Un piccolo paese del Sud Italia. Contano solo le apparenze. Un uomo modesto è costretto a una improbabile arrampicata sociale. L’obiettivo è apparire ricco. Incontrerà politici corrotti, balordi figli di boss, un’umanità devastata dalla corruzione morale. Un fallimento umano che diventa quello di un’intera comunità

     

fallimento

Io non sono un fallito, come credono il secondino, l’avvocato e la donna che dice di essere mia moglie. Io lo facevo per lei, non per me. Per me, pane e formaggio. Scarpe rotte. Io sono all’antica, così mi hanno educato. Lei no.

Non perché fosse di buona famiglia, ma le avevano messo in testa queste idee. Cosa pensa la gente, la gente cosa pensa, pensa alla gente, la gente che pensa a procurarmi tormenti su tormenti. E così tutta un’esistenza, di giorno e di notte, ogni minuto e ogni secondo io dovevo dedicarlo a fare in modo che la gente pensasse che noi fossimo ricchi.

Non a esser ricchi, attenzione. A fingere. Perché tutto sommato di essere ricca a lei – con rispetto parlando –  non gliene fotteva niente.

Ma solo al pensiero che il ragioniere Panitteri apparisse più ricco di noi, lei diventava violacea, aveva conati di vomito, piangeva a dirotto, le saliva la febbre. “Fallito”; ed era la sentenza terminale che chiudeva il discorso e mi condannava ad un periodo indefinito di lavori forzati. Non per accumulare soldi, lo ripeto, ma finzioni, teatri, impressioni, proiezioni, immagini per modellare e forgiare come argilla i pensieri della gente.

La mia vita era consacrata ai teatri. Ovviamente, dalle mie parti, con questa espressione non ci si riferisce alle costruzioni in muratura ma alle recitazioni, alle produzioni immateriali che negli edifici vengono rappresentate.

Un rallentamento nell’opera mia di costruzione, oppure la sensazione che qualcosa stesse rallentando il corso delle cose che la sua testa pretendeva, provocava un lungo elenco di paragoni e raffronti ognuno dei quali era una coltellata al cuore.

Il ragioniere ha ordinato la Mercedes, cambia la sua vecchia Alfa Romeo. A rate, e allora? Che vuol dire? Comunque i soldi li ha. Noi ancora la Ford Fiesta. Che vergogna. Il dottore Russo l’anno prossimo si fa la barca. “Oh, una cosa modesta, non è aria di fare pazzie. Però i soldi li abbiamo per spenderli non per tenerli sotto il materasso come i selvaggi!”

“Un grand’uomo, il dottore Russo. Parla bene, poi. Non come… lasciamo perdere…”. “Dottore in che ? E che importa? È dottore. Tutti lo chiamano dottore e tanto basta. Piuttosto tu, nemmeno un titolo… E che modo di farsi chiamare, signore, come un villano. Almeno ragioniere. Non hai il titolo? Geometra? Non sei geometra? Fa ridere? Meglio che niente, no? Meglio che signore. Poi vedremo, perché a farti chiamare dottore ci devi arrivare, o non mi avrai mai accanto a te. Dottore. Dottor Buonvicino, buongiorno! Tutto bene a casa? Ossequi alla signora! Oppure: vediamo, geometra Buonvicino, tanti saluti a lei! Rispetti alla famiglia! Bé, insomma. Meglio dottore. Ma sempre meglio che signore. Signor Buonvicino, puah ! Neanche un usciere!”.

***

La sferza dolorosa dei lunghi monologhi inquisitori cominciò dal viaggio di nozze, direttamente. Un viaggio inadeguato, fetido, da villani, da poveracci. Pensioni a tre stelle, ristoranti che non figuravano nella guida in pelle che una perfida amica  – “cara Adelina, che pensiero delizioso!” – aveva avuto la bella idea di regalare per guastarmi ad uno ad uno i pasti di quella settimana d’inferno. Lungo tutto il viaggio la sua mente fu occupata dai racconti immaginari da propinare alla curiosità inquisitrice e confrontarola delle amiche.

Alberghi di gran nome, un giro in gondola da sogno, persino un percorso in carrozza a Roma. “Oh, costava un occhio. Ma sono pazzie che si fanno una volta nella vita!”. E studiava le frasi, e persino le provava davanti allo specchio la sera, ignorandomi con tranquillità.

In viaggio, segnava su un taccuino le frasi e le notazioni da riportare. Un autobus scassato diventava uno splendido tassì; e la colazione su una panchina alla villa comunale un pranzo luculliano, luculloso, lucullano (insomma, come si dice?  Mi chiedeva, col taccuino in mano e l’aria interrogativa) nel più importante ristorante di Firenze.

In preda al timore di non essere creduta, anziché curare la precisione delle menzogne con particolari verosimili (il nome del ristorante a Firenze, la presenza o meno di carrozze in Piazza San Marco) aumentava il numero delle tappe e le meraviglie che avevamo visitate, aiutandosi con una guida d’Italia da poche lire tutta immagini a colori e descrizioni stringate.

Purtroppo –  tramite perfidi parenti – l’amica Adelina fece sapere che pretendeva (mi parve di sentire il tono stridulo della sua voce) una telefonata. Da un telefono a gettoni che prosciugò parte consistente delle nostre residue risorse mia moglie le fece una fantasiosa relazione (io – da ragioniere – pensai alla difficile congruità del racconto telefonico con i successivi resoconti del ritorno) arricchita di sapiti, sadipi  (e uno sguardo disperato mi chiedeva soccorso) episodi  e conclusa con una dichiarazione entusiasta

– È la settimana più bella della mia vita !

– È stata una settimana orrenda, sei un morto di fame, mi disse la sera stessa nella stanza microscopica e umida della pensione “Stella”.

Il mattino dopo partimmo per il paese. La luna di miele era terminata.

***

Mio fratello Placido fa fede al suo nome. Testa sulle spalle, mai sposato, mai una piega fuori posto nella camicia e nell’esistenza. Lavoro impiego ferie tredicesima utilitaria. I pensieri, una teoria di proverbi. La conversazione: una serie di frasi fatte. Ultimo libro letto: le istruzioni del condizionatore “Air Magic 2000”.

Placido era la disapprovazione fatta persona. Nella piega della bocca, in quell’inclinazione del labbro che indicava la piega rovinosa che prima o poi avrebbe preso la mia vita. Aveva ragione. Però io allora odiavo quella sua sentenza “Finirai male. Prima o poi finisci male. Non si può sempre fingere”.

La sua sentenza e quella di mia moglie facevano il paio, erano come il tiro alla fune. Io ero la fune: e oggi mi sono spezzato. Prevedibile, niente da dire. La colpa è solo mia.

***

Il fidanzamento è stato un bel periodo. Tre mesi. Chissà come e perché, le avevano detto che fossi compare dell’onorevole Paviglianiti, quello che hanno ammazzato l’anno scorso, poveretto. Dicevano che fossimo grandi amici, che stava per farmi entrare al comune, ufficio appalti, soldi carriera e mazzette da 50 milioni l’una.

Lei ascoltava queste voci e vedeva una pelliccia nuova, no caro non dovevi, vedeva un paio di scarpe rosse scendere da una Mercedes e una voce che le carezzava le orecchie – quella? una gran signora, la prima del paese, una delle signore con più classe della provincia…

In realtà l’onorevole era amico di tutti; e amava farsi vedere con tutti. Durante quella campagna elettorale, davvero per una fortunatissima serie di coincidenze, ci videro insieme più di una volta. Eravamo compagni di scuola, questo sì, non nella stessa classe ma al Geometra “Mazzini” comunque, questo dicevano in continuazione.

Al termine della prima settimana, lei mi chiese, distratta:

– “È vero che tu e Paviglianiti siete grandi amici?”

No, stavo per dire. Semplici conoscenze. E poi non è l’amico di tutti, l’ha scritto pure dei sui manifesti elettorali!

Avessi detto questo, mi sarei salvato la vita.

Invece guardai i suoi occhi carichi di speranza, ed era la prima donna che mi capitava in quindici anni, non potevo perderla e dissi:

– “Amicissimi. Intimi”.

***

Ci sposammo. Ed era una cerimonia che doveva essere sforzosa, così diceva. E nella sua grezza ignoranza aveva davvero colto l’espressione esatta, che quello fu un incrocio immondo di sforzo (il mio) e sfarzo (quello che le voleva esibire fino ad accecare di luce e d’invidia cugine di qualsiasi grado, vicine di rione, amiche acide, zie zitelle, parenti dello sposo scettici e conoscenti in attesa di vedere – un matrimonio modesto, è gente alla buona).

Qui non si poteva fingere. L’ossessione partì subito e fui subito addestrato al resto della vita futura. Non un attimo di felicità, non un giorno sereno, non un momento in cui la mia fronte fosse sgombra da rughe e pensieri.

Subito preoccupazioni pretese grida. Subito la compagnia familiare degli stessi termini – fallito, incapace. Prima dubitativi e blandi (sarai mica un fallito? Sto sposando un incapace?), poi gli interrogativi furono sostituiti senz’altro dai punti esclamativi.

Fui aggredito dalle esclamazioni e dalle condanne, fui sferzato dai paragoni. Il matrimonio di mia cugina Jasmine, quello sì, ancora se ne parla. Un ricevimento per duecento persone al ristorante-bar-pizzeria Il castello rosso. Dieci portate più il caffè. Sette camerieri col… coso, come si chiama, con lo smochinc. Fino alle due di notte. E noi dobbiamo andare all’eccelsior, quattrocento persone, venti portate. I camerieri col frac. Fino al mattino successivo.

“L’orghestra che suona le mazzucche dal vivo”, pretese la madre della sposa.

“Il servizio di fiori, con le corone”, volle il padre, vagamente menagramo.

A quell’epoca lavoravo in uno studio per geometra. Mi davano uno stipendio al di sotto di qualunque livello di povertà. Geometra Buonvicino. Così mi chiamavano. Però per tutti ero nelle grazie dell’onorevole, e per tutti dopo le elezioni sarei entrato al Comune col ruolo di dirigente. Appalti mazzette compensi onorari.

Nessuno ne dubitava, all’infuori di me che ero certo del contrario.

***

Arrivò la prima estate, e nelle mie tasche non c’era un centesimo. Affrontai il suo sguardo. “Eleonora va alle Baleari. Due settimane. Il marito la porta alle Baleari”. Pianto dirotto, “buono a nulla”, geometra del cavolo.

Dissi: “La prossima estate, dammi il tempo, magari per adesso una settimana alla spiaggia del paese vicino, è carino, un po’ di sole, …”.

Niente da fare. Offensiva, la mia idea. Un viaggio, in Egitto. O sarebbe andata via. Il dottor Ostellino, scapolo, benestante, le aveva messo gli occhi addosso.

“Lui sì che è un uomo. Uno di quegli uomini che se una donna chiede una vacanza in Egitto, la portano in Egitto. A Sciamellesciec”.

Un ricatto. Banale, consueto. Avevo solo una scelta, prendere i soldi da uno strozzino e rovinarmi definitivamente.

Potevo anche suicidarmi, scappare, ucciderla, prendermi a schiaffi, arruolarmi nei corpi speciali. Ma tutte quelle opzioni non volli prenderle in considerazione.

Dopo una notte insonne, in cui tormentai il cuscino e osservai al lungo il soffitto punteggiato di zanzare, raccolsi tutto il mio coraggio e le dissi.

– “Non ho soldi. Fai quello che vuoi. Un altr’anno, se il Signore vuole”.

La tempesta che mi aspettavo non ci fu.

Sorrise, materna. Va bene, caro. Capisco. Però, vedi, non posso fare brutta figura con Anna Giulia ed Eleonora. Per non parlare di Adelina. Cosa invento? Dobbiamo partire per forza, e in Egitto.

La vacanza in Egitto la facemmo fittizia, per non far cattiva comparsa con Anna Giulia. Dicemmo a tutti: partiamo, due settimane nel club villaggio e gita guidata alle Piramidi. Bravi, complimenti, attenti, dissero tutti.

“Che bel viaggio, auguri”, dissero alcune amiche sue, che si consumavano a fuoco lento nella rabbia e nell’invidia, e lei sorrideva perfida.

La vacanza alle Piramidi la passammo come due latitanti, chiusi in un casolare delle campagne vicine, con provviste per un reggimento e l’ordine espresso di non aprire porte e finestre, nemmeno quando il caldo ci faceva scoppiare.

“Pensa alla vergogna e non ti lamentare. Ché la colpa è solo tua. Fossi stato non dico il commendator Pappalardo, non dico tanto, ma almeno il dottor Forestiero, bel pezzo d’uomo, un ottimo conto in banca dicono, e la barca. Che barca! Dodici metri di vetroresina.

***

Fu quella l’inaugurazione trionfale del periodo delle finzioni. L’epoca delle mascherate, gli anni della doppia vita, l’era delle menzogne sistematiche in una costruzione ipotetica che doveva far di me un uomo rispettabile, ricco, un possidente e non un povero geometra di paese di scarse pretese quale nella realtà ero.

Pensai di smettere, chiaramente. Dire basta. Basta alle vacanze fasulle da latitanti, basta alle mille bugie, e poi in seguito al falso titolo di dottore, a una BMW che dissi nuova ed invece era rubata in Montenegro e portata sulla porta di casa mia da Totuccio Facituttu (traduzione: il tuttofare), agli appalti truccati e alla macchina mangiasoldi che avevo sposato.

Non era bella; e già dopo la prima settimana di matrimonio mi ripugnava. Non la lasciai perché ero sempre stato solo; e preferivo la compagnia di una iena malata alla solitudine.

Non solo per ragioni mie. In paese si poteva anche perdonare a un uomo di non essere ricco, ma nessuno avrebbe guardato senza sorridere a un cinquantenne senza donna.

***

Il lavoro era indecoroso, agli occhi di lei. O aprivo uno studio tutto mio, nella piazza principale del Paese, con targa enorme in ottone, o entravo al Comune.

Parla con Paviglianiti, l’amico tuo intimo, diceva. E non capivo se si riferiva con ironia al trucco fatidico con cui attirai le sua simpatie all’epoca demenziale del fidanzamento. Per un attimo presi la cosa in considerazione. Paviglianiti parla con tutti e notoriamente non nega un’udienza nemmeno a un ladro di bestiame.

Eccomi dunque a fare anticamera nel salottino (alle pareti un quadro con le vele e diplomi inverosimili, nel portagiornali alcuni rotocalchi scandalistici) della sua segreteria politica, che era anche sede dell'”Associazione magno-greca di studi filosofici Pino Rossi”.

La lunga attesa favorì la riflessione. Dunque, eccomi: entro e gli chiedo, insomma, voglio entrare al Comune. Bene, dice lui. Spero che offrirai qualcosa in cambio. Non è un favore da nulla. Occorre un bando apposito, contrastare i ricorsi degli esclusi, blandirli o minacciarli nel caso. Se si bandisce un concorso per un posto al Comune, si scatenano molti appetiti.

L’onorevole la può ricevere, prego, disse il segretario, magro occhiali forfora.

Salve convenevoli da quanto tempo che piacere piacere mio.

– Allora, come posso aiutarla caro, caro…

Buonvicino, geometra Buonvicino, dissi, io che per molti ero l’amico intimo.

Il mio discorso fu lungo e contorto, denso di termini che ritenevo efficaci e tesi a dimostrare il mio notevole livello culturale. Tutto lo sproloquio poteva alla fine essere riassunto in queste poche proposizioni:

– sono un morto di fame

– non ho alcuna possibilità di fare il libero professionista

– o mi fa entrare al Comune o mia moglie mi cava gli occhi.

Paviglianiti era evidentemente abituato alle richieste più strane, e invece di strabuzzare gli occhi e accampare scuse e impedimenti, mi fece un sorriso da un orecchio all’altro ed esclamò:

– Amico, non c’è problema !

***

Mia moglie mi attendeva a casa con la tensione con cui i pastori si preparavano all’arrivo del Divin Bambino.

Appena tornai a casa, senza il tempo di preparare una versione interlocutoria, mi chiese:

– o sì oppure no.

Dice che non c’è problema. Sicuramente vorrà qualcosa in cambio.  Le prime elezioni utili sono l’anno venturo. Ironizzò grossolanamente sul mio ottimismo e la mia perspicacia, disse che era ora che imparassi a stare al mondo.

La serata divenne un training intensivo di scorrettezza e darwinismo carrieristico-comunale, in cui mi prospettò che dal giorno successivo sarei diventato un mostro senza pietà, sleale vile scorretto, consacrato al mio obiettivo e servile con Paviglianiti oltre ogni limite.

– “Così va il mondo, cosa credi?”, fu la conclusione del corso accelerato.

Quella notte fu popolata da orribili incubi, e un caffè preparato alle cinque venne a restituirmi al mondo dei vivi.

***

Un insieme articolato e pirotecnico di carognate fece cadere la Giunta Provinciale. Furono improvvisamente convocate elezioni anticipate.

Io lo sapevo da tre settimane, perché il segretario di Paviglianiti mi aveva convocato d’urgenza, confidando nella mia discrezione.

Odorando come un segugio il puzzo penetrante della disperazione, l’onorevole (lo chiamavano così in paese ma era null’altro che un consigliere provinciale) sapeva che sarei stato la sua arma in più; e muto come una tomba.

Eccomi nel giro di pochi giorni trasformato in galoppino elettorale. Dovevo incontrare, parlare, promettere, scatenare l’immaginazione. Ero un venditore di sogni, uno spacciatore di promesse, un distributore semiautomatico di menzogne confezionate.

Tutte le promesse che andavo facendo, paese per paese con la mia Ford Fiesta e i buoni benzina sul cruscotto, erano assolutamente irrealizzabili.

Avevo una piantina con note a margine organizzate con criterio scientifico. Sotto il nome del paese, il gruppo da incontrare (gli operai della centrale, la famiglia Pizzosella, i parrocchiani di don Ubaldo, le casalinghe del rione S.Giuseppe) e le promesse da elargire. Non avevo nessun pezzo di carta. Né un poster, né un tagliando, niente.

Un nome solo bastava e avanzava: Paviglianiti. L’amico di tutti.

***

Chiesi una settimana di permesso (“Permesso? Ferie, vorrà dire, ragioniere”. E mi giocai le ferie. Ma in cuor mio speravo nel nuovo posto e ignorai il problema) che occupai girando per i paesi della provincia incontrando ogni sorta di personaggi, molti dei quali avevano una comunicativa ignobile fatta di strizzate d’occhio, colpetti col braccio, sottintesi (“Ci siamo capiti, eh?”), espressioni gergali e proverbi che – come nei film di Totò e Peppino – dicevano tutto.

Ogni mattina andavo in segreteria a prendere le consegne e i suggerimenti del segretario, che diventava sempre più pallido e magro, con occhiaie da far spavento, e sembrava venuto fuori da un film esistenzialista in bianco e nero.

Mi diede la lista del giorno, quindici comuni da coprire, avrei finito entro le 8 di sera (rientrai a casa oltre l’una, ma mia moglie dormiva come un sasso, fiduciosa che avessi imboccato la strada giusta).

Per la prima volta mi spiegò che – data la mia poca esperienza – mi venivano affidati incarichi non difficili né delicati, quindi “no a situazioni pericolose, semaforo rosso per incarichi che potevano mettere a repentaglio grossi pacchetti di voto” (spesso si esprimeva come il telegiornale, ma con un’aria tragica che faceva pensare a cimiteri, lune piene, licantropi, croci e temporali sullo sfondo).

***

Il sindaco di San Gregorio Superiore era un tipo rubicondo e cordiale, che cercai dapprima al municipio (è in missione, mi dissero) e che trovai infine dopo molte insistenze alla trattoria “Gambero Rosso” in fondo al paese, sulla strada provinciale.

Era al centro di una mastodontica tavolata, e gustava con gioia rumorosa maccheroni al sugo di capra e un vino dai riflessi rosso porpora versato da grandi brocche. Incerto se interrompere il banchetto, e le storielle su una donna dai seni enormi che accompagnavano le portate, guardai la lista del giorno e le missioni da compiere, e risolsi di intervenire, per evitare di rincasare oltre le quattro di notte.

Pensai “cosa ho fatto di male, io che volevo solo lavorare onestamente, una moglie normale figli fido che la domenica mattina mi sveglia scodinzolando, la partita con gli amici, il caffè e le notizie del Gazzettino da sfogliare lentamente”. Invece eccomi qua, in missione presso questo clan di vichinghi immersi nei loro bagordi; e al centro c’è pure un presunto sindaco.

Quando feci riferire al cameriere che desideravo interloquire col sindaco, sentii una sfilza di invettive contro la moralità di mia madre e mia sorella, che mi arrivavano attraverso aliti pestilenziali di vino e d’aglio.

Quando – alzando un poco, molto poco, la voce – feci il nome di Paviglianiti ottenni il miracoloso effetto di voci che si abbassarono, rutti sommessi, un rumore di forchette meno invadente e qualcuno – pochi – che interruppero di abbuffarsi e che alzarono gli occhi verso di me.

Tra questi il sindaco che – del tutto ubriaco – si alzò e mi accompagnò passandomi il braccio sulla spalla verso una saletta riservata. Fu una discussione surrealista di tre minuti in cui il sindaco fingeva di capire e annuiva e bofonchiava una marmellata di nonceprobblemaperlamicomiopaviglianiti e trattenendo eroicamente un rutto che sarebbe stato spaventoso.

Terminò il discorso abbracciandomi – praticamente mi cadde addosso e dovetti sorreggerlo. Andandomene, speravo che almeno si ricordasse del nome che da qualche tempo aveva devastato la mia vita.

Quella notte sognai una gigantesca scritta in cielo. Paviglianiti. L’amico di tutti. Era scritta dalle nuvole.

***

Al termine della settimana ero fiero del mio lavoro. Ero diventato un distributore automatico di fandonie, freddo e risoluto. Ovunque ero accolto con rispetto. Stando alle promesse che avevo elargito in sette giorni, la provincia avrebbe avuto una pianta organica più ampia di quella dell’Onu.

Senza contare pensioni d’invalidità, borse di studio, abbonamenti del pullman, ingressi a scrocco allo stadio e altre provvidenze che venivano promesse a piene mani. Grande successo avevano le richieste agricole, sovvenzioni per ogni genere di ortaggio, e in particolare la richiesta di garanzia sui mancati controlli.

–  “Dottore”, mi confessò un giorno un coltivatore diretto tenendomi sottobraccio – “io ho dichiarato mille metri quadri di girasoli biologici”; e col dito mi indicava pochi cavolfiori irrorati con sostanze da guerra del Vietnam.

Nessuno dubitava delle promesse con una sola eccezione. A una riunione di socialmente utili che si teneva nel salone bianchissimo e spoglio del sindacato cattolico, una ragazza urlava e protestava. Basta siamo stanchi di inganni e prese in giro. Dieci anni di prese per i fondelli. Ci hanno messi pure a contare le macchine che passano sulla strada provinciale, rilevazioni statistiche le chiamano. Basta, ci hanno ingannato tutti.

– Non avremo mai un lavoro vero, con stipendio regolare

– Non avremo vai una pensione vera

– Non avremo mai mansioni dignitose

Al termine del suo discorso intervenni e perorai la causa di Paviglianiti, raro galantuomo, le cui promesse – si sa – non sono come quelle altrui, ad esempio il rivale Pappalardo, detto pappasoldi

– tutti uguali, ladri e imbroglioni, ladri – urlava la ragazza, e cominciava a raccogliere cenni d’assenso; gli altri immobili.

Provai a voce bassa a sostenere la causa di Paviglianiti, la sua onestà, la sua parola. Solitamente non c’era bisogno di tirarla per le lunghe e quindi dopo un po’ non seppi cosa dire, mentre l’ossessa gridava:

Basta una vera pensione ci vada lei a contare le macchine che passano sulla strada; mi hanno fatto fare di tutto!

– Ho pulito le strade e pulito i gabinetti; ho catalogato libri polverosi e guidato pulmini…

Capii che non era il caso d’insistere, chi voleva aveva capito. Come il tizio che mi accompagnò all’uscita. Tenendomi sottobraccio, con complicità mascolina:

– Dottore, non ci faccia caso. Femmina isterica. Lo sanno tutti che non scopa da dieci anni.

***

Al  termine della prima settimana ero orgoglioso di me. Mi dissero che avrei dovuto fare una seconda settimana, e caddi nella disperazione.

Non sapevo come chiedere altri giorni, e pensai che la malattia era l’unica strada. Feci cose che avevo visto in tv, tipo masticare tabacco delle sigarette:  ottenni di finire al reparto gastroqualcosa del policlinico del capoluogo.

Mi diedero sette giorni di prognosi, inviai il certificato al datore di lavoro (diciamo così) e uscii fischiettando dal nosocomio con un orribile bruciore agli intestini.

La sera, mia moglie era tranquillamente assopita, e non la disturbai.

Il mattino dopo presi la Ford Fiesta e mi incamminai verso la segreteria, dove mi scusai per il giorno perduto in ospedale.

Mi dissero che mi toccava la parte nord della provincia.

Sulla salita del monte Sassoduro, la Ford rantolò e sembrò spirare. Mi feci trainare da un trattore. Il resto era discesa, più qualche tratto da fare a spinta.

Arrivai a casa assiderato e disidratato, mi sentivo come avessi fatto il giro del mondo a piedi.

Quello che era peggio – però – era la Ford morta. Eravamo al mercoledì. Mi rimanevano tre giorni.

Rodolfo il meccanico ha appeso una grande insegna alla sua officina. Servizio in 24 ore. L’insegna era un frutto del suo gigantesco ottimismo; in realtà il meccanico era riuscito a prendere anche una settimana per un cambio d’olio. Il caso di ora era ben più grave, dunque mi rassegnai a concludere la settimana con i mezzi pubblici della provincia.

Il giovedì arrivai a prendere una corriera degna delle Ande alle 4 e mezza del mattino, con una sciarpa enorme e un termos di caffè sottobraccio. Quindi arrivai in un altro paese, dove presi un ammasso di latta e stoffa consumata che le ferrovie locali chiamavano pomposamente accelerato regionale.

Tutti i pochi pendolari sul vagone dormivano coi piedi sui sedili. Qualcuno leggeva le notizie di cronaca del quotidiano locale, a base di ammazzamenti intimidazioni vendette sangue e strangolamenti. E in tal modo iniziava la nuova giornata.

Arrivai al paese più a nord della provincia, dove mi incamminai verso l’obiettivo della missione.

Il direttore del “Monitore di San Pancrazio” (San Pancrazio era il paese più piccolo e malfamato della provincia) mi accolse con calore; ma dopo convenevoli da attore di teatro, mi mostrò freddo due bozze di copertina del mensile.

Il titolo era identico. Un uomo che mantiene le promesse. La foto delle due copertine era differente. Nell’una vi era Pappalardo, nell’altra Paviglianiti.

Una semplice immagine poteva spostare molti voti, e forse decidere delle elezioni. Tutta la persona che mi stava di fronte, dalle sopracciglia agli alluci esprimeva un profondo:

– “E allora?”

La missione che mi era stata affidata era la più importante tra tutte ma anche la più semplice. Tutto il resto lo ignoravo. Dissi semplicemente:

– L’onorevole ha detto sì.

E tanto bastò a dirimere la questione della copertina.

In più, divenni magicamente un caro amico e un ambito commensale per il pranzo (fino a quel momento mi aveva lasciato in piedi).

– Non voglio mancare di rispetto, ma ho molti altri appuntamenti.

Capisco ma che peccato torni a farci visita altrimenti mi offendo.

Nel pomeriggio commisi l’unico errore di tutte le missioni. Dovevo andare a una riunione in parrocchia, per promettere ai convenuti l’assunzione immediata e a tempo indeterminato al Calzaturificio Zucca, che la provincia stava per rilevare (notizia falsa come poche).

Vidi una chiesa e pensai che fosse l’unica del paese, in realtà il paese era davvero microscopico e non riuscivo ad immaginare altre parrocchie.

La riunione era già iniziata, e si parlava dello scandalo infinito delle pensioni d’invalidità. Era una vergogna – diceva un tizio col volto rosso fuoco – che non ne vengano più rilasciate. Io avevo fatto un imbroglio eccezionale e speso molti denari, e adesso a me chi me li restituisce i soldi?

Dopo questo momento di alta politica, il discorso passò al calzaturificio, unica industria del territorio, chiusa da un mese per fallimento malversazioni bancarotta e coi dipendenti licenziati su due piedi e gli ex dirigenti latitanti ai Caraibi.

– Avete sentito quella voce? Dicono che la vuole prendere la Provincia.

Vidi un signore pronto a intervenire, ma lo anticipai.

– È verissimo. È un impegno che l’onorevole si è assunto sul suo onore.

Queste parole suscitarono un vivo stupore.

– Ma come, io sapevo che era una menzogna

– L’onorevole si è impegnato a…

Sul suo onore, esclamai io, contento di essere al centro dell’attenzione di quella numerosa platea.

– Ma lei chi è? Disse il parroco? Io non la conosco

Questa frase ebbe su di me l’effetto di un terremoto. Come? Poi, improvvisamente, mi ricordai che San Pancrazio era un paese spaccato in due, metà con Paviglianiti metà con Pappalardo.

– Ci sono due parrocchie, mi aveva detto il funereo segretario. Io… avevo inteso parrocchie nel senso metaforico di partiti, gruppi, squadre, e invece…

Avevo confuso la parrocchia di San Teodoro con quella di San Brancaleo. E ora rischiavo seriamente l’incolumità.

– Insomma, lei chi è? Ripeté il parroco come se si rivolgesse a Satana in persona.

Poi, con un’intuizione improvvisa:

– Ho capito, lei è inviato da Paviglianiti per seminare zizzania!

A quel punto non mi restava che una vile ma necessaria fuga, e non avevo neppure un’automobile. Alcune signore mi lanciarono addosso delle sedie in legno, aggiungendo combinazioni di maleparole di cui ignoravo l’esistenza, dei valorosi parrocchiani mi inseguirono per tutta la discesa, e un criminaloide mi venne dietro fin quasi alla stazione, dove mi assestò un calcione e tornò indietro.

Con somma gioia seppi che l’altra parrocchia era a due passi, arrivai un po’ in ritardo e piegato in due dal dolore (cosa c’è dottore? Mal di schiena? Eh, con questo tempo…) e riuscii a compiere la mia missione, e anche a prendere l’orribile accelerato delle 21, che presentava un insieme composito di tutti gli odori che l’olfatto umano riesce a percepire.

***

La sera arrivai a casa stanco ma anche soddisfatto di aver salvato la pelle. Un errore era umano e comprensibile. Avevo una voglia incredibile – che sarebbe rimasta tale – di una zuppa di pesce calda e di due parole da scambiare con mia moglie.

Sai mi è successo questo, che paura in quel momento, sono stato bravo e veloce, avresti dovuto vedermi, un vero atleta, mi ricordai di quando da ragazzo facevo le corse campestri…

Invece mia moglie stava per assopirsi, non aveva la minima intenzione di ascoltarmi.

Mi avvertì che aveva detto a tutte le sue amiche che sarei presto diventato dirigente al Comune o alla Provincia. Dunque, non potevo non diventarlo.

In caso contrario… avrebbe… avrebbe…

Non riuscì a concepire una adeguata minaccia. Si rigirò nel letto, dormendo subito di gusto.

***

La missione del venerdì si svolgeva a San Gerlandino Superiore, mille anime in alta montagna, cinquecento anziani in attesa serena della morte e altrettanti prossimi partenti per l’Australia o la provincia di Vicenza.

La mia missione consisteva nel parlare con Sindaco del luogo e promettere la costruzione di un albergo cinquestelle ollinclusiv esclusiv etc. etc.

Quelle definizioni mi erano state appuntate su un foglietto (rara eccezione! Di solito le parole bastavano) e venivano ritenute tali da convincere senz’altro anche un ottuso montanaro.

Il sindaco mi invitò con cortesia a pranzo, specificò che pagava di tasca sua e mi consigliò delle tagliatelle ai funghi di eccezionale qualità. Gustando i funghi davvero ottimi, ascoltai le parole sommesse del primo cittadino:

Dottore carissimo, lei lo sa che in questo paese, abbiamo avuto un solo turista negli ultimi cinquant’anni? Era un milanese a cui si guastò la Lancia sulla provinciale qui di fronte, e che ospitai a casa mia…

– Ecco io, vede, il turismo d’élite prevede una nuova mappa del mercato europeo…

(Mi avevano avvertito che il sindaco era un poco duro di testa, quindi avevo con me argomenti supplementari e – nel caso – la proposta B)

Mi guardò con un espressione di totale e cosmica incredulità, dunque passai senz’altro alla proposta B.

Si trattava di far passare la nuova linea ferroviaria da San Gerlandino Superiore, promuovendo la sua stazione dismessa  dal ’53 a fermata obbligatoria per i treni Intercity e deposito-officina-grandi riparazioni del distretto.

– Signor sindaco, questa è una proposta realistica, basta la vostra buona volontà e l’onorevole si farà in quattro…

Nella realtà nemmeno un ingegnere psicopatico avrebbe concepito una tale deviazione, che prevedeva lo sventramento della montagna e piloni di sostegno alti alcuni chilometri.

Il sindaco, per non deludermi, disse:

– Beh, vedremo, ecco… Vede dottore, il fatto è che mio nonno partì per l’Australia e oggi mio figlio sta facendo le valige per Breganze, in provincia di Vicenza. Anche se facessero il treno, servirà solo a rendere più facili le partenze…

Cominciavo ad avere una mentalità paviglianitizzata, e dunque pensai andando via che quel sindaco era davvero un montanaro zuccone e che quel paese non aveva prospettiva.

Ben diversa era la situazione di San Pancrazio, dove purtroppo dovevo tornare per la missione del pomeriggio.

I parrocchiani si erano lamentanti del mio arrivo in ritardo, e volevano segnalarmi richieste e petizioni variegate.

Io annotai ogni cosa diligentemente – c’era persino una signora che aveva lo zio emigrato nel New Jersey e pretendeva un biglietto aereo per andare a trovarlo, in cambio di una decina di voti – appena sulla strada della stazione, gettai tutto nel cestino dell’immondizia.

La regola numero uno, mi aveva detto il Dracula-segretario, è che le promesse le facciamo noi a loro. Altrimenti si inverte l’ordine aureo dell’universo.

Conoscevo quel paese come un luogo malfamato, che aveva dato i natali a briganti stupratori e trafficanti di droga di livello internazionale, uno dei quali era l’orgoglio del paese e – come nel Padrino parte terza – era stato insignito della cittadinanza onoraria con la banda che suonava all’impazzata e il sindaco con fascia tricolore “visibilmente commosso”.

L’esperienza del giorno precedente – del resto – era stata abbastanza traumatica. Arrivai alla stazione con un’ora di anticipo e la preoccupazione di sessanta minuti di noia assoluta, per non parlare di un’eventuale ritardo che nessuno avrebbe potuto preannunciarmi, perché la stazioncina era del tutto deserta di ferrovieri  e impiegati (c’erano solo viaggiatori) e il tabellone aveva cessato di funzionare da molti anni.

Mi sedetti. Urla ferocissime annunciarono l’arrivo di tre delinquenti, sui 25 anni, che si lanciarono su un tizio che aveva l’aria di essere lo scemo del paese. Lo sguardo terrorizzato dell’uomo mi fece pensare a un soccorso eroico, ma il terrore che si dipinse negli occhi dei presenti e la stazza degli energumeni mi suggerirono rapidamente di desistere.

E poi – pensai assurdamente alla schiena rivoltata di mia moglie nel letto – stasera a chi lo racconto?

I tre, che parlavano tra loro e ridevano, si lanciarono in un gioco atroce che dovevano fare di frequente. Presero la scarpa del poveretto, e si misero a correre, inseguiti dall’uomo che inciampava zoppicava cadeva.

Dopo alcuni minuti di sevizie, arrivò l’accelerato che andava in direzione opposta alla mia. Lanciarono la scarpa in un finestrino abbassato. Trattennero l’uomo che urlava, finché il treno partì.

Quindi lo lasciarono,  egli iniziò ad inseguire i vagoni gridando “trenooooo”.

Poi si mise a camminare sui binari, e pensai al finale dei film di Charlie Chaplin.

I tre balordi non erano contenti del passatempo finito così presto. Nella stazione tutti erano fermi e zitti, nessuno aveva il coraggio di parlare o andare via. Io contavo i secondi che mancavano all’arrivo del treno maledetto, e ben capivo che come forestiero ero la prossima vittima di quello scherzo atroce. Maledissi il mondo intero, a cominciare da mia moglie, e – con mia sorpresa – arrivai a bestemmiare, cosa che non avevo mai fatto.

Arrivarono, come il destino volle, mi presero la scarpa ridendo, e mi ferì nel profondo che nessuno dei viaggiatori si fosse mosso o avesse detto niente. Non sapevo cosa fare o dire, provai a dibattermi e spingere, ma un forte ceffone mi fece abbandonare questa strategia. Sapevo che gridare non serviva che ad aizzarli, e dunque rimasi in perfetto silenzio, e dunque resi la scena ancora più surreale, come in una pellicola dove l’audio è difettoso.

Non essendoci treni in arrivo, si contentarono di gettare la scarpa oltre il muro, tra i rovi, guardandomi con sprezzo e ridendo di gusto della loro sciocca bravata. Andarono infine via, e uscii dalla stazione guardando con disprezzo i presenti, che ancora rimanevano immobili. Fui freddo e risoluto. Pensai che l’unica cosa da fare era cercare un negozio. Fui fortunato, a pochi passi ce n’era uno ancora aperto.

Contrariamente alle mie attese, il negoziante non era per nulla sorpreso della mia scarpa unica. Pensai che doveva essere uno spettacolo frequente. Il prezzo delle scarpe era molto buono, scelsi un paio comodo ed elegante.

– Del resto, era tempo di cambiarle, mi dissi con ottimismo.

Arrivato in stazione mi venne da vomitare. Per fortuna non c’era nessuno, tranne quei pavidi che prima erano rimasti fermi, come del resto io prima con quel pover’uomo che magari ancora camminava lungo la rotaia.

Lanciando un’occhiata furtiva sulle mie scarpe nuove, un tipo assunse un’espressione facciale che la mia fantasia eccitata interpretò come un sorriso, e che comunque spensi con un’occhiata assassina.

La sera non dissi né pensai niente, non cenai, feci un sogno orribile, al mattino preso vomitai e poi fui felice pensando che quello ero l’ultimo giorno di attività infame.

Giurai su quanto mi era più sacro (il sorriso di mia madre buonanima; i rigatoni alla norma; il gol di Paolo Rossi al mondiale) che quello – comunque – sarebbe stato l’ultimo giorno.

***

Paviglianiti aveva perso le elezioni per un voto.

Questa orrenda sentenza creò un cataclisma in provincia, nella mia esistenza e nella camera da letto, che mia moglie giurò di non voler più dividere con un fallito.

Anzi, proclamò che la notte stessa mi avrebbe messo le corna con qualcuno del clan di Pappalardo, e – perché no? Magari! – con Pappalardo stesso.

***

Nel momento del fallimento totale, dopo tre giorni e tre notti passati nella segreteria politica in mezzo ad una fauna umana disperata e inselvaggita, mi vennero in mente quei tre delinquenti.

Avevo pensato già prima di vendicarmi, ma non sapevo come; e parlarne a Paviglianiti mi avrebbe reso ridicolo (capì che in tanti ragionavano così, e proprio per questo quei tre la facevano sempre franca). Aprii la mia discussione con un collega, così, per cambiare discorso. Era uno che aveva battuto tutta l’estrema provincia meridionale, ma sapeva tutto di tutti. O almeno più di me. Raccontai dei tre balordi e dello scemo e della scarpa, interrompendo il racconto al punto in cui mio malgrado diventavo protagonista della vicenda.

Sono rimasto impressionato dalla loro ferocia, dissi scandalizzato.

– Come si vede che non sei mai uscito dal paese, che hai vissuto nella bambagia (questo tizio mi stava molto antipatico perché parlava sempre della bambagia, forse da piccolo lo tormentavano con questo ritornello).

Mi spiegò che i tre erano molto famosi, erano detti “le vacche sacre” perché godevano di un’immunità totale pari a quella dei celebri bovini indiani.

– Pensa, una volta arrivarono a dare a fuoco al Municipio, e il sindaco disse che quelle bravate le avevamo fatte tutti da ragazzi.

– Un’altra volta tolsero i pantaloni al maresciallo dei Carabinieri e li portarono in trionfo per tutto il paese. Il maresciallo, rosso come un peperone, invece di farli fucilare, disse che era una simpatica ragazzata, ma era chiaro che potendo li avrebbe strozzati.

In fondo mi è andata anche bene, pensai deglutendo a ogni episodio che il perfido collega snocciolava, soddisfatto del mio spavento crescente.

Come un abile sceneggiatore, rivelò solo nel finale il motivo del loro eccezionale “status giuridico”.

Il padre di uno è morto in una faida, una decina di anni fa. Il padre dell’altro è multi-ergastolano all’Asinara, in una cella di sicurezza di livello ultra-top. Il padre del terzo è latitante da quindici anni, si dice che sta in un casolare lì nei pressi e controlla ogni illecito della zona, dai furti di pneumatici agli appalti della superstrada.

***

Alla fine il verdetto era chiaro. I mille ricorsi preannunciati si scontrarono con l’evidenza dei fatti. Per un solo voto, Pappalardo era presidente della Provincia.

Misteriosamente, Paviglianiti se la prese con noi, dicendo che sarebbe bastato un niente, un aggettivo più calcato, una promessa gonfiata, una puttana regalata per una serata (diventava col tempo sempre più volgare e irrazionale)…

Concluse che eravamo incapaci e falliti; e a casa mi toccò ascoltare la stessa musica dalla mia consorte in bigodini.

– Non ho più il coraggio di uscire di casa. Sono la moglie di un praticante di uno studio. Abbiamo la Ford Fiesta di seconda mano. Ti vesti come un sanfrancesco. Non abbiamo i soldi per la mia pelliccia e la moglie dell’avvocato Pietrasanta mi ha detto che stanno per comprare la casa sul mare per l’estate, una villetta deliziosa, ha detto.

E scoppiò a piangere, inconsolabile.

***

Pappalardo fu amazzato a colpi di fucile, “come un cane”, scrissero i giornali senza pensare che era un’espressione insensata.

Tutti pensarono, guardarono, ipotizzarono Paviglianiti come mandante. Ma non c’era uno straccio di prova e l’inchiesta fu archiviata.

Le varie voci dicevano che non aveva accettato in nessun modo la sconfitta. “Per un voto! Non è leale, non è sportivo! Deve dimettersi e ricominciamo da capo!”

Pappalardo non volle saperne, ovviamente. E così – pensavano tutti ma nessuno lo diceva – Paviglianiti si auto-nominò arbitro della contesa.

In realtà, nessuno poteva giurarci, perché Pappalardo aveva preso impegni talmente irrealizzabili – un aeroporto intercontinentale, un sistema intermodale elicotteri-tir, un torneo internazionale di tennis e cinque squadre locali di calcio in un biennio in Serie A – e con gente talmente pericolosa che la sua morte aveva una serie infinita di moventi.

Distrutto dal dolore, vestito a lutto, compreso nel suo ruolo istituzionale, Paviglianiti pronunciò il suo primo discorso da presidente della Provincia, dedicando la sua attività all’amico-rivale a cui – annunciò – dedicheremo presto una via importante della città e la piscina nuova di San Pancrazio Inferiore.

La mia vita ricominciava. Mia moglie disse: vai e mettiti in fila.

In effetti, la mia strategia di attesa immobile era suicida. Non solo gli innumerevoli suoi clienti erano andati a presentare le loro cambiali, ma anche la folla di quelli di Pappalardo.

Ognuno alludeva pesantemente – senza mai dirlo chiaro – al fatto che Paviglianiti dovesse “adottare gli orfani”, anche in quanto ipotetico mandante e comunque come sicuro beneficiario della morte del rivale.

Le varie questioni erano impossibili da dirimere.

Io avevo perso il mio lavoro. “Da quando sei entrato in politica”, mi dissero “non hai più energie per il tuo ufficio. Devi scegliere”.

In realtà loro avevano scelto, da tempo, perché il mio posto era già di un praticante ventenne cui davano un quinto esatto del mio stipendio e il doppio delle incombenze.

***

Non avevo più una lira. Mia moglie, con la puntualità di un orologio, ogni sera alle 19 e 30 erompeva in una sceneggiata piena di insulti e di ipotesi che ogni sera erano più catastrofiche e degradanti.

–  Finirà che andrò a fare la serva. Farò la lavandaia. Andrò a fare la puttana.

Vivevamo con i pochi soldi che mio fratello ci girava, accompagnando ogni assegno con un “te l’avevo detto”, un sospiro ed un “ma perché non la lasci? È lei la tua rovina”.

Un giorno affrontò il discorso in maniera organica.

“In paese tutti vivono con poco e si accontentano. In realtà, quelli che dicono di essere gran signori hanno meno soldi di me; e sono tutti sotto strozzinaggio della zia Peppina, quella strega. Vuoi forse fare questa fine?”

“Paviglianiti promette e promette, ma anche volendo non potrà mai mantenere tutte le promesse. Oggi il suo problema è non fare la fine di Pappalardo. Figurati se pensa a te!”.

Mio fratello Placido era un grillo parlante irritante. Aveva sempre ragione. Non c’era nulla da ribattergli e parlare con lui era del tutto inutile.

***

Entrai come impiegato del comune esattamente un anno dopo. Avevo presentato domanda, entrai in piena regolarità, avevo tutti i titoli a differenza dei 400 concorrenti, ma tutti pensarono che l’intervento di Paviglianiti fosse stato l’unico elemento che trasformava un disoccupato mezzo scemo in un impiegato da due-milioni-al-mese e contributi, che per me erano una fortuna mai vista.

In realtà, l’intervento decisivo era stato quello congiunto della natura e della legge. L’impiegato che sostituii era andato casualmente in pensione e aveva liberato un posto.

Nessuno dei concorrenti aveva neanche il diploma di ragioniere; quasi tutti lavoravano saltuariamente come forestali.

Paviglianiti non aveva certo tempo e voglia di occuparsi di una vicenda per lui insignificante. Girava voce secondo cui un pezzo da novanta gli aveva puntato la doppietta al petto, dicendogli che l’aeroporto internazionale si doveva fare, perché tanta gente era stata impegnata, altrimenti…

***

Annunciai a mia moglie la notizia sensazionale che cambiava le nostre vite.

Fredda come il marmo, disse:

– Al comune? Ma come? Non ti aveva promesso di farti entrare alla Provincia? Al Comune hanno uno stipendio da morti di fame! Almeno, da domani cerca di diventare dirigente, anche se sei un fallito e un buono a nulla.

***

Da allora sono successe molte cose. Come nei titoli di coda di una pellicola di una volta, riassumo brevemente.

Sono entrato in un meccanismo, una trappola senza uscita. Dovevamo avere più soldi, confrontarci con i primi del paese. L’automobile da cambiare ogni anno, la casa che si ingrandiva sempre più come un fungo parassita, e poi i viaggi, e la seconda casa sul mare, abusiva ma deliziosa.

Finii per rivolgermi pure io alla zia Peppina, come tutti, ma per fortuna le chiesi solo la metà di quanto pretendeva mia moglie.

Per restituirle i soldi, ed evitare di essere ammazzato, cominciai a fare come gli altri, ed entrai nel giro delle tangenti, tutti ne erano disgustati ma che nessuno le rifiutava.

Partecipai alle battaglie campali per entrare nelle commissioni, pretesi esose mazzette, fui corrotto oltre ogni limite e spietato.

Paviglianiti non proteggeva me ma tutto un sistema. Purtroppo fu ammazzato a colpi di doppietta, sulla superstrada. Tutti dicevano che era per la storia dell’aeroporto, che in nessun modo poteva essere realizzato in una zona dove non arrivavano nemmeno le corriere e che ancora non conosceva il treno.

Paradossalmente, fu ammazzato per l’unica promessa che non aveva mai fatto e che aveva rocambolescamente ereditato dal rivale.

Con la sua morte, sono cambiati molti equilibri, anche alla Procura della Repubblica. I nostri imbrogli erano paesani ed ingenui, e fummo subito scoperti, e usati come capri espiatori di dirigenti e politici che sciolsero i loro corrotti gruppi consiliari e si allearono nella “Lega degli Onesti”, che oggi ha il 70% dei voti.

Dopo il mio arresto e la conseguente rapidissima condanna, mia moglie si è subito trasferita a casa del dottore Forestiero, che era rimasto vedovo.  Mio fratello Placido – l’unico che viene a farmi visita a patto però di evitare i “te l’avevo detto” – mi ha riferito che Forestiero ha preso il mio posto anche come vittima, e i vicini ogni sera sentono le urla di lei, ormai vecchia come una strega, che gli rinfaccia i debiti.

– Ma come hai venduto la barca alla zia Peppina! E io che ti credevo un gran signore! Invece sei un povero fallito!

Qui tutto sommato sto bene. Mi manca qualche anno ancora, e poi non so veramente cosa fare. Magari andrò al capoluogo e cercherò un ufficio, in fondo tutti hanno bisogno di un ragioniere.

Qui il tempo passa in fretta. Ho imparato a scrivere racconti, e ho scoperto che mi piace e mi fa stare bene.

Ho scoperto anche il cinema, mio fratello riesce a trovare con grandi sforzi videocassette impossibili che gli commissiono. Mi sono appassionato al cinema muto americano, e ho deciso di vedere i primi film dei maggiori autori: Chaplin, Laurel e Hardy, Buster Keaton, i fratelli Marx.

Perché il cinema muto? Perché sono costretti ad esprimersi con i gesti, gli occhi, le parole, le musiche. Quando proprio non ce la fanno, mettono un cartellone con poche parole. Così si vedono solo parole importanti, non casuali, scelte con cura.

Nel nostro mondo ci sono troppe parole casuali.

E perché i primi film di ognuno, diciamo i primi quattro? Perché sono quelli in cui ce la mettono tutta, in cui ancora non sono nessuno e devono dimostrare di essere bravi, più bravi degli altri. Non danno nulla per scontato e non prendono in giro il pubblico con trucchetti.

E neanche sé stessi, come spesso facciamo noi.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.