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Messina, l’università ostaggio della ‘ndrangheta

Università di Messina

Una specie di “pulp-fiction” dello Stretto, che neanche i migliori sceneggiatori di Hollywood avrebbero potuto immaginare. Protagonisti, il rettore e i suoi due aiutanti. Il cattivo: il professore. Dalla finta macchina ritrovata al cimitero fino ai tanti “scheletri nell’armadio”. Dall’elezione trionfale alla caduta rovinosa. Sullo sfondo, l’omicidio del medico Bottari e la cosca del Tiradritto, specialista nel traffico internazionale di droga.

Nicholas Erwin © Licenza Creative Commons

A che serve ricostruire e documentare nella “città indifferente”? Per chi non conosce – per sua fortuna – i drammi dello Stretto occorre dire che qui non abbiamo di fronte gli intrallazzi mediocri di provinciali piccoli piccoli – abbiamo anche questo, è chiaro – ma affari e traffici di livello planetario, perché la ‘ndrangheta è tanto sottovalutatata quanto potente. La sua caratteristica peculiare, in fondo, è l’unione di tradizione e innovazione, familismo e individualismo, provincia e pianeta.

Nessun calcolo ha nessun senso
in questa paralisi
gli elementi a disposizione
non consentono analisi
e i professori dell’altro ieri
stanno affrettandosi a cambiare altare
hanno indossato le nuove maschere
e ricominciano a respirare.
De Gregori

 

Introduzione – Poe e Tarantino nell’ateneo messinese

“PULP FICTION” DELLO STRETTO. DRAMMA E FARSA. SUPERBA ignoranza e vile ipocrisia. Dell’ateneo messinese non si parla più, è ritornato ad essere oggetto della cronaca locale. Se di cronaca si parla, può essere anche giusto. Ma qui è problema di filosofia, di letteratura, in qualche modo. Un ateneo è diventato ostaggio e base della criminalità organizzata nell’indifferenza generale. Edgar Allan Poe non avrebbe saputo immaginare il personaggio di Giuseppe Longo. Meno che mai quello di Diego Cuzzocrea.

Ed i pochissimi che avevano qualcosa da ridire sulla questione, venivano aggrediti e zittiti. E questo è un primo problema. In quale luogo una cosa del genere sarebbe potuta accadere? Questa domanda mette drammaticamente in evidenza l’eccezionalità e la specificità della situazione messinese. Qui trova la sua dimora una vigliaccheria cosmica, un fatalismo rinunciatario che anche negli altri luoghi della Sicilia è semplicemente inconcepibile.

Non è azzardato ipotizzare che il rettore Cuzzocrea si sia trovato in una posizione “andreottiana”, stretto cioè tra due fuochi. In molti hanno letto così l’omicidio Bottari, ed anche la serie di violenze che l’hanno preceduto: come una rottura di equilibri consolidati. Dal complesso delle inchieste – giornalistiche e giudiziarie – emerge un quadro inequivocabile: la vita dell’Università di Messina è stata un ostaggio della ‘ndrangheta.

Veniamo alla seconda questione: il modo in cui è stato imposto il silenzio e l’isolamento. Qui le responsabilità sono essenzialmente dei docenti. Nella loro mentalità perversa, bocciare in gran quantità è cosa positiva, in tale modo si genera timore, apprensione negli studenti, che accorreranno in massa alle lezioni a gremire aule altrimenti vuote. Nella mentalità di un essere umano medio, il fatto che la maggioranza degli studenti di un professore non abbia la preparazione sufficiente a superare l’esame, indica semplicemente il fallimento di quel docente, che non è stato capace di fare in maniera adeguata il suo mestiere. Coerentemente, dovrebbe dare le dimissioni e cercare un lavoro più adatto alle proprie capacità. Il fatto che si pavoneggi e bocci con gusto e sadismo, è indice inequivocabile della mastodontica superbia che lo caratterizza.

Questa premessa è fondamentale. Ogni tentativo di denuncia dei crimini commessi all’interno dell’Università di Messina veniva bollato di ‘non scientificità’. Dall’alto della sua cattedra, il docente si riteneva degno di discutere solo coi suoi pari, e riteneva disdicevole entrare nel merito delle questioni. Che poi erano bombe nelle aule e sangue tra i corridoi d’ateneo, e non disquisizioni teoretiche. Affrontarle o meno era questione anche solo d’istinto di sopravvivenza, neanche d’impegno civile. La violenza si dimostrerà cieca, e come tale avrebbe potuto colpire chiunque. Il quieto vivere era il modo migliore per rischiare la pelle.

“Le imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un codice elaborato dai due tronconi di Cosa Nostra, garantendo il rispetto delle competenze territoriali delle imprese”, scrive la Commissione Antimafia [CA, 10].

Ma il docente era un metro sopra gli altri. Diceva: quell’atto d’accusa non è scientifico. E la questione – per lui – era chiusa. Tale potere gli deriva dal titolo3, dal pezzo di carta che lo eleva al di sopra delle menti comuni. Lui è il professore.

I fratelli Trao del Mastro Don Gesualdo sono due nobili spiantati del Regno delle Due Sicilie. Vivono di stenti ma preferirebbero la morte d’inedia pur di chiedere qualcosa a qualcuno. Rifiutano e disprezzano ogni forma di lavoro. Il loro palazzo sta crollando ed è immerso nella sporcizia. I fratelli Trao trascorrono le loro giornate alla ricerca di un immaginario documento che proverebbe la loro parentela strettissima col re di Spagna. Il documento – a loro dire – risolverebbe tutti i problemi.

I docenti delle più disastrate università meridionali sono parenti stretti dei nobili decadenti del Regno delle Due Sicilie. Discendono direttamente dalla nobiltà spiantata spagnola. I docenti messinesi dell’era Cuzzocrea sono cugini dei Trao. Nonostante lo sfascio totale, sono rimasti fino all’ultimo barricati nella superbia del loro titolo3 accademico, rifiutando la discussione ed il confronto così come i Trao disprezzavano il lavoro e l’elemosina dei parenti.

Mentre tutt’intorno si rideva di loro e li si additava con disprezzo, rimanevano chiusi al loro interno, continuando a celebrare la loro autoreferenzialità. Sarebbero andati avanti così all’infinito se una università mafiosa non fosse stata una vergogna troppo grande anche per un Paese spudorato come il nostro.

“E che mangio, pane scartato ?”

Giuseppe Longo, Università degli studi di Messina

“IO CREDO CHE L’AMICIZIA RIMANGA LO STESSO… VI VOGLIO vedere, va bene ?… perché noi siamo gli amici del passato…”. Maria Eugenia Cuzzocrea, consorte del Magnifico Rettore, telefona al professor Giuseppe Longo, gastroenterologo del Policlinico universitario di Messina. E’ il 14 febbraio del 1998. Longo aveva in precedenza chiamato sulla segreteria del Rettore, quindi gli aveva offerto la sua solidarietà al cellulare. E’ il periodo della prima visita della Commissione Antimafia a Messina: “Tutti questi casini che stanno succedendo… mi dispiace veramente, comunque io sono sempre a sua disposizione…”. Poco dopo la moglie del Rettore richiama e dimostra di aver recepito il messaggio. Il prof. Longo commenta con eleganza: “Ora che ci trema ‘u culu… non è che mi telefonau prima…”, riferendosi alla tardiva apertura di Cuzzocrea nei suoi confronti. In precedenza, infatti, era stato Longo a cercare il Rettore, ricavandone poco o niente, almeno rispetto alle sue aspettative [TRI, 12]. Durante i primi mesi del 1998, la magistratura aveva messo sotto stretta osservazione i vertici dell’ateneo messinese. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali ci offrono uno spaccato di una borghesia difficile da definire con le tradizionali categorie. I personaggi di questo thriller grottesco sono i seguenti: Cuzzocrea Diego, Rettore, messo in crisi dall’intrusione dell’Antimafia che non trova normali né gli auto-appalti all’azienda di famiglia né le sparatorie in Facoltà; Longo Giuseppe, medico in odor di ‘ndrangheta, indispettito per la scarsa (a suo dire) considerazione che il vertice accademico gli riserva; Capodicasa Eugenio e Ferraù Giacomo, “bracci destri” del Magnifico, segretario il primo e prorettore il secondo, che mediano tra le pretese di Longo e la fedeltà a Diego. Tutta la storia si sviluppa a partire dai tentativi del perfido Longo di accrescere il proprio potere all’interno dell’Università sfruttando le difficoltà del Rettore. Due particolari rendono eccezionale tutta questa storia: uno, si svolge all’interno di un Ateneo e non nella periferia di Chicago; due, la stragrande maggioranza dei messinesi non ha mai trovato nulla da ridire su un simile vertice accademico. Al contrario, abbondavano le difese – quasi sempre non richieste – e le minimizzazioni, talune anche in buona fede.

La causa scatenante dei mutamenti che vedremo non riguarda assolutamente un “risveglio delle coscienze” a livello di massa. Il problema vero, dunque, è la rottura degli equilibri. Longo, ad un certo punto, esagera. Secondo Francesco Tomasello, preside di Medicina, il contrasto con Cuzzocrea nasce “da un eccesso di iniziativa del prof. Longo che causava anche una perdita di immagine […] e pertanto non era positivo che egli facesse apparire la propria volontà come quella del Rettore” [TRI, 4]. Quali sono gli “oggetti del contendere”, quale la posta in palio ? La risposta metterà in evidenza tutta la miseria morale dei nostri personaggi. La riorganizzazione di un reparto. Il prestigio di “contare di più”. Il riconoscimento di essere importante nel contesto accademico. Chi vive – per sua buona sorte – al di fuori del mondo universitario stenta a credere che per questi motivi si possa ricorrere alla violenza. Che ci si metta una mano davanti agli occhi, alla bocca ed alla coscienza. Chi invece ha avuto modo di vedere dall’interno la mentalità dominante tra i docenti non si stupirà affatto.

UN SISTEMA INTEGRATO

NEL PERIODO CHE STIAMO CONSIDERANDO SI È VERIFICATO UN DURO scontro tra un sistema di potere locale e l’Antimafia nazionale. Il sistema messinese è palesemente formato dall’interconnessione tra strutture legali ed illegali. Ma anche da legami irregolari tra istituzioni, quali ad esempio Università e Tribunale.

Il 5 marzo 1998 due ispettori di Polizia si recano a casa di Cuzzocrea, in seguito ad una telefonata anonima pervenuta al Rettore. Ne segue una conversazione informale, in cui Diego – conversando senza riflettere – dimostra di conoscere i servizi di appostamento eseguiti in occasione degli incontri di Longo a Messina, presso il ritrovo Billè, con Capodicasa; ed a Villa S.Giovanni con un certo Giovanni Morabito, indicato dal pentito Claudio Pansera come affiliato al clan del Tiradritto.

Successivamente, qualcuno fa notare a Diego di aver commesso una gaffe non da poco. Quelli sono atti di indagine coperti da segreto: come fa a conoscerli ?

In ogni caso è bene correre ai ripari. Longo, intercettato mentre parla con l’amante, riferisce le richieste di Diego: “Quel cretino di Rettore dice che ha ricevuto una telefonata anonima, quindi l’altra sera ci sono andati due poliziotti. Lui si è messo a chiacchierare, dato che ha la lingua… […] A questo punto mi hanno pregato… se domani venisse fuori il discorso, di dire che sono stato io che me ne sono accorto” [TRI, 14]. Per Longo questa è l’occasione ideale per alzare il prezzo.

LA ROVER DEL RETTORE

“SOTTO UNA VIOLENZA INCONTROLLABILE, MA NON INCONTROLLATA, A Messina sta scomparendo la democrazia. E tutti voltano la testa”.

Era accaduto di tutto nell’Università di Messina. Omicidi, gambizzazioni, materie comprate e vendute e persino furti di quadri. Ma il tono del quotidiano “Gazzetta del Sud” è sempre stato compassato e composto, limitandosi in genere alla secca cronaca di ogni episodio. Ma quando, alla fine di marzo, la Rover 820 del Rettore Diego Cuzzocrea era stata “parcheggiata” nei pressi del Cimitero della zona di Faro, corredata di biglietto minatorio, il quotidiano cittadino si è lasciato andare a commenti apocalittici e titoli a tutta pagina: “Messina è ormai alla mercé di chi vuole impadronirsene”, “Disorientamento e preoccupazione”, “L’ombra sinistra della violenza mafiosa si proietta sul futuro dei cittadini indifesi…”.

Ed anche lo stesso Cuzzocrea, che per ogni episodio criminale precedente aveva saputo trovare le parole giuste per minimizzare e spiegare che non occorreva preoccuparsi troppo, adesso parla di “attacco a tutto l’Ateneo”, dice di essere “sgomento” e di dover “riflettere sulla sua candidatura”.

Per un mese le indagini della Commissione Antimafia avevano ricostruito il sistema di potere costruito intorno alla famiglia Cuzzocrea. L’appalto miliardario del Policlinico gestito dalla ditta di famiglia. Il cognato Zumbo a capo della Procura. Le inchieste insabbiate. I corridoi delle facoltà teatro di violenze e corruzione.

Come poteva Cuzzocrea candidarsi nuovamente in una situazione del genere?

Vediamo di ricostruire i fatti: il 28 marzo il Rettore denuncia il furto della propria autovettura. Secondo la denuncia, la Rover era parcheggiata di fronte l’abitazione, sorvegliata da un impianto video a circuito chiuso.

Entrando, Aldo avrebbe trovato un biglietto con scritto: “Rettore, per ora solo la macchina al cimitero della Panoramica. A presto”. Le parole di Cuzzocrea non convincono gli inquirenti. Subito si pensa ad una simulazione: Diego vorrebbe apparire vittima, proprio quando si trova sotto accusa ed a poche settimane dalle elezioni del nuovo Rettore. I controlli si rivolgono innanzitutto alle dichiarazioni di Cuzzocrea: non risultano le telefonate che il Rettore sostiene di aver fatto al fratello dopo la scoperta del furto. Sulla vettura non veniva rinvenuta alcuna traccia di effrazione. Le chiavi – secondo i rilievi della scientifica – non risultavano sottoposte a copiatura. L’antifurto installato sulla Rover è particolarmente sofisticato ma – proprio quella sera – non venne inserito. Gli autori del furto avrebbero depositato la lettera minatoria proprio nei pressi dell’ingresso dell’abitazione, incuranti delle telecamere. [TRI 18-19]. Troppe incongruenze per evitare l’accusa di simulazione di reato.

Dopo la sceneggiata della Rover, a Cuzzocrea era giunta la solidarietà di politici e universitari. A molti furbastri non era parso vero di poter passare dalla parte delle vittime.

“Non ricordate l’attentato ? Anche il rettore è vittima”, dice una studentessa durante la diretta Rai alla trasmissione “Uno di notte”. Nel corso del programma si era vista una scena surreale: i rappresentanti studenteschi difendevano l’establishment locale, mentre il ministro – in collegamento da Roma – “attaccava” e definiva insostenibile la situazione messinese.

Poi il trionfo di maggio. Rielezione al primo turno, contro tutto e tutti. Il giorno dopo erano arrivate da Roma le richieste di rimozione. Insorgono parlamentari ed esponenti della Commissione Antimafia. Secondo Vendola, “l’elezione di Cuzzocrea insegna che è vera l’espressione borghesia mafiosa”.

Ma Messina è un altro pianeta. I docenti si affrettano a rischierarsi velocemente dalla parte del vincitore, i fedelissimi esultano. E la Gazzetta ignora l’allarme suscitato in tutta Italia e non trova di meglio che commentare il trionfo di Cuzzocrea col titolo3: “Anche ‘l’oroscopo di Barbanera’ aveva pronosticato il successo…”. La pagina è corredata da fotografie che ritraggono Diego euforico.

Solo che in città gli unici a non avere dubbi sulla storia della Rover erano stati i cronisti della Gazzetta. I magistrati avevano da subito espresso perplessità, e in molti avevano parlato di finto attentato. Ed in effetti ce n’erano di motivi per dubitare. Un mese dopo la sua elezione Cuzzocrea è indagato per simulazione di reato, prima si autosospende, poi si dimette.

L'”opinione pubblica” messinese è ancora costretta ad una nuova acrobazia, adesso prende le distanze, si mostra incredula, qualcuno arriva a chiedere le dimissioni proprio un attimo prima dell’addio di Cuzzocrea… Uno spettacolo quasi osceno.

LEONARDI, SINDACO NELLA CITTÀ INDIFFERENTE

IL TRIONFO DI DIEGO AVEVA DUNQUE FATTO DA ouverture alla vittoria di Salvatore Leonardi, il candidato del Polo che toglieva la poltrona di sindaco all’ex magistrato Franco Providenti, del Ppi. Leonardi, già amministratore del Policlinico, democristiano di ferro, si è presentato alle urne come sostenitore della teoria degli “episodi marginali” che “macchiano il buon nome della città”, una “scuola filosofica” di cui Diego è maestro.

La coppia Cuzzocrea – Leonardi rappresentava palesemente la restaurazione, il trionfo della continuità, la volontà di ignorare l’Antimafia e quei quattro rompiscatole locali che da anni denunciano e s’indignano.

Cuzzocrea si dimetterà poco tempo dopo, ma Leonardi è rimasto sindaco. Messina è una città strana, può capitare che qualche ora dopo lo scrutinio vengano denunciate cose gravissime, brogli, schede in più, mafiosi davanti ai seggi: e qualche giorno dopo nessuno ne parla più, e tutto finisce con strette di mano e sorrisi ipocriti.

Secondo il ricercatore Mauro Federico, tra la somma delle preferenze e l’affluenza alle urne c’è stato uno scarto di 18mila voti. Oltre che un curioso record di schede nulle. “Tutto si spiega”, è stato detto. E’ soltanto il frutto di un errore dovuto alla complessità del sistema elettorale. Quello che certamente non è frutto di equivoco è la denuncia fatta da Providenti alla Digos: esponenti notoriamente legati alla criminalità organizzata fuori dai seggi a fare pressioni sui votanti. “Migliaia di preferenze sono spostate in una notte. A Camaro, a Gravitelli, a Giostra”, dice Providenti, e si riferisce alle zone di provenienza dei clan storici della città. Zone tradizionali di mafia, insomma.

“Che siano tornati in campo molti esponenti della malavita organizzata è palese. Li si è visti davanti ai seggi. Alcuni che mi conoscevano come magistrato mi hanno persino salutato. Non è un mistero che Lorenzino Ingemi andava in giro con i fac-simili…”.

Ingemi e Providenti in effetti si conoscono benissimo. Si sono incrociati una volta al maxiprocesso dell’84, il primo come imputato di reati gravissimi, esponente storico della mafia messinese ed esperto di estorsioni; il secondo nelle vesti di Pm. Si sono incrociati un paio di anni fa, ma in vesti diverse. Ingemi era diventato presidente della squadra di calcio di Messina, Providenti era il sindaco che avrebbe dovuto concedergli l’uso dello stadio comunale. Il permesso fu revocato, ma i due si sarebbero ancora incontrati. Quando Ingemi si è preso la soddisfazione di fare propaganda – alla luce del sole, sfrontatamente – all’avversario di Providenti.

Ma qualche tempo dopo non è più il tempo delle denunce. Providenti si converte rapidamente all’opposizione di stile anglosassone, confondendo il Consiglio comunale di Messina con la Camera dei Lord.

Ma è oggettivamente difficile sbagliarsi, basta dare un’occhiata in giro. I seggi sono dominati dal “partito del Policlinico”, la struttura al centro delle denunce della Commissione antimafia: medici, tecnici del mondo sanitario, docenti della facoltà di Medicina.

La giunta Leonardi è formata in gran parte da inossidabili democristiani e socialisti, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto. Tra gli assessori, nominati in base ad una ferrea spartizione tra partiti e partitini di maggioranza, è da segnalare – solo a titolo3 di esempio – la significativa presenza di Carlo Mazzù, delega all’urbanistica.

Leggiamo dal libro “Le mani sull’università” del Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale (un vedemecum indispensabile per una città smemorata) il paragrafo che riguarda la realizzazione del complesso edilizio ‘La Casa Nostra’ (un nome che, come vedremo, è tutto un programma).

“Per il complesso edilizio”, secondo Gaetano Costa, primo padrino messinese di rilievo, “erano direttamente interessati Leoluca Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò Riina, Leonardo Greco ed altri esponenti di Cosa Nostra”. Tra i consulenti legali del consorzio compariva al tempo il prof. Carlo Mazzù, docente di diritto commerciale dell’università di Messina, già vicecommissario dell’Opera e futuro suo presidente. Carlo Mazzù è stato anche difensore dell’ex presidente de ‘La Casa Nostra’ Giuseppe Bellantone, accusato di aver distribuito denaro per ‘oleare’ funzionari e amministratori a Messina e a Palermo al fine di far marciare più speditamente le pratiche relative al complesso edilizio. Sempre Mazzù verrà nominato a fine anni ’80 commissario straordinario del consorzio”.

“UNA CUPOLA CONTROLLA TUTTO”

“COSA FA LA CITTÀ ? ASPETTA. ATTENDE DI SAPERE chi sarà il vincitore. Poi si schiererà”. Marcello Minasi fa il giudice ma al Tribunale di Messina ha acquisito competenze da antropologo. Conosce alla perfezione l’anima profonda della città. Che non è soltanto indifferente e mediocre, come ammettono anche i suoi stessi abitanti, ma con l’omicidio Bottari ha rivelato il suo volto criminale e violento (naturalmente, anche a Messina ci sono state guerre di mafia e morti a decine, ma ci è voluto il “cadavere eccellente” per avere un po’ d’indignazione).

Minasi, da solo, ha fatto molto più del suo dovere, si è assunto compiti che spettavano ai suoi colleghi, ha permesso la riapertura del caso Sitel, ha fatto condannare in appello Gullotti, capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, per l’omicidio Alfano. “Un reticolo di poteri interconnessi conforma il sistema di governo totalitario della città strutturata da legami parentali, amicali, di gruppo, politici e controlla tutte le manifestazioni della vita civile”, scrive Minasi su Micromega.

Una tesi che trova una conferma autorevole e inaspettata. L’amaro della sconfitta funziona da stimolo, per Franco Providenti. Dopo quattro anni spesi a mediare, temperare, moderare e ammorbidire, adesso usa esattamente le stesse parole degli “estremisti”. In una intervista a “Centonove”, afferma: “All’inizio della campagna elettorale i Franza [i monopolisti del traghettamento privato sullo Stretto] erano vicini a me. Più che altro perché non volevano che tutto il potere andasse ai Cuzzocrea tramite Leonardi. Ma poi si sono tirati indietro. Se ne sono lavati le mani. Alla messinese.

“Agire con trasparenza ha scatenato tutti contro di me. Una società come quella messinese, gestita da una cupola che ha in mano tutto, ha ceduto al richiamo del vecchio”. Non si tratta poi di un’analisi difficile da effettuare. Basta solo girarsi intorno. L’informazione è in mano alla Gazzetta del Sud, che è un quotidiano da romanzo di Sciascia, più attento al potere che all’informazione, pronto a querelare ed attaccare chiunque ne parli male. La “cultura” è monopolio della “Fondazione Bonino Pulejo”, che della Gazzetta è espressione, e dell’Università, su cui non è il caso di dire oltre.

Il direttore del giornale Calarco cumula le cariche di presidente della Fondazione e della società “Stretto di Messina” che si occupa della progettazione del Ponte. Il Comune è adesso in mano a Leonardi, che proviene dagli ambienti universitari. La procura attende una guida che la trasformi, ma fino a ieri era in mano al cognato dei Cuzzocrea. Si può forse respirare in una città così ?

Messina oggi è come Palermo ai tempi di Ciancimino e Catania nell’era dei Cavalieri. Il vice presidente della Commissione antimafia ha parlato di “borghesia mafiosa”. Serve un movimento di liberazione che cambi la città partendo dal basso. Ci vorranno anni. Del resto, il periodo del cosiddetto “caso Messina” è stato scandito da una strategia dell’intimidazione nei confronti della magistratura di cui nessuno ha parlato. La tabella riproduce gli episodi di violenza che hanno colpito alcuni esponenti del Tribunale. Gli attentati hanno avuto inizio a dicembre, quando i magistrati della Corte d’Appello hanno iniziato le indagini sulla Sitel.

dicembre 98Furto anomalo in casa del Procuratore generale Carlo Bellitto. I ladri penetrano in casa ma non portano via nulla
15 giugno 98Danneggiata da un incendio la Lancia del giudice Enrico Trimarchi. La causa presunta è un corto circuito.
10 febbraio 98Bruciata sotto la sua abitazione la Mercedes del giudice di Corte d’Appello Melchiorre Briguglio
fine maggio 1998Rovistata l’abitazione del dott. Mario Sofia, responsabile della segreteria del Procuratore generale Carlo Bellitto. I ladri non hanno portato via nulla.
2 giugno 1998Bruciata con una bottiglia incendiaria l’automobile del dott. Mario Sofia. Era parcheggiata sotto l’abitazione.

UN CONFRONTO DEMOCRATICO

TORNIAMO ALLE ELEZIONI PER LA CARICA DI Rettore. In vista del 5 maggio si delineano gli schieramenti. Capodicasa e Ferraù sono decisamente dalla parte di Cuzzocrea. Longo dà segni di forte nervosismo: prima minaccia di appoggiare l’avversario: “Quanto mi metto d’accordo con Silvestri, a questo punto… che devo fare…”. Poi fa il possibilista: “Comunque io personalmente non sto pigliando nessuna iniziativa, a seconda di quello che mi dicono le persone, gli dico: ah, va bene… tirarsi indietro in una situazione del genere… non mi viene difficile a me convogliare le persone, a votare per lui”. Colloquiando con i vice di Cuzzocrea, nell’ufficio del Rettore, Longo sollecita il ripristino di “rapporti, usi e comportamenti”, “fermo restando che non ci scappa qualche altro morto, tutto è possibile in questo contesto”.

Infine presenta il conto: chiede garanzie, e i vice gli danno ragione, con la consueta eleganza: “O dopo il 5 maggio si mette a fare il Rettore come vogliamo noi, o lo mandiamo a fare in culo” [TRI 20 sgg]. A partire dal 17 aprile, Longo si installa negli uffici del rettorato e diventa il regista della campagna elettorale di Cuzzocrea. Ma Longo è sempre meno soddisfatto e riparte con le minacce: parlando con Ferraù, spiega di essere stato trattato a pesci in faccia, nonostante abbia coperto il Rettore da un punto di vista politico, col suo silenzio (“in questo bordellino bastava uscissi un paio di carte e facessi un paio di dichiarazioni al Centonove, gliela mettevo praticamente nel culo”).

Ma la copertura offerta non si limita a questo: “E per l’altro versante, gli sto garantendo sulla mia pelle tutta una serie di serenità e cose… che lui non aveva modo di gestire” [ibidem, 26, colloquio del 24 aprile].

Il 5 maggio, Cuzzocrea corre contro tutti e vince al primo turno. “Voti come se piovesse”, commentano i vice del Magnifico. La situazione precipita rapidamente: alle 17 e 20 dell’8 maggio Longo si presenta nell’ufficio di Capodicasa: “Perché se non vado in Calabria, qua, da mercoledì TU-TUN-TUN-TUN… Chiaramente abbiamo a che fare con dei pazzi, inconcludenti, [Cuzzocrea] è circondato da persone strane che non si rendono contro della situazione…” . Longo esce, Capodicasa parla col Rettore e dopo qualche minuto chiama Longo sul cellulare, fissando un appuntamento al Policlinico, subito. Alle 17 e 49 Cuzzocrea, Ferraù e Capodicasa sono sulla Renault Clio di quest’ultimo, e vanno verso il Policlinico. Il segretario riferisce la minaccia di Longo ed aggiunge: “è stato leale, ha fatto tutto per lei…”. – Ha fatto tutto per me ?, chiede Diego – In questo periodo elettorale, avrebbe potuto fare sfracelli e non l’ha fatto…, spiega il segretario.

– Ebbè, e che c’entra tutto questo ‘cu sparari ?, domanda il Rettore. La conversazione in auto prosegue. Tutti convengono che bisogna chiarire la questione una volta per tutte, capire con esattezza cosa vuole Longo ed evitare altri “casini”. “Piglia due studenti e ci fa sparari a quattru machini, cosa che ha già fatto”, osserva il Rettore. “E’ un incubo della nostra vita ormai”, si lamenta il segretario. “Fa dieci telefonate al giorno”, nota il prorettore. L’incontro al Policlinico dura circa un’ora e mezza. Sulla via del ritorno, in auto, Cuzzocrea fa un riferimento ad un malavitoso calabrese che gli aveva offerto i suoi “servigi” (“sono uno della faida di Cittanova, si ricorda, eh professore, naturalmente per qualsiasi cosa lei ha bisogno io sono a sua completa disposizione, ha detto”) e si dice convinto che dietro i vari attentati ci sia Longo [TRI 28, intercettazioni ambientali dell’8 maggio 98].

L’11 maggio Ferraù telefona a Longo, che si trova in Calabria, e s’incarica di rassicurarlo: “Tomasello lo convinciamo noi… Statti tranquillo, che ti sto preparando il terreno perché tu possa rientrare tranquillamente e fare il professore come devi”.

L’AMICO DI PEPPE

“GLI HO DETTO, SENTI… SIGNORI MIEI, IO SONO sempre l’amico di Peppe, vi sto seguendo a tutti, non vi sto rompendo i coglioni, però qua, se manchiamo poi piangono gli altri gli ho detto… perché il fatto… noi qua ci dobbiamo trovare… […] o mi metto a fare bordello… voglio parlare con il Rettore personalmente… e che mangio, pane scartato ?” [ibidem].

Una conversazione intercettata all’interno dell’ufficio di Capodicasa ci illumina sull’autostima di Longo. Un uomo, presumibilmente Antonio Checco, docente a Scienze Politiche, dice: “C’è gente in questa città che può essere costretta… cioè, vengono e ti dicono ‘tu questa cosa la devi fare’, tu non ti puoi tirare indietro, hai capito ?” “A me non è mai capitato”, risponde Longo. “No appunto, non parlo con te”, precisa Checco. Ma Capodicasa puntualizza ulteriormente: “A meno che non vengono con la lupara”.

Ed anche qui Longo sente il bisogno di una precisazione: “Io ho il vantaggio che anche questo… insomma, percentualmente ho una probabilità molto minore di essere sfrattato rispetto ad altri” [ibidem, 17, intercettazione del 25 marzo 98].

“So, per quanto riferitomi dal dott.Capodicasa e dal Ferraù, che gli stessi hanno più volte appreso dal prof. Longo che lo stesso riceveva pressioni da fantomatici personaggi malavitosi che chiedevano conto allo stesso di questo allontanamento”. Durante un interrogatorio seguito alla vicenda della Rover, Cuzzocrea riferisce al magistrato che Longo millantava – a dire del Rettore – pressioni di misteriosi personaggi che gli chiedevano conto del suo scarso peso all’interno dell’Università. Secondo Cuzzocrea, Longo si comportava da millantatore “per ottenere benefici personali ancorché legittimi” (ma abbiamo visto appena un attimo fa con quanta fretta il Rettore correva all’appuntamento con Longo; e come sul serio avesse preso le sue minacce…).

Il 2 giugno Longo si trova a casa sua, in contrada Gesso, e discute con l’amante di un suo eventuale coinvolgimento nelle indagini: “Ma sì, è chiaro, non mi fa piacere se esco sul giornale che sono inquisito per l’omicidio del prof. Bottari. E’ chiaro che è una cosa… Sì, anche questo l’ho valutato, che tutto sommato quelli che quanto meno non mi tengono in considerazione, se esce questa cosa, quanto meno… si spaventano [corsivo mio]. Può essere pure che questa sia la pubblicità positiva, almeno in alcuni ambienti… calabresi, siciliani, insomma… uno che ha la nomina di questo genere viene rispettato, è uno che è nominato… che è un bravo figghiolu” [TRI 34]. Già il 24 aprile, conversando negli uffici di Capodicasa, Longo continua a lamentarsi della scarsa considerazione che il Rettore gli riserva. “Voi vi ricordate che abbiamo a che fare con una persona che ha una formazione glaciale”, osserva il segretario factotum. E Longo ribatte: “Poi… perché io ci metto una bella croce sopra… tanto… visto che già ne ho uno sopra la coscienza… a questo punto…”. “Minchia”, ride Capodicasa, “Marino se ci intercetta queste conversazioni… si sciala !” [ibidem, 26, intercettazioni 24 apr 98]. In seconde nozze, Longo ha sposato Patrizia Zappia, originaria di Bruzzano Zeffirio, nella Locride. Dopo il matrimonio, ha iniziato ad occuparsi dell’azienda agricola CPZ, di proprietà della famiglia della moglie.

Dall’agosto del 1989 al gennaio 1990, le cose non vanno male per l’azienda. In quel periodo, infatti, operava Vincenzo Romeo, inserito nella cosca capeggiata da Domenico Speranza. Ma all’inizio del ’90, Romeo viene ucciso a fucilate. Per la CPZ iniziano i guai: furti di bestiame, nessuno che accettava di farsi assumere. Si fece ricorso agli immigrati: la gente del luogo non ne voleva sapere.

Il 22 febbraio del ’91 Longo veniva prelevato da tre individui mascherati mentre si trovava nella sua azienda. Il sequestro si concludeva in tempi rapidissimi. “Mi sono liberato scavando una galleria nell’incavo del terreno”, racconta Longo agli inquirenti. E la catena al collo ? “Ho tagliato il ramo cui era attaccata con le forbici ed un coltellino”.

Il rifugio utilizzato per Longo era quello di Cesare Casella, il cui sequestro durò 18 mesi. Il collaboratore Giacomo Lauro ci rivela che l’eroico Longo, in realtà, grazie alla moglie, “era vicino al genero del ‘Tiradritto’, tale Sculli, imprenditore edile originario di Bruzzano. Di conseguenza, è evidente che Longo era protetto da Morabito Giuseppe al punto tale che, quando fu sequestrato nel 1991 da ‘cani sciolti’, fu successivamente, dopo alcuni giorni, rilasciato per l’autorevole e decisivo intervento dello stesso Peppe Morabito, come io stesso posso testimoniare essendo in quel periodo a Brancaleone”.

MESSINA REGGIO CALABRIA BARCELLONA

L’IPOTESI SECONDO CUI LONGO FU LIBERATO GRAZIE a potenti protezioni trova conferma nella “riunione conviviale” di tre mesi dopo. Potrebbe trattarsi di una sorta di festeggiamento, ma ci fornisce indicazioni inquietanti sulle frequentazioni criminali del docente.

L’11 giugno del ’91, Longo si trova nel ristorante di tale Stefano Sergi, a Bianco. La riunione non si tiene nelle sale riservate ai clienti, ma in un locale separato. La Questura di Reggio Calabria predisponeva per l’occasione un servizio di appostamento dai risultati interessanti: tra i commensali c’erano, tra gli altri, Mario Calderone, Mario Milici, Salvatore Ofria, Salvatore Gullotti e Giuseppe Gullotti. Si tratta di esponenti di primissimo piano della mafia barcellonese. Pippo Gullotti, in particolare, è ritenuto il capomafia del Longano, mandante di vari omicidi e deve scontare una condanna in appello come mandante dell’omicidio di Beppe Alfano. Non è finita: allo stesso tavolo, sedevano Salvatore Favasulli e Rocco Morabito, pregiudicati calabresi. Quest’ultimo è stato definito come affiliato alla cosca del “Tiradritto” dal collaboratore Claudio Pansera. L’incontro tra i poliziotti ed i protagonisti dell’incontro conviviale non è fondato sulla cortesia. Longo si qualifica subito come ex sequestrato e chiede che i barcellonesi – amici suoi – possano andare via. Ne segue un diverbio al termine del quale il professore e Pippo Gullotti sono denunciati per oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale [TRI, 36].

La vicenda è rilevante, anche perché conferma l’ipotesi secondo cui l’insediamento criminale nell’Ateneo messinese nasce negli anni della strategia della tensione, quando i rampolli della ‘ndrangheta ed gli ordinovisti barcellonesi si mascherano da studenti per stroncare sul nascere ogni tentativo di organizzazione degli studenti di sinistra. Sono uniti dall’ideologia di destra, dalla violenza, dai legami o dalla vera e propria appartenenza a clan mafiosi. Successivamente si dedicheranno agli affari: appalti, mercato delle materia, lauree facili… Intrecci trentennali tra l’area barcellonese e quella reggina: legami di lunga data ma evidentemente ancora saldi. Rocco Morabito, di cui dicevamo, è stato arrestato a Messina nel ’93, per un’estorsione alla “SIR srl” , ditta che si occupava a quei tempi del servizio mensa al carcere di Locri. La vicenda terminava con sentenza definitiva di condanna a due anni. Morabito si rivolse a Letterio Greco, direttore della società di ristorazione, e gli chiese del denaro in cambio della protezione degli “amici di Locri”. Per giustificare la sua presenza a Messina, Morabito disse di dover accompagnare il “suo compare Cordì” (condannato anche lui come complice) ad “una visita medica presso il dottor Longo, nel suo studio al Policlinico” [ibidem]. La SIR è da anni monopolista quasi assoluta nella ristorazione pubblica e domina incontrastata l’appalto per le mense nell’Università di Messina.

Il bando d’appalto pubblicato il 18 maggio 1996 sulla Gazzetta Ufficiale metteva “in palio” la fornitura di 1500 pasti per due anni, con eventuale proroga biennale, per un importo di 3 miliardi e 200 milioni. La partecipazione era subordinata ad alcuni requisiti (una “comprensiva cifra d’affari” nel settore della ristorazione collettiva non inferiore a 10 miliardi; il possesso di uno stabilimento sito ad una distanza oraria massima di 40 minuti dal luogo dove sarà espletato il servizio) che solo la SIR poteva soddisfare. Ci sono molti altri legami tra Longo e la cosca Morabito. Intanto, il collegio sindacale della CPZ srl – amministrata da Longo – è presieduto da Leo Morabito, fratello di Giovanni e Rocco. Il collaboratore Giacomo Lauro ha dichiarato che nel 1987/88 Longo si recava in una casa di Scilla a curare il latitante Nino Saraceno. Filippo Barreca, un altro collaborante, ricorda che “tra il 1983 ed il 1985 Longo si era adoperato per farlo rimanere più a lungo ricoverato al Policlinico”. “Ricordo che fu Antonio Pelle” – aggiunge Barreca – “a farmi sapere, mentre ero detenuto a Messina, che potevo fare affidamento sul dr. Longo” [ibidem, 39]. Lauro ha anche indicato Longo come massone. Una informativa della Digos conferma la circostanza, ad aggiunge che il medico apparteneva alla “Sicilia Normanna”. La stessa loggia vedeva tra i suoi affiliati Cuzzocrea e Bottari.

L’ATENEO CROCEVIA DELLA DROGA

AD OTTOBRE DEL 1998, LA PROCURA DI MILANO contesta a Longo il ruolo di corriere della droga per conto dell’organizzazione criminale che farebbe capo al latitante calabrese Giuseppe Morabito, detto “Tiradrittu”. Reato commesso tra il 1994 e il 1997. Già da giugno il docente si trova detenuto con l’accusa di associazione mafiosa nell’ambito delle indagini per l’omicidio del prof. Matteo Bottari. Gli indagati di questa inchiesta milanese sono complessivamente 24, tra cui alcuni presunti componenti delle “famiglie” calabresi dei Bruzzaniti, Palamara e Morabito, tre grossisti di droga turchi e lo studente universitario calabrese Annunziato Zavettieri, 28 anni, di Roghudi (Reggio Calabria), iscritto alla facoltà di Medicina dell’Ateneo peloritano [cfr. GAZ 17 ottobre 98]. Longo si è difeso dicendo di essere vittima di una iniziativa allucinante e che “al collaboratore di giustizia che lo accusa non sono stati mostrati filmati e foto della mia persona, ormai quotidianamente diffusi dalle televisioni e dai giornali; non è stato organizzato nemmeno un confronto”.

La questione è di grande interesse per almeno due motivi: 1. il traffico di droga segue una direttrice internazionale che parte dalla Turchia, si serve dell’opera di smistamento delle famiglie calabresi e viene offerta sul mercato dell’area metropolitana milanese;

2. il passaggio decisivo, il centro dell’opera di smistamento, è l’università di Messina ‘controllata’ da studenti e docenti legati alla ‘ndrangheta.

1. Già nel 1991 la Procura di Milano aveva coordinato una operazione antidroga in collaborazione con diversi magistrati italiani, con la DEA degli Stati Uniti e le polizie di Spagna, Germania, Olanda, Belgio, Austria e Turchia.

I grossisti turchi fornivano eroina in grandi quantità ai corrieri calabresi, che poi si occupavano dello smistamento e della vendita al dettaglio in Nord Italia (Lombardia e d Emilia), e poi in Belgio, Spagna, Germania. Il referente turco era Kostu Ismet, ai massimi vertici della criminalità anatolica e membro dei Lupi Grigi, le milizie di estrema destra legate al governo turco ed utilizzate come manovalanza per operazioni inconffessabili nell’economia illegale e nella repressione politica.

Ismet, uno dei massimi esperti dell’arricchimento per via chimica della morfina base, veniva significativamente individuato presso un albergo di Siderno. Il cervello calabrese dell’organizzazione era costituito dai fratelli Giuseppe e Salvatore Coluccio, di Marina di Gioiosa, nella Locride.

Un elemento fondamentale era il boss Roberto Pannunzi, individuato dalla DEA a Medellin, dove si era trasferito da qualche tempo per tenere i contatti col famigerato cartello [GAZ 31 luglio 91]. Probabilmente, si tratta di un legame particolarmente significativo. A questo proposito, può essere istruttivo rileggere una pagina agli atti dell’Operazione Olimpia: “La garanzia effettiva circa l’esecuzione dei pagamenti o meglio circa l’esatta osservanza dei patti ‘contrattuali’, viene fornita dalla presenza di ‘ostaggi’. In sintesi, un esempio chiarificatore: la famiglia colombiana invia sul territorio europeo dei propri ‘familiari’ che, con la loro vita, garantiscono le controparti ‘europee’ o che comunque stazionano abitualmente in Europa. Così le organizzazioni europee forniscono i loro ‘ostaggi’ in Colombia. Per entrare più nel merito della chiarificazione i colombiani hanno inviato e fatto colà stabilire la famiglia Walderrama che, fisicamente e nei termini anzidetti, costituisce la ‘garanzia’ per tutte le ‘controparti’ europee e quindi per la filiale europea della Triade e per Cosa Nostra.

Gli stessi Walderrama non soltanto fungono da ‘ostaggi’, ma rappresentano il cartello di Calì (il vincitore finale della guerra in Colombia che ha raggruppato tutti gli altri cartelli) per il quale operano attivamente, appunto, in Europa. […] Nell’ottica dello ‘scambio dei familiari’, alcune famiglie di Cosa Nostra, e quindi famiglie siculo-calabre-campane, vivono e risiedono stabilmente tra la Colombia, il Venezuela, l’Argentina e il Brasile” [Dichiarazioni di Giacomo Lauro, 14 dicembre 1992, in OL 1995, vol. VII, 1687 sgg.]

Il contatto privilegiato con turchi e colombiani – dunque – permette alla ‘ndrangheta di disporre di quantità enormi di eroina e cocaina. La sua capillare organizzazione ha poi reso possibile il primato dei calabresi nella distribuzione.

2. L’ipotesi che segue non è campata in aria. All’ombra di grigi corridoi di un ateneo mediocre si sono per anni intrecciati affari di altissima statura criminale. In quest’ottica, appare persino limitata la violenza generata, considerando i soggetti di cui si parla. Sono numerosissimi i casi di studenti dell’ateneo messinese arrestati e condannati per reati gravi. In genere si tratta di fuorisede calabresi, accusati per reati di tutti i tipi, dall’usura all’indimidazione. La contestazione più frequente è però quella che riguarda la droga, dalla marijuana importata in quantità industriali fino all’eroina purissima. Finora, la teoria delle “mele marce” è stata applicata in maniera – questa volta sì ! – scientifica. Gli studenti spacciatori – seppure numerosi – sono comunque niente rispetto alla massa dei ‘bravi ragazzi’ che la droga non sanno neanche cosa sia.

La vicenda Longo distrugge questa teoria. Lo studente coinvolto questa volta si chiama Annunziato Zavettieri. E’ stato al vertice dell’Asam – l’associazione dei fuori sede calabresi più volte chiamati in causa a proposito di minacce ai docenti ed atteggiamenti intimidatori in genere. Zavettieri, nel 1993, è stato eletto per le liste Asam nel consiglio d’amministrazione dell’Opera universitaria, esercitando regolarmente il suo mandato, senza che nessuno avesse qualcosa da ridire. Un’altra vicenda prova che lo studente – criminale non è la percora nera capitata per caso dentro un’organizzione sana. Semmai è il contrario: i vertici delle associazioni Asam ed Aus sono costituiti da criminali, mentre buona parte della base è costituita da ragazzi ingenui che prendono la tessera solo per lo sconto in discoteca. Alla fine del 1998 si è concluso in primo grado il processo per le intimidazioni subite dal prof. Giovanni Romeo [GAZ 6 ottobre 98, 23]. Durante una pausa di una seduta d’esami nella facoltà di Farmacia, il docente fu avvicinato e gli fu “consigliato” di promuovere uno dei candidati. Per quest’atto di intimidazione è stato condannato Fausto Arena, un fuoricorso di Economia e commercio che nel biennio ’96/’98 ha rivestito la carica di rappresentante degli studenti nel consiglio dell’Opera universitaria, eletto nelle liste Aus. Ed ancora: il protagonista delle minacce del ’92 alla commissione d’esami di Matematica era Francesco Corso, esponente di punta dell’Asam, più volte eletto rappresentante degli studenti nel Consiglio d’amministrazione d’ateneo.

L’omicidio di Luciano Sansalone, fuoricorso calabrese iscritto a Medicina, avvenuto nel 1986, si inserisce nell’ambito del controllo mafioso dell’ateneo. “Domenico Cavò, aveva incaricato il cugino di uccidere Sansalone, su mandato di alcune famiglie della ‘ndrangheta, e precisamente i Piromalli, Mammoliti, Bellocco, Pesce. Sansalone espletava le sue attività insieme ad Alessandro Rosaniti, Giuseppe Micheletti, Giuseppe Strangio, Francesco De Maria ed altri personaggi, comunque calabresi trapiantati a Messina, credo studenti universitari” [QDM, 3].

Rosaniti e Micheletti sono stati condannati per stupefacenti. Pietro Pizzimenti, altro studente amico di Sansalone, fu ucciso nel 1986 a Bruzzano Zeffirio. Stessa sorte per tale Sicari, ucciso a Rossano Calabro, in provincia di Cosenza [cfr. QDM2, 2]. Non è dunque una novità che corrieri della droga travestiti da studenti che utilizzano le loro postazioni e le loro reti di relazioni per trasportare la droga oltre Stretto. “Difatti gestivano l’appalto delle pulizie all’interno dei padiglioni universitari, quello relativo allo smaltimento dei rifiuti tossici, l’appalto del materiale di cancelleria per gli usi amministrativi e didattici, quello di numerosi lavori di ristrutturazione di edifici di proprietà dell’Università, delle forniture di apparecchiature ed altro.

Tutto ciò comportava un notevole giro di miliardi parte dei quali finivano nelle tasche delle predette famiglie mafiose. I motivi della sua uccisione sono da ricercare in un grosso ammanco di denaro che egli non fece percepire alle famiglie mafiose calabresi, probabilmente la mancata aggiudicazione di un appalto da 14 miliardi” [QDM, 3-4]. Tra le molte altre attività di Sansalone, un’agenzia immobiliare che si occupava dell’intermediazione nella locazione e nella vendita di immobili a studenti, prevalentemente calabresi; l’associazione universitaria “politico-culturale” AUD; la candidatura senza successo al consiglio comunale di Messina nelle liste DC; il seggio di consigliere a Locri avuto in passato.

Traffico di stupefacenti e aggiudicazione degli appalti. Reti di relazioni usate strumentalmente e potere d’urto dell’intimidazione. Repressione politica ed occupazione di posti di potere. Clientelismo e gestione di momenti ricreativi. Intermediazione ed agenzia di servizi, legali ed illegali (dalla casa per i fuori sede fino alle lauree facili).

Da venti anni gli studenti (e – in misura minore – i docenti) della ‘ndrangheta sono attivi in questi settori. L’impatto della loro presenza, sullo sfondo del silenzio omertoso, è stato semplicemente devastante. Ancora più grave è che il problema non venga ancora affrontato nei suoi esatti termini, affermando cioè che la figura dello studente-criminale non ha diritto di cittadinanza in un ateneo.

SCHELETRI

“E SICCOME OGNUNO HA I SUOI SCHELETRI nell’armadio… questa gente nel momento in cui viene chiamata, e gli si dice: senti tu, questa cosa la devi fare, se no noi sappiamo quello che… facciamo uscire sulla stampa… sul… il potere di ricatto da dove nasce” [TRI 17, intercettazione ambientale del 25 marzo 98]. Il professor Checco formalmente è uno storico. Ma ha doti da antropologo strutturalista, nonostante la scarsa fluidità del suo discorso. Ma in poche battute, durante la conversazione con Longo e Capodicasa, spiega abilmente perché la situazione nell’ateneo è bloccata: una serie di ricatti incrociati, e nessuno può dirsi immune, avendo appunto qualcosa di cui vergognarsi.

Certamente, la vergogna messinese nasce da un male profondo che appesta anche molti altri atenei italiani. Wright Mills lo aveva diagnosticato già nel 1959: “[…] I compiti interni delle consorterie comprendono: la dispensa di consigli amichevoli ai giovani; l’offerta dei posti di lavoro; le raccomandazioni per la promozione; l’assegnazione di libri ad estensori di panegirici; l’attribuzione di fondi di ricerca; la distribuzione o il mercanteggiamento di posizioni onorifiche in seno alle associazioni professionali e nei comitati direttivi dei periodici professionali. Questi mezzi influiscono – in quanto contribuiscono al prestigio, che a sua volta è determinante per le carriere accademiche – sulle aspettative economiche dei singoli studiosi, nonché sulla loro reputazione professionale” [Mills 1962, 118].

Il presupposto indispensabile di tutto questo è la burocratizzazione dei compiti di ricerca, la formazione di un ceto di “tecnici esecutivi” che svolgono compiti ripetitivi su settori specifici. Mills raccomandava l’immaginazione sociologica. Ma neppure lui avrebbe potuto pensare che le sue consorterie si sarebbero in poco tempo trasformate in clan. E – in uno sperduto ateneo del Sud Italia – in cosche vere e proprie. E di certo non avrebbe sospettato che la violenza sarebbe diventata strumento di risoluzione delle controversie tra quelle che lui chiamava “cricche accademiche”.

Riferimenti bibliografici

[CA]: Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, Relazione sulle risultanze dell’indagine nella Provincia di Messina, 28 aprile 1998.

[GAZ]: Gazzetta del Sud.

[MILLS 1962]: C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica, Il Saggiatore, Milano.

[OL]: Procura della Repubblica di Reggio Calabria – DDA, Richiesta cautelare – procedimento a carico di Condello Pasquale + altri, n.46/93 RG, 1995 (“Operazione Olimpia”).

[QDM]: Questura di Messina – Squadra mobile, Procedimento penale n.1230/96 RGNR, interrogatorio del collaboratore di giustizia Luigi Sparacio, 27 febbraio 1997.

[QDM2]: Questura di Messina – Squadra mobile, Procedimento penale n.1230/96 RGNR, relazione per la DDA, 18 giugno 1996.

[TRI]: Tribunale di Messina – Ufficio del GIP, Ordinanza di applicazione di misura cautelare nei confronti di Longo Giuseppe e Capodicasa Eugenio, 23 giugno 1998.

Autore: Antonello Mangano

Luogo, data: Messina, dicembre 1998

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.