Un monitoraggio su 260 inchieste giudiziarie anti-sfruttamento stravolge l’idea comune sul caporalato. Diffuso al centro nord, nei cantieri navali e nella distribuzione libraria, coinvolge sia piccole aziende a km zero che multinazionali. Due di queste sono già finite sotto amministrazione giudiziaria

    Oltre 260 inchieste giudiziarie aperte dalle Procure di tutta Italia. È il risultato di quattro anni di applicazione dell’ultima legge contro il caporalato. Intercettazioni, testimonianze e provvedimenti che stravolgono l’idea comune sul tema.  

    Due multinazionali sono finite sotto amministrazione giudiziaria. Sono coinvolte grandi aziende pubbliche e startup “green”. Il lavoro schiavile riguarda l’agricoltura (62% delle indagini) ma anche la logistica dei libri. È presente nella distribuzione di volantini così come nelle cooperative di somministrazione di manodopera. Colpisce tutti, dai lavoratori italiani ai richiedenti asilo subsahariani. E la maggior parte delle inchieste riguarda il Centro Nord. 

    Il  “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”, promosso da “Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto” e Flai Cgil,  ha monitorato le inchieste. Emerge che il lavoro sfruttato è ovviamente presente nelle campagne meridionali ma la situazione è critica in Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Lombardia.

    A pochi chilometri dal Duomo di Milano, lo sfruttamento a km zero

    Tra i tantissimi esempi, quello di un giovane bracciante africano che raccoglieva fragole. A quindici chilometri dal Duomo di Milano, non nelle campagne del meridione. 

    “Enrico e il Capo Grasso usavano parole come coglione, negro di merda, animali”, racconta S.F. ai magistrati. Il suo datore di lavoro era un manager di formazione bocconiana, pluripremiato per il suo spirito ecologico e considerato un esempio del km zero. Lo scorso agosto, però, l’azienda è finita sotto amministrazione giudiziaria con l’accusa di grave sfruttamento.

    La mappa dei luoghi di questa inchiesta

    Multinazionali in amministrazione giudiziaria

    “La Corte ha deciso di affidare un compito di controllo all’amministratore giudiziario. Tuttavia, abbiamo subito iniziato a condividere con lui importanti decisioni aziendali, con un approccio di piena trasparenza, collaborazione e condivisione”, dice all’Espresso Manuele De Mattia, capo della comunicazione di Uber Eats Italia. 

    Si tratta di una ditta di food delivery nata nel 2015, punto terminale di un articolato sistema che comprende la sede centrale Uber a San Francisco, due società in Olanda (Uber international Holding Amsterdam, Uber Portier) e appunto la filiale italiana. Il Tribunale di Milano ha “commissariato” quest’ultima lo scorso 29 maggio. Da allora, si è creata una situazione mai vista. I manager lavorano “in condivisione” con Cesare Meroni, professionista milanese incaricato dell’amministrazione giudiziaria.

    Uber è accusata di aver sfruttato i rider attraverso un sistema di subappalti che coinvolgeva due ditte del capoluogo lombardo. Molti rider erano reclutati tra i migranti. Secondo i magistrati, in attesa dell’esito della domanda di asilo politico, avevano documenti temporanei e dunque si trovavano in condizioni di grave vulnerabilità.

    Rider arrestato
    Rider in attesa di una chiamata

    Le intercettazioni hanno svelato un sistema di punizioni spesso arbitrarie basato sulla “disconnessione”. “Diamogli un giorno così capisce”, dicono i manager a proposito di un rider africano. “Domani riattivalo please”, risponde un altro. Dobbiamo fare così con questi. Fargli capire che non possono fare e dire come vogliono”. E a proposito di un altro: “Bloccalo, tra due giorni lo riattiviamo. Non ha fatto niente di particolare ma è da un’ora che sta con una consegna in mano, non capisce un cazzo della via”.

    Quali cambiamenti ha prodotto il provvedimento del Tribunale? “Adesso i rider sono stati inglobati dalla casa madre, hanno un rapporto diretto con l’azienda e non con le [ditte in subappalto]”, ci dice  Mario Grasso – sindacalista Uil Tucs che partecipa a un tavolo con  il management Uber e Meroni. Lo scorso settembre si è discusso di migliorare i dispositivi di protezione anti Covid e l’assistenza durante le consegne e 

    Basterà l’amministrazione giudiziaria a “sanare” Uber e restituirla al mercato? “Non c’è l’idea di togliere il controllo [alle aziende], ma di affiancare una sorta di commissario che verifica che la gestione dei lavoratori sia fatta regolarmente”, spiega Emilio Santoro docente di Filosofia del diritto all’Università di Firenze e responsabile del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”.

    L’amministrazione giudiziaria serve a “sanare” l’impresa e a rimetterla sul mercato

    Il caso Uber non è unico. Nel 2019 il Tribunale di Milano ha commissariato anche la “Ceva Logistics”, una multinazionale con sede legale in Olanda, un  fatturato annuo da 7 miliardi e sedi in 160 paesi.  

    Il libro non è certamente un settore che si associa al caporalato. Ma il polo logistico di Stradella, nei pressi di Pavia, doveva essere un inferno. Tanto che un anno e mezzo fa 700 lavoratori in sciopero hanno bloccato per sei giorni le forniture nelle librerie italiane. I numeri sono spaventosi: i lavoratori dovevano spostare fino a 10mila libri in turni da 12 ore. “Di notte, il mio compagno mi vedeva piangere sempre perché avevo dolori ovunque, in particolare forti dolori alle braccia e alle gambe. Sono stata in cura all’ospedale”, si legge nelle carte dell’inchiesta. Da febbraio il provvedimento è revocato. Adesso l’azienda è ritenuta sana.

    Transatlantici e subappalti

    Il 14 febbraio del 2019 a Monfalcone si festeggiavano, oltre San Valentino, due eventi molto diversi tra loro. Il primo era un mega-contratto per tre navi da crociera Princess, tra le più grandi al mondo. Il secondo, l’ingresso in tribunale di 19 operai originari del Bangladesh che chiedevano di costituirsi parte civile. Denunciavano un sistema che partiva da piccole ditte in subappalto e terminava a Fincantieri, colosso pubblico delle costruzioni navali con contratti per un valore di 32,7 miliardi.

    Ogni due o tre anni  le aziende in appalto chiudevano e gli stessi soggetti mettevano in piedi una ditta nuova”, denuncia Rassegna.it, rivista della Cgil. E ricorda che alla fine degli anni ’90 si iniziano a costruire grandi navi da crociera. Fincantieri rinuncia a delocalizzare ma apre al subappalto, che coinvolge molti lavoratori migranti. Spesso le ditte dell’indotto sono “esterovestite”, cioè operano in Italia ma hanno sede oltre il confine. Per ottenere vantaggi fiscali. L’indotto nella zona coprirebbe l’80% delle fasi di costruzione.

    “La società rivendica la propria estraneità rispetto ai fatti cui le indagini si riferiscono”, rimarcava Fincantieri. Le vicende risalgono al 2013 ma vengono passate al setaccio alla fine del 2019, quando la procura di Venezia avvia l’indagine “Free work 2”. Che a sua volta sviluppa una precedente indagine conclusa con varie condanne. 

    I cantieri navali di Monfalcone

    Qualche mese dopo la procura di Ancona avviava l’inchiesta “Global Pay”, ancora sulla filiera delle navi. Sedici le società coinvolte e diciannove i denunciati, tra cui sei caporali. Emergeva un quadro fatto di operai sottopagati e costretti a tagliarsi lo stipendio per pagare il ‘pizzo’, oltre che a vivere in alloggi fatiscenti. Nell’inchiesta marchigiana sono venute fuori anche fatture false per 15 milioni di euro e buste paga fittizie. 

    Volantini col Gps

    Quarantatré donne napoletane dietro una porta blindata, nessuna finestra e neppure un bagno. Una di loro incinta, due le minorenni. Rinchiuse per nove euro al giorno e venti euro di paga. Siamo in un capannone a Melito, in Campania. Una storia di sfruttamento estremo tutta italiana. I beneficiari erano noti marchi della moda. La situazione del tessile è critica. Sono almeno dieci le inchieste sul settore. Le hanno avviate le Procure di tutta la penisola: dal Veneto alla Toscana, da Bologna a Pesaro. 

    Meno conosciuto ma altrettanto drammatico ciò che accade nei servizi. Dalla fornitura di lavoratori in affitto alla distribuzione dei volantini.  Ci sono almeno nove inchieste aperte su quest’ultimo tema. Da Bolzano alle Marche. Si tratta spesso di micro ditte intestate a pakistani che sfruttano connazionali o richiedenti asilo africani. L’indagine di Pesaro, per esempio, racconta di lavoratori costretti a distribuire volantini per undici ore al giorno, sei giorni la settimana. Come se non bastasse, erano controllati con sistemi GPS.

    Un cartello a Prato

    Infine, è sempre più ricco per gli sfruttatori il settore della somministrazione di lavoratori. Ovvero uomini e donne in affitto. Significativa un’indagine avviata nel Lazio.  Funziona così. Una cooperativa contatta un’azienda. Propone di licenziare gli operai e di esternalizzare il personale. Perché assumerli, versare fisco e contributi per ognuno? Basta pagare una fattura e via. Così erano gestiti oltre 300 lavoratori da Tarquinia a Roma. Quasi tutti italiani, pagati con salari da fame, anche cinque euro l’ora: camerieri, baristi, banconisti, addetti al carico e scarico merci, panificatori, commessi. 

    La via d’uscita

    Lavoravano dal mattino a notte fonda per 2,50 euro l’ora. Allevavano pecore tra Macerata e Ascoli. A un certo punto un gruppo di rumeni ha detto basta. Sono andati fino a Roma, presso la loro ambasciata, per denunciare gli sfruttatori. 

    Non ci sono solo storie di lavoratori passivi nella mappa che stiamo sfogliando. In molti hanno avviato le inchieste con le loro denunce, hanno offerto testimonianze piene di dettagli oppure si sono costituiti parte civile.

    L’inchiesta di Monfalcone che ha sfiorato Fincantieri è partita dalla denuncia dei bangladesi. Le inchieste milanesi hanno acquisito consistenza solo grazie alle testimonianze dettagliate dei lavoratori africani.

    Migranti impegnati in agricoltura

    La legge 199 del 2016 ha permesso di aggredire il fenomeno. Se prima il focus era sull’intermediazione illecita, ora è possibile indagare anche su distretti come quello di Prato o sulle serre del ragusano, dove lo sfruttamento avviene senza caporali. Anche in assenza di violenza o minaccia, gli indici previsti dalla legge (salario, orario, igiene) permettono di avviare procedimenti. 

    Quella del 2016 è una buona legge. Ma senza un approccio sociale non basta

    Ma non basta. “C’è un grande bisogno di dare gambe operative alla legge”, aggiunge Santoro. “Ovvero: ti tolgo dalle condizioni di sfruttamento e ti inserisco in una vita normale. Ma se non scatta anche la protezione sociale diamo la tremenda sensazione che reprimere lo sfruttamento sia un danno per gli sfruttati”. 

    E ricorda un episodio. Al termine di un’indagine, i magistrati  di  Foggia sequestrarono i container dove vivevano i lavoratori. “Questi alle otto di sera sono arrivati alla sede del sindacato chiedendo: e noi ora dove andiamo a dormire?” A quel punto le associazioni hanno chiesto al magistrato un percorso di inserimento. “L’avvocato dell’imprenditore sotto accusa chiese: la Procura di Foggia è diventato un operatore sociale?”, ricorda Santoro.  “Secondo me il punto è qui. Dovrebbero essere anche questo”.