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Mafia come sistema

mafia messinese
Patrick Bauduin © Flickr CC

Cuntrastamu è la risposta tradizionale dei contadini siciliani alla domanda ‘come va?’ La storia della Sicilia è anche una vicenda di continua contrapposizione alla mafia. Questo testo, nella prima parte, indaga il paradigma della complessità. Nella seconda sezione, rappresenta l’unico saggio organico sulla mafia nella provincia di Messina. Concludono il lavoro una serie di interviste nell’area dello Stretto

     

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Il capitolo dedicato all’Università

Il grado di coesione: borghesi e mafiosi nell’ateneo messinese

Le vicende dell’Università di Messina, in particolare i casi di corruzione e l’incredibile serie di atti di violenza avvenuti tra il ’90 ed il ’97, derivano direttamente o indirettamente da alcune anomalie di fondo, a partire dalle vicende degli anni ’70 descritte in precedenza.

Vanno poi ricordate la straordinaria presenza di logge massoniche, che raccolgono molti docenti universitari; ed una tradizione di autoritarismo cui corrisponde specularmente l’assenza di pratiche di partecipazione, di movimenti studenteschi e attività politiche di carattere democratico.

Durante il “regno” del rettore d’Alcontres: si è parlato di un vero e proprio “sistema”, di pratiche autoritarie e poco trasparenti. Un brano tratto da un resoconto di un bollettino sindacale [“Snals informa” – febbraio 94] è estremamente istruttivo:

“In Consiglio d’amministrazione [d’Alcontres] chiede la ratifica di centinaia di decreti, alcuni risalenti al 1992, considerando ostruzionismo la richiesta di conoscere i particolari; chiede che vengano prorogati appalti in scadenza […]; ottenuta la proroga, ha chiesto al Consiglio la concessione di aumenti anche contro il parere dell’Avvocatura dello Stato”.

Già prima dell’elezione del nuovo rettore, era stato più volte ipotizzato un conflitto d’interessi tra la posizione nell’apparato pubblico di Diego Cuzzocrea (prima come ordinario alla facoltà di Medicina, poi appunto come rettore) ed il ruolo imprenditoriale del fratello Aldo, attivo in particolare nel settore farmaceutico ed informatico.

In particolare, ha suscitato numerose polemiche la concessione del servizio di approvvigionamento dei prodotti farmaceutici del Policlinico assegnato alla Sitel di Aldo Cuzzocrea quando Diego era docente a Medicina.

L’8 gennaio 1998 la Procura generale riapre le indagini sul caso, coinvolgendo tra gli altri due fratelli del rettore, Aldo e Dino, titolari della Sitel.

Nella vicenda l’università è parte lesa: e il rettore potrebbe trovarsi nella situazione paradossale di chi è costretto a costituirsi parte civile contro i suoi fratelli.

Ad insospettire i giudici messinesi, una lunga serie di irregolarità tra cui la crescita esponenziale del fatturato della farmacia dopo che il servizio era stato affidato alla Sitel. Il periodo in esame va dal 1990 al 1993: sono stati sequestrati documenti sulla fornitura dei medicinali.

Dopo l’apertura dell’indagine, avvenuta nel 1993, il professore Squadrito, prorettore dell’epoca, incaricò una commissione d’inchiesta.

La commissione concludeva i propri lavori il 23 dicembre 1993: rilevava la carenza di documentazione, la confusione di ruoli, le disposizioni rettorali che si inanellavano nel tempo senza definire per esattezza compiti e responsabilità.

“In alcuni casi” – scrivono i commissari – “il prezzo pagato è del 400 % superiore rispetto a quello di un identico prodotto acquistato in precedenza o offerto da ditte diverse da quelle aggiudicatarie.

Per esempio, per l’acquisto di 300 dosi di Flow dalla ditta Medical center hospital detto prodotto [è stato pagato] al prezzo unitario di L. 22000 allorquando agli atti della Sitel risulta che lo stesso prodotto poteva essere acquistato dal concessionario ‘Fapo’ al prezzo unitario di L. 5000″.

Sentito sulla questione, Dino Cuzzocrea scaricava le responsabilità sulla direttrice del servizio di farmacia Concetta Paone, la quale rimandava al mittente le accuse.

La commissione osservava che gli acquisti con gara d’appalto sono una parte assai esigua rispetto al consumo complessivo del Policlinico e che l’approvvigionamento dei prodotti sanitari e di laboratorio è avvenuto con notevole frequenza e per importi complessivamente elevati a trattativa privata, non sempre giustificata.

Con stupore la commissione ha rilevato infine che le bozze dei contratti e dei bandi di gara sono predisposti dalla ditta Sitel. Dopo questo rapporto, una coltre di silenzio.

L’indagine si è rimessa in moto dopo che il sostituto procuratore generale Marcello Minasi ha inviato per competenza alla Procura di Reggio un rapporto nel quale segnalava la mancanza di qualsiasi atto della Procura messinese in merito alla vicenda Sitel, ipotizzando eventualmente l’omissione di atti d’ufficio.

A questo punto la Procura generale ha avocato le indagini ed ha emesso 19 ‘inviti a comparire’ nei confronti dei protagonisti della vicenda.

 

Gli episodi marginali

“Si tratta di fatti isolati, se si considera che attorno all’università [gravitano] 50.000 persone. Un corpo decisamente sano che non si lascerà intimidire da queste manifestazioni inquietanti anche se sostanzialmente marginali”.

Così il rettore commentava una serie di episodi criminali, ed in particolare quello accaduto alla mezzanotte del 23 febbraio 1996. Qualcuno, a piedi o su un’automobile, lancia una bomba-carta davanti all’aula ‘ex-mineralogia’, accanto alla facoltà di Economia e commercio, nel plesso centrale dell’Ateneo.

I due metronotte di ronda non si accorgono di nulla, sentono solo il boato. Una pensilina viene divelta, alcuni vetri vanno in frantumi, una automobile è danneggiata.

Siamo a metà novembre, 1995. Il professore Giancarlo De Vero sta tornando a casa, nel complesso Ariston Park, in via Palermo. Uno sconosciuto lo segue fin sotto le scale, quindi gli spara alle gambe con una calibro 22. Frattura del perone destro, quaranta giorni di prognosi.

Un cronista chiede: signor rettore, l’università è attaccata? “Non lo so e non credo. Certo il clima non è dei migliori, ma non drammatizzerei più di tanto”, risponde Cuzzocrea [Gaz 22 novembre 95].

Il corpo docente, dopo parole piene di retorica, afferma in un comunicato che “manifesta il più vivo sdegno verso esecrabili manifestazioni di inciviltà che, lungi dall’indebolire le istituzioni universitarie, da qualche tempo oggetto di indiscriminati attacchi, rafforzano la comune volontà di proseguire nell’insostituibile lavoro…”

Non si tratta del primo attentato nei confronti di un docente: il 6 settembre 1990 fu gambizzato (con due colpi di pistola) il professore Antonio Pernice, davanti al complesso universitario di Papardo.

Il 10 dicembre 1995 c’è il primo morto. Antonio Raffaele Sciarrone, 31 anni, studente di Medicina, proveniente da Gioia Tauro.

Erano le tre di notte, in una villetta di Casabianca, sul versante tirrenico a pochi chilometri da Messina. I tre sicari entrano sfondando la porta. Sparano con una calibro 22 (come nella gambizzazione di De Vero), Sciarrone muore subito. Gli assassini si rendono conto che nell’appartamento c’è una seconda persona: è Paolo Marino, studente di Economia e commercio, proveniente da Parghelia (Vibo Valentia).

I tre gli sparano due volte: i proiettili sono finiti e Marino è ancora vivo. Uno dei killer prende un coltello da cucina e colpisce ripetutamente la vittima. Marino si finge morto, i tre se ne vanno, quindi lo studente si trascina sanguinante a bordo della sua Fiat Panda e raggiunge l’ospedale Margherita.

Nell’abitazione sono stati ritrovati 150 grammi di marijuana, che hanno fatto pensare ad un delitto maturato nell’ambito dello spaccio di droga. L’ipotesi non è stata confermata.

La notte del 7 dicembre ’95, quattro colpi di pistola venivano esplosi contro l’auto di uno studente calabrese. La notte precedente era stato ferito un metronotte in servizio al Cus, la notte successiva una bomba esploderà ad Economia e commercio.

Sempre di notte, ma tra il 5 ed il 6 luglio ’96, arriva anche il primo incendio. L’Istituto di diritto privato della Facoltà di giurisprudenza, che si trova nei pressi dell’Orto botanico, viene distrutto dalle fiamme. E’ l’una di notte, alcune persone si introducono nei locali dell’istituto e appiccano il fuoco, con l’accendino, ad una catasta di libri. Volumi e riviste, sedie e computer: tutto bruciato.

La dinamica dell’attentato ed in particolare il mancato ritrovamento di segni di effrazione fa pensare a persone perfettamente pratiche del luogo.

Il rettore si è pronunciato contro l’atto di violenza. Ha rivolto un appello agli studenti, ha detto che continuerà a “lavorare per la loro formazione sociale e culturale”.

Il 10 luglio ’96, “Giuseppe” è in difficoltà. Giuseppe è uno studente calabrese che ha problemi con gli esami. Gli amici lo rincuorano: ci pensiamo noi. Forse Giuseppe si è rivolto a pagamento a persone specializzate in questo servizio. La cosa certa è che il prof. Giuseppe Romeo, docente di Chimica organica alla Facoltà di Farmacia, ha subito l’ennesima intimidazione ad opera di due studenti calabresi (uno di Reggio, uno di Catanzaro), fuori corso ad Economia e Commercio. I due lo hanno aspettato sotto casa, nel portone di un palazzo di via Panoramica dello Stretto, e lo hanno invitato a favorire l’amico con una bella promozione: “Fallo passare, se vuoi stare tranquillo”.

Romeo avverte i carabinieri, quindi va a tenere gli esami. La giornata si conclude con la visita di due militari in borghese; sono ormai le 19, le interrogazioni sono terminate, e Romeo può raccontare i particolari delle minacce. Escono dalla facoltà, entrano in un bar. Qui incontrano ancora i due “studenti” (evidentemente continuavano a seguire il professore), che però non si rendono conto che Romeo è in compagnia di due carabinieri. “Che vuole fare, professore, ci vuole denunciare?”. A questo punto sono bloccati e denunciati a piede libero.

Anche dopo gli ultimi attentati c’è un bel comunicato (datato 16 luglio 96), la stesse parole di sempre. “Il senato accademico ha preso atto degli incresciosi episodi, sia pure in ambito limitato in rapporto all’elevato numero di operatori e utenti dell’Ateneo, possono tuttavia ledere l’immagine di una università tesa a configurarsi come punto di riferimento anche morale del territorio”.

Le associazioni Asam/Aus (v. più avanti), in un comunicato congiunto, usano quasi le stesse parole: “Circa le intimidazioni a docenti si tratta di episodi deprecabili ma sporadici e isolati, che interessano peraltro un numero limitatissimo di docenti” [!].

Il documento prosegue prendendosela con la disinformazione: sull’episodio del prof. Romeo, “sono state diffuse una serie di notizie che non corrispondono alla realtà dei fatti avvenuti […]”.

La associazioni sostengono inoltre che “non è stata dimostrata alcuna responsabilità di studenti universitari”, il che è palesemente falso se si pensa che l’ultima parte dell’intimidazione a Romeo si è svolta sotto gli occhi di due carabinieri in borghese che hanno fermato gli studenti minacciatori.

Ascoltiamo ancora Asam/Aus: “Invitiamo il Rettore e gli organi accademici a tutelare il buon nome della nostra università ed a rigettare le infamanti accuse rivolte alla componente studentesca, riportando così la serenità oggi gravemente turbata e sollecitando la comprensione e collaborazione tra docenti e studenti che in taluni casi manca. […] [Le associazioni] respingono le gravi accuse circa presunti atti intimidatori messi in atto da studenti nei confronti di docenti ed ancor più la campagna diffamatoria che vorrebbe attribuire alla categoria studentesca tutta una serie di azioni criminali avvenuti negli ultimi mesi nella nostra università”.

La “copertura” invocata arriva subito: si legge infatti nel documento del Senato accademico che “eventuali episodi di malcostume, peraltro isolati, configurano responsabilità strettamente personali che non possono essere certamente estese a tutta la componente studentesca”.

La notte del primo ottobre ’96 un ordigno rudimentale viene lanciato tra le inferriate che proteggono la sede della segreteria della facoltà di Giurisprudenza. Muri anneriti, vetri infranti. La deflagrazione viene udita intorno all’una, mentre solo alle 4 ci si rende conto dell’accaduto. Il rettore emette un comunicato identico ai precedenti: l’università è un corpo sano, ci sono migliaia di presenza, sono episodi marginali.

La serie, però, sembra non avere fine: il 16 aprile, in serata, vengono bruciate le persiane dell’abitazione di Francesco Scalise, 27 anni, da Policastro (Cz), iscritto alla facoltà di Giurisprudenza. L’abitazione si trova in via Bufalini, nel centro di Messina.

E il 13 febbraio ’97 viene data alle fiamme l’auto di un docente della facoltà di Medicina, il prof. Angelo Sinardi.

Un mese più tardi, il 14 marzo, anche la Toyota nuova del prof. Sinardi viene bruciata. Naturalmente, il professore aveva acquistato una nuova automobile proprio perché un mese prima la sua Citroen era stata bruciata.

“Un corto circuito”, ipotizzano gli inquirenti. “Minacce? Mai ricevuto minacce”, afferma il professore. Ma non è finita: il 26 settembre anche la terza automobile del professor Sinardi viene incendiata.

A maggio comincia la campagna elettorale. In un ateneo come quello messinese le elezioni non possono che essere precedute da segnali adeguati al clima che da anni si respira.

Il 17 maggio una tanica di benzina collegata ad un rudimentale ordigno esplosivo è stata ritrovata davanti alla sede della Sinistra giovanile – Pds di Messina. In caso di esplosione, avrebbe procurato gravissimi danni ed eventualmente (la sede è in pieno centro) anche vittime.

Nelle opinioni generali, il fatto è stato collegato alla competizione universitaria. La Sinistra giovanile concorreva infatti con una lista unitaria di sinistra, l’unica ad inserire nel programma elettorale la voce “lotta alla mafia”.

Ma comunque sia andata, chiunque sia il colpevole, rimane il fatto che questo episodio chiarisce ampiamente che nell’università di Messina la violenza strumentale è utilizzata come regolatrice dei rapporti sociali (dagli esami alle elezioni), il che è caratteristica fondamentale degli ambienti mafiosi.

Sull’episodio, è stata presentata una interrogazione parlamentare datata 25 maggio, firmata dal Luca Cangemi di Rifondazione e da Nichi Vendola, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia.

Pochi giorni prima, il 13 maggio, Cangemi aveva presentato una interrogazione parlamentare al ministro Berlinguer, affermando che l’università di Messina “da tempo appare condizionata da gravi fenomeni di illegalità”, le “indagini giudiziarie hanno delineato incrostazioni politico-accademico-affaristiche”, “gravissimi fatti di violenza […] hanno scandito la vita dell’ateneo”.

Esisterebbero inoltre soggetti privati pesantemente condizionanti, mentre all’interno del mondo studentesco ci sono gruppi che condizionano pesantemente la vita universitaria con metodi violenti e clientelari; ad avviso dell’interrogante, “segmenti importanti delle organizzazioni mafiose siciliane e calabresi non sembrano estranee alle inquietanti vicende elencate”.

Dopo aver sottolineato che l’atteggiamento del rettore e del vertice accademico è stato di “minimizzazione”, Cangemi chiedeva al ministro quali siano “le sue valutazioni sulla situazione dell’università di Messina” e “quali iniziative intenda prendere”.

Naturalmente, anche le elezioni finiscono secondo copione. I rappresentanti della lista di sinistra sostengono che – al momento dello spoglio – tre scatole contenenti le schede erano aperte e non sigillate, come evidentemente avrebbero dovuto essere. Gli agenti di polizia, dopo un sopralluogo, hanno ritenuto infondate le preoccupazioni di “Movimento studentesco”, mentre il presidente del seggio si è assunto la responsabilità dell’accaduto.

Le contestazioni non sono terminate: sono state denunciate irregolarità nei seggi 5, 10 e 18. Le voci su brogli ed irregolarità varie sono sempre più insistenti. D’altronde, già da anni si parla di stranezze (schede aggiunte, votanti fantasma, studenti iscritti solo per votare) nello svolgimento delle elezioni universitarie messinesi: la novità è che dalle voci di corridoio si è passati ad una denuncia concreta, che ha però trovato la pronta “copertura” (o assunzione di responsabilità, a seconda dei punti di vista) degli organi istituzionali

In conclusione, Asam e Aus conquistano per l’ennesima volta la maggioranza dei seggi e confermano il proprio potere all’interno del Consiglio d’amministrazione e del Senato accademico.

Le presenze mafiose

È indispensabile richiamare la ricostruzione storica fatta in precedenza (nella parte dedicata alla storia della mafia messinese), in particolare l’invasione degli “studenti” della ‘ndrangheta avvenuta alla fine degli anni ’70.

Ciò che accade adesso nell’ateneo messinese è in qualche misura figlio di ciò che accadde in quegli anni. Vediamo di interpretare la serie degli “episodi marginali” analizzando gli elementi mafiosi presenti.

Nei tre esempi che seguono, si interviene per determinare, in vari modi, l’esito degli esami universitari. L’Asam (cioè l’associazione che insieme alla gemella Aus raggruppa molti fuorisede calabresi) si distingue anche per una presenza più articolata. Vediamola subito.

1. L’Asam

Fin qui non abbiamo fatto altro che ricostruire vicende e verificare modelli teorici. A questo punto possiamo definire con buona approssimazione i caratteri fondamentali di una organizzazione di tipo mafioso ed ipotizzare una qualche corrispondenza (che i soggetti competenti potrebbero verificare ed approfondire) tra l’enunciazione teorica e gli elementi empirici raccolti. Si tratta quindi di un approccio sociologico e non giuridico-penale nei confronti di questo fenomeno.

– Uso strumentale della violenza

La lettera-esposto, numero di protocollo 26/92, della professoressa Maria Teresa Calapso, ordinario di Matematica nella facoltà di Economia e commercio, afferma che il 22 febbraio 1992 l’intera commissione di esami di Matematica (Caratozzolo, Leonardi e appunto la Calapso) era stata avvicinata dal dottor Francesco Corso, calabrese ed esponente di punta dell'”Asam”, che si avvicinò con fare minaccioso urlando ai docenti: “questa storia deve finire”.

Accanto a Corso, c’erano una dozzina di personaggi sconosciuti più Ignazio Ferrante, anche lui “dottore” calabrese. Quest’ultimo, assieme a Corso, si qualifica come “rappresentante degli studenti”, nonostante all’epoca non ricopra cariche di questo tipo.

L’intimidazione si conclude con la frase: “L’andamento di questi esami non ci piace affatto”.

Dopo l’episodio, c’è un ulteriore incontro nelle stanze dell’istituto di Matematica: “il colloquio” – racconta la Calapso – “non si è molto discostato dalle sue battute iniziali, e in ogni caso, (lo) ritengo lesivo della mia dignità umana e professionale”.

Nei giorni seguenti, Maria Teresa Calapso viene intervistata più volte. Tra l’altro, dichiara: “Alcuni colleghi, per quello che sono le mie conoscenze, hanno ricevuto ‘pressioni’ ma non hanno ritenuto denunciarle” [Gaz 16 nov 95].

– Acquisizione di posizioni di potere e accumulazione di ricchezza mediante l’illegalità

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, l’associazione Asam (insieme alla “gemella” Aus) ottiene da anni la maggioranza dei seggi destinati agli studenti negli organismi rappresentativi d’ateneo, garantendosi così l’accesso ai fondi riservati alle organizzazioni maggiormente rappresentative.

Si è già detto che sono stati denunciati brogli o comunque irregolarità nelle elezioni. Va aggiunto che uno dei metodi per l’acquisizione del consenso utilizzato dall’Asam è l’organizzazione di feste nelle discoteche del litorale jonico messinese con grandi dispiegamenti di mezzi (pullman, ingressi gratuiti, etc.).

Un altro metodo per catturare il consenso è l'”agenzia di servizi non convenzionali”, cioè il sistema di favori che poi permette carriere lampo a “studenti” che non hanno mai toccato un libro e libretti magici dove i nomi delle materie sostenute compaiono a ritmo frenetico.

La vicenda Calapso ed altre storie analoghe indicano questa chiave di lettura: l’Asam garantisce favori e servizi illeciti ad alcuni studenti, rimuovendo con minacce e intimidazioni ogni ostacolo.

– Repressione politica e sostegno al potere

È l’ultimo elemento: durante il movimento del ’90, l’Asam impedisce l’occupazione della sua facoltà. Ascoltiamo la testimonianza di un esponente della Pantera, raccolta da un settimanale nazionale:

“Avevamo deciso di occupare Economia e commercio. Con un collega siamo saliti in presidenza. Davanti alla porta c’erano tre calabresi del gruppo di Ciccio Corso che presidiavano. Uno di loro ha aperto il cappotto e si è intravista una pistola” [Avvenimenti 25 giugno 97, 26].

Nel dicembre del 1994, viene occupata per qualche giorno la facoltà di Scienze politiche. Alcuni esponenti dell’Asam visitano la facoltà, girano avanti e indietro creando un il clima molto teso. Gli occupanti sapevano bene chi si trovavano davanti.

L’occupazione era stata preceduta, nei mesi antecedenti, da una lunga serie di assemblee studentesche organizzate dai gruppi di sinistra. Durante quella con maggiore partecipazione (un centinaio di persone sedute tra i banchi dell’aula “ex mineralogia”), alcuni membri delle solite associazioni tennero il classico atteggiamento intimidatorio, stazionando intorno alla cattedra dove erano seduti gli organizzatori ed alternando interruzioni e interventi provocatori.

 

2. Gli esami comprati e venduti

Nel gennaio del 1997 la Procura apre l’inchiesta denominata “Aula Magna”, procedendo all’arresto di alcuni docenti, poi rimessi in libertà. Già in passato varie denunce pubbliche avevano affermato che nell’ateneo messinese la compravendita di esami, specie nella facoltà di Economia e commercio, era prassi frequente.

Le indagini si basano su alcune intercettazioni telefoniche che vedono, da un lato, studenti desiderosi di “acquistare” una materia e dall’altro un mediatore che gestisce il “mercato”. Il mediatore in questione lo abbiamo già incontrato: si tratta un imprenditore edile – secondo la magistratura – legato al clan di Mangialupi.

 

3. Santo Sfameni e la gambizzazione Pernice

Si è già detto della gambizzazione del 1990 subita dal professor Pernice. Il processo che ne è scaturito non è riuscito ad individuare il mandante, limitandosi a definire il movente e l’organizzatore dell’attentato.

Questi due elementi sono comunque sufficienti per evidenziare un’altra presenza mafiosa nell’ateneo.

Infatti, fu Santo Sfameni ad organizzare la gambizzazione: ed il movente era comunque una bocciatura nel corso di un esame universitario tenuto da Pernice, il che conferma per l’ennesima volta l’uso della violenza e l’intervento mafioso nella determinazione di quello che altrove è un normalissimo atto universitario.

Inizialmente, la Procura di Reggio Calabria indicava come mandante il giudice Giuseppe Recupero, che avrebbe voluto punire Pernice per la bocciatura di una sua parente. Recupero è stato assolto, e nel corso del processo è emersa una pista alternativa.

Il pentito Rosario Rizzo ha affermato che il mandante era un certo “Mellina” analista di Villafranca. Secondo Recupero si tratterebbe di Antonino Merlino, bocciato due volte da Pernice.

La Procura di Reggio non è d’accordo, ma ciò che adesso ci interessa è la motivazione del decreto di archiviazione:

“Il dott. Merlino ha avuto una vita universitaria ‘in discesa’, conseguendo la laurea in appena due anni, in ciò agevolato dalle ‘entrature’ dei suoi congiunti”.

Entrature universitarie presumibilmente da addebitare a Santo Sfameni.

Secondo quanto riferito al processo dal Comandante dei Vigili Urbani di Villafranca (Famà), Sfameni avrebbe raccomandato il Merlino dopo che questi “aveva provato l’esame tre volte fallendolo senza che gli ritirassero lo statino”.

“Il Merlino ha poi messo uno studio di analisi in un immobile di Sfameni” ha aggiunto il Famà, confermando tra l’altro di aver fatto una relazione ai Carabinieri di Reggio Calabria sulle ambigue frequentazioni del fratello Giuseppe Merlino con l’allora braccio destro di Luigi Sparacio Giovanni Vitale, oggi collaboratore di giustizia.

 

Durante l’inchiesta, lo stesso Pernice (massone della “Giordano Bruno”) finisce sul banco degli imputati:

“[…] Va detto che il gup Iside Russo con la stessa ordinanza, ha anche rinviato a giudizio […] lo stesso prof. Pernice e Caterina Magazzù (quest’ultima, per l’accusa, sarebbe la studentessa che, per le ripetute bocciature ad opera del prof. Pernice, diventò causa scatenante del ferimento del docente universitario) per il reato di false dichiarazioni rese al pubblico ministero” [Gaz 10 novembre 94, 8].

Si tratta dell’ennesima anomalia. Non è raro vedere curiosi comportamenti da parte di docenti, anche quelli vittime delle violenze. E’ diffusa tra gli studenti l’idea che ‘mettersi contro’ le anomalie dell’ateneo comporti in qualche misura un rischio per la propria incolumità.

Possiamo individuare tre ordini di motivi per la mancata reazione antimafiosa nell’ateneo messinese:

1. alcuni comportamenti sono spiegabili con la paura derivante dal potere intimidatorio delle presenze mafiose: la spaventosa serie degli “episodi marginali” ha prodotto la consapevolezza della presenza di soggetti pronti ad usare la violenza in qualunque momento;

2. altri possono essere interpretati con la sfiducia, a causa dell’impunità di cui minacciatori e violenti hanno goduto: anche quando i responsabili sono stati denunciati pubblicamente, non hanno poi subito alcuna conseguenza in sede penale. Talvolta hanno goduto di importanti coperture: non può che derivarne una sorta di rassegnazione;

3. altri ancora possono essere spiegati con eventuali comunanze di interessi con i soggetti mafiosi.

 

Il 15 gennaio 1998, con due colpi di fucile veniva ucciso Matteo Bottari, genero dell’ex rettore d’Alcontres e docente alla facoltà di Medicina. Con l’eccezione dell’omicidio d’Uva, mai a Messina si era mirato così “in alto”. Si è raggiunto in questo modo un punto di non ritorno, si è avuto un mutamento ed un imbarbarimento la cui portata sarà comprensibile solo tra qualche tempo. E, per la prima volta, l’epicentro di tutto questo non è Giostra o il quartiere Cep, ma l’Università degli studi.

 

Mafia messinese. Conclusioni e problemi aperti

La mafia dai tre volti

La mafia messinese è autonoma o dipendente? Dai dati fin qui raccolti si possono tentare le seguenti conclusioni.

1. La criminalità del capoluogo appare nettamente dipendente dalle altre organizzazioni delle aree circostanti, ed è ovvio che sia così, trattandosi di una mafia molto più recente rispetto alle altre. I legami con le altre mafie sono stati ricostruiti con sufficiente precisione, ed appare chiara la dipendenza specie per quanto riguarda la fornitura di stupefacenti ed armi.

E’ anche vero che un clan ritenuto minore come quello di Mangialupi ad un certo punto può permettersi di far saltare il supermarket dei Costanzo e di contrattare il pizzo con clan Santapaola. Questa può essere una eccezione derivata da circostanze particolari oppure un esempio significativo, tale da indurre ad evitare la sottovalutazione della criminalità messinese.

Anche se non ci sono difficoltà ad ammettere un minore spessore della mafia messinese rispetto a quella palermitana, reggina o catanese, questo non deve comportare una sottovalutazione o una riduzione a semplice criminalità urbana.

Gli esempi di omertà di massa o di solidarietà coi mafiosi che sono stati fatti, le collusioni nei settori delle classi dirigenti, la minimizzazione sistematica del problema, il controllo del territorio, l’imposizione del silenzio tramite l’intimidazione ad intere comunità sono elementi tipici di una realtà di mafia.

Ed inoltre, dal punto di vista della vittima della violenza mafiosa, dall’ottica di chi la mafia in un modo o nell’altro la subisce, è del tutto indifferente se il suo carnefice sia di “spessore minore” rispetto al palermitano o se non sia autonomo.

2. La situazione dell’area del barcellonese e dei Nebrodi è molto più chiara e presenta dei contorni definiti: abbiamo una criminalità che non ha solo legami, come quella del capoluogo, ma è interrelata e tratta da pari a pari con i clan catanesi o palermitani, curando le latitanze dei boss, gestendo insieme il sistema degli appalti, dei sub-appalti e delle “guardianìe” e la raffinazione e lo spaccio degli stupefacenti.

Anche questa situazione, tuttavia, va vista in maniera dinamica e non statica: ad un certo punto, in una delle tante guerre di mafia che insanguinano il barcellonese, l’emergente Chiofalo decide di dichiarare guerra ai vecchi boss, che erano un tutt’uno con Santapaola. Chiofalo lo sa benissimo, e tanto per esser chiaro la sua dichiarazione di guerra è un attentato al cantiere Graci, notoriamente protetto dai clan catanesi.

Tornando alla mafia messinese, è certo che ulteriori approfondimenti dovranno chiarire quale dei tre modelli che seguiranno è quello prevalente. Dalla ricerca condotta finora, infatti, emerge una mafia dai tre volti.

1. Il clan di basso profilo, dedito ad attività di tipo parassitario (estorsioni, rapine, al massimo gestione di qualche bisca) ed allo spaccio di sostanze stupefacenti solitamente importate dalla Calabria.

Va subito chiarito che questa tipologia non è comunque da sottovalutare, perché generalmente si caratterizza anche per un ferreo controllo sul suo territorio di competenza. In quest’area viene esercitato un vero e proprio “servizio di vigilanza” ed una esazione a tappeto degli esercizi commerciali e delle imprese.

Agli abitanti di queste zone viene imposta la legge dell’omertà, che di frequente si trasforma in vero e proprio consenso.

Non di rado il clan stabilisce un patto di scambio con uno o più esponenti politici, occasionale o duraturo.

2. Un clan di alto profilo, il cui esempio tipico è il la cosca Sparacio. Qui le attività parassitarie (estorsioni, usura) sono semplicemente il primo passo verso l’acquisizione di attività economiche.

Sparacio inizia la propria carriera come rapinatore in una gang di Giostra e la termina, con l’arresto e la successiva collaborazione coi magistrati, con un patrimonio miliardario, ottenuto anche con l’utilizzo di sofisticati strumenti finanziari, l’ottimizzazione delle pratiche criminali in funzione del massimo profitto, una sapiente politica di alleanze con le altre mafie che lo porta ad essere il più importante trafficante di droga messinese.

Sparacio fa le estorsioni ma gestisce, direttamente o indirettamente, una serie di imprese. Si preoccupa di imbastire attorno a sé una rete di protezioni istituzionali che ne possa garantire l’impunità. Acquista dei negozi nel centro della città, entrando simbolicamente e materialmente nei ‘salotti buoni’ di Messina. E’ il tipico mafioso che aspira a diventare borghese.

3. La terza tipologia è solo ipotetica, a causa della scarsità di documenti. Le indagini su questo livello della mafia messinese sono state solo abbozzate, e le ipotesi che si possono fare derivano principalmente dall’indagine “Arzente isola” sul traffico di armi.

E qui si cambia registro. Appare una criminalità di altissimo livello. I personaggi, tutti riconducibili all’area messinese, si occupano di riciclaggio internazionale dei proventi del crimine e trafficano in armi con regimi di vari Paesi.

Sono tutti in qualche modo collegati – e non certo in posizione subalterna – col clan Santapaola. Fanno affari, di preferenza illegali o al limite della legalità, in tutto il mondo. Ma non disdegnano di tornare ad attivarsi nella loro città, come Filippo Battaglia che tenta la scalata alla squadra di calcio del Messina.

Le loro vicende ricordano – con analogie impressionanti – quelle di un altro messinese famoso: Michele Sindona. Anche lui collegato col gotha della mafia, anche lui impegnato a fare affari di livello internazionale e di preferenza illegali. E pure lui non disdegnava di fare affari nella sua città, che era la sede della Banca di Messina, il punto di riferimento del suo sistema finanziario.

A questo punto la domanda non è più soltanto: qual è il volto della mafia messinese ? A questo punto la domanda è ben più complessa, e non può essere certo una semplice tesi a dare una risposta definitiva.

Perché adesso viene da chiedersi: ma questa, che città è ?

 

Tutto è mafia?

Altro dubbio possibile: se tutto è mafia niente è mafia. Verissimo. Teorizzare la mafia come sistema può portare ad una generalizzazione, ad un senso di impotenza, ad una visione per cui sembra non ci siano vie d’uscita.

Ma davvero da queste pagine, da tutte queste pagine, appare che tutto è mafia ? Abbiamo parlato di Archi, a Reggio, e del Cep a Messina. La vitalità dei ragazzi intervistati, di alcuni dei ragazzi, è impressionante.

Per il semplice motivo che determina un corto circuito nel sistema delle aspettative. Ma non devono essere i regni dei De Stefano e di Iano Ferrara le roccaforti della mafia, i luoghi dove tutto è mafia ? Ed al contrario, la magistratura o l’università non devono essere i luoghi dell’assenza di mafia ?

Che peccato che non sia così. Le aspettative entrano in crisi. Ogni settore sociale accusa l’altro di essere la mafia. Il ragazzo di Camaro afferma che la mafia è lo Stato (la politica) e la ditta (l’imprenditoria) e chi la prende nel culo – scusando la frase – è sempre la gente povera, perché i personaggi dello Stato sono tutelati.

Dalla parte opposta si afferma l’esatto contrario, che la mafia è nei quartieri a rischio (di mafia), che lì bisogna intervenire, e che se c’è il politico colluso o l’imprenditore complice o il magistrato corrotto di mele marce si tratta, nulla di più.

Definire la mafia come sistema non significa mettere tutto in un unico calderone dove tutti sono mafiosi. Significa semplicemente individuare quali elementi, all’interno di ciascun settore sociale, entrano in relazione tra loro fino a configurare un sistema (cioè un insieme di elementi interdipendenti tra loro). Un sistema che è all’interno della società e non coincide con la società stessa. Un sistema che in determinate condizioni ed in determinate realtà può diventare egemone nella società.

 

Ed il caso di Palermo, la Palermo di Lima e Ciancimino, parla da sé. E la situazione di Catania, la Catania dei cavalieri e di Pippo Fava assassinato, non ha bisogno di molte parole. E se ancora Messina, Messina e la sua provincia, non sono considerate zone di mafia a tutti gli effetti, questo può essere spiegato nel modo seguente:

1. Palermo e Catania sono state definite come città mafiose, con sistemi mafiosi, solo dopo una rottura del sistema di potere che le ha dominate a lungo. Tale rottura, a Messina, è rimasta in fase embrionale. Solo alcuni soggetti, in condizioni di isolamento, hanno provato ad operare tali rotture. Dopo le stragi del 1992, il movimento antimafia catanese e palermitano ha raggiunto dimensioni di massa. Nulla del genere si è visto a Messina. L’unico elemento positivo è il numero delle associazioni antiracket, che vede in questo senso un primato della provincia di Messina.

2. La definizione di Catania e Palermo come sistemi mafiosi è avvenuta a posteriori: solo dopo una serie di processi contro mafiosi, imprenditori e politici si è affermata la convinzione della onnipresenza della mafia in queste realtà. Una presenza che precedentemente era stata negata o minimizzata con violenza e arroganza.

E in tanti ci hanno rimesso la vita, solo per aver detto ciò che qualche anno più tardi sarebbe diventato senso comune. Ci vorrà tempo anche per Messina, per la città e per la sua provincia. Ce ne vorrà di tempo.

E questo lavoro è tutto fuorché un punto d’arrivo. Intanto perché si tratta di uno dei primissimi lavori di ricerca su tale argomento. Poi perché è costruito e pensato come una tappa di un possibile percorso, in cui le ipotesi fatte dovranno essere sottoposte a verifiche sempre più precise (anche con l’auspicabile accesso a dati e documenti al momento non disponibili).

Per uscirne

Mario vive al Cep ed è il tredicesimo di quattordici figli, cresciuti in condizioni di disagio e povertà (io non sono cresciuto nelle zone belle della città di Messina). Rifiuta il modello mafioso e si sente una persona libera. Rosario, che è disoccupato e abita a Camaro, dice che è meglio essere poveri e onesti piuttosto che ricchi e disonesti.

Rosalba, che abita ad Archi, che è stato un mattatoio più che un quartiere, dice che vuole restare. Che può darsi che quello che abita ad Archi è meglio di quello che abita al centro. Che lei cerca di incontrarsi e di partecipare. Che anche ad Archi si può fare qualcosa.

E se la risposta alla mafia messinese fosse nell'”inferno”? Se coniugando interessi e problemi reali (l’antiracket dei commercianti, la richiesta di servizi e lavoro delle periferie) con i valori dell’antimafia ed anche con il bisogno di “beni immateriali” (l’ora e mezza di serenità, di cui parla Rosalba; l’esigenza di non essere ognuno un corpo a sé stante, di cui parla Peppe) si riesca davvero ad invertire la tendenza?

Nella parte storica si narra la vicenda drammatica violenta e coraggiosa del movimento contadino siciliano, che partendo da queste premesse, riuscì a lungo a mettere in discussione gli equilibri ed i rapporti di sfruttamento di cui la mafia era strumento e garante.

Si tratta di una semplice indicazione. Ma se si ripartisse da qui? “Senza quest’intreccio tra affermazione del diritto e costruzione della giustizia sociale non si incide sulle cause dell’azione criminale” [Luigi Ciotti, in Autori Vari 1995, 19].

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Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.