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Palermo, la rivolta dei migranti contro la mafia

Isabella Trucco @ Flickr © Creative commons

“Non siamo eroi, ribellarsi deve essere normale”. Nell’anniversario della strage di Falcone, a Palermo commercianti del Bangladesh e siciliani hanno denunciato il pizzo. Nuovi boss emergenti pretendevano una tassa su ogni esercizio e punivano con ferocia qualunque gesto, persino uno sguardo di troppo. Al Sud i migranti spesso si ribellano alla mafia. Ma chi protegge il loro coraggio?

     
Isabella Trucco @ Flickr © Creative commons

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Pubblicato su “l’Espresso”

Chi ci talii?, Che guardi?”. I nuovi boss di Ballarò non tolleravano neppure le occhiate. Figurarsi il rifiuto di “dare qualcosa per i carcerati”. Oppure una manifestazione antirazzista “nella loro zona”.

Ma alla fine i commercianti del Bangladesh hanno detto basta per primi. Denunciando il pizzo e le continue aggressioni dei mafiosi. Proprio il 24 maggio, anniversario della strage di Falcone. “Tentato omicidio, estorsione, incendio, rapina, violenza privata e lesioni personali” sono i reati contestati al clan Rubino. “Una storia senza precedenti, per la prima volta la denuncia collettiva vede coinvolti un cospicuo numero di migranti che da tempo vive a Palermo”, commenta AddioPizzo.

Ben cento agenti sono entrati nei vicoli del quartiere per arrestare dieci persone. Dalle indagini emerge un quadro spaventoso. I boss, arroganti e violenti, non concepivano l’apertura di negozi senza la loro autorizzazione. Neppure i money transfer o i call center sfuggivano alla regola. Anche i pacifici commercianti del Bangladesh dovevano pagare. Per anni hanno subito ogni tipo di imposizione. Le rapine punitive avvenivano pistola alla mano, anche di fronte ai bambini piccoli che stavano in negozio con i genitori.

Come nasce la rivolta?

La denuncia dei migranti contro il pizzo non nasce per caso. È il frutto di una alleanza positiva tra forze sane della città e stranieri sempre più consapevoli dei loro diritti. “Non voglio più sentire parlare di eroi”, dice all’Espresso Adham Darawsha. Medico nato a Nazareth, è presidente della “Consulta delle culture”, pensata dalle istituzioni comunali per dare rappresentanza ai migranti.

Darawsha ci racconta un crescendo di aggressioni e sparatorie in tutto il centro storico, da almeno sei mesi. Stanchi di subire, lo scorso primo aprile oltre cento commercianti hanno consegnato al sindaco una lettera di protesta. La maggior parte di loro erano migranti.

“Per me quello che è successo è normale. Invece diventa straordinario”, ripete. “Se subisco un’ingiustizia vado a denunciare”. Racconta di una “criminalità orizzontale” sempre più aggressiva: “Una cosa è chiedere due euro, altro invece è puntare la pistola ai bambini”.

“Rissa tra extracomunitari”

Un proiettile che trapassa la testa, un’emorragia cerebrale e giorni di coma. Il tutto per aver litigato col boss del quartiere. Lo scorso 4 aprile Yusupha Susso, gambiano di 22 anni, rimane sull’asfalto del centro con la testa coperta di sangue. Mentre passeggia con altri ragazzi africani, incrocia il boss. Scatta una lite. L’uomo va a prendere una pistola, ritorna e spara.

“Rissa tra extracomunitari”, hanno titolato giornali e blog. Invece è una ritorsione mafiosa. L’aggressore fa infatti parte della famiglia Rubino, ovvero gli arrestati nell’operazione antipizzo.

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“Un balordo ha sparato alla testa a un ragazzo solo perché si era ribellato alla sua prepotenza in stile mafioso”, si legge nel documento del comitato che ha organizzato la manifestazione di solidarietà col gambiano. “Si chiama Yusupha, ma si sarebbe potuto chiamare Giuseppe, Calogero o Salvatore, e tornava da un pomeriggio trascorso a riqualificare un campetto di calcio abbandonato nel quartiere di Ballarò e destinato a tutti i giovani del territorio”.

L’emozione suscitata dal ferimento è enorme. Yusupha è molto conosciuto, è impegnato in attività di volontariato e lavora anche come interprete per le istituzioni. Si arriva alla manifestazione del 9 aprile e l’atmosfera è carica di tensione. Come reagirà il quartiere? I mafiosi provano a impedire il corteo. Sfilare sotto i loro balconi è un gesto di sfida plateale. Tolto un momento di contestazione, tutto si svolge senza incidenti. Migranti e palermitani insieme hanno scelto la strada della rivolta. “Non spegni il sole se gli spari addosso”, hanno scritto su uno striscione retto tra gli altri dal sindaco Leoluca Orlando.

“Questo non è l’inferno”

Fulvio Vassallo Paleologo, già docente di diritto d’asilo all’Università di Palermo, invita a non semplificare: “I fatti che vengono alla luce sono conseguenza di uno scontro in corso che attraversa le comunità. Non si deve accentuare una contrapposizione su base etnica, né ghettizzare un intero territorio pieno di contraddizioni ma anche di grandi potenzialità”.

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Fausto Melluso la pensa come lui. È uno degli animatori del circolo Arci “Porcorosso”, che fa animazione sociale proprio a Ballarò. “Qui non è l’inferno, questo è un posto incredibilmente migliore di altri, ma è anche un concentrato di problemi sociali. E non è un ghetto, perché migranti e palermitani di diversa estrazione vivono insieme”. Chi si confronta con il quartiere evidenzia con orgoglio le sue contraddizioni. A una miseria culturale che sfiora il nichilismo, con la violenza mafiosa, si contrappone il coraggio di chi denuncia, pur partendo da una condizione di svantaggio. “I migranti sono più ricattabili, ma hanno avuto una fiducia nello Stato che non si vede in altre categorie”, conclude Melluso.

Otto anni di gesti antimafiosi

Quello di Palermo non è il primo gesto antimafioso dei migranti. Eppure non è rimasta memoria di questi atti di eroismo. Nel settembre 2008, la comunità africana di Castel Volturno si ribellò alla camorra dopo a una strage che uccise sei migranti innocenti. L’unico sopravvissuto, un ghanese, testimoniò contro i casalesi.

Quattro mesi dopo, a Rosarno, dopo un ferimento a colpi di pistola, gli africani in massa testimoniarono e fecero arrestare il killer. Evento rarissimo per quel territorio. Anche perché si trattava di un pericoloso affiliato ai clan locali.

Poi, nel gennaio 2010, la seconda rivolta degli africani, con echi in tutto il mondo, cui seguì una violenta reazione di parte della popolazione locale. Tutti i neri presenti nella zona furono costretti ad andare via.

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Sempre nel 2010, due indiani di Locri denunciarono di essere stati vittime di aggressioni razziste da parte di una banda di giovani calabresi. Un mafioso finì in carcere. Poi, come segno di riconoscenza e di pace verso la città, gli indiani ristrutturarono gratuitamente la cappella del cimitero.

Ancora in Calabria, a San Gregorio, provincia di Vibo Valentia, la comunità romena fu presa di mira dal figlio del boss Mancuso, uno dei più potenti della ‘ndrangheta. Per gioco pestarono un migrante con un mattone fino a lasciarlo in una possa di sangue. Era il luglio del 2013. Alla fine il giovane boss fu condannato con l’aggravante dell’odio razziale. Gli stranieri, però, lasciarono in paese.

Queste storie dimostrano che tanti migranti non sono legati alla subcultura mafiosa e denunciano. Ma, finita l’emozione del momento, chi protegge il loro coraggio?

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.