La mafia è l’ennesimo ostacolo che i migranti affrontano in Italia

28 Settembre 2026 · 16 min di lettura

Mafia, criminalità organizzata e sfruttamento dei migranti sono legati da una storia lunga almeno vent'anni. Da Rosarno a Castel Volturno, da Ballarò ai laboratori tessili di Prato, fino alle frodi sul Decreto Flussi: lavoratori stranieri ricattabili diventano manodopera da sfruttare. Ma sono stati spesso proprio i migranti a ribellarsi contro clan e caporali

Pubblicato su Scorci

Il giovane boss sta attraversando Rosarno in macchina. Non cambia strada, non rallenta. Eppure davanti a lui c’è una folla di africani. Hanno bastoni in mano. Stanno spaccando i parabrezza delle altre auto. Il suo cognome è Bellocco. A Rosarno, fino adesso, è bastato questo. Un migrante colpisce anche la sua auto. Per un attimo Bellocco resta fermo. Poi accelera, vuole investirlo. Non lo prende. Scende dall’auto. I carabinieri arrivano mentre gli sta addosso. Intervengono. Bellocco aggredisce anche loro. Così finisce agli arresti. In quel momento, non aveva procedimenti a carico.

La rivolta di Rosarno

È uno dei momenti più surreali e significativi della rivolta di Rosarno. Era il 7 gennaio del 2010 e sembra passato un secolo. Tutto iniziò quando due africani rimasero feriti alle gambe. Avevano sparato da un’auto, con una pistola ad aria compressa, davanti a decine di testimoni. Un agguato senza senso. Era troppo. Irruppero nelle strade del paese danneggiando auto e negozi. Si diffuse tra loro la voce di numerosi morti. Una donna rosarnese rimase leggermente ferita. Mentre le voci si rincorrevano, alcuni cittadini si organizzarono in squadre con fucili e taniche di benzina. In poche ore la polizia sgomberò tutte le persone di pelle nera. Una vera pulizia etnica. 

La rivolta suscitò sorpresa a tutti i livelli. Il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, parlò di “degrado portato dai clandestini”. Nelle stesse settimane era stato approvato il “pacchetto sicurezza”. Il primo di una lunga serie. La narrazione del governo entrò in crisi. I migranti erano vittime degli italiani, non il contrario. Sui media, nei giorni successivi, prevalse invece la visione della «bomba pronta a esplodere», come se la posta in gioco fosse una generica convivenza tra bianchi e neri. 

Soumayla Sacko
Una manifestazione di Sos Rosarno © CC

Invece la rivolta, nei fatti, era diventata una lotta per i diritti e contro la mafia. In quel momento il territorio rosarnese era controllato militarmente dai clan Pesce e Bellocco, oltre che da una miriade di piccoli gruppi e cani sciolti. Allo sfruttamento nei campi si sommava la violenza diffusa nei confronti dei neri, “colpevoli” di girare soli e indifesi per le strade del paese e nelle campagne. 

In quel momento, la popolazione locale viveva con rassegnazione la sopraffazione mafiosa. La comunità africana scelse invece la strada della ribellione. Decisero per una soluzione collettiva, la rivolta, al posto di una via individuale, la vendetta. Parlavano wolof, bambara, twi, hausa. Discutevano tra rassegnati – inshallah, on verra – e ribelli: danaya, resistenza. La maggior parte aveva attraversato il deserto, i centri di detenzione libici, il Mediterraneo. Dovevano mandare soldi a Bamako, Accra, Ouagadougou. Potevano farsi fermare adesso dai balordi che li usavano come tiro al bersaglio? Avevano un compito. Andare avanti, arrivare a Milano, Parigi o Stoccolma. Quell’anno, poi, si era creato uno strano mix. Non solo quelli appena sbarcati a Lampedusa. C’erano anche tanti africani anglofoni, provenienti dalla politicizzazione di Castel Volturno. E tantissimi ex operai delle fabbriche del Nord, licenziati per la crisi del 2008 e arrivati in Calabria come ripiego. Sicuramente persone poco disposte ad accettare soprusi. Per tutti, il senso dell’onore era fortissimo e collettivo: un’umiliazione subita da uno ricadeva sul gruppo. 

Molti dei protagonisti della rivolta provenivano da Castel Volturno. Si erano spostati in Calabria per la stagione delle arance. Soltanto pochi mesi prima avevano vissuto qualcosa di simile.

 

Un lago di sangue e di proiettili

Una sera di settembre Joseph Ayimbora, ghanese, si ritrovò sull’asfalto di Castel Volturno in un lago di sangue e con le gambe piene di proiettili. Intorno continuavano a sparare. L’unica cosa da fare era fingersi morto. Lentamente si rialzò. Un commando di camorristi mascherati da poliziotti aveva appena lasciato sul terreno centoventi bossoli e i corpi senza vita di sei africani. 

Era il settembre del 2008. Il giorno dopo, tutta la comunità marciò per le strade del paese, sotto la pioggia battente, spaccando tutto quello che trovava lungo il cammino. Fu un vero riot, una rivolta spontanea e rabbiosa. In terra di camorra, diventava una protesta antimafia. 

Intorno continuavano a sparare. L’unica cosa da fare era fingersi morto

Eppure ancora oggi non sono scomparse le ombre sulle vittime, sospettate di essere spacciatori da punire nell’ambito di un regolamento di conti. I parenti, per anni, hanno ribadito che si trattava di lavoratori e, in qualche caso, di attivisti politici. Nel casertano, infatti, era molto attivo un movimento che riuniva missionari comboniani, centri sociali e rifugiati. Questi ultimi, per prima cosa, aprirono vertenze col Ministero dell’Interno, chiedendo permessi di soggiorno per tutti. 

Qualche settimana dopo la strage, scioperarono da Casal di Principe a Villa Literno, da Afragola a Scampia. Si radunarono nei kalifoo ground, le rotonde stradali dove all’alba venivano prelevati dai caporali. Quel giorno non erano più manodopera a basso costo nei campi e nei cantieri. Alzarono cartelli con scritto: «Oggi non lavoro per meno di 50 euro». 

Maqueda. La rivolta dei bangladesi

“Chi ci talii?, Che cosa guardi?”. I nuovi boss di Ballarò non tolleravano neppure le occhiate. Figurarsi il rifiuto di “dare qualcosa per i carcerati” rivolto ai commercianti del Bangladesh. 

Tutto cominciò nell’aprile del 2016. Yusupha Susso, gambiano di ventun anni, reagì all’ennesima sopraffazione. Emanuele Rubino, legato alle cosche del centro storico, gli sparò alla testa. Il ragazzo entrò in coma.

Quella pallottola diventò una molla per i negozianti bangladesi di Ballarò, dopo anni di pizzo settimanale pagato in silenzio, tasse non richieste su piccoli negozi di alimentari, call center e money transfer. Chi non pagava subiva pestaggi, serrature bloccate con la colla. Persino rapine punitive pistola alla mano, anche di fronte ai bambini piccoli che stavano in negozio con i genitori.

Allora si fecero forza l’uno con l’altro. Ruppero il muro dell’omertà. Erano in  dieci più un tunisino. Si presentarono in questura. Denunciarono.

Un mercato di Palermo – Isabella Trucco @ Flickr – Creative commons

Era l’operazione “Maqueda”: dieci arresti all’alba. Estorsione, tentato omicidio, rapina e violenza privata, tutti aggravati dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale.

Nel 2019, la sentenza: otto condanne, sessant’anni di carcere in totale. Addiopizzo la definì «storica». Per la prima volta una denuncia collettiva di migranti smantellava un’intera rete estorsiva. L’operazione portava all’arresto di diversi membri del clan responsabile, evidenziando un sistema criminale radicato ma anche vulnerabile di fronte a una denuncia corale. Era un fatto “senza precedenti”, perché per la prima volta un numero così ampio di migranti si è esponeva direttamente contro la mafia.

Anche in questo caso, la ribellione non era nata spontaneamente. Era il risultato di un percorso di consapevolezza e integrazione, sostenuto anche da reti civiche e istituzionali locali. Associazioni antimafia e organismi di rappresentanza dei migranti avevano contribuito a rafforzare la fiducia nelle istituzioni e nei diritti, trasformando la paura in azione collettiva. «Da stranieri abbiamo dimostrato il nostro coraggio. Palermo non è una tappa. È casa nostra»

Ventisei coltellate

La sera del 5 giugno 2020 il telegiornale del Pakistan aprì con una notizia proveniente da Caltanissetta: un nostro connazionale è stato assassinato in Sicilia.

Si concludeva così la vita di Adnan Siddique. Aveva 32 anni. Nato a Lahore, capitale del cinema pakistano e megalopoli che produce emigrati e inquinamento, era arrivato nel centro della Sicilia, dopo un lungo percorso che lo aveva visto passare per la Germania e la Grecia. 

Faccia da bravo ragazzo, lavoratore, gentile, polo e occhiali da sole, era benvoluto sia tra gli italiani che tra i pakistani, che lo cercavano per un consiglio o una mediazione. Aveva documenti in regola e un buon lavoro. Da quattro anni nel centro dell’isola, frequentava una famiglia italiana che lo trattava come un figlio. Pur non essendo direttamente coinvolto, è rimasto stritolato da un sistema criminale. E dalla sfiducia delle istituzioni, per cui alla fine era soltanto un migrante. Nulla che valesse una protezione o un impegno maggiore.

Il meccanismo era semplice e brutale: gli imprenditori agricoli siciliani chiamavano i capi del clan pakistano. «Abbiamo bisogno di 20 operai, ti diamo 50 euro a testa». Fornivano continuamente braccia da sfruttare nelle raccolte di pesche, uva da tavola, carciofi, pomodori. I lavoratori venivano trasportati verso sud: nei paesi dell’agrigentino – Canicattì, Delia – e in quelli del nisseno fino al mare: Sommatino, Licata e Gela. I caporali intascavano 20 euro, ne giravano 30 al bracciante. Lo caricavano su un furgone all’alba e lo riportavano in città la sera. Nessuno parlava. Tutto andava bene, finché i 30 euro non sono arrivati più.

Allora i braccianti si sono rivolti a Siddique. Lui faceva un altro lavoro, era un operaio specializzato, tecnico di macchine tessili, ma parlava bene l’italiano. Li accompagnò in questura. 

Così iniziò il suo calvario. Minacce, aggressioni, denunce. Un amico ricevette un messaggio vocale: «Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli».  Non c’era bisogno di specificare chi erano loro. Un clan noto nella zona, colpevole di sequestri e aggressioni nei confronti degli stranieri di Caltanissetta.

Il 3 giugno 2020 un commando di sei pakistani entrò nel suo appartamento di via San Cataldo. «Vogliamo solo parlare, Adnan, apri». Uno nascondeva una bottiglia di birra dietro la schiena, un altro un cacciavite, un terzo un coltello lungo trenta centimetri. Ventisei coltellate. Quella al costato fu fatale.

Sei mesi dopo, l’operazione “Attila”: undici arresti, accuse di associazione per delinquere con metodo para-mafioso, estorsione, sequestro di persona. Le denunce di Adnan Siddique erano giuste. Ma di fatto non gli hanno creduto. Se fosse stato italiano, sarebbe stata la stessa cosa? Intanto gli imprenditori italiani committenti restano impuniti. Il questore di Caltanissetta promise: «Presenteremo il conto anche a loro». Una promessa ancora non mantenuta.

La prossima volta spariamo

I colpi sono arrivati senza preavviso. Era la sera di martedì 10 ottobre 2024. Quattro uomini stavano di guardia davanti a un laboratorio di pelletteria, durante un picchetto nel cuore del tessile toscano. Due operai pakistani, un sindacalista e uno studente volontario. Dall’oscurità sono emerse cinque figure. Hanno urlato, prima di sferrare colpi con spranghe di ferro. Una scarica di violenza durata pochi minuti ma che lasciava tutti e quattro in ospedale con gravi ferite. Mentre fuggivano, gli aggressori davano un messaggio finale: «La prossima volta spariamo». 

Chi sono? Mafiosi italiani o una squadra dei padroni? Molto probabilmente, le due cose insieme. 

Ecco le relazioni industriali versione Prato. Un distretto al centro della filiera globale del fast fashion. Dal 2018, il sindacato ha registrato almeno 28 lavoratori aggrediti ai picchetti. Con bastoni, mazze, tirapugni.

Da quando è partita la campagne per le otto ore nei laboratori, il clima è diventato incandescente. L’azienda dell’aggressione era l’ultima a rifiutare l’accordo.

La rivendicazione è scritta sulle pettorine fluorescenti: 8×5. Otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Perché la realtà è tutt’altra: turni di dodici ore, sette giorni su sette, buste paga false o inesistenti, contratti part-time che non vengono mai rispettati. Ad alcuni lavoratori viene persino chiesto di restituire la tredicesima.

Una storia di lotta di classe sempre raccontata sotto le lenti delle divisioni etniche. C’è la criminalità cinese – ribattezzata “mafia delle grucce” – e ci sono i dipendenti asiatici, definiti non sindacalizzabili perché remissivi di natura.

 La realtà è complementi diversa. Da anni, gli scioperi hanno ribaltato i rapporti di forza. La nazionalità non è rilevante. Sono italiani sia i sindacalisti che i mafiosi aggressori degli operai in sciopero. Così come i commercialisti che con i loro trucchi aiutano gli imprenditori cinesi a sfruttare. Sono pakistani punjabi e pashtun sia i protagonisti degli scioperi che quelli che accettano ogni condizione. Sono cinesi sia gli imprenditori sfruttatori, arrivati da Wenzhou negli anni Novanta, che i ragazzi di seconda generazione che rifiutano la vita senza ossigeno dei genitori.   

Le aziende al centro della protesta hanno titolari per lo più cinesi. I dipendenti, invece, sono quasi tutti pakistani. Ricattabili, perché la loro permanenza in Italia è vincolata all’esistenza di un contratto. È il principale regalo ai padroni della legge Bossi-Fini. Che risale al 2002 e che nessun governo ha mai pensato di cambiare.

Shahid, ventidue anni, addetto al settore grucce, è uno di quelli che non ha paura: «Il padrone non vuole che stiamo insieme, ci vuole divisi. Ne ho passate tante prima di venire qui». Racconta della rotta balcanica, le notti nei boschi, le bastonate in Bosnia.

I risultati arrivano uno dietro l’altro. Le aziende firmano, altre trattano. Gli scioperi arrivano fino ai ristoranti, i sushi bar e gli all you can eat dove la parola sindacato non era mai entrata. Come nel primo Novecento, si lotta per le otto ore e i padroni organizzano squadracce di mafiosi. Il colore della pelle è l’ultimo dei problemi.

Il decreto flussi della camorra

San Giuseppe Vesuviano, giugno 2025. Negli studi di tre avvocati del Nolano le luci si accendono prima dell’alba. È il giorno del click day — il momento in cui, alle 9 di mattina precise, si aprono le domande di nulla osta per l’ingresso di lavoratori stranieri in Italia. Chi clicca primo vince. Chi non ce la fa, resta fuori.

Dentro quegli studi, però, non ci sono lavoratori. Ci sono «inseritori» e «cliccatori» armati di computer performanti e connessioni ad alta velocità, pronti a saturare il portale dello Sportello Unico per l’Immigrazione con migliaia di richieste false.

Il 10 giugno 2025, la DDA di Napoli eseguiva 45 misure cautelari. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, smantellava tre distinte associazioni criminali attive tra San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano. Al centro: tre avvocati, ciascuno a capo di un CAF, un poliziotto del commissariato di Poggioreale, imprenditori, mediatori e, sullo sfondo, esponenti di vertice del clan Fabbrocino.

Il meccanismo era chirurgico nella sua semplicità. Migranti bangladesi, desiderosi di entrare regolarmente in Italia, pagavano fino a 10.000 euro a testa per ottenere un contratto di assunzione. I contratti erano falsi. Le aziende che avrebbero dovuto assumerli, inesistenti. I migranti si ritrovavano in Italia senza lavoro, senza tutele, irregolari e ricattabili — esattamente dove il sistema criminale li voleva.

Vogliono venire? Devono pagare

Dalle intercettazioni emergeva la morale dei protagonisti. Un avvocato, indicato come promotore del sodalizio, dice: «Mi hai dato 200mila euro, ma mi dovevi dare 600mila. Vogliono venire? Devono pagare. Altrimenti non faccio neanche una carta». Con quei soldi, si è comprato una Ferrari. Sequestrata.

Poi entra in scena la camorra. Il clan Fabbrocino, egemone nell’area vesuviana e nolana, intercettava il business: estorsione diretta ai professionisti del settore e partecipazione attiva alla gestione delle pratiche. Il poliziotto corrotto, che inseriva le richieste sul portale usando identità digitali altrui, viene intercettato mentre ironizza: «Tutto a posto, 624, 625bis… furto e furto con destrezza».

Il giro d’affari accertato superava i 2 milioni di euro in beni sequestrati. L’inchiesta ha verificato circa 40.000 domande. A ottobre 2025, 21 dei 45 indagati chiedono il patteggiamento. A febbraio 2026 il pm chiede oltre cento anni di carcere per gli altri venti.

Il procuratore aggiunto Del Prete è netto: «Parliamo di un meccanismo ben collaudato. C’è una assoluta e importante presenza della criminalità organizzata in un settore che tradizionalmente non interessava questo tipo di organizzazioni».

Il Decreto Flussi nasce per regolare l’ingresso legale dei lavoratori stranieri. Ma il click day — con le sue migliaia di posti esauriti in pochi secondi — ha creato una scarsità artificiale che la criminalità ha trasformato in mercato. La campagna “Ero Straniero” aveva già denunciato più volte il fallimento strutturale del sistema: pochissime le persone che riescono davvero ad arrivare legalmente, mentre i flussi diventano occasione per frodi e intermediazioni illegali.

I migranti bangladesi truffati non sono vittime di una falla burocratica. Sono vittime di un sistema che li fa pagare diecimila euro per un contratto che non esiste. E sono abbastanza invisibili da non poterlo denunciare senza rischiare l’espulsione.

Così nasce la sfiducia diffusa nei confronti dello Stato italiano. Uno stato poliziesco, diffidente, cattivo. Chi denuncia rischia di perdere il permesso di soggiorno, di essere espulso, di essere criminalizzato a sua volta. Secondo il Centro Studi IDOS, a fine 2023 solo 71 permessi di soggiorno erano stati rilasciati per grave sfruttamento lavorativo. Un dato incredibile, considerato che le forme di grave sfruttamento degli stranieri sono divenute pervasive in Italia.

L’agromafia e l’innocenza delle imprese

Sono lontani gli anni di Rosarno e Castel Volturno, l’epoca dei riots africani contro la criminalità. Ma la resistenza continua. Come azione individuale (Siddique) o collettiva (scioperi di Prato). La mafia è ancora uno degli ostacoli che i migranti incontrano in Italia. Un mix di criminalità ”etnica” e locale che vuole schiacciare il più debole. 

Nei casi che abbiamo raccontato, tuttavia, la criminalità agisce come strumento dei padroni. Nel primo caso, erano gli imprenditori del Sud della Sicilia a beneficiare del clan pakistano che intimidiva i lavoratori. Nel secondo, sono i padroni del distretto tessile a usare i criminali – anche italiani – per contrastare le rivendicazioni dei loro operai.

La lettura ufficiale di questi fenomeni è completamente diversa. Le mafie sono sempre straniere, estranee al tessuto italiano e capaci di corrompere un mercato sano. Questa visione – del tutto surreale – è egemonica in agricoltura. 

lavoratori ricattabili

In Italia, la definizione di mafia è sancita dall’articolo 416-bis del Codice Penale, introdotto dalla legge Rognoni-La Torre nel 1982. Un’associazione è di tipo mafioso quando i suoi membri si avvalgono della forza di intimidazione e traggono vantaggio dalla condizione di assoggettamento delle vittime, ottenuta tramite l’uso strumentale della violenza, effettiva o minacciata.

Invece, le organizzazioni agricole padronali amano parlare di “agromafie” , un calderone che comprende la contraffazione alimentare, la concorrenza delle materie prime che arrivano nei porti italiani, l’intermediazione illecita di manodopera. In particolare, quando si parla di caporalato, il focus è sulle organizzazioni “etniche” che sfruttano i connazionali. Così rimane in ombra il mercato che richiede “agenzie” di fornitura di manodopera a basso costo. E quindi si isola un elemento esterno, straniero, da colpire con denunce e arresti. 

Così rimane in ombra un’economia basata sullo sfruttamento, che può degenerare nell’uso di reti para-criminali. Che non esisterebbero se non ci fosse una richiesta da parte delle imprese, che così possono esternalizzare non solo il reperimento della manodopera ma pure la responsabilità. Il mondo agricolo italiano ama rappresentarsi come sano e tradizionale, inquinato sia dai prodotti e dalle materie prime straniere, sia da forme di criminalità legate all’immigrazione.

Conclusioni. Indeboliti

Il rapporto tra mafia e migranti è complesso. Dovrebbe essere ovvio, ma oggi prevalgono le letture semplicistiche. Come quella di un paese sano deturpato da elementi esterni. Era quello che dicevano gli statunitensi WASP a inizio Novecento. La criminalità organizzata, per loro, era una alien conspirancy, un male importato con l’arrivo di irlandesi e italiani. Alien – in quel contesto – significava tout court straniero. Una lettura auto-assolutoria che tra l’altro ha permesso al fenomeno di crescere a dismisura. 

In Italia sta accadendo la stessa cosa. Stato e mercato non sono lo sfondo sano dove i clan – etnici o italiani – si infiltrano o inquinano. Politici e imprenditori sono attori fondamentali, i più forti, che spesso utilizzano i sistemi criminali per i propri fini. Il lavoratore migrante è l’anello debole del sistema. Chiedere la “denuncia” o la ribellione è spesso paradossale. Il migrante dovrebbe ribellarsi, affiancato dallo Stato, al sistema che lo Stato ha costruito contro di lui. E anche quando accade, non basta. C’è indifferenza. Sfiducia. Una lettura razzializzante. Perché in fondo, per gli italiani, lo straniero è sempre una minaccia o un povero da compatire.

In più, la capacità di ribellione dei migranti è stata indebolita da una progressiva azione politica che ha li ha resi sempre più deboli e ricattabili. Il tema, ovviamente, va inserito nel più ampio contesto del rapporto tra italiani e migrazione. Cosa è cambiato nel senso comune? Tre spostamenti sono evidenti. 

La manifestazione in ricordo di Shazhad

Primo: il termine “emergenza” — usato nel 2011 come categoria eccezionale — è diventato strutturale. Nessun governo, di nessun colore, ha proposto una politica migratoria organica di lungo periodo. Si è sempre legiferato sull’onda degli sbarchi.

Secondo: il centrosinistra ha progressivamente abbandonato il terreno dell’accoglienza come valore. Dal Decreto Minniti del 2017 ai silenzi del PD sul Protocollo Albania, il campo progressista ha rinunciato a costruire un’alternativa strutturale, limitandosi a criticare più i toni che i meccanismi.

Terzo: i migranti stessi — la cui voce è praticamente assente dal dibattito pubblico italiano — continuano ad arrivare, a lavorare, a pagare contributi, a denunciare i caporali, a fare sciopero. Come dimostrano le storie di Ballarò, di Prato, di Adnan Siddique: resistono, spesso a costo della vita, in un Paese che li usa senza chiamarli per nome. Senza riconoscere che hanno un nome. 

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