoro!». Come i loro colleghi italiani, anche gli imprenditori cinesi di Prato si lamentano dei lavoratori. Se, fino a qualche anno fa, la sistemazione abitativa all’interno del capannone era ambita, adesso non è sempre così. Oppure, sono aumentate le pretese: c’è chi chiede camera singola e connessione internet!
Nell’immaginario collettivo i cinesi di Prato sono una «comunità» senza grandi distinzioni interne. In città gli stranieri sono il 19% della popolazione. Quelli di origine asiatica circa 20mila. Le imprese cinesi, al 2016, erano 5.676, la maggior parte delle quali attive nel settore delle confezioni. Tra via Pistoiese e i due macrolotti sembra di vivere nella provincia del Zhejiang, un’area nel sud non lontano da Shangai.
Ma è solo un’impressione. Conflitti di classe e generazionali sono all’ordine del giorno. Ci sono imprenditori che faticano a trovare operai disposti a farsi sfruttare. Oppure giovani di seconda generazione, di origine cinese, che non vogliono ripetere la vita di sacrifici estremi fatti dei genitori.
Così gli imprenditori cinesi hanno trovato la stessa soluzione degli italiani. Rifornirsi di richiedenti asilo. Lo spaccato emerge dalla ricerca «Forme di sfruttamento lavorativo a Prato» a cura di Andrea Cagioni e Giulia Coccoloni. Alcuni di loro, si legge nella ricerca, «dichiarano che il pasto non viene loro fornito o gli viene decurtato dallo stipendio perché possono mangiare gratis nelle strutture».
Ancora una volta: perché pagarli di più se mangiano e dormono a spese dello Stato? Così molti operai cinesi sono stati sostituiti da pachistani, bangladesi, cittadini africani. Se poi hanno presentato domanda d’asilo, hanno un permesso di soggiorno. In caso di ispezioni, i padroni rischiano «soltanto» sanzioni pecuniarie e non quelle penali per l’impiego di immigrati irregolari.
A Prato esiste uno sportello contro lo sfruttamento. In questi anni, gli operatori della cooperativa Cat hanno registrato che, tra gli utenti, 4 su 5 sono richiedenti asilo. Guadagnano anche 2,5 euro l’ora, lavorano spesso sette giorni su sette. La quasi totalità dei contratti riporta la dicitura part-time a 20 ore settimanali. In realtà le ore lavorate sono tra 70 e 90. Il doppio del consentito. In queste condizioni aumenta il rischio di infortuni. Tra i casi segnalati, quello di una mano schiacciata da una macchina a cui, per motivi di produttività, era stato tolto il blocco d’emergenza. Il lavoratore è rimasto invalido.


