Come i medici cubani sono arrivati in Ca...

Come i medici cubani sono arrivati in Calabria e perché ora Trump vuole cacciarli

  Nelle corsie degli ospedali calabresi si incrociano i destini di pazienti disperati e medici inviati da Cuba. Trump accusa l’isola caraibica di “traffico di essere umani”. Vuole fermare la missione. In Calabria stanno con il fiato sospeso. Se vanno via, chi ci curerà?
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POLISTENA (Reggio Calabria) — La dottoressa Daily Ramos Reymont ogni mattina appunta sulla divisa bianca una spilletta a forma di cuore luminoso. È un regalo del primario di cardiologia, che brilla a intermittenza nei corridoi dell’ospedale della cittadina calabrese. Ramos Reymont ha 37 anni, viene dall’Avana. Ha già alle spalle cinque anni di missione in Venezuela. Ha lasciato a Cuba un figlio di sei anni. “È molto piccolo, mi manca moltissimo. Ma la mia famiglia conosce bene la componente altruistica del mio lavoro, per loro non è strano che io vada lontano”.

L’arrivo

Quando il primo gruppo di medici cubani scese dall’aereo all’aeroporto di Lamezia Terme, nel dicembre del 2022, molti di loro non avevano mai visto l’Europa. Venivano dall’Avana, da Santiago, da piccoli centri dell’isola. Avevano lasciato famiglie, figli e reparti ospedalieri per un posto di cui sapevano poco: la Calabria.

Erano le 14:30. Cinquantuno medici — 38 uomini e 13 donne: cardiologi, anestesisti, pediatri, radiologi. Portavano una tradizione consolidata, li aspettava la speranza di una regione al collasso. 

Il presidente Roberto Occhiuto, centrodestra, li accolse personalmente, consapevole che quella era una scommessa disperata: gli ospedali calabresi stavano chiudendo i reparti per mancanza di personale, i pronto soccorso erano allo sbando, i reparti d’emergenza deserti. Lo stesso presidente raccontò di concorsi a tempo indeterminato andati deserti. La nostra sanità non è attrattiva, ammise. La fuga dei medici locali verso il Nord e l’estero era diventata un’esodo senza ritorno. 

Come se non bastasse, arrivò la pandemia. Il problema divenne ancora più evidente. Così nel 2022 il presidente della Regione decise di cercare aiuto all’estero. L’accordo firmato con Cuba prevedeva l’arrivo di centinaia di medici per tamponare la carenza di personale. Si parlava di un fabbisogno di 500 unità e nel frattempo si ipotizzò anche un accordo con l’Albania – mai andato in porto – per un ulteriore contingente.

Per il momento c’erano una cinquantina di cubani e già sembrava un miracolo. Furono sistemati nella caserma di via Panebianco a Cosenza. Per tre settimane studiarono italiano all’Università della Calabria e impararono a conoscere il sistema sanitario in cui andavano a lavorare. Subito dopo dimenticarono il clima dei tropici e affrontarono il freddo di un inverno sconosciuto – l’inverno calabrese può essere sfidante. 

Nuovi nomi su cartellini

Poi, il 15 gennaio 2023, presero servizio. Nove specialità: cardiologia, ematologia, chirurgia generale, ortopedia, ginecologia, ostetricia, pediatria, radiologia, terapia intensiva. Nei reparti di Polistena, Gioia Tauro, Locri e Melito Porto di Salvo. Nei pronto soccorso dove prima mancavano specialisti, improvvisamente comparvero nuovi nomi sui cartellini delle divise: Hernández, Rodríguez, Pérez.

Luis Enrique Pérez Gulloa, ematologo di 54 anni, divenne il capodelegazione. Veterano di missioni in Venezuela, Messico, Brasile, aveva già visto l’emergenza negli occhi di pazienti in condizioni di povertà. 

Per i medici cubani le missioni all’estero non sono una novità. Da decenni l’isola invia personale sanitario in tutto il mondo: Africa, America Latina, zone colpite da epidemie o disastri. È una forma di diplomazia medica, ma anche una fonte di entrate per l’economia cubana.

Ma in Calabria era diverso. Non la consueta operazione, magari frutto di un accordo con governi amici. Era qualcosa di nuovo, una missione sul territorio europeo. Anche se non era il primo intervento in Italia. Durante l’emergenza Covid, alcuni medici della brigata “Henry Reeve” – un generale dell’esercito cubano morto nel 1876 – erano stati inviati a Crema e Torino. 

Vite sospese tra due mondi

Per molti di loro, la Calabria diventò una seconda casa temporanea. Vivevano in piccoli appartamenti affittati dalla Regione, spesso in città dove non conoscevano nessuno. 

Le giornate scorrevano tra turni lunghi, telefonate con la famiglia rimasta a Cuba e la scoperta di un territorio che somiglia, per certi versi, al loro: mare, colline, paesi piccoli dove tutti si conoscono.

Molti pazienti all’inizio erano diffidenti. Non sempre l’italiano dei medici era perfetto e il loro accento tradiva immediatamente la provenienza. Ma con il tempo, la diffidenza si è trasformata in familiarità: i pazienti tornano a cercarli, li salutano per strada, li chiamano “dottò”

E poi c’è Adrian Naranjo Dominguez, 32 anni, cardiologo. È stato lui a salvare la vita di una donna di 40 anni arrivata al pronto soccorso di Polistena con un dolore al petto vago, sintomi confusi. Adrian riconobbe immediatamente la sindrome di Brugada — una malattia genetica rara che predispone a morte cardiaca improvvisa nei giovani adulti con cuore apparentemente sano. “Una diagnosi che richiede occhi allenati”, spiega il primario Amodeo. “Adrian ha visto quello che altri avrebbero potuto perdere”. La donna fu sottoposta a un intervento d’urgenza. Oggi è viva, e i suoi familiari ringraziano ancora “il dottore cubano” che le ha regalato un futuro. 

La brigata cresce 

Agosto 2023: altri 120 medici. Gennaio 2024: altri 106. Settembre 2024: ancora 66. Oggi sono circa 300 i professionisti cubani dislocati in 27 ospedali di cinque province — 117 a Cosenza, 55 a Catanzaro, 41 a Crotone, 77 a Reggio Calabria, 43 a Vibo Valentia. Coprono 23 specialità. Più del 40% lavora nei pronto soccorso, dove la pressione è massima. 

La dottoressa Daisy Luperon Loforte, 54 anni, ventuno di specializzazione in cardiologia, porta sul camice la stessa spilletta luminosa dei colleghi. Ha già lavorato in Venezuela e Messico.  All’Avana ha una figlia diciannovenne che studia medicina. “Da lei ho grande supporto per questa missione. Spero che  possa beneficiare di questo mio lavoro, perché in futuro potrebbe fare la mia stessa scelta”. 

Molti di loro, dopo l’italiano, hanno imparato anche qualche parola in dialetto calabrese. “La mia espressione preferita è focu miu, la sentivo dire da tutti ma non capivo il significato. Adesso ho capito che si usa come esclamazione per dire che una cosa non va bene», spiega Daily Ramos Reymont.

Il contratto e le critiche 

L’accordo quadro firmato nell’agosto 2022 prevede un compenso di 4.700 euro mensili per medico — 1.200 netti al professionista, 3.500 alla Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos (CSMC), società statale che gestisce le missioni. I cubani hanno contratti individuali con la Regione, assicurazione sanitaria, alloggio arredato, trenta giorni di ferie in patria. Possono tornare a Cuba in caso di emergenze familiari, senza sanzioni. 

Ma il modello è controverso. Il Parlamento Europeo ha sollevato dubbi sulle condizioni dei medici cubani all’estero, definendole “vicine alla schiavitù moderna”. Il governo cubano trattiene gran parte dei salari, sostengono i critici. E priva l’isola di professionisti necessari. 

I medici di altri paesi costano troppo, rispondono i sostenitori. E non vogliono venire in Calabria. Adrian Naranjo è categorico: “Abbiamo contratti diretti con la sanità calabrese e percepiamo interamente lo stipendio. Se ci sono motivi seri, possiamo tornare in qualsiasi momento. Ogni accordo dipende dalla nostra volontà: se non lo riterremo conveniente, non firmeremo“. 

La minaccia di Washington 

Da qualche tempo, però, il vento è cambiato. L’amministrazione Trump, attraverso il segretario di Stato Marco Rubio, ha intensificato le pressioni sull’Italia per interrompere il programma. Rubio definisce le missioni “lavoro forzato” e “traffico di esseri umani”, accusando l’Avana di “affittare” i medici a prezzi elevati trattenendo i profitti. Mike Hammer, chargé d’affaires USA a Cuba, è stato in Calabria per incontri istituzionali. Ma la situazione non si è sbloccata. 

L’Italia è l’unico paese UE ad ospitare medici cubani. Una posizione isolata, sotto osservazione. Occhiuto non arretra. “I medici cubani attualmente in servizio resteranno anche nei prossimi anni”, ha dichiarato. “Sono stati, sono e continueranno a essere determinanti per garantire il funzionamento dei pronto soccorso e per mantenere aperti tutti gli ospedali della nostra regione”. 

E aggiunge, con un filo di ironia: “Se gli Stati Uniti vogliono aiutarci mettendo a disposizione altri medici stranieri, fino ai mille che ci servono, siamo pronti ad accoglierli a braccia aperte”.

Nel frattempo, nei corridoi dell’ospedale di Polistena, le spillette a cuore continuano a brillare. In una regione dove la sanità pubblica era diventata un miraggio, dove i medici italiani scappano verso stipendi più alti e corsie meno affollate, trecento cubani hanno scelto di restare. Con i loro bambini lontani, i loro stipendi discutibili, le loro sere in caserme convertite in dormitori. Hanno salvato vite. Hanno tenuto aperti gli ospedali. Ora Washington vuole che tornino a casa. Ora i pazienti che aspettano il loro turno, in bilico tra la vita e la morte, sanno che sarà ancora più difficile perché Trump si è messo di mezzo.

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