Occorre cambiare il dibattito pubblico sulle migrazioni e superare una serie di “illusioni ottiche” e luoghi comuni. In particolare sullo sfruttamento lavorativo dei migranti

    Intervento al convegno “Guerre, migrazioni e diritti nel Mediterraneo” – 20 novembre 2020

    Inizio richiamando la complessità, cioè la necessità di un discorso più articolato rispetto a quello corrente. Occorre cambiare il dibattito pubblico sulle migrazioni e superare una serie di “illusioni ottiche” e luoghi comuni. 

    La doppia illusione ottica

    Secondo l’Istat, i migranti in Italia sono circa 5 milioni. È interessante osservare quali sono le nazionalità maggiormente presenti. La stragrande maggioranza è composta da cittadini provenienti dalla Romania. Quindi altre migrazioni storiche come quella albanese e marocchina. Segue il gruppo asiatico.

    Tra le prime nazionalità presenti non ci sono quelle che solitamente associamo agli “sbarchi”. Infatti le prime nazionalità dell’Africa subsahariana sono la Nigeria con il 3% e il Senegal con il 2%. Non abbiamo numeri rilevanti né per gambiani, ivoriani e così via.

    Cosa vuol dire? Che la maggior parte delle persone che arrivano nei porti del Sud Italia, dopo un lungo periodo dovuto più alla burocrazia che alla loro volontà, lentamente cerca di andare verso opportunità di lavoro migliori, reti di contatti (parenti, amici) più significativi e verso Paesi più aperti. 

    Le nazionalità maggiormente presenti in Italia non sono quelle che associamo agli “sbarchi”

    Dal punto di vista del lavoro questo emerge molto chiaramente. Abbiamo l’illusione ottica che tutta l’immigrazione in Italia sia relativa agli sbarchi e arrivi nei porti in modo “televisivo”, su cui è possibile costruire una propaganda razzista e il timore dell’invasione.

    Allo stesso modo riduciamo tutto il tema del lavoro e della migrazione ai ghetti e alla raccolta del pomodoro. Sono situazioni parallele. Con questo non voglio dire che i due problemi  (“sbarchi e ghetti”)  non esistono, dico che sono delimitabili e risolvibili. Se ci fosse la volontà di farlo.

    Il primo si risolve con visti e canali di accesso legale. La maggior parte dei migranti in Italia sono entrati regolarmente. O perché rumeni, quindi cittadini comunitari. Tanti arrivano con una politica dei visti più aperta, come gli albanesi. Altri come i marocchini, negli ultimi anni, per ricongiungimento familiare. In pratica una piccola parte rischia la vita attraversando il Mediterraneo nelle condizioni drammatiche che conosciamo. Questa parte viene usata strumentalmente per creare l’incubo dell’invasione. 

    Il discorso dei ghetti e dell’agricoltura è parallelo. Anche qui non c’è una maggioranza di migranti che lavorano in agricoltura. Gli ultimi dati Istat dicono che i migranti nel settore primario sono due su dieci. Otto persone su dieci sono ancora italiani. Però la fascia più problematica, quella usata come riserva di lavoro, è sicuramente quella dei migranti.

    Qui torniamo al perché. Il problema non è essere migranti o africani. Il problema consiste nell’essere più o meno ricattabili. Le inchieste giudiziarie sullo sfruttamento lavorativo, da quando è stata approvata la legge 199/2016, sono oltre 260. Con le ultime cronache arriviamo a quasi 300. 

    L’approfittamento

    Tutte le inchieste mettono in luce l’elemento caratteristico della schiavitù moderna. Non è la costrizione fisica, la catena o qualcuno che ti punta una pistola. È lo stato di necessità. Come dicono i magistrati con un linguaggio un po’ datato, è l'”approfittamento” dello stato di bisogno. Cioè, tu imprenditore hai di fronte una persona vulnerabile e ne approfitti. 

    Questa è una chiave importante. Ancora più importante è capire dove sta la vulnerabilità. Chiunque abbia fatto un giro nei ghetti italiani sente parlare esclusivamente di dinieghi e di ricorsi.

    Le persone nei ghetti non sono sempre le stesse. Spesso ruotano. La stragrande maggioranza ha ricevuto un diniego, ha problemi con i documenti, ha bisogno di un lavoro di facile accesso, senza barriere in ingresso, con un guadagno immediato per rispondere alle proprie necessità.

    La stessa tipologia di lavoratori finisce per fare il bracciante in campagna o il rider nelle metropoli

    È molto significativo che la stessa tipologia di persone, i migranti con documenti precari, vada a fare o la raccolta del pomodoro o le consegne per una multinazionale del food delivery.

    Infatti i migranti che vivono in città spesso fanno i rider. È un tipo di lavoro scarsamente pagato, molto difficile, però con una grande facilità di accesso: non è richiesto un documento di lungo periodo e non ci sono contratti stabili.

    Dalle grandi metropoli alle campagne del Sud abbiamo quindi imprenditori che approfittano di questo bacino di persone creato volontariamente. Il problema è questo sistema dell’asilo. O comunque la necessità di accedere ai documenti esclusivamente tramite le commissioni a cui bisogna raccontare una storia convincente. Con ricorsi e dinieghi che sono aumentati sempre di più negli ultimi anni. 

    Ghetti mentali

    Se guardiamo le immagini dei satelliti sui ghetti, anno per anno, osserviamo una significativa crescita delle baracche in diretta funzione dei dinieghi. Più dinieghi, più persone che trovano rifugio nei cosiddetti “insediamenti informali”. Sono costretti ad andare lì perché ci sono meno controlli e perché trovano la solidarietà dei connazionali. E ci sono piccole opportunità di lavoro sulle raccolte che offrono sicuramente condizioni molto dure ma danno un riscontro economico.

    Grafico tratto da “Dossier Statistico Immigrazione 2020”

    I dati dicono che in agricoltura due lavoratori su 10 sono migranti. Il rapporto è simile nell’industria, nell’edilizia, leggermente inferiore nel commercio. La percentuale di migranti che lavorano in ogni settore non supera il 20%. C’è una eccezione importante: il lavoro domestico. Se dovessimo parlare realmente del lavoro migrante in Italia, dovremmo fare sicuramente un’inchiesta approfondita sul lavoro nelle case: pulizia, cura, riproduzione e così via. È una questione di massa: in questo settore i migranti sono 7 su 10 e hanno un ruolo fondamentale. Non è un caso che le “sanatorie”, per quel poco che si fanno, riguardano in gran parte questo ambito.

    È molto difficile indagare il settore, perché non è facile entrare nelle case e c’è una polverizzazione dei datori di lavoro (sono le famiglie italiane). Qualcosa emerge dall’estero: per esempio dalle sindromi psichiatriche di “badanti” ucraine o rumene che sono in cura nei paesi di provenienza. 

    La rivelazione della pandemia

    Per quanto riguarda la situazione dell’agricoltura la pandemia è stata rivelatrice. Per prima cosa c’è stato un allarme poi misteriosamente rientrato. Le organizzazioni dei produttori lamentavano la difficoltà di reperire manodopera. Sia perché nel Nord Italia i “flussi” erano fermi e le frontiere chiuse. Sia nel Sud Italia perché con il lockdown era impossibile far muovere liberamente i caporali. Un meccanismo criminale che si è ritorto contro sé stesso. 

    Chi riceve denaro pubblico, dovrebbe restituirlo con il lavoro gratuito

    Secondo me sono state gravissime le posizioni strumentali in quel periodo. Coldiretti, così come tutte le organizzazioni dei produttori, ha chiesto l’apertura ad hoc delle frontiere, i cosiddetti “corridoi verdi”. Come dire: quando servono possiamo aprire le frontiere, quando non servono possono annegare.

    È stato sicuramente strumentale l’atteggiamento sulla sanatoria, aperta sono per un breve periodo e orientata ai lavoratori ritenuti necessari in quel momento. Così come è stata strumentale la richiesta di sostituire i lavoratori assenti con italiani ricattabili: percettori del reddito di cittadinanza, cassintegrati, addirittura pensionati.

    Quando servono si aprono i “corridoi verdi”, quando non servono possono affogare

    Si è riprodotto quel meccanismo di ricatto che di solito è riservato ai migranti. Il richiedente asilo che deve “ricompensare” l’accoglienza lavorando gratis è speculare al cassintegrato che riceve denaro pubblico e quindi dovrebbe “compensarlo” lavorando nei campi. Queste proposte si sono rivelate fallimentari ma hanno rivelato meccanismi importanti. In particolare l’idea strumentale dell’essere umano, non solo migrante. Non c’è un muro tra il lavoratore migrante e quello italiano. La differenza è il diverso grado di ricattabilità. 

    L’applicazione della legge ‘anticaporalato’

    Negli ultimi anni, come dicevo prima, i magistrati hanno avviato circa 300 inchieste sul reato di grave sfruttamento. Il focus non è più sul “caporalato”, quindi l’intermediazione illecita, ma lo sfruttamento tout court, che si misura con tre indici: bassi salari, orari troppo estesi, condizioni igieniche e di sicurezza scadenti.

    Usando questi tre indici, eventualmente uniti a violenze e minacce, si aggredisce molto più di prima il fenomeno. E si apre uno spaccato impressionante dello sfruttamento in Italia. Uno spaccato che va molto oltre il Sud e l’agricoltura. E soprattutto va molto oltre i luoghi comuni sul tema. Per esempio l’idea che il caporalato sia dovuto a bande di stranieri da “sgominare” oppure addirittura a uno “stato di necessità” dei piccoli imprenditori.

    permesso umanitario
    Una tendopoli nei pressi di Rosarno

    Abbiamo visto i provvedimenti di amministrazione giudiziaria. Solitamente sono presi contro le imprese mafiose. Negli ultimi anni hanno riguardato il grave sfruttamento. Sono rimaste coinvolte aziende molto diverse: una multinazionale come la filiale italiana di Uber. Oppure la Straberry, un’azienda milanese molto piccola fondata da un imprenditore siciliano trapiantato al Nord. Nonostante gli studi bocconiani, trattava come un negriero i suoi lavoratori insultandoli, offendendoli, pagandoli pochissimo e addirittura negando l’acqua da bere.

    Quest’impresa è molto significativa perché “simpatica”, verde, a km zero, ecologica. Rappresenta l’immaginario delle start up green che – facendo il km zero – sono di conseguenza buone. In realtà evidentemente non basta essere ecologici per rispettare i lavoratori. 

    È molto significativo e poco conosciuto il provvedimento – oggi revocato – contro la Ceva, una multinazionale della logistica che gestiva il trasporto, lo stoccaggio e la distribuzione dei libri. 

    In Italia, quando si parla di caporalato, si associa a un campo di pomodori, non certo a una libreria. Però anche qui c’è stato silenzio soprattutto da parte degli editori. Un anno e mezzo fa questi lavoratori, in gran parte migranti, hanno scioperato per una settimana. Avevano letteralmente la schiena rotta perché dovevano spostare una quantità enorme di pacchi. Per una settimana i volumi non sono arrivati nelle librerie, dalle catene alle piccole, nel silenzio e nell’indifferenza. Soprattutto di chi doveva solidarizzare con questi lavoratori. Nessuno minimizza i comportamenti di Amazon, però lo sfruttamento non è un’esclusiva della grande multinazionale. Spesso è anche un “sistema di miserie” formato da piccole e medie imprese che sono alla base del sistema economico italiano.

    Altro settore significativo è quello dei cantieri navali. Qui alcuni operai originari del Bangladesh hanno denunciato lo sfruttamento. A Monfalcone, a pochi passi da Trieste, si sono costituiti parte civile. Lavoravano in subappalto in una filiera che terminava con Fincantieri, quindi un’impresa a capitale pubblico.

    Così chiudiamo il cerchio: lo sfruttamento riguarda ogni genere di azienda.

    Il ritorno della complessità

    Chiudo con un paio di considerazioni. Il tema del “migrante” è limitativo rispetto alla realtà. È una categoria che spiega alcune cose, per altre è insufficiente. Per fare un ulteriore esempio, ci sono molte inchieste che mostrano imprenditori migranti che sfruttano lavoratori migranti. Il caso del distretto di Prato è uno dei più evidenti. Qui c’è una “comunità” cinese che noi immaginiamo omogenea, dove tutti fanno più o meno le stesse cose. Ma analizzando con attenzione osserviamo una classe imprenditoriale che sfrutta e un gruppo operaio di sfruttati. C’è un conflitto generazionale molto forte tra chi non vuole ripetere i percorsi di vita di autosfruttamento dei genitori. Anche lì non ha senso continuare a parlare di “comunità”, di “migranti”, di “integrazione”. Non aiuta a cogliere la complessità e le differenze.

    In Italia le storie di migrazione non sono soltanto quelle del ragazzo appena “sbarcato” ma anche quelle di quattro generazioni, come ad esempio i filippini o gli eritrei che vivono a Roma. Eppure continuano ad essere “i migranti” nonostante siano da tempo cittadini italiani. 

    Un ghetto nei pressi di Foggia

    E qui arriviamo a un altro tema. La difficoltà del cambiamento di status. È difficile uscire sia da un immaginario, sia da un confine sociale. I “lavori che non vogliamo più fare” diventano la fascia più bassa dell’occupazione, anche dopo diverse generazioni. E qui c’è una barriera legislativa, come per esempio la difficoltà di accedere alle professioni mediche o ai posti pubblici. C’è una barriera culturale, esemplificata dalla fotografia del campo di pomodori quando si parla di lavoro migrante. Anche qui dobbiamo fare un salto in avanti. Abbiamo alle spalle 40 anni di storia delle migrazioni. Non stiamo parlando di fenomeni degli ultimi mesi.

    Un linguaggio che viene dal passato

    L’ultima osservazione riguarda il linguaggio usato dagli sfruttatori. Quando mi capita di chiedere un’intervista alle imprese, solitamente gli addetti stampa rispondono inviando moduli precompilati sulla responsabilità etica. Parlano di preoccupazione nei confronti dei diritti del lavoro e di attenzione al sociale e all’ambiente. 

    Ovviamente non riesco ad ascoltare quello che dicono nella loro vita reale, durante l’attività lavorativa. Le inchieste giudiziarie, invece, contengono numerose intercettazioni che offrono uno spaccato reale, di come sono realmente gli imprenditori.

    Il razzismo è un ecosistema

    È impressionante il razzismo violento che emerge. Non sono soltanto sfruttatori perché pagano quattro soldi e impediscono di bere durante l’orario di lavoro, ma anche perché offendono pesantemente gli africani e si arrogano il diritto di punirli. Nel caso delle aziende milanesi, emergono le sopraffazioni: “quello è malato, mandamene un altro”, “quello è un cretino, dagli due giorni di punizione”.

    Sono voci che arrivano direttamente dagli anni ’30, da un passato coloniale. Da quell’atteggiamento che ti porta a chiamare “scimmie” i braccianti, come dicevano alcuni imprenditori agricoli del Sud.

    Stiamo parlando di lavoratori essenziali, che permettono al cibo di arrivare sulle tavole di tutti. Non si tratta di poveri a cui fare la carità. Alcuni imprenditori che prelevavano i braccianti nei centri di accoglienza, dicevano: “Lo Stato gli dà da mangiare, noi aggiungiamo qualcosa, va bene così”. Altri dicevano: “Per me erano come figli”. Aggiungendo così l’atteggiamento paternalista, complementare a quello razzista.

    Anche su questi temi dobbiamo riflettere, negli Stati Uniti lo stanno facendo seriamente. Da noi sembra che l’antirazzismo o il politicamente corretto siano soltanto una questione di bon ton, di parole giuste da usare. È un problema di fatti, di relazioni sociali, di rapporti materiali. Una essere umano è un lavoratore con diritti. Punto. Non è ”il migrante”, il beneficiario della tua carità, non è tuo figlio.

    E aggiungiamo che spesso ha un ruolo essenziale nella nostra società. Come dicevo prima, nel lavoro di cura gli stranieri sono sette su dieci. Sono fondamentali per mandare avanti un paese sempre più anziano. 

    Il razzismo in Italia è un ecosistema, che permette alle imprese di risparmiare sul costo del lavoro, alle famiglie di portare avanti l’assistenza e la cura, ai politici di costruire carriere. La Lega non è nata con Salvini. Nasce nel 1990 e per trent’anni ha garantito carriere costruite essenzialmente su varie forme di xenofobia. Questo è ormai un dato strutturale del razzismo italiano, che nel lavoro trova la sua massima evidenza.