Libreria Racconti

Nomadi per decreto

Chiamiamo nomadi quelli che non vogliono spostarsi. Cambiano casa quando li sgomberiamo. Vogliono viaggiare tutti gli altri, ma glielo impediamo. Quelli che voglioni curarsi, amare, conoscere un pezzo di mondo diverso. Paradossi di un mondo in cui i luoghi comuni prendono il posto della realtà

     

DSCN1648Introduzione

Li chiamiamo nomadi, ma si spostano solo perché li cacciamo, li sgomberiamo, li spostiamo. Quasi sempre da un punto all’altro della città. In realtà i Rom, ormai, sono stanziali. Quelli che vogliono viaggiare sono tutti gli altri: africani, asiatici. A loro invece impediamo di spostarsi, a meno che non siano ricchi. Ma adesso non parleremo dei viaggi organizzati, dei pullman, dei croceristi. Sono viaggi noiosi. Il biglietto in agenzia oppure su Internet. Il volo a basso costo, il villaggio turistico. Appena partiti pensate già al ritorno. Appena arrivati cercate subito la pizzeria italiana.

Lo spettacolo teatrale tratto dal racconto

Invece racconteremo viaggi speciali. C’è chi vuole spostarsi e noi glielo impediamo. Chi vuole stare fermo e lo costringiamo a essere nomade. È nomade, sì, ma perché lo sgomberano. C’è chi organizza un viaggio finto per farne uno vero. Chi rischia di affondare nel Mediterraneo per non mancare un appuntamento con un ospedale di Parigi. Chi arriva in barca a vela dal Pakistan perché sta scappando dai talebani. Storie incredibili, affascinanti. Finiscono bene oppure in tragedia. Ma sono viaggi veri. I viaggiatori meritano sempre rispetto. E non sono mai disperati, come dice la televisione. Disperato è chi non si muove mai da casa sua.

1. Il viaggio inesistente dei Rom

Fernando, Patrizia, Sebastian e Raul sono morti carbonizzati a Tor Fiscale. E tu sei rimasto seduto. Quattro bambini gridavano tra le fiamme. E tu leggevi il giornale. Quattro bambini avevano la colpa inestinguibile di essere Rom, sia da vivi che da morti. Tu eri distratto. E sei rimasto seduto.

Fernando, Patrizia, Sebastian e Raul. Che bei nomi. Non sembrano neanche nomi da Rom. Tor Fiscale, invece, che nome strano. Lì c’era una baraccopoli. Il 6 febbraio è scoppiato un incendio. Qualcuno si è commosso, quattro bambini arsi vivi. Qualcun altro non si è commosso, perché erano Rom. Due giorni dopo, il Consiglio regionale della Lombardia si alza in piedi per commemorare la tragedia. Il solito minuto di silenzio, una pura formalità. Ma per qualcuno è anche troppo. Cesare Bossetti è rimasto seduto. “Ero distratto, stavo leggendo il giornale”, dice per giustificarsi. Chi ricorderà la data del 6 febbraio e la faccia da leghista duro di Cesare Bossetti che rimane seduto e legge il giornale?

Li chiamiamo nomadi e pensiamo a carovane di gente sempre in viaggio. Virtuosi del violino, misteriose ascendenze indiane, occhi profondi, eterne peregrinazioni e strade lunghe quando il mondo. E invece ormai si spostano quasi solo per gli sgomberi. Sono nomadi forzati, i loro movimenti li determinano gli schieramenti di poliziotti, carabinieri e vigili urbani che in genere prima dell’alba cacciano via uomini e donne coi bambini al collo. Via da un posto, poi da un altro, poi da un altro ancora. Da una periferia all’altra della cinta urbana.

A Messina hanno sgomberato il villaggio Fatima, che esisteva da trent’anni e si trovava nella zona falcata. Secondo l’antichissima leggenda la penisola a forma di falce fu formata dai titani, i padri degli dei. Crono, su istigazione della madre Gea, evirò il padre e gettò via il falcetto. Così nacque l’antica Zancle, appunto una lingua di terra sul mare a forma di falce. Una delle tante versioni del mito primordiale del figlio che uccide il padre. Lì  c’erano i cantieri navali in crisi, un inceneritore che non è buono neanche per un museo e una fortezza di Carlo V in totale rovina. E il campo nomadi. Quella penisola fa gola a chi vuole fare una bella speculazione. Turismo, centri commerciali? Intanto via i Rom. E in modo spettacolare. Si sono presentati di mattina presto. Perché arrivare all’alba, svegliare i bambini, spaventarli? Perché accanto al solito schieramento di forze di polizia c’erano pure le ronde? Quelle regolarmente registrate in Prefettura, dopo la legge voluta dalla Lega che affida la sicurezza ai cittadini volenterosi. Ma con che diritto una “ronda” di privati partecipa a una operazione di sgombero? Loro si occupano della nostra sicurezza. Ma è una questione di sicurezza cacciare donne e bambini dalle loro case?

Li hanno portati in un’altra periferia, una vecchia scuola disastrata. Inagibile per i bambini italiani, ottima per quelli Rom. Alcune stanze vuote, altre con rottami di banchi e lavagne. I cittadini si sono ribellati. Gente che non protesta quando viene sfruttata, o quando manca l’acqua, o quando non arriva l’autobus, o quando non raccolgono la spazzatura. Sono scesi in strada all’istante contro i Rom. Gente abituata agli scippi, alla droga, agli spari alle gambe, ai delinquenti che scorazzano in motorino. Hanno gridato che i Rom portano degrado. Le donne più forte degli altri. Facce cattive, urla scomposte. Minacce pure ai politici. Vi prendiamo a schiaffi. Adesso li prendono a schiaffi, quando portano pochi Rom per sette giorni in una scuola vuota. Non prima, quando scambiavano un voto per un pacco di pasta o il fantasma di un posto di lavoro. Il presidente del Consiglio di circoscrizione dice: noi qui non li possiamo ricevere. Poi si gira verso la gente: mettetevi davanti all’ingresso, non li fate entrare.

Dialogo tra l’assessore e le donne del quartiere (che urlano a squarciagola):

“Gli hanno dato un milione di euro”

“Ma non è vero”

“Il sindaco prima pulisce la strada e poi ci porta la munnizza

“Ma sono persone”

“Ma non li potete portare in albergo? È solo una settimana. Sono solo poche persone”

“Appunto. Quindi non possono stare qui? Sapete quanto costa l’albergo? E lo pagate voi…”

“Questo è un quartiere già degradato”

“I loro parenti abitano qui, a pochi passi, e non ve ne siete neanche accorti.”

“Portateli da un’altra parte”

“Anche se li portiamo in cima a una montagna, protesteranno pure lì”

“Portateli da un’altra parte”

“Ma li avete visti? Li conoscete? Sono persone come voi. Invece siete convinti che abbiano tre teste…”

In realtà in Rom si integrano moltissimo. Nel campo di Messina c’era pure stato un matrimonio misto tra un ragazzo di periferia e una giovane Rom. Spesso si integrano con i livelli marginali, purtroppo. A volte mantengono un giusto distacco. Ai margini sono spinti da tutti.

A Cosenza ne hanno chiesto l’espulsione. Via, subito. Poi si sono accorti che sono rumeni, dunque cittadini europei, dunque vale Schengen. Quindi sarebbe illegale l’espulsione. A Lamezia hanno demolito il campo, le ruspe contro i container e le casupole autocostruite. Il comune ha chiesto: e ora dove andranno? Intervenga la Protezione civile. Con una mano lo Stato li lascia senza casa, con l’altra interviene a offrirgli una tenda. Da un campo all’altro.

A Milano hanno sgomberato i Rom harvata. Cittadini italiani. “Perché li cacciano?”, chiede una signora. “Questi li conosciamo, come saranno quelli nuovi, quelli che arriveranno dopo?”. Ovviamente nel quartiere i comitati avevano chiesto a più riprese lo sgombero, prima di essere sopraffatti dalla nostalgia.

A Pavia servivano per vincere le elezioni. Basta spostare il campo Rom in un nuovo quartiere, aspettare che si formi un comitato, tenere un comizio con la bava alla bocca e urla neofasciste e il gioco è fatto. Voti come se piovesse. Dopo le elezioni un altro sgombero. E tutto ricomincia. A Torino hanno sgomberato un campo dopo aver giurato che non lo avrebbero fatto mai. Promesse da gagé. Hanno ottenuto la fiducia dei Rom, annullato la loro resistenza. E sono arrivati all’improvviso.

2. Il viaggio in fondo al mare

Io non mangio più pesce. È strano per un pescatore. Eppure, ogni volta che tiriamo su una rete, dentro c’è qualcosa di strano. Potrebbe essere un braccio, una gamba, una testa. Talmente putrefatto da ricordare una spugna consumata e zuppa. I pesci della rete se ne erano nutriti. Ormai mangio solo carne. Agnello o pollo. I pesci mangiano i cadaveri degli annegati. Mangiare pesce è un po’ come essere cannibali. Me li sogno anche la notte. Putroppo i ministri non li sognano. I politici dormono tranquilli, se continuano a permettere che l’unico sistema di ingresso in Europa sia questa lotteria, dove chi perde diventa cibo per i pesci. Sono migliaia e sono morti nel Mediterraneo. Nessuno conosce il numero esatto.

3. Il viaggio per curiosità

A vent’anni è normale. Sono partito perché c’era la porta aperta. Sicuramente tra un po’ la richiuderanno, i vostri governanti verranno con le valigie piene di banconote e i nostri politici, tutti i nostri politici, non riusciranno a dire di no. Chiuderanno di nuovo le frontiere come prima. La scelta non è difficile. Vedi i tuoi amici che vanno, si organizza il barcone, si mettono insieme i risparmi, un pescatore vende il suo peschereccio e già la sera siamo tutti a bordo. È un attimo, l’occasione della tua vita. Se non sali, puoi passare tutta l’esistenza a pensare a quel momento perduto.

La barca è un incubo. Tutto il viaggio seduti, due giorni, accucciati e senza spazio neppure per distendere le gambe. Sappiamo tutti quello che rischiamo. Lampedusa si trova a circa 70 km dalla Tunisia, ma per evitare controlli preferiamo partire dal sud, da Zarzis e fare un percorso molto più lungo. A me piace viaggiare, e voglio andare in Francia. In Italia c’è poco lavoro e troppo razzismo. C’è la Lega e c’è la fame. In Francia ho molti amici e qualche parente. In Italia non voglio restare. Quando sono arrivato ci hanno detto che potevamo fare la domanda per l’asilo ed essere regolari. È ovvio, nessuno vuole stare da clandestino. Però tutti ci siamo chiesti: ma poi potremo andare in Francia? In Tunisia ci sono più o meno 800 imprese italiane, molte delle quali lavorano nel settore del turismo. A noi hanno portato solo la fame. A voi l’opportunità di fare vacanze negli hotel a cinque stelle con pochi spiccioli.

4. Il viaggio per andare in ospedale

Mi hanno chiesto di arrivare puntuale, al massimo con 30 minuti di ritardo. Ho preso appuntamento con l’ospedale Pasteur di Parigi, per una visita neurologica. Un affare delicato, forse devo operarmi e potrebbe essere un intervento difficile. Ho molta paura. Dovevo fare quella visita, ma in mezzo c’è il Mediterraneo. È un grosso problema, non il mare, ma il fatto che voi non concepite relazioni normali tra chi sta sopra e chi abita sulla sponda inferiore.

Voi potete entrare in un hotel a cinque stelle sulle nostre coste con una manciata di euro. Arrivare con un charter a basso costo, lo stesso che vi riporterà a casa lasciandoci il rombo del suo motore e un po’ più di miseria. Noi no. Ho un chiesto il visto all’ambasciata, chiaramente. Mi hanno risposto che era un trucco, che ci voleva tempo per fare tutte le verifiche. Ho risposto: “Quando avrete finito le vostre verifiche io sarò già morto”. Il funzionario ha alzato le spalle, per poi iniziare un lungo e contorto discorso. Forse, pagando… Si potrebbe interessare qualcuno. Da un lato il forse del funzionario, e una cifra ancora misteriosa. Dall’altro mille euro dei miei risparmi a un pescatore. Eravamo in tanti, ma la barca era ancora in buone condizioni, e il mare calmo. Siamo partiti da Zarzis, vicino Lampedusa la Guardia di Finanza ci ha avvistati e presi a bordo. Appena li abbiamo visti abbiamo gridato di gioia, un urlo che è arrivato in cielo.

Mi hanno detto: vuoi chiedere l’asilo politico? No, ho risposto. Devo andare in ospedale. Ho un appuntamento. Il volontario si è messo a ridere. Raccontala a un altro. Questi qui si inventano di tutto, ha detto a un suo collega. Il collega ha riso anche lui. Pensano che siamo scemi. Allora ho preso il fax che l’ospedale mi aveva spedito. C’era l’indicazione del giorno della visita e il nome del dottore. Anche l’indicazione della metro e degli autobus per arrivare subito. Mancano quattro giorni, ho pensato. Ce la farò sicuramente.

I volontari hanno passato il fax ad altri loro colleghi. La sera stessa mi hanno portato a Rosolini, un piccolo paese vicino Siracusa. Ci hanno messi in una specie di grande tenda, neanche un palasport. Recintati dalle sbarre e circondati dalla polizia. Quale crimine ho commesso?, chiedevo ai poliziotti. Devo solo andare in ospedale. Hai ragione, mi ha detto uno di loro. Ma cosa vuoi che facciamo? Obbediamo agli ordini.

Alcuni amici miei ce l’hanno fatta. Hanno chiamato i loro amici in Francia che sono venuti a prenderli. Altri no. I carabinieri li hanno arrestati. Hanno arrestato cittadini francesi, che erano venuti a prendere i loro amici, ipotizzando un traffico transnazionale di clandestini. Ho sentito i carabinieri che dicevano: ci ha insospettiti la targa francese. È una grande novità. Adesso i carabinieri in Sicilia si insospettiscono quando vedono una targa francese. Subito pensano a un grande traffico, non a un amico che viene a darti un passaggio.

Dove mi trovavo, chiuso tra il tendone e le sbarre? Non in un carcere, perché non avevo né ammazzato né rubato. Non in un centro di identificazione, perché avevo ripetuto la mia storia almeno dieci volte e mi avevano già identificato. Dove finirò? Sarò rinchiuso in un CIE? Mi daranno dopo sei mesi di reclusione un foglio di carta che mi impedirà di tornare al mio paese, di regolarizzarmi in Italia, di viaggiare in un’altra nazione? Mi daranno quel foglio che mi trasformerà in un fantasma? Oppure organizzeranno un volo per riportarmi in Tunisia? Volevo solo fare una visita in un ospedale. È molto urgente. Mi hanno detto che nell’Italia del Sud si fa lo stesso. I meridionali pensano che gli ospedali di Bologna o di Milano siano migliori e viaggiano per operarsi lì. Prendono un treno, un aereo. E poi tornano indietro. Avrei voluto farlo anche io. Ma c’è un muro invisibile e altissimo che lo impedisce.

5. Il viaggio reale dei braccianti agricoli

A volte prendiamo l’Eurostar. Sul treno dei ricchi ci sono meno controlli. Io non ho i documenti in regola e non posso dormire nelle tendopoli della Croce Rossa, nei container del volontariato, nei centri delle associazioni. Costa caro, non avere i documenti. Eppure dobbiamo viaggiare e seguire il ritmo delle stagioni. A novembre lascio Castel Volturno e vado a Rosarno. Negli anni passati avevamo paura delle ronde dei ragazzini, correvano sul motorino e ci prendevano a bastonate. Poi abbiamo fatto due rivolte. E i ragazzini sono spariti. Adesso abbiamo paura della polizia. Sono le ronde della legalità. Controllano i nostri documenti, anche alle sei di mattina. Controllano se rispettiamo una legge crudele, che non possiamo rispettare. Come faccio ad avere il permesso di soggiorno se qui nessuno mi assume in regola? E così scappiamo sempre. All’inizio di marzo poi vado in Sicilia. È bella la primavera, la luce sui campi verdi delle campagne, l’azzurro intenso del mare e dietro le rocce bianche di Siracusa. Ma è un attimo.

Perché primavera significa subito schiena piegata per raccogliere le patate. Siamo a Cassibile. I ragazzi di qui non ci sopportano. Anche gli adulti ci odiano. Ci accusano di lavarci nella fontana del paese. È davvero un crimine orribile, darsi una sciacquata dopo dodici ore di lavoro nei vostri campi? Un anno fa un nostro compagno fu preso a bastonate da un balordo, che si rifugiò tranquillamente in un negozio. Fu rilasciato subito. Noi dobbiamo nasconderci. I politici hanno protestato per la tendopoli messa sotto lo svincolo dell’autostrada. Perché allontana il turismo. Siamo necessari, fondamentali per queste economie, eppure ci offendono in tutti i modi. E dobbiamo andare via. Quando inizia il caldo, mi sposto nella zona delle serre. Non ci ho fatto l’abitudine, parliamo di tunnel alti appena un metro e quando c’è il sole forte dentro c’è da svenire. Si arriva a quaranta gradi. Il caldo non è l’unico problema. La puzza delle sostanze chimiche ti uccide.

Poi arriva l’estate. Per voi è il tempo delle spiagge, delle vacanze. Per noi quello del pomodoro. Puglia, Basilicata, Campania. Qui guardiamo il cielo e speriamo che piova. Certo, è più faticoso lavorare nel fango. Ma se c’è bel tempo la raccolta la fanno le macchine e noi stiamo a guardare. In Puglia invece si fa tutto a mano. Si prendono le piante e si scuotono per fare cadere i frutti dentro il cassone. Cos’è? Una enorme scatola da tre quintali. Nei riempi una e ti danno tre euro. Le donne rumene sono le migliori. Hanno braccia grosse e forti, sembra che non abbiano mai fatto altro. D’estate non è facile lavorare. L’orario lo fa il sole, dall’alba al tramonto. I pomodori vanno a finire nelle vostre pizzerie, nelle conserve, nei piatti di pasta col sugo. La chiamate dieta mediterranea. Ne siete orgogliosi, forse perché non sapete che tanti di noi sono morti nei campi, lavorando sotto il sole, dormendo nei casolari senza il tetto, prendendo qualche fucilata per una protesta di troppo.

6. Il viaggio per scappare dai talebani

Sono un ingegnere, vengo da Peshawar, alte montagne al confine con l’Afghanistan. Sono pakistano. Mi hanno preso all’improvviso, rapito e portato in una grande cava. Volevano iniziare il training per diventare kamikaze. Un corso per imbottirsi di esplosivo e andare ad ammazzare qualche innocente. Io ho studiato per costruire scuole, ospedali. Non per distruggere. Appena ho potuto sono scappato. Lì non potevo più stare. Ho sentito che il governo italiano dice che dai vostri confini entrano di nascosto i terroristi. Vi hanno mai detto che invece arrivano quelli che scappano dai talebani? Io sono uno di questi. Ho pagato varie migliaia di euro per un viaggio allucinante.

Alla fine siamo arrivati in Turchia, qui si sono inventanti un nuovo sistema per sbarcare sulle vostre coste. Ci fanno salire su yacht e barche a vela. Chi sospetterebbe di una imbarcazione di lusso? Infatti i primi sono arrivati senza problemi. Poi una vedetta della Guardia costiera ha notato una linea di galleggiamento troppo bassa e si sono insospettiti. Da allora controllano anche gli yacht. I miliardari che navigano nel mar Jonio non possono stare più in pace! Possono essere controllati e perquisiti! Noi siamo sbarcati tranquillamente, nei pressi di un paesino calabrese. Lì ci ha visti la polizia e ci hanno portati a Crotone. Qui abbiamo trovato una situazione molto strana.

Era il 2009. Era stato ucciso un bambino di 11 anni durante una partita di calcetto, o almeno così ci hanno raccontato. Eppure la gente aveva paura di noi. Ecco cosa ci dicevano: “Non siete educati nei movimenti”, “Pure i cagnolini hanno paura di voi”, “Non sappiamo se siete brava gente o se siete criminali”. C’era un clima pesante, ed eravamo isolati da tutto. Eppure stavamo solo aspettando una risposta alla nostra richiesta d’asilo. Io non posso tornare al mio paese, mi ammazzerebbero subito. La risposta devo averla in pochi giorni, secondo la vostra legge. Se passa anche più di un anno non è colpa mia, non avevo certo voglia di stare in un posto dove sparano ai bambini.

Eppure sono stato fortunato. In tanti provano a entrare con i camion, schiacciati nei doppifondi dei container. Entrano nei porti di Ancona, Bari, Brindisi, o almeno ci provano. Perché tanti muoiono soffocati. Di loro non resta alcuna traccia, i camionisti non possono che liberarsi dei cadaveri. Peggio dei naufraghi del Mediterraneo, che almeno sono una triste statistica o un brandello di carne che galleggia. I miei fratelli d’Asia rimarranno per sempre invisibili e non saprete niente di loro.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.