Lo Stato che a parole combatte il caporalato nei fatti favorisce sfruttamento ed emarginazione

     

Migranti? L’obiettivo è l’integrazione. All’apparenza sono tutti d’accordo. Ma, nella realtà, la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone è un lungo percorso a ostacoli che conduce prevalentemente verso l’esclusione e l’emarginazione. L’esatto contrario dell’integrazione. La situazione è peggiorata col decreto Salvini, che però è solo l’ultimo pezzo di un sistema di leggi e prassi coerenti. In vigore da decenni.

Chiusura 

Il primo tema è la chiusura progressiva dei canali di ingresso legali. Chi vuole entrare per motivi di lavoro non può farlo, nonostante sempre più spesso enti, associazioni datoriali e aziende lamentino la carenza di manodopera, specialmente quella stagionale.

Così l’unico modo di ingresso è l’asilo, che costringe a un lungo iter burocratico, spesso umiliante. Durante questo processo, capita persino che qualcuno chieda documenti non previsti dalla normativa, come il passaporto o il domicilio.

Il decreto Salvini è intervenuto a peggiorare le cose. Cancellando il permesso di tipo umanitario sta trascinando almeno 44mila persone nell’irregolarità.

Un paradosso mai sanato è l’assenza di vie d’uscita per chi perde il permesso di soggiorno o per chi non l’ha mai avuto. In passato, quando il problema diventava ingestibile, si ricorreva alle sanatorie. La più imponente in ordine di tempo è stata quella del governo Berlusconi, con la Lega nella maggioranza. Poi, progressivamente, il tema è sparito dall’agenda politica. Gli irregolari sono chiamati “clandestini”, come se dipendesse dalla loro volontà. Come se fossero felici del mancato accesso a ogni diritto. 

Frontiere chiuse, inferno burocratico, mancanza di manodopera. È l’Italia ossessionata dai migranti

Va poi ricordato che, in molti casi, l’Italia è soltanto la porta d’ingresso per l’Europa. Un “corridoio”, dicono alcuni. Tanti migranti vogliono raggiungere paesi con maggiori opportunità lavorative ma rimangono incastrati nella burocrazia italiana dopo aver lasciato le impronte digitali.

E non sono pochi i casi di ”pendolari europei”, cioè migranti che lavorano per esempio nelle raccolte spagnole e tornano in Italia solo per il rinnovo del permesso di soggiorno: un’operazione che può richiedere anche diversi mesi.

Residenza

Negli ultimi tempi la burocrazia è diventata ancora più oppressiva: in particolare con la richiesta della residenza. 

Soprattutto i braccianti stagionali, ma non solo, vivono in situazioni informali come gli accampamenti oppure ricorrono a varie forme di ospitalità. In breve non sono in grado di produrre un certificato di residenza. Così nasce un mercato nero di falsi contratti di affitto. Quando va bene riescono a ottenere residenze virtuali come “via della Casa Comunale” 1, che però a volte non vengono accettate dalle Questure. Ci sono comuni che invece limitano a monte l’iscrizione anagrafica e verificano con cura maniacale i requisiti di abitabilità. 

C’è chi lavora nelle raccolte agricole in Spagna e torna mesi prima in Italia, per affrontare l’iter burocratico: raccogliere i documenti necessari, trovare un contratto di affitto, etc. Mesi buttati nella raccolta dei documenti, altri nell’attesa della pratica, per poi magari ricevere un permesso di soggiorno prossimo alla scadenza.

La richiesta della residenza, del passaporto, ostacoli per la sanità e l’apertura del conto corrente. Esempi concreti di “dis-integrazione” all’italiana

In più, la residenza può essere considerata un requisito per l’accesso alla sanità pubblica così come per l’apertura di un conto corrente. Nel primo caso, si tratta di un paradosso che va avanti da decenni. Per la nostra burocrazia è spesso più facile far accedere alla sanità un irregolare che una persona con i documenti, ma straniera. Eppure dovremmo avere tutto l’interesse a evitare che ci siano persone che non si curano, che si curano male o si curano da sé. L’intervento umanitario delle associazioni non è la soluzione, se non in ultima istanza.

Per quanto riguarda il conto corrente è “condizione indispensabile per il versamento dello stipendio da parte dei datori di lavoro e quindi per il contrasto al lavoro nero”, ricorda il Comitato antirazzista di Saluzzo. Ostacolare questa possibilità significa favorire i caporali.

Conversione

Un altro problema molto concreto è la conversione. Può capitare di ottenere un permesso dopo una richiesta d’asilo, poi trovare un lavoro e quindi dover convertire il permesso.

Qui è fondamentale avere informazioni chiare e univoche. Invece spesso ci si perde nella burocrazia delle Questure, che ancora una volta chiedono il passaporto. Un documento che dovrebbe essere rilasciato dal paese di origine, lo stesso da cui in tanti fuggono per i motivi più vari.

Senza passaporto è difficile viaggiare e cercare lavoro fuori dall’Italia, cosa che fanno in tanti. Anche qui la soluzione è il “titolo di viaggio”, ma per ottenerlo bisogna iniziare un ulteriore percorso a ostacoli in una burocrazia complicatissima.

Anche nella situazione ottimale, quella di chi ha un permesso e deve rinnovarlo, si va incontro a differenze nell’applicazione tra varie Questure, diverse interpretazioni della legge, tempistiche differenti. 

Per un migrante è complicato capire il linguaggio burocratico e il diverso modo in cui la stessa legge è applicata. A volte, se non supportati, in tanti rinunciano a seguire l’iter della propria pratica.

La situazione è più grave per chi è uscito dall’accoglienza: con i decreti Salvini è una situazione comune. Così molti migranti cercano lavoro negli “hub” delle raccolte agricole, oltre che di ottenere un permesso nelle questure sparse per tutta Italia (quelle vicini ai centri di accoglienza da cui sono stati cacciati). Infine cercano da qualche parte una residenza per obbedire alla richiesta dei burocrati.

Dal muro delle Questure ai ghetti in giro per l’Italia il passo è breve

Una situazione kafkiana che produce ghetti, luoghi da incubo dove però le reti di solidarietà tra connazionali impediscono l’implosione degli individui.

La Lega ha un interesse evidente nell’esclusione dei migranti. Gli africani che chiedono l’elemosina di fronte ai supermercati o che sono coinvolti in fatti di cronaca nera rafforzano la propaganda xenofoba e diventano la prova che “non possiamo accoglierli”. Ma per le altre forze politiche è pura miopia mantenere un impianto basato sulla separazione, un apartheid all’italiana che produce fantasmi anziché cittadini portatori di diritti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.