L’estate è il periodo dell’anno nel quale ritorno in Italia per qualche settimana. Questa volta, però, non visiterò la mia famiglia in Italia e rinuncerò al periodo più lungo che posso trascorrere con loro. Io e S. (la mia amica rifugiata sudanese) camminiamo su Castle Ave, a Belfast, e parliamo di questo e di tanti altri effetti della pandemia sulle nostre esistenze private. Una tempesta, nel frattempo, ha distrutto le antenne della comunicazione di una zona rurale vicino a El-Gadarif. S. non sente la madre e il resto della famiglia da diversi giorni. L’ultima volta che si sono sentite, la madre di S. si lamentava delle tre settimane trascorse senza elettricità e acqua. S. si sente molto fortunata di essere scappata in tempo e aver raggiunto, insieme ai suoi tre figli, il marito che si trovava qui già da un anno. Si chiama ricongiungimento familiare ed è una conquista del 2014.

    In due sentenze emesse in quell’anno, secondo la Corte Europea per i diritti umani (European Court of Human Rights ) il ricongiungimento familiare è un “diritto essenziale” per i rifugiati. “L’unità familiare”, ha affermato la Corte, “è un elemento fondamentale che consente alle persone fuggite dalle persecuzioni di riprendere una vita normale”.

    A fronte delle dichiarazioni degli stati europei che garantirebbero di rispettare questo principio fondamentale, la realtà è abbastanza diversa. In tutta Europa, i paesi hanno frapposto barriere  di ogni genere alla definizione di “famiglia”: da complicazioni per i requisiti di ammissibilità a restrizioni sui termini di applicazione.

    Fino al 2016, Repubblica d’Irlanda e Nord Irlanda hanno gestito un sistema in base al quale i rifugiati avevano il diritto di chiedere il ricongiungimento familiare con nonni, genitori o tutori, fratelli e figli. Dal 2016 (stesso anno del referendum Brexit), la legge è cambiata e include solo coniugi e figli minori di 18 anni e genitori, se il richiedente è minorenne. La limitazione venne giustificata da dichiarazioni secondo le quali la media delle richieste di ricongiungimento era di 20 membri familiari, fino a 70 in un solo caso. Tuttavia, gli stessi dati governativi hanno, invece, mostrato che il numero medio di membri richiedenti era due. Gli effetti di queste restrizioni sono evidenti. Senza opzioni legali, molti – fratelli, nonni o figli adulti – decidono di scappare comunque verso la meta della salvezza, affrontando un viaggio non sicuro che li sottoporrà a rischio di morte, a torture e prigionie.

    In questo contesto, le organizzazioni di beneficienza che lavorano con i rifugiati affermano che la pandemia dovuta al Coronavirus ha avuto un impatto particolarmente devastante.

    Fiona Finn, amministratrice delegato dell’ente Nasc (una charity irlandese che si occupa di migranti e di rifugiati) parla dello scontro tra procedure di immigrazione già restrittive e la crisi sanitaria globale: “Dato che i voli non partono, coloro che avevano i visti e si preparavano a viaggiare, da marzo in poi sono rimasti a guardare scadere i loro documenti di viaggio”.

    Fin dall’inizio della pandemia, pochissima attenzione è rivolta al pericolo al quale sono sottoposti 70 milioni di sfollati presenti in tutto il mondo e che vivono in situazioni sanitarie molto precarie. Così, mentre ci viene ricordato di lavarci le mani regolarmente, l’acqua è solo un lusso per la maggior parte delle persone che si trovano nei campi rifugiati. Il distanziamento sociale diventa una burla crudele. Dall’accordo UE-Turchia del 2016, progettato per impedire ai richiedenti asilo di entrare in Europa, circa 40.000 rifugiati sono rimasti bloccati nelle isole greche di Lesbo, Chio, Kos, Samo e Leros. Attualmente ci sono circa 50.000 rifugiati in Grecia, costretti in campi sovraffollati in attesa del trattamento delle loro domande di asilo o di ricongiungimento.

    Già un anno fa, Amnesty International aveva criticato duramente l’UE per aver voltato le spalle alla Grecia e non aver affrontato le terribili condizioni nelle quali volgono questi campi. Niente però è sostanzialmente cambiato. Ad Aprile 2020, con il primo caso di COVID-19 sulle isole, vi è stata una crescente pressione da parte di organizzazioni non governative affinché venissero evacuati i 50.000 richiedenti asilo.

    A maggio, un volo di salvataggio per ricongiungimento familiare ha lasciato Atene, con a bordo 52 “migranti vulnerabili”, tra cui diversi minori. Il volo è avvenuto grazie agli sforzi fatti dalle famiglie di rifugiati presenti nel Regno Unito e il sostegno di Safe Passage. Molte dei passeggeri vivevano da mesi nei campi profughi delle isole greche sovraffollati e non sanificati e i loro paesi di origine erano Siria, Somalia e Afghanistan. Safe Passage ha dichiarato al The Guardian che molti di loro hanno avuto gravi problemi di salute e tutti sono stati in Grecia per diversi mesi e in alcuni casi anni. Un diciottenne della Somalia che si unisce allo zio nel Regno Unito ha trascorso mesi nel campo di Moria a Lesbo, mentre un ragazzo apolide originario del Kuwait si unisce a suo fratello dopo una lunghissima diatriba con il Ministero dell’interno inglese che gli rifiutava il ricongiungimento.

    Solo dopo poche settimane, a fine maggio, in un Regno Unito in piena crisi pandemica, il Ministero degli Interni elabora un disegno di legge (“Immigration and Social Security Co-ordination”) per “porre fine” all’attuale sistema di ricongiungimento dei minori rifugiati non accompagnati. Un testo che rientra nei piani della imminente Brexit e pone ulteriori forti restrizioni al sistema secondo il quale ai minori non accompagnati, in fuga da conflitti, viene concesso un rifugio nel Regno Unito.

    A febbraio, Boris Johnson aveva dichiarato al parlamento che voleva “discutere una cooperazione” con l’Unione Europea riguardo al ricongiungimento familiare. Il 16 marzo, Il ministro degli Interni Priti Patel aveva dichiarato che la Brexit “non dovrebbe influire sul nostro impegno a continuare a lavorare insieme per riunire alla famiglia i bambini in cerca di asilo non accompagnati e tenerli al sicuro”.  Organizzazioni governative, come Save Passage, hanno allertato su quali sarebbero i risvolti del nuovo disegno di legge: significherebbe, infatti, affidare bambini vulnerabili nelle mani di bande criminali e a trafficanti di persone. Secondo Beth Gardiner-Smith  di Save Passage: “L’accordo sulla Brexit previsto dal governo britannico sarebbe la fine del ricongiungimento familiare come lo conosciamo.”

    Aspetto chiave del disegno di legge è il paragrafo in cui si afferma che il governo del Regno Unito vuole smettere di “conferire diritti” ai rifugiati o dare loro la possibilità di ricorso alla giustizia. Il processo di accettazione dei bambini rifugiati diventerebbe in questo modo del tutto discrezionale. Nel 2018, 1.028 persone sono state trasferite nel Regno Unito in virtù degli obblighi di ricongiungimento familiare, secondo Eurostat. Cosa succederà adesso a tutti quei bambini che aspetteranno di ricongiungersi alle famiglie?

    Il 29 giugno 2020 la Commissaria del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha rilasciato una dichiarazione a proposito di questo disegno di legge, commentando e insistendo su due emendamenti in particolare. Il primo, l’importanza di mantenere la possibilità di ricongiungimento familiare e ricollocazione dei rifugiati non accompagnati e di bambini migranti nel Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione della Brexit. Il commissario ha osservato come tale possibilità si sia rivelata vitale per moltissimi bambini bloccati in Grecia e in Francia. L’altro emendamento, la necessità di introdurre un termine di 28 giorni alla detenzione di immigrati (attualmente, indefinita nel Regno Unito). La Commissaria ha osservato come l’introduzione di un limite di tempo allineerebbe la prassi del Regno Unito al resto dei paesi di area europea.

    Nel frattempo, i richiedenti asilo (che non hanno diritto ad avere un lavoro, cosa che rende la miseria un fatto) sono lasciati a loro stessi e vengono aiutati solo da reti di sostegno o enti di beneficenza a iniziativa individuale. Una gran parte dei richiedenti finisce in alloggi scadenti: senza riscaldamento, senza acqua calda, in case infestate dai topi. Una ricerca dell’ICIBI ha mostrato come solo un quarto delle case destinate ai richiedenti soddisfacesse gli standard contrattuali. In un caso, il servizio sanitario nazionale ha scoperto che l’umidità e una scarsa ventilazione causavano addirittura la cattiva salute di un bambino. A ciò si somma lo status dei richiedenti asilo nel Regno Unito: ovvero, l’assenza di un “permesso di soggiorno indefinito”, cosa che li costringe a un accesso difficile all’assistenza sanitaria.

    L’NHS (National Health Care System, il sistema di assistenza pubblica del Regno Unito) è profondamente sotto finanziato. Al momento, solo i pazienti in ospedale con sintomi vengono testati per il virus. Gli operatori sanitari di prima linea continuano a operare in ambienti ad alto rischio senza dispositivi di protezione, nonostante le linee guida dell’OMS. In questo contesto, come vengono assistiti i richiedenti asilo, già emarginati all’interno delle comunità e senza accesso ai fondi pubblici?

    Le misure per il controllo della pandemia si allentano in area europea, i voli ripartono, eppure le domande per il ricongiungimento familiare rimangono in sospeso o procedono a rilento, ostacolate dalle chiusure delle ambasciate o altri vari ritardi legati alla pandemia. I visti di molti familiari stanno per scadere e i governi dei paesi di provenienza (come Sudan, Repubblica del Congo, Yemen) hanno mantenuto l’interruzione di tutti i voli internazionali e chiuso i confini terrestri.

    Ascolto S. lungo Castle Ave: mi racconta la storia della moglie di O. rimasta in Sudan, la madre di L. in attesa nella Repubblica Democratica del Congo, il figlio diciannovenne di S. rimasto in Yemen. Sono le storie che lei mi racconta, le sole tre che emergono da una moltitudine invisibile.