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Lo chiamavano ‘sviluppo’: il complicato rapporto di Gela con l’Eni

gela

Anni ’50: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici: ‘la Sicilia come il Texas’. Gela diventa una delle capitali italiane della petrolchimica. Mezzo secolo dopo il sogno è finito: malformazioni, malattie da industrializzazione, risorse idriche devastate e sottratte ai territori, criminalità  organizzata.

Scritto da Pietro Saitta

Abstract

Anni cinquanta, Gela: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici. “La Sicilia come il Texas”, è quello che  molti pensano. Mezzo secolo dopo il conto del sogno è servito: malformazioni, malattie da industrializzazione, risorse idriche devastate e sottratte ai territori, criminalità organizzata. Gela è una delle capitali italiane della petrolchimica: inizia da qui la resistenza ai padroni dell’oro nero. Il risanamento e l’impatto socioeconomico dell’industria petrolchimica.

 

  1. Gela

 

“Il rappresentante della General Electric guardava il panorama dal finestrino dell’automobile. Era stupito dalla bellezza della campagna, quella che si incontra venendo da Catania…Finalmente arrivammo in quel punto della strada dove, all’improvviso, si vedono i camini della raffineria e la città che si estende a perdita d’occhio…Ad un tratto, il manager americano mi chiese se era vero che le forze alleate fossero sbarcate a Gela quando ci fu la liberazione dell’isola. Risposi di sì, che ricordava bene. ‘Ah’, disse, ‘quelle sono dunque le case rimaste in piedi dopo il bombardamento?’. Fu allora che capii… È così che chi viene da fuori vede Gela: come una città bombardata…”.

 

Credo che nel racconto di questo testimone, un imprenditore locale che siede al vertice di una impresa metalmeccanica di medie dimensione oltre che della sezione gelese di Confindustria, vi siano tutti i principali elementi necessari ad introdurre, anche cronologicamente, il nostro studio di caso. La campagna innanzitutto, la raffineria poi, lo spontaneismo edilizio successivamente, una estetica urbana “apocalittica” infine.

 

Ciascuno di questi elementi può essere inteso come una vicenda a sé, meritevole di approfondimenti e ricostruzioni storiche e antropologiche. Tuttavia, per quanto si possa guardare ad ognuno di questi elementi come storie e settori particolari, sarebbe meglio osservare l’intreccio di queste dimensioni in una prospettiva sistemica. Sarebbe cioè opportuno osservare come ciascun tassello di queste isolate storie economiche, sociali e politiche prepari il campo per le svolte complessive successive (delle “cesure” vere e proprie, talvolta; delle semplici “innovazioni” caratterizzate da sostanziale continuità, più spesso).

 

A ridosso di queste macro-storie, si addossano, com’è ovvio, tante altre piccole storie, di matrice tanto individuale quanto collettiva (propria di specifiche categorie e sottogruppi presenti nell’area) a cui è però devoluto l’onere quotidiano del mutamento e delle trasformazioni. Trasformazioni tuttavia che, con la chiara eccezione della svolta industriale e del conseguente passaggio da forme economiche di tipo rurale ad una economia mista (industria, terziario, edilizia, agricoltura), non hanno quasi mai caratteri radicali.

 

In altri termini, dopo lo sconvolgimento iniziale, risalente ai primissimi anni sessanta (quelli in cui si insedia lo stabilimento petrolchimico dell’Anic Gela S.p.A, una società dell’Eni), il territorio gelese non va incontro ad ulteriori shock e ogni mutamento assume sembianze per lo più “minime”, incanalate cioè nella quotidianità e nelle routine amministrative. [1]

 

In questi anni così “ordinari” non mancheranno momenti topici, come per esempio la guerra di mafia degli anni ottanta e novanta, l’assalto al municipio contro le politiche anti-abusivismo del 1983 o la grande manifestazione di piazza e popolo del 2002 “a favore del pet-coke”. Tuttavia questi sono da considerarsi momenti eccezionali, che costituiscono l’apice di fermenti  dal carattere sporadico, per quanto profondamente connaturati alla sistemica della vita quotidiana (se non altro perché la mafia è una presenza radicata e profondamente intrecciata con l’economia locale, l’abusivismo è collegato all’abitare e la rivolta per il pet-coke è connessa ai salari e all’esistenza).

 

Ma a tempo debito vi sarà spazio per approfondire ciascuno di questi argomenti. Quello che ora preme sottolineare è che la vicenda di Gela non si esaurisce nella dimensione locale e nel suo essere, per l’appunto, un semplice studio di caso.

 

Questa cittadina affacciata sul Mediterraneo, infatti, incarna a suo modo questioni più ampie, legate ai temi dello sviluppo e della dipendenza. La sua è una storia locale  molto meno particolare e minuscola di quanto possa apparire. Al suo interno confluiscono modalità di relazione e potere che hanno caratteri generali e a loro modo universali e che sono in sostanza connessi alla relazione tra grande capitale[2] e territori periferici.

 

Parlare di Gela significa infatti discutere della relazione tra centro e periferia, degli esiti dell’industrializzazione diretta centralmente, del sottosviluppo (o dell’“industrializzazione senza sviluppo”),[3] delle relazioni “coloniali” (un’espressione forte, secondo chi scrive decisamente calzante, ma riproposta frequentemente dagli attori sociali),[4] del ricatto occupazionale, dell’incertezza, del rischio sanitario e della resistenza che essa genera in ristretti gruppi, della passività delle masse e dell’illegalità come risorsa.

 

In fondo, non deve essere un caso se una città di poco più di 77.000 persone sia riuscita nel corso del tempo ad inspirare una ingente massa di libri, [5] studi e repertori vari di impronta direttamente o vagamente sociologica. Che si veda o meno il nesso intercorrente tra il particolare e il generale, quello di Gela è uno di quei casi emblematici che diventano sintomo e simbolo di una crisi connessa in ultima analisi al capitale e ai suoi effetti sulle persone e i territori.

 

  1. Metodologia e obiettivi

 

La ricerca qui presentata, dedicata all’impatto sociale dell’industria petrolchimica operante nel territorio Gela, è  di tipo qualitativo. Lo studio si è avvalso di 51 interviste semistrutturate rivolte a testimoni locali così divisi:

 

–            soggetti istituzionali (politici in carica);

–            membri dell’universo associazionistico (ambiente e salute);

–            imprenditori (settori manifatturiero, edile, agricolo);

–            testimoni “privilegiati” (soggetti che per la posizione ricoperta al momento in passato sono in grado di fornire una visione dettagliata di fasi storiche importanti);

–            lavoratori del settore industriale (operai dello stabilimento e dell’indotto);

–            cittadini (uomini e donne selezionati in ragione del quartiere d’appartenenza).[6]

 

In aggiunta alle interviste in profondità, è stato realizzato un focus group che ha coinvolto 9 operai in pensione appartenenti al reparto Clorosoda, uno dei più pericolosi tra quelli presenti all’interno dello stabilimento petrolchimico (chiuso nel 1994).

 

Il focus group in questione ha scarsa rappresentatività dacché,  per quanto numerosi siano i partecipanti, è arduo attribuire una qualsivoglia validità a un singolo incontro (Morgan 1988; Krueger 1994; Liamputtong e Ezzy 2005)  e anche perché il gruppo era estremamente selezionato, composto com’era da un’unica categoria di lavoratori, per giunta riuniti in un’associazione impegnata a rivendicare un risarcimento per le condizioni di lavoro intrattenute per circa un ventennio nel reparto in questione. Il focus group, tuttavia, serviva a raccogliere quanti più dettagli possibili sulle modalità di lavoro all’interno di reparti critici dell’impianto petrolchimico e anche sul fenomeno del “pendolarismo” lavorativo (in ragione della relazione tra esposizione prolungata a fattori patogenici e l’insorgenza di malattie professionali). L’incontro è stato peraltro l’occasione per un interessante processo di ricerca-azione, dacché ad esso ha presenziato nella veste di ascoltatore un esperto medico legale, che ha avuto modo di consigliare il gruppo sulla plausibilità delle singole azioni giuridiche individuali.

 

Inoltre mi sono avvalso di un certo numero di conversazioni informali tenute con differenti tipologie di soggetti in situazioni variegate legate alla vita quotidiana e ho avuto altresì modo di frequentare la mensa dello stabilimento Eni per un periodo di circa due settimane, intrattenendo sporadicamente delle conversazioni con gli operai e ascoltando discorsi relativi, oltre che a famiglia, calcio e ad automobili, alle condizioni di lavoro e di sicurezza all’interno della fabbrica. Le conversazioni informali e gli stralci utili di discorso estorti nel corso dei miei pranzi allo stabilimento sono stati riportati in un diario etnografico che ho puntualmente aggiornato per tutto il corso della ricerca.

 

In particolare, il nostro studio qualitativo si proponeva di indagare e rinvenire:

 

  1. orientamenti ed idee relativi ai piani di risanamento, e più in generale, alla rigenerazione dell’area di Gela a partire dai bisogni e dalle aspirazioni dei cittadini (collezione di punti di vista e analisi “dal basso”);
  2. le vocazioni territoriali e i possibili agenti di trasformazione  (quali forze economiche e sociali sono attive in città e quale impatto hanno sulla vita della città);
  3. rappresentazioni e percezioni legate al rischio ambientale (salienza e riconoscimento del rischio da parte degli attori sociali);
  4. percezioni in merito ai servizi sanitari pubblici (facilità di accesso; corrispondenza ai bisogni diffusi tra la cittadinanza; suggerimenti in merito al loro potenziamento e alla loro riorganizzazione);
  5. le relazioni fiduciarie “orizzontali” e “verticali” (ovvero la fiducia esistente tra attori istituzionali e  quella serbata dai cittadini nei confronti delle istituzioni);
  6. le visioni relative allo sviluppo presenti nel tessuto sociale (“continuità” o “innovazione” del modello economico fondato sull’industria petrolchimica);
  7. il mutamento della cultura operaia e le relazioni interne alla fabbrica (solidarietà e coesione).

 

La ricerca non mirava evidentemente a ottenere risultati muniti di rappresentatività in senso statistico; piuttosto intendeva fornire indicazioni relative alle principali problematiche sopra menzionate e alle prospettive degli attori sociali nell’area indagata.

 

Entrando nel dettaglio, occorre specificare che l’orientamento espresso nel piano consiste nel superare la distinzione tra testimoni “privilegiati” e “non privilegiati”. Si ritiene infatti che, in linea di principio, tutti gli attori locali possiedano un punto di vista “privilegiato”, essendo essi in grado di fornire rappresentazioni e punti di vista differenziati ma egualmente titolati, in ragione della conoscenza dell’ambiente e delle sue problematiche e in quanto depositari e produttori di “retoriche comuni” relative ai luoghi.

 

Per tale ragione, si è ritenuto necessario includere nello studio alcuni cittadini comuni, impiegati nel petrolchimico o semplicemente residenti nell’area considerata. L’adozione di questa visione “egualitaria” ha portato a considerare meritevoli di attenzione tanto i soggetti istituzionali quanto i “semplici cittadini” e, sul piano metodologico, ha implicato la scelta di adottare una traccia di intervista dalla struttura comune per tutti i casi selezionati, ma ciò nonostante flessibile.

 

La traccia di intervista è stata applicata in modo ragionato, dedicando a seconda degli interlocutori uno spazio più o meno ampio alle varie tematiche ma restando pronti a cogliere gli spunti inattesi che sono emersi dalle conversazioni e a sfruttare le conoscenze acquisite nel corso dell’indagine per innovare la griglia e meglio adattarla ai diversi attori e alle circostanze.

 

I soggetti contattati sono stati originariamente reclutati sulla base di un criterio di “pertinenza” (nel caso dei soggetti istituzionali, delle associazioni ambientaliste, sanitarie e di imprenditori) e, successivamente, con metodo “reputazionale” (chiedendo a ciascun testimone di indagare altri soggetti che a loro giudizio meritassero di essere ascoltati in ragione del ruolo o dei risultati ottenuti nel corso della loro carriera) (Warner 1963; Hunter 1963; Stone 1988).

 

I risultati, che si prestano ad ovvie critiche in ragione del rischio di autoselezione (King, Keohane e Verba 1994; Liamputtong e Ezzy 2005), non sembrano però eccessivamente condizionati dai limiti connaturati al metodo. Molti dei soggetti contattati con questo criterio, infatti, esprimevano spesso posizioni radicalmente opposte a quelle degli individui che ne avevano consigliato l’ascolto ed erano, in certi casi, in rapporti di semi-ostilità con essi.

 

Un ruolo fondamentale, inoltre, è stato giocato da un “intermediario/garante”[7] la cui credibilità e influenza sul territorio si è rivelato un prezioso passpartout  per avere rapidamente accesso a testimoni, rendendo possibile ad una sola persona l’ardua impresa di contattare un numero tutto sommato elevato di testimoni in poco meno di un mese di lavoro.[8]

Vale inoltre la pena di sottolineare che la prospettiva analitica che ho prescelto è per così dire sistemica. Essa pone infatti al centro della riflessione il capitale e la sua capacità trasformativa, ma, come si sarà compreso, non prescinde per questo motivo dal ruolo degli altri attori sociali coinvolti nel processo di mutamento.

 

L’enfasi sul capitale non trova la propria ragione d’essere in una avversione aprioristica, ma nel riconoscimento della profonda asimmetria che caratterizza le relazioni presenti in campo.

 

Nel descrivere un dinamica essenzialmente di potere come quella discussa qui, non è possibile fare a meno di definire chiaramente i ruoli degli attori. E la centralità assunta dal capitale nella descrizione corrisponde esattamente alla vastità di investimenti, risorse economiche e influenza che l’“impresa di stato” ha messo in campo per trasformare questo territorio e trasformarlo in una “capitale della petrolchimica”.[9]

 

Ciò, come si diceva, non significa però trascurare il ruolo di coloro che gravitano nell’area di azione del colosso industriale, ovvero di quel operatore che marca il campo e incorpora in sé, in ragione della propria evidente e naturale centralità, tutti i processi attivi e reattivi degli attori presenti nel campo.

 

A partire da questa concezione “disposizionale”, è possibile definire lo spazio dell’azione (il “campo”) come quel luogo creato dagli attori attraverso le loro relazioni; e in particolare attraverso azioni miranti costantemente ad affermare e contrastare le posizioni di dominio e subalternità, di avanguardia e retroguardia (Bourdieu 1994).

 

E ad iniziare da questo primo inquadramento, possiamo immaginare lo spazio anche come un movimento centrifugo, prodotto da soggetti marginali interessati a riappropriasi di aree sottoposte all’egemonia di un potere che essi avvertono come alieno (Lefebvre 1991). Infine possiamo definire l’ insieme di relazioni conflittuali sin qui ipotizzate e il gioco alla reciproca neutralizzazione che ne consegue, come delle pratiche di resistenza, volte a riequilibrare i differenziali di potere in campo (Scott 1990).

 

Fuori da formule astratte, la breve cornice teorica qui presentata serve a introdurre i principali argomenti del presente rapporto, incentrato per buona parte sul risentimento di alcuni attori sociali (marginali e vittimali, isolati o appartenenti ad associazioni) e sulle loro aspirazioni a ricevere delle forme di risarcimento per i danni subiti, sugli scenari economici alternativi o complementari allo stabilimento e, infine, sulla “chimera delle bonifiche” (come recita il titolo di un pessimistico rapporto di Legambiente).[10]

 

L’idea di fondo, in altri termini, è che la storia contemporanea dello stabilimento debba essere letta nella sua relazione con le forme di opposizione e resistenza sorte nel territorio nei primi anni novanta, oltre che con il mutamento del quadro legislativo nazionale in materia di difesa ambientale.

 

Del resto, queste stesse legislazioni vanno intese come il frutto di molteplici lotte decentrate sostenute da differenti oppositori impegnati ad agire dal basso o da dentro le istituzioni, oltre che come un passo obbligato da parte del legislatore in ragione degli alti costi sociali e sanitari derivanti dall’inquinamento industriale. Riconoscere dunque il diritto di voce a tali oppositori non è tanto un tributo dovuto nei confronti di chi esercita la cittadinanza attivamente quanto una necessità metodologica, considerato il peso che molti di questi soggetti hanno avuto nel sottolineare la gravità della situazione ambientale gelese, le sentenze giudiziarie che hanno contribuito a produrre e la progettualità che si cela dietro alcune proposte.

 

Questo non significa evidentemente che questi attori abbiano sempre ragione o che i loro punti di vista si basino sempre su fatti inoppugnabili. Al contrario, molte delle loro pretese e supposizioni in materia di ambiente e salute si fondano su presupposti fallaci o indimostrabili. La chiara debolezza di alcune argomentazioni, tuttavia, nulla leva all’importanza delle questioni che esse racchiudono.

 

Questioni riassumibili nelle formule del diritto alla salute, ad una informazione accurata, a risarcimenti personali e collettivi che assumano le forme di somme, pensioni, strutture sanitarie e altro ancora. Ma anche questioni più generali, legate alla preponderanza del dubbio in territori così fortemente caratterizzati dalla presenza industriale, alla disperazione che lo sviluppo può generare quando intacca o dà l’impressione di intaccare la salute, alle divisioni che l’industria crea in seno alle comunità. E anche alla possibilità di cambiare le economie locali, di renderle ecosostenibili o, quantomeno, non dirompenti in termini di salute pubblica.

 

Gela non è forse un caso speciale, ma è senz’altro uno spazio fisico e morale che permette di vedere da vicino molte di queste fondamentali dinamiche della modernità. Dinamiche all’interno delle quali confluiscono temi propri della sociologia dei movimenti, dell’ambiente e dell’economia. In questo senso, interrogarsi su questo territorio è un modo per semplificare la riflessione e interrogarsi su questioni ampie a partire da un caso minuto e particolare.

 

Nel presente documento sono discussi in maniera sintetica i risultati dello studio relativi ai punti sopra elencati. Per una discussione più completa si rimanda dunque alla versione estesa del Rapporto.

 

  1. Ambiente: fatti e percezioni

 

Nell’introdurre la nostra analisi sulle percezioni dell’ambiente da parte degli attori sociali, potrà risultare opportuno discutere brevemente le caratteristiche attuali dello stabilimento Enichem di Gela.

 

Il locale petrolchimico è un complesso di grandi dimensioni che ospita varie società, tra cui Raffineria di Gela, Polimeri Europa, Syndial, Enichem, Agip Petroli, ecc.

 

Nel sito vi sono due impianti di distillazione atmosferica, un impianto di distillazione sottovuoto, un Gofiner, due Coking, un impianto per il cracking catalitico, uno di alchilazione e un Claus per il recupero dello zolfo. L’Agip Petroli ha una capacità di raffinazione di circa 6 milioni di tonnellate di greggio e produce benzine, gasolio, gpl e petcoke.

 

La raffineria è alimentata da una centrale termoelettrica da 262MW che brucia diversi combustibili (olio combustibile Atz , Tar e Btz, metano algerino, etc.) tra cui, caso unico in Italia il coke da petrolio, meglio noto come pet-coke, una sostanza di scarto del processo di cracking.

 

I fumi emessi sono trattati con il cosiddetto processo SNOx, che dovrebbe rimuovere polveri, ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx).

 

Le acque vengono trattate in un impianto di depurazione Tas/Cte. Un impianto biologico garantisce il trattamento delle acque di scarico oleose di raffineria e dei reflui urbani di Gela. Il complesso industriale utilizza 20 milioni di metri cubi d’acqua potabile provenienti da un dissalatore, costruito con il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno e gestito dall’Agip, mentre per gli abitanti ne rimangono solo 9 milioni.

 

L’impianto eroga una serie di servizi comuni, come vapore ed energia elettrica, dissalazione dell’acqua di mare, distribuzione di fluidi, ecc. Le sostanze chimiche trattate ed emesse dalle industrie di Gela includono biossido di zolfo, ossido di azoto e polveri legate ad attività di raffinazione, oltre ad ammoniaca, fluoro, acido fosforico, dicloroetano e cianuri .[11]

 

Per quanto sia esplicativo della complessità dello stabilimento, questo mero elenco tecnico non dice in sé nulla relativamente ai livelli di inquinamento rilevati. A tal proposito, ricorderò al lettore che nel corso degli anni sono state avviate diverse indagini giudiziarie, conclusesi spesso con sentenze di colpevolezza ai danni di alti funzionari dello stabilimento.

 

Una delle indagini più impressionanti è probabilmente quella del 2003, che ha portato al sequestro di novanta serbatoi, le cui perdite avrebbero cagionato gravi infiltrazioni nelle falde acquifere. Senza eccedere in tecnicismi, si può notare che “i dati disponibili evidenziano che lo stabilimento è fonte causale di impatto sulla qualità dell’aria con riferimento particolare alle rilevanti emissioni annue di biossido di zolfo, ossidi di azoto e particolato” (DPR n. 915, 22). Con riferimento all’inquinamento dell’acqua, si è invece accertato che per lungo tempo il 56% dei reflui del polo industriale hanno avuto “come corpo ricettore direttamente il mare, mentre il rimanente è stato quasi esclusivamente scaricato nel fiume Gela in zona foce” (DPR n. 915, 23).[12]

 

Tuttavia, in questa fase non è tanto utile insistere su quanto lo stabilimento abbia inquinato nel corso degli anni, quanto riflettere sul genere di interrogativi e tensioni che alcuni elementi precedentemente riportati nella breve lista tecnica hanno sollevato. In breve, queste tensioni riguardano l’impiego delle risorse idriche, l’uso del pet-coke come combustibile per l’impianto e l’efficacia della tecnologia SNOx.

 

L’adeguatezza delle nuove tecnologie  è al momento una questione per specialisti. Il sistema di abbattimento dei fumi, considerato dai più un fatto positivo nella lotta all’inquinamento, è infatti ampiamente criticato dagli ambientalisti per la dubbia efficacia. Ma la tematica è al momento troppo tecnica per diffondersi tra la popolazione e viene posta in una stagione di distensione nella relazione tra industria e società, in cui tutti apprezzano gli sforzi finanziari intrapresi dalla raffineria per mitigare il suo impatto ambientale. Le alte questioni, invece, coinvolgono la cittadinanza nella sua interezza per i riflessi che hanno avuto sulla vita quotidiana della comunità.

 

 

  1. La questione idrica

 

Iniziamo dunque dalla questione idrica, che si pone per prima nella storia delle relazioni tra città e industria e che incarna anche simbolicamente la questione del potere. Nei suoi caratteri di fondo, il problema è così delineato: l’industria impiega acqua di falda, mentre alla popolazione è riservata acqua dissalata. Un’acqua, quella a cui ha accesso la popolazione, che non viene bevuta e che è impiegata unicamente per i servizi igienici e per lavarsi.

 

E se ci si chiedesse come è possibile che questo avvenga, la risposta è che gli impianti industriali potrebbero essere danneggiati dall’acqua salina, per quanto trattata.[13]Stando così le cose, si è dunque ritenuto che  fosse meglio invertire la logica e destinare acqua di dubbia qualità alle persone piuttosto che alle cose.

 

Ancora più interessante, in una prospettiva attenta alle relazioni di potere, è il fatto che nel periodo che va dal 1963 agli anni novanta, il 50% dell’acqua di falda portata in città dall’invaso sul fiume Dirillo per mezzo di un acquedotto costruito dall’Anic, appositamente trattata attraverso un impianto di trattamento delle acque presente nello stabilimento, non veniva impiegata per fini industriali, ma civili.

Tuttavia la popolazione a cui l’acqua così trattata veniva distribuita non era quella di Gela nella sua interezza, ma quella residente nel Villaggio Macchitella, composta all’epoca da personale dell’industria (Vasta 1998, 47-48).

 

Intorno alla metà degli anni settanta, impiegando i fondi della cassa del mezzogiorno, viene costruito un dissalatore, gestito dalle maestranze dello stabilimento. L’acqua prodotta viene ceduta all’Ente Acquedotti Siciliani (Eas) per tutti gli usi civili.

 

Il dissalatore ha le sue prese proprio nell’acqua antistante lo stabilimento, vicino al lungo pontile che serve per l’attracco delle navi petroliere, e pesca l’acqua da destinarsi a fini potabili lì dove lo stabilimento riversa liquidi inquinati con mercurio e altre sostanze, e i natanti compiono le proprie operazioni, con frequente riversamento in mare di sostanze oleose.

 

Il processo di dissalazione e il trattamento per l’epurazione delle sostanze inquinanti, ha finito col produrre un’acqua deprivata di minerali e sostanze fondamentali per la vita degli esseri umani, oltre che dalla temperatura elevata, tale da renderla sconsigliabile per l’uso potabile.

 

A questo occorre aggiungere problemi legati alla vetustà delle condutture e all’infiltrazione di terriccio nei tubi che rende l’acqua sporca. La portata limitata del gettito si rivela peraltro insufficiente e lascia intere aree della città prive d’acqua, per parte della giornata o per diversi giorni. La qual cosa induce i cittadini a munirsi di serbatoi, spesso di grandissime dimensioni, e di relativi motori per il tiraggio dell’acqua.

 

Ne risulta una inavvertita gara alla sottrazione d’acqua che amplifica i problemi tecnici di base e rende il prezioso liquido una risorsa scarsa, malgrado esso non sia oggettivamente così carente. Infine, agli inizi degli anni duemila l’acqua è stata ufficialmente definita non potabile. La cittadinanza, dunque, evita di bere l’acqua dei rubinetti e compera piuttosto quella minerale in bottiglia, impiegandola anche per cucinare e, spesso, per lavarsi i denti. Le spese nel corso di un mese sono enormi (anche più cento euro in taluni casi e nella stagione estiva) e ad esse occorre aggiungere il disagio comportato dal trasporto delle scorte dai supermercati alle abitazioni, spesso poste ai piani superiori e prive di ascensori.

 

A questi costi occorre aggiungere le imposte sull’acqua, che rimangono inalterate e accrescono la sensazione di essere beffati. Da qui una divaricazione delle strategie d’azione. Da un lato l’accettazione, non priva di risentimento e polemica, di chi non sa come opporsi (la maggioranza dei cittadini); dall’altro l’attivismo per lo più giudiziario di alcuni (per esempio, l’Associazione cittadini per la giustizia).

 

La questione idrica è una delle più interessanti del territorio e intorno ad essa si sviluppano ipotesi suggestive. Al fine di mostrare l’assurdità assunta dal problema, può essere utile notare che vi è chi, occupando posizioni di rilievo in campo sanitario, suggerisce che non è vero che l’acqua non sia non potabile e infatti la beve regolarmente (come ho potuto accertare personalmente).

 

Sempre lo stesso testimone ricorda che l’Asl 2 di Caltanissetta ha dichiarato l’acqua di Gela potabile e  invita a concentrarsi sull’assurdità di una formula impiegata dalla Regione che definisce l’acqua distribuita in città “potabile ma non bevibile”.  La formula, di difficile decifrabilità è stata probabilmente coniata per supportare la battaglia per la riduzione delle bollette erogate da Caltacqua, il gestore subentrato all’Eas. Almeno questa è l’interpretazione che correntemente si dà.

 

Tuttavia, nell’interpretazione del testimone contattato, la verità sarebbe che dell’allarme idrico si è fatto un uso politicamente spregiudicato e che gli stessi ambienti che anni addietro avrebbero premuto per far dichiarare l’acqua del territorio non potabile, avrebbero perseguito tale obiettivo con lo scopo di ottenere dalla prefettura il commissariato per le acque, raggiungendo così un potere rilevante da sfruttare a fini ben più alti che quelli della semplice amministrazione locale.

 

L’impossibilità di continuare a sostenere a lungo ciò che non era dimostrabile, ovvero la non potabilità delle acque, avrebbe spinto a moderare i toni, iniziando dall’impiego di una formula come quella riportata sopra. Una formula, peraltro, che sarebbe preliminare al riconoscimento della piena potabilità dell’acqua di Gela (come in effetti è parzialmente avvenuto a partire dalla fine del 2007).

 

L’ipotesi, suggestiva ma confusa, va riportata perché mostra quale sia il clima cittadino e quali siano le voci, i sospetti e le tensioni generate da una situazione di deprivazione relativa protratta nel tempo. Sospetti e tensioni che sorgono peraltro necessariamente,  associati come sono ad una inestricabile coltre che rende difficile il compito di accertare dati di fatto e responsabilità.

 

Come abbiamo visto, la semplice definizione dello stato delle acque e la loro potabilità si rivela un processo delicatissimo e sensibile, che vede le parti opporsi reciproche critiche riguardanti i criteri e le metodologie di analisi impiegate.

 

Se poi si ricercassero responsabilità oggettive concernenti l’insufficienza dell’erogazione delle acque e il malfunzionamento della rete idrica, ci si perderebbe nel novero di enti e livelli di competenza coinvolti nel servizio (Raffineria S.p.a., Eas, Ato, Siciliacque S.p.a., Caltacqua, amministrazione comunale, Commissario regionale per la crisi idrica).

 

Non vi è dunque davvero di che stupirsi, se alcuni attori della società civile e dell’ambientalismo scelgono la via dell’iperattivismo giudiziario, enfatizzando aspetti diversi e suggerendo l’esistenza di truffe condotte da un numero differente di soggetti in relazione alla gestione degli impianti, alla mancata osservanza dei contenuti delle convenzioni che regolano le relazioni tra enti coinvolti nel servizio e via dicendo in un crescendo di sospetti e denunce che divide la società locale e diffonde l’idea che non ci sia nessun interesse per la dimensione collettiva e pubblica.

 

  1. Una rivolta per il pet-coke

 

Come si ricorderà, la questione idrica non esaurisce il novero dei temi spinosi che dividono la comunità. E infatti è ora giunto il momento di accennare a quella che, semplicisticamente, potremmo chiamare la “rivolta per il pet-coke”.

 

Questa è una delle vicende che meglio esemplifica la struttura e l’ordine delle relazioni nel territorio. Di più, è la storia che meglio di altre esemplifica il concetto di egemonia, inteso come controllo sulle forme mentali e culturali operato da un gruppo dominante su di un gruppo subordinato.[14]

 

All’interno di questa vicenda, come già altri hanno notato, [15] confluiscono infatti  molti temi riassumibili sotto il concetto di dipendenza. Si tratta di tematiche incontrate ripetutamente e in modo slegato all’interno della nostra ricerca, che nel corso di questa specifica vicenda si rinvengono però operanti in sincrono.

 

Per dipendenza occorre intendere la profonda introiezione dell’idea che la fabbrica sia centrale per gli individui e per la collettività, e che la sopravvivenza della stessa città dipenda da essa. Da qui, l’idea che occorra assecondare la fabbrica, non ostacolarla eccessivamente nella conduzione di manovre considerate fondamentale per la sua sopravvivenza, espansione o benessere.

 

In questo quadro ideologico, poco importa che la stabilità del sistema-fabbrica comporti dei costi sociali. Essi sono il necessario scambio per il mantenimento di quello che potremmo definire il corpo socio-industriale. Quel corpo quasi metafisico, ma quanto mai reale nelle rappresentazioni degli attori, che costituisce la fusione degli interessi della società locale a disporre di reddito e del capitale di generare profitti.

 

Entrando nel dettaglio, quella che chiamo la “rivolta per il pet-coke” è la grande manifestazione di popolo che ha avuto luogo all’indomani del sequestro dello stabilimento deciso dalla magistratura in seguito ad un’inchiesta che, sulla base delle norme del Decreto Ronchi (Dlgs. 22/1997), aveva indotto a definire rifiuto industriale il carbone da petrolio (o pet-coke) e giudicato illecito il suo impiego per alimentare lo stabilimento.

 

In breve, il pet-coke è il residuo solido che si ottiene dal processo di raffineria denominato coking. Malgrado l’elevato potere calorifico che lo caratterizza, il suo impiego come combustile non è comune in Europa a causa dell’elevato contenuto di zolfo, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici che lo contraddistingue e al conseguente impatto ambientale che verosimilmente  deriverebbe dal suo uso. Tuttavia, esso costituisce senza dubbio un economico ed efficace modo di alimentazione della raffineria.

 

Diciamo che vi è un qualcosa di simbolico nell’impiego del pet-coke come carburante. Le parti meno nobili risultanti dal processo di lavorazione – paragonabile al funzionamento di un apparato digerente – prendono ad alimentare lo stesso processo; come un uomo che si alimentasse delle proprie stessi feci, insomma. Che vi sia qualcosa di perturbante in tutto ciò è confermato dall’inusuale e abbondante presenza di arsenico e molibdeno nel territorio di Gela, imputabile per l’appunto all’impiego di pet-coke;[16] ma anche dal rinvenimento di metalli pesanti,[17] diossine e un alto numero di sostanze legate al processo di combustione del pet-coke che hanno ragionevoli possibilità di generare stati tossici, malattie cancerogene e malformazioni.[18]

 

È all’interno di questo quadro, caratterizzato da una oggettiva devastazione ambientale e sanitaria e dalla presenza di un corrispondente provvedimento della magistratura impegnata a difendere la salute pubblica, che si colloca la reazione dei residenti. Nel 2002, apparentemente al grido di “meglio ammalati che disoccupati!”, [19]  circa ventimila abitanti di Gela scesero in strada in difesa della raffineria e contro l’ordinanza di sequestro, erigendo barricate, chiudendo le porte d’accesso alla città e ingaggiando scontri con le forze dell’ordine.

 

Vi sarebbero abbastanza elementi per concludere che nel 2002 si sia compiuta una ennesima, drammatica vicenda del sud. Una storia, fondamentalmente, riassumibile nei concetti di resistenza alla miseria e lotta per un’occupazione, qualunque essa sia. Oppure che in quell’anno abbia avuto luogo una rappresentazione biopolitica,[20] ovvero che si sia assistito al momento apicale di un processo di disciplinamento che è riuscito ad indurre le masse locali a interiorizzare l’etica della produzione, del lavoro e del profitto a discapito della vita.

 

Tuttavia sarebbe troppo frettoloso liquidare la questione unicamente in questi termini, malgrado è molto probabile che essi rappresentino accuratamente una buona parte della realtà. Per una ricostruzione corretta occorre tuttavia considerare il peso della disinformazione, il ruolo dei sindacati e, infine, la pressione del locale senatore forzista Giacomo Ventura, che s’incaricò, di concerto con lo staff dell’allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, a far emanare un decreto che ridefiniva la natura di rifiuto del pet-coke trasformandolo in combustibile.[21]

 

In ordine, la disinformazione è quella dei residenti, in buona parte impossibilitati a comprendere sino in fondo ciò di cui si stava discutendo, l’importanza della violazione perpetrata dall’azienda e i suoi effetti sulla vita.

 

Certamente, non si può credere che quelle masse fossero nella loro interezza sprovvedute, ignoranti, insensibili. Gli effetti dell’industrializzazione erano chiari ai più in ragione degli alti tassi di malformazione e di quella confidenza con la malattia e il dolore che caratterizzava già da tempo la vita della comunità.

 

Quelle masse, più probabilmente, erano semplicemente ambivalenti. L’ambivalenza, infatti, è probabilmente il carattere principale di questa popolazione divisa per buona parte tra legalità e informalità, tra sentimenti ambientalisti e fedeltà all’azienda.

 

Lo conferma, tra l’altro, la compostezza con cui l’anno successivo la stessa popolazione accolse il sequestro di novanta serbatoi, malgrado i problemi che quest’atto poneva all’occupazione e ai profitti aziendali. Ma nell’anno della rivolta fu  probabilmente sufficiente che alcuni professionisti della mobilitazione (forse i sindacati?) enfatizzassero alcuni aspetti a discapito degli altri per ottenere quella grandiosa occupazione della città che ancora oggi ricordiamo.

 

Beninteso, con l’eccezione della Cgil che rivendica orgogliosamente un ruolo attivo,[22] i sindacati aderirono alla manifestazione una volta che essa fu spontaneamente indetta dalla popolazione e, inoltre, tutte le sigle respinsero ogni responsabilità per la deriva violenta che a tratti ne derivò. Tuttavia molte testimonianze raccolte da me e da altri ricercatori[23] sostengono che la “triplice” giocò un ruolo importante e neanche troppo occulto nel gestire la mobilitazione, presenziando il campo e interloquendo con attori chiave della rivolta.

 

Che il suggerimento sia plausibile appare confermato dalla sensazione che il sindacato gelese di questi anni risenta degli stessi limiti strutturali che ne limitarono l’azione già cinquant’anni fa e che perciò possiamo chiamare atavici.

 

Quei limiti che, nella lettura fornita da Hytten e Marchioni (1970), derivano sostanzialmente dal fatto che l’azienda con la quale il sindacato si trova a interagire non è stata per lungo tempo un’azienda qualsiasi, ma una “azienda di stato”. Una azienda incaricata storicamente di contrastare l’oligopolio delle grande imprese private e l’organizzazione terriera meridionale.

 

Un’azienda, inoltre, che persegue obiettivi capitalistici ma è chiamata a farlo in un’ottica di “socializzazione dei profitti”, ovvero di distribuzione di lavoro e benessere. Il sindacato locale, così come il resto della società gelese, si è formato considerando lo stabilimento petrolchimico come una proprietà pubblica, ovvero una entità amica e non certamente aliena.

 

A questa disposizione psicologica, occorre aggiungere un deficit di rappresentatività, che coinvolge peraltro anche il mondo politico in senso proprio. Sindacato e politica sono accomunate dal fatto di rappresentare in modo imperfetto le istanze collettive e sociali, mentre si presentano nei confronti dell’industria in nome di gruppi e interessi particolari.

 

Non è del resto un caso che molti sindacalisti siano transitati attraverso il meccanismo dell’ereditarietà del posto di lavoro (il famoso passaggio “da padre in figlio”), riproducendo in prima persona quelle che potremmo chiamare le forme elementari del dominio e contraendo dei debiti nei confronti dell’azienda sin da subito.

 

Non stupisce dunque che l’idea di molti sindacalisti intervistati che il sindacato moderno non debba inseguire la rottura, ma la contrattazione e la ricerca delle convergenze tra “padronato” e “rappresentanza”. Tuttavia, una prospettiva metodologicamente individualista[24] suggerisce di non indulgere troppo con la critica strutturalista e di chiedersi anche se i sindacati, che forse organizzano una grande rivolta di popolo contro la chiusura di un’azienda individuata come l’unica, vera datrice di lavoro nel territorio (quella che fornisce lavoro anche ai “padroncini”), non stessero forse compiendo la propria missione, consistente nella difesa dell’occupazione e nella salvaguardia dei salari e del benessere.

 

E se questo fosse vero, come uscire da questa contraddizione di fatto, da questa adesione ad un’ideologia padronale che è però anche difesa del benessere relativo? Come costringere, inoltre, uomini convinti dell’ineluttabilità dello status quo così come lo sono i sindacalisti a imbracciare una visione diversa, meno Eni-centrica? Soprattutto è davvero possibile un’alternativa al veleno e ai fumi dell’azienda?

 

Il tentativo di rispondere compiutamente a questi dilemmi ci porterebbe lontani dalla specifica vicenda storica trattata qui, ed è probabilmente opportuno posporre questa impresa. Per quanto verrebbe da dire che una prima risposta a una parte di quesiti è stata fornita dal Sen. Giacomo Ventura, colui, come si ricorderà, che impose la ridenominazione del pet-coke, facendolo elencare tra i combustibili anziché tra i rifiuti.

 

Un po’ come il Ministro Donat Cattin anni prima, il quale per far fronte al preoccupante livello di contaminazione delle acque aveva pensato di aggirare il problema elevando la soglia minima di inquinanti ammessi, il Sen. Ventura con un semplice gioco di prestigio, in spregio delle evidenze scientifiche e al principio di cautela, chiese alla sua comunità politica di trasformare per legge un prodotto dall’elevata tossicità in una sostanza come un’altra (“tanto sono tutti veleni”, sembra di udirlo dire nel chiuso delle stanze).[25]

 

Ma evidentemente non bastava il mero formalismo a poter mettere al sicuro dalle critiche l’azienda e la lobby politica che la sosteneva. Occorreva accompagnare il provvedimento di legge con delle garanzie e, al contempo, con un grandioso piano di comunicazione che desse la sensazione di una nuova stagione nell’attenzione dell’azienda per la difesa dell’ambiente e la tutela della salute. Ecco dunque l’annuncio di 200 milioni di euro spesi per l’ambiente,[26] e, soprattutto, l’impiego della tecnologia SNOx per l’abbattimento dei fumi (una Best Available Technology, proprio come impone l’Unione Europea).

 

Con questa mossa si potrebbe dire che l’epoca delle polemiche è finita. La straordinaria strategia comunicativa dell’azienda, consistente nell’ammettere gli errori del passato e nell’annunciare un cambiamento di rotta basato su investimenti più che ingenti e sulla responsabilità sociale hanno di fatto contribuito a diffondere un consenso molto più esteso che in passato.

 

I sindacati appaiono dunque come i principali sostenitori dello sforzo aziendale, i massimi amplificatori del nuovo corso. Ma la condivisione di questo punto di vista è larghissima anche in strati differenti della popolazione. Persino tra coloro che non esitano a definirsi critici, è decisamente comune rinvenire un certo accordo sui progressi e sugli sforzi che lo stabilimento ha compiuto in questi anni.

 

Sembrerebbe, insomma, di trovarsi dinanzi un clima relativamente pacificato. Una stagione nuova ma non inedita, che continua a fondarsi prevalentemente sul formalismo giuridico, il ricatto occupazionale, l’asimmetria delle forze in campo e la paura. O, se si preferisce, sul realismo e la consapevolezza di una straordinaria limitatezza delle scelte disponibili. In fondo, davvero niente di nuovo sotto il cielo.

 

  1. I resistenti: argomenti e metodi della lotta ambientalista

 

Nonostante la grande campagna comunicativa condotta dallo stabilimento, esistono degli oppositori che non accettano acriticamente la retorica del mutamento e sollecitano l’azienda a continuare lo sforzo. Si tratta dei movimenti ambientalisti come Lega Ambiente, Aria Nuova e Amici della Terra.

 

Le critiche poste da questi gruppi rimarcano l’approccio sostanzialmente conservatore che si cela dietro la scelta dell’azienda di impiegare il pet-coke, sottolineano  i limiti delle tecnologie impiegate, la loro gestione e conduzione nelle condizioni ordinarie di produzione.

 

Riprendendo alcune osservazioni dell’ex-ministro Ronchi sulla imprescindibilità dei monitoraggi nel quadro tecnico realizzatosi con il decreto promosso dal Sen. Ventura, un rapporto di Lega Ambiente nota come questi controlli, obbligatori per legge, per anni non abbiano avuto luogo e tale omissione abbia cagionato una condanna per l’azienda nel 2006 (ben quattro anni dopo l’emanazione della nuova normativa).[27]

 

Partendo dall’analisi di documenti prodotti dall’Eni, lo stesso rapporto nota per esempio che le tecnologie attualmente sul mercato non sono in grado di ottenere una reale e profonda conversione delle cariche petrolifere pesanti. Nessuna di esse permetterebbe di azzerare o, almeno, di ridurre significativamente la produzione di olio combustibile e pet-coke. Dal punto di vista dell’impatto ambientale, l’utilizzo di tali residui di raffinazione in centrali di potenza pone grossi problemi, a causa dei contaminanti presenti nei greggi e concentrati nelle frazioni più pesanti (in particolare metalli, zolfo ed azoto), che conducono all’inevitabile emissione in atmosfera di prodotti altamente inquinanti.

 

Tuttavia la ricerca condotta dalla stessa Eni avrebbe individuato una nuovo complesso di tecnologie, specificamente quelle denominate Eni Slurry Technologies (EST), che permetterebbero di superare le attuali modalità  di impiego dei combustibili correnti. Le nuove tecnologie, sperimentate a Taranto e da applicarsi massivamente in uno stabilimento posto a Sorrazzana,  permetterebbe di ottenere la conversione pressoché completa di cariche petrolifere pesanti (viene praticamente azzerata la produzione di olio combustibile e coke di petrolio), ed offrire significativi vantaggi in termini di rese e qualità dei prodotti ottenuti (eccellente rimozione dei veleni presenti nelle cariche quali in particolare metalli e zolfo).

 

A partire da qui si può tentare anche di affrontare rapidamente il tema delle principali differenzazioni in tema di ambientalismo. In particolare, si può notare che l’insieme di azioni intraprese dall’Eni ha in qualche modo accresciuto lo scetticismo degli ambientalisti locali nel loro complesso. Tuttavia se una forza come Lega Ambiente, che può forse essere definita la voce più tecnica e “realistica” dell’ambientalismo locale, ha deciso di inseguire l’Eni sul suo stesso terreno, ricercando soluzioni tecniche alternative (rinvenibili già all’interno dell’Eni, un’azienda che investe molto in ricerca) e richiedendo una trasformazione strutturale e un incremento degli investimenti volti a trasformare radicalmente la filosofia tecnologica a partire dalle acquisizioni esistenti, lo stesso non può dirsi delle altre forze presenti nell’area.

 

Una differenza di atteggiamento dovuto un po’ all’esiguità delle risorse umane e delle competenze e un po’ a una ideologia che spinge sostanzialmente non a migliorare l’azienda ma a espellerla.

 

Aria Nuova, ad esempio, investe le proprie esigue risorse nella ricerca; ma l’investigazione che essa conduce è essenzialmente rivolta al monitoraggio ambientale, alla ricerca spasmodica ed appassionata delle tracce del disastro ecologico perpetrato negli anni dallo stabilimento. Un’attività di ricerca condotta con mezzi poverissimi che si traduce in uno straordinaria attivismo giudiziario e nella presentazione di un numero elevatissimo di denunce alle autorità giudiziarie. Un iperattivismo che ha finito con l’alienare la simpatia verso l’associazione di molti attori locali, anche sensibili alla questione ambientale.[28] Ma un attivismo comunque benemerito, che ha permesso di identificare tantissime violazioni, a partire da quelle relative alle perdite di serbatoi e oleodotti.

 

Una investigazione che impiega metodologie probabilmente non immuni da limiti, che consiste tuttavia nell’andare sul campo, nel prelevare campioni di terra, acqua e quant’altro il ridotto armamentario tecnologico in possesso di questo gruppo permette e di farli analizzare in laboratori privati o universitari, sfruttando reti personali e amicali che possano garantire accettabile qualità ed economicità delle analisi. A partire da questi risultati si sviluppa l’attività successiva, che potremmo definire di orientamento delle attività giudiziarie. I problemi vengono segnalati e si lascia ai giudici e ai loro periti il compito di dimostrare la verità, non senza esercitare pressione, costituirsi come parte lesa e coinvolgere i media, pur restando abbastanza marginali all’interno di essi.

 

Ma parlare di Aria Nuova significa quasi necessariamente menzionare anche Amici della Terra. A livello locale, la presenza delle due  associazioni è infatti il frutto di una scissione avvenuta all’inizio degli anni duemila, causata da interessi, ambizioni e stili d’intervento differenti.

 

La differente propensione di due protagonisti dell’ambientalismo  locale, Saverio Di Blasi e Emanuale Amato, a confrontarsi con la politica è forse la ragione della divisione che ha avuto luogo poco meno di un decennio or sono. Di certo, esiste una differenza fondamentale tra i due gruppi, consistente nella centralità che la relazione tra salute e ambiente assume per Amici della Terra. In particolare può tornare utile il concetto di epidemiologia “popolare”,[29] di cui si trovavano ampie tracce nella società locale gelese.

 

Questa è una epidemiologia che parte dal basso e che origina  dall’incertezza,  dalla constatazione impressionistica dell’anormale diffusione di certe patologie e dalla diffusione di una certa medicina divulgativa, di cui trova ampia presenza nei media e che diffonde sprazzi di informazione (“la possibile relazione tra perdita di capelli e esposizione al mercurio”, per esempio).

 

È una scienza popolare, fondamentalmente “positivista” in quanto fiduciosa nella possibilità di produrre una conoscenza che fughi i dubbi e permetta di individuare associazioni incontrovertibili tra la presenza di fattori nocivi e l’insorgenza di patologie. È una “scienza” che ha un carattere fondamentalmente diverso da quello della scienza contemporanea, impegnata a coltivare il dubbio piuttosto che qualsivoglia certezza. Si potrebbe persino dire che l’epidemiologia popolare è uno straordinario acceleratore dell’insicurezza, un veicolo di propagazione di tesi spesso insostenibili che hanno il solo effetto di moltiplicare la paura e le ansie di cittadini indifesi.

 

Ma se in una prospettiva accademica e politica questi appaiono come caratteri per lo più negativi, occorrerebbe però tenere presente che l’epidemiologia popolare è anche una pratica di resistenza che permette di supplire a colpevoli vuoti di informazione e che presenta spesso straordinarie intuizioni.

 

Le interviste con i leader storici del movimento ambientalista locale sono in questo senso esemplari. L’analisi del processo individuale e collettivo che presiede alla discesa in campo, permette di vedere come certe pratiche nascano dal bisogno, a volte persino  oltranzista, di trovare giustificazioni per il dolore e dalla difficoltà di ricondurre la perdita delle persone amate all’ordine della natura (qualcosa di particolarmente evidente quando un testimone fa, per esempio, riferimento al nonno novantaquattrenne morto per tumore. Una morte “necessaria” nella prospettiva esterna di un osservatore qualsiasi, ma ciò nonostante “innaturale” nell’ottica dell’attore intervistato ).

 

Tutto questo, insieme ad altri passi d’intervista in cui si ipotizza per esempio che una certa rilevanza di tumori all’utero possano forse essere messi in relazione all’acqua impiegata per le pratiche igieniche, ci suggerisce che ci siano dei forti elementi di irrazionalità dietro il corso d’azione di questo genere di movimenti. Ma bisogna anche riconoscere che ci sia una straordinaria capacità di intuire le tendenze, dato che la percezione di questi testimoni di una frequenza anormale delle malattie tumorali trova conferma nelle ricerche fatte successivamente anche sulla base delle loro segnalazioni. E che dire del metodo impiegato per far chiaro sul numero grigio di decessi imputabili alle imprecisioni contenute nei certificati di morte, consistente nell’analizzare le esenzioni ticket? Traspare sicuramente una certa “immaginazione epidemiologica” da esso.

 

Ma la nostra analisi sarebbe meno completa se non riflettessimo anche sul deficit di fiducia che traspare da molte testimonianze. In particolare, se non spendessimo qualche parola sull’ipotesi che vuole i medici “condizionati dall’Eni”.

 

Il sospetto di alcuni testimoni, infatti, è che i dati sulle morti per tumore e altre malattie imputabili all’ambiente siano stati a lungo indisponibili perché omessi a bella posta. L’idea di alcuni è che i medici abbiano dolosamente composto per anni falsi certificati di morte al fine di nascondere gli effetti dell’inquinamento e tutelare così lo stabilimento.

 

Immagino che non sia importante discutere la plausibilità dell’ipotesi quanto riflettere sugli effetti che una certa gestione dell’informazione e certe micro-pratiche sanitarie possono comportare. La costruzione della realtà operata dagli attori sociali, infatti, sembrerebbe comporsi di tasselli apparentemente minuscoli che hanno però il potere di creare distanze abissali tra le istituzioni e la società e incrementare la cultura del sospetto.

 

Certe pratiche mediche, in uso per decenni, non solo hanno causato danni oggettivi consistenti nella perdita di informazioni utili per lo studio dei fenomeni patologici, ma hanno anche contribuito a screditare l’istituzione sanitaria e a incrementare gli spazi della “sfiducia istituzionale”. La qual cosa appare come una importante riprova della strategicità che la comunicazione assume per riequilibrare le relazioni tra istituzioni pubbliche e cittadini; ma anche come un importante indizio di quali siano gli elementi locali della crisi fiduciaria.

 

Chiunque fosse interessato a recuperare il terreno perduto nella relazione tra istituzioni e cittadini nell’area di Gela, dovrebbe tenere in considerazioni queste micro-dinamiche che hanno instaurato una seria crisi fiduciaria e che diffondono credenze molto pericolose.

 

  1. Quali risarcimenti?

 

I progressivi accertamenti dei danni ambientali e alla salute degli individui, che hanno avuto luogo grazie anche alla mobilitazione degli ambientalisti, hanno indotto molti attori sociali a ipotizzare dei risarcimenti.

 

Uno dei problemi consiste nel definire cosa  possa intendersi per risarcimento e a quale livello sia possibile erogare una qualsivoglia compensazione. Sembrerebbe che nel contesto indagato col termine risarcimento sia possibile indicare tanto l’aspettativa all’erogazione di somme da versarsi a favore di individui che hanno ricavato danni fisici dimostrabili quanto creazione di servizi, per lo più sanitari, i cui costi di gestione siano attribuiti all’Eni.

 

Il senso del termine risarcimento è dunque affine ma in un certo modo più esteso di quanto non prevedano le normative in materia ambientale,[30] che definiscono il danno ambientale “qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente (…), obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato” (L. 349/86, Art. 18, c. 1). Ciò che infatti si richiede non è unicamente una sanzione in solido, ingente dal punto di vista finanziario, ma rivolta verso un’entità tutto sommato astratta  come lo “Stato”. Ascoltando la società locale (per esempio le associazioni che si occupano di malformazioni e altre patologie oppure alcuni sanitari e i loro pazienti) si comprende come l’aspettativa che va definendosi presso alcuni soggetti sia quella di vedere riconosciuti i danni biologici e quelli esistenziali.

 

Nonostante i pareri contraddittori espressi dalle  diverse corti, è ormai largamente condivisa l’idea che ogni tipo di alterazione del benessere psicofisico individuale è riconducibile alla figura risarcitoria del danno esistenziale, “consistente nell’alterazione delle normali attività dell’individuo, quali il riposo, il relax, l’attività lavorativa domiciliare e non, che si traducono nella lesione della “serenità personale”, cui ciascun oggetto ha diritto sia nell’ambito lavorativo, sia, a maggior ragione, nell’ambito familiare” ed è come tale sanzionabile.

 

Questa prospettiva sembrerebbe essere per esempio calzante nel caso di coloro che risentono particolarmente degli odori scaturenti dalle lavorazioni industriali, di quelli che hanno maturato forme di ansia come conseguenza delle improvvise esplosioni dovute al frequente cedimento dei dischi di rottura degli impianti oppure delle puerpere, delle donne in generale e delle famiglie, soggette a stress specifici, quali l’ansia di poter avere dei feti malformati o malati.

 

Circa i danni biologici, in un certo senso più oggettivi dei precedenti, lasciando da parte l’interessante controversia se siano da annoverarsi tra i danni  patrimoniali o meno, essi costituiscono delle lesioni dell’integrità psico-fisica, suscettibili di accertamento medico-legale, risarcibili indipendentemente dalla capacità di produzione di reddito del danneggiato. È abbastanza evidente che il progressivo accertamento della correlazione tra la presenza di fattori nocivi imputabili alla produzione industriale e la diffusione di patologie specifiche nella popolazione, in futuro renderà più probabili la richiesta di risarcimenti di questo tipo.

 

D’altronde nell’area esistono già degli interessanti precedenti, che ricomprendono parte delle tipologie sin qui trattate o che confermano le tendenze in via di costituzione. Nel 2003 le disciolte aziende dell’Eni, Anic Partecipazione e Isaf, hanno concordato con il Comune di Gela il pagamento di una sanzione pecuniaria di 8 milioni di euro, quale risarcimento dei danni ambientali arrecati al territorio dagli scarichi industriali del petrolchimico, dove le due società hanno operato fino agli anni Settanta.

 

I verdi di Niscemi, un paese distante poco più di una decina di chilometri dallo stabilimento, hanno recentemente proposto che l’Eni paghi almeno 50 milioni di euro a titolo di risarcimento per i danni subiti dal territorio cittadino.[31] Sempre a proposito di Eni e società correlate, nella non lontana Priolo la Syndial ha deciso di “risarcire” 101 famiglie per la nascita di bimbi malformati e per gli aborti indotti da patologie dei feti attribuibili alle emissioni di sostanze inquinanti dagli impianti del locale stabilimento petrolchimico tra il 1991 e il 1993, pagando 11 milioni di euro.[32]

 

Come si è detto, a queste formulazioni del concetto di danno e di risarcimento, intesi in forma essenzialmente soggettiva e pecuniaria, vanno aggiunte quelle miranti a varie forme di risarcimento “collettivo” che assumano la forma di servizi, per lo più di tipo sanitario.

 

Questa modalità di risarcimento non si configura tanto come una pretesa giuridica quanto come un processo politico. Una maniera di impegnare l’azienda su un piano radicalmente differente da quello che ha regolato la sua presenza nel territorio, fondata su una logica dello scambio tra salute e denaro sostanzialmente simile a quella giuridica che quantifica i danni alle persone e all’ambiente e i risarcimenti dovuti.

 

In quest’ottica, la centralità dei servizi sanitari appare indiscutibile dal punto di vista dei soggetti intervistati. Le differenze tra “tecnici” e “cittadini comuni” non riguardano tanto la sostanza delle argomentazioni quanto il dettaglio con cui esprimono proposte.

 

L’attenzione di gran parte degli intervistati, specie dei non addetti ai lavori, è in genere concentrata sul Polo Oncologico, di cui si avverte la mancanza in città e che costringe i malati a frequenti, spossanti e costosi viaggi a Catania. Al di là dell’oggetto della rivendicazione, di grande interesse in sé stessa, ciò che questa frequente richiesta riflette è sostanzialmente la percezione di alcune importanti carenze nella sanità locale.

 

Carenze non legate alla mancanza di servizi e strutture tout-court, quanto di servizi legati a quelle che i medici chiamano patologie da industrializzazione. A partire dal ritardo con cui si è posta la necessità di instituire un registro tumori e le difficoltà ad avviare il progetto (un tema di pubblico dominio in città), sono molteplici le situazioni che hanno generato forti dubbi sull’adeguatezza della sanità locale nel fronteggiare le emergenze locali. A torto o a ragione, queste carenze vengono collegate alla mancanza di risorse economiche pubbliche. Da qui, dunque, deriva la chiamata alla responsabilità sociale dell’impresa. Al suo dover di far fronte alla crisi sanitaria ambientale che essa stessa ha causato e a cui deve far fronte provvedendo servizi permanenti e non versamenti una tantum.

 

I testimoni ascoltati individuano il dover ben preciso per l’azienda di:

–            provvedere a una forma di co-finanziamento per la costituzione di nuovi servizi sanitari rivolti prevalentemente alla prevenzione e cura delle malattie da industrializzazione, essenzialmente pubblico ma supportato almeno in parte da fondi privati;

–            la creazione di un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), che avrebbe per altro positive ricadute sull’occupazione;

–            erogare “buoni sanitari” da concedere ai dipendenti per  visite mediche in centri di fiducia scelti da questi ultimi;

 

Infine vi sono altri che propongono che l’azienda, oltre a impegnarsi permanentemente nel finanziamento di servizi fondamentali, dovrebbe, di concerto con la Regione, “socializzare i profitti” provvedendo sconti sulla benzina ai residenti e ridistribuendo a costi sensibilmente minori l’energia elettrica in surplus prodotta nello stabilimento.

 

Misure di questo genere, ben lontani dall’essere intese come forme risarcitorie soddisfacenti, contribuirebbero comunque a rendere più sostenibile il costo della vita in un’area che resta depressa e che risente nella sua generalità degli effetti della produzione. Del resto, anche Hytten e Marchioni (1970) già negli anni settanta notavano come fosse paradossale che i fertilizzanti chimici, al tempo prodotti in grande quantità dall’Anic, fossero venduti agli agricoltori locali allo stesso prezzo di quello praticato nel nord d’Italia. In altre parole, notavano gli autori, anziché essere in qualche modo favorita dalla vicinanza di un impianto che produce fertilizzanti, l’agricoltura locale concorreva a sovvenzionare quella di altre zone più distanti, in quanto pagava la sua parte dei costi globali di trasporto, pur ritirando il prodotto direttamente dalla fabbrica.

 

Questa situazione era solo un ulteriore esempio di come l’intesa con i grandi monopoli privati nel settore avesse prevalso su ogni eventuale intento extra-produttivistico dell’ente di Stato, innescando dinamiche persino speculative nei confronti del territorio. In una stagione come quella attuale, in cui le imprese sono chiamate a fare i conti con la propria responsabilità sociale, sarebbe auspicabile recuperare parte delle occasioni a suo tempo perdute e coinvolgere l’impresa in progetti permanenti per il territorio e per la ridistribuzione degli utili.

 

  1. Le bonifiche e gli scenari territoriali

 

Qualsiasi discussione sui progetti permanenti per il territorio deve necessariamente fare i conti con il tema delle bonifiche e della riqualificazione territoriale. È certamente possibile discutere delle bonifiche come interventi essenzialmente ecologici, fondamentali per la salubrità dell’ambiente in cui vivono le persone. Ma occorre tenere in mente che gli spazi bonificati sono spesso anche aree dismesse.

Aree, cioè, in cui sono venute meno le attività contaminanti ma economiche dell’industria.

 

Tenere questo in mente è fondamentale perché, come nota Iaccarino (2005) la dismissione è un evento posto al termine di un ciclo vitale che non può considerarsi semplicemente industriale. Alla dismissione di un sito segue spesso un processo spontaneo di degrado territoriale e sociale, il cui dilatamento nel tempo complica le possibilità e le azioni per un recupero, da intendersi non unicamente in termini di bonifica ma anche come intervento sulle condizioni sociali e lavorative del contesto in cui il sito si colloca. Nella prospettiva dell’autore, la dismissione va  considerata alla stregua di un processo potenzialmente “anomizzante”, che può generare forme gravi e diffuse di disagio a causa delle rotture sociali che comporta (con riferimento ai salari, ai tempi della vita e all’organizzazione generale delle comunità coinvolte).

 

Da questo punto di vista, la dismissione (e le bonifiche) sono da intendersi come il confine tra presente e passato delle forme economiche e sociali di un luogo. Si comprende dunque come qualsiasi riflessione sull’impatto sociale dell’industria in un territorio debba confrontarsi ad un certo punto della storia con il futuro degli spazi rilasciati e di quelli che lo saranno.

 

Non dimentichiamo infatti che nella prospettiva dell’azienda il petrolio sembrerebbe costituire un core-business  solo per i prossimi vent’anni.[33] Questo significa che gli anni venti e trenta del presente secolo potrebbero rivelarsi gli anni di una crisi profonda della società locale gelese e, probabilmente, siciliana.[34]

 

Una crisi che non va letta unicamente in termini di rilascio di posti di lavoro con scarsa possibilità di reimpiego in città o nell’isola (a meno che non si sviluppino nel frattempo industrie o settori in grado di occupare stabilmente un numero equivalente di disoccupati industriali). Piuttosto, una crisi che va interpretata in termini territoriali, in cui al problema della disoccupazione si aggiunge quello di un suolo devastato che non può essere reimpiegato a fini lavorativi, a meno di scegliere la via di una colpevole negligenza potenzialmente foriera di effetti indesiderati sulla vita.

 

  1. Lo stato delle bonifiche

 

L’area di Gela è stata dichiarata ad alto rischio di crisi ambientale già nel 1990. Ma, come si è già detto, il Piano di disinquinamento per il risanamento ambientale è stato messo a punto con il DPR 17 gennaio 1995.

 

Successivamente, con la L. 426/98 il sito di Gela viene annoverato tra i primi quindici siti di interesse nazionale del Programma Nazionale di Bonifica. L’area a terra degli interventi, definita da un atto del Ministero dell’Ambiente del gennaio 2000, si estende su una superficie di 4,7 km quadrati che include il polo industriale, i centri di stoccaggio olio e relative tubature e la discarica di rifiuti speciali. Le superfici a mare sono pari a 46 km quadrati, comprese tra i torrenti Gattano e Birillo. Infine, nel programma sono inclusi la Riserva del Lago Biviere e i torrenti presenti in zona.

 

Con riferimento ai finanziamenti, sono stati stanziati inizialmente l’equivalente di oltre venti milioni di euro. Tuttavia questi soldi sono rimasti largamente inutilizzati per oltre un quinquennio. Questi fondi servivano a finanziare un totale di 47 interventi, di cui 14 a carico delle aziende (prevalentemente facenti capo all’Eni) e 33 a carico dello Stato.

 

Dal punto di vista degli interventi sin qui eseguiti, L’Eni  ritiene di avere assolto i propri doveri e per essa l’attivazione dello SNOx, le attività di manutenzione svolte e alcune opere di risanamento interne allo stabilimento dovrebbero essere annoverati tra gli interventi di bonifica. Con riguardo all’azione delle istituzioni pubbliche, più che alle bonifiche delle aree contaminate si è fin qui realizzata la caratterizzazione e bonifica di una ex-discarica di rifiuti, la realizzazione di fognature, il raddoppio di un depuratore di reflui e la creazione di reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Nel 2000 il Piano è stato commissariato e la sua realizzazione affidata al Prefetto di Caltanissetta.[35]

 

Al presente quadro ambientale di derivazione industriale, occorre aggiungere che l’intero territorio di Gela è interessato dalla presenza di discariche improvvisate (ben 47 sono le aree individuate). Esistono altresì zone impiegate per l’estrazione abusiva di inerti, ovvero cave abusive che finiscono col fungere da discarica per rifiuti incontrollati di ogni tipo, che sono per giunta situate in siti protetti. Occorre inoltre tenere in conto gli effetti della serricoltura intensiva nei pressi dell’area protetta del Biviere. Si tratta di una industria abusiva, insediatasi arbitrariamente in aree demaniali, che fa ampio uso di pesticidi e fertilizzanti su un suolo sabbioso e facilmente penetrabile sino al livello delle acque di falda.

 

In definitiva, il novero degli interventi di bonifica realizzati appare al momento ridotto e sostanzialmente inadeguato allo stato ambientale dell’area. Nei quindici anni trascorsi molti sono stati gli ostacoli pratici, di natura politica e finanziaria, che hanno reso il Piano di bonifica lento nella sua realizzazione e gradualmente meno ambizioso. Peraltro, le azioni appaiono al momento praticamente bloccate, anche se nuovi accordi vengono siglati e ulteriori interventi potrebbero aver luogo in tempi non lunghissimi.

 

Per quanto non vi sia probabilmente da dubitare sulla buona volontà di molti degli attori pubblici coinvolti, la lentezza del processo di bonifica colpisce l’osservatore esterno, favorendo l’insorgenza di dubbi sull’efficacia della macchina amministrativa e interrogativi sulla natura dei possibili interessi che rallentano l’esecuzione dei lavori.[36]

 

Ad ogni modo, si può  sostenere che l’attribuzione delle responsabilità unicamente al livello locale sia abbastanza iniquo e che le colpe si distribuiscano più o meno uniformemente lungo i vari livelli amministrativi coinvolti (Enti locali, Regione, Stato). Tuttavia le testimonianze raccolte suggeriscono che sia plausibile l’ipotesi che l’organizzazione sociale locale debba essere interpretata alla luce dei particolarismi e degli interessi, peraltro non sempre legittimi, di gruppi ristretti. Occorre infatti tenere in mente che l’economia delle bonifiche è estremamente delicata e costituisce un terreno privilegiato d’azione per le “ecomafie” (Legambiente 2003).

 

Come abbiamo già avuto modo di notare, una vasta area del territorio provinciale appare caratterizzata non soltanto da un diffuso stato di degrado, ma soprattutto dalla presenza di una pericolosa forma di criminalità organizzata che ha incorporato spezzoni significativi dell’imprenditoria locale e anche della pubblica amministrazione (Lalli 2002; Bucca, Colussi e Urso 2004).

 

È evidente che le risorse stanziate costituiscono un obiettivo per le speculazioni di questa imprenditoria criminale e che il contrasto al processo di infiltrazione richieda estrema accuratezza, generando un surplus di lentezza che si somma a quella “fisiologica”, derivante dal frastagliato rapporto che caratterizza le forze sociali e politiche del territorio.

 

Bisogna però stare attenti a che la legittima azione di contrasto della criminalità organizzata non finisca col divenire da un lato un alibi per giustificare i ritardi e, dall’altro, che venga interpretato dalla cittadinanza come un pretesto in nome del quale premiare gruppi ristretti vicini alle amministrazioni.[37]

 

Infatti la sensazione è che il piano di risanamento, così come le altre opere ambientali e pubbliche, abbiano in genere una valenza molto più estesa di quella letterale e tecnica. Una valenza che potremmo definire simbolica e comunicativa.

 

Il risanamento ambientale è infatti un tema che genera aspettative sociali diffuse e le sue modalità di gestione tendono a sollevare interpretazioni collettive che, nel quadro comune di sfiducia politica, non possono che essere negative e persino “complottiste”.

 

Nel contesto gelese, è stato notato, molte decisioni pubbliche intraprese nel passato avrebbero finito per esempio col rafforzare l’idea che la legalità è un concetto etereo e continuamente rinegoziabile.

 

Questo, come si è visto, è accaduto a proposito di edilizia, insediamento industriale, acqua, pet-coke, serricoltura. Possiamo dunque affermare che l’ambiente costituisce uno spazio tematico e d’azione che meglio di altri si presta alla manipolazione e trasmissione di simboli e valori.

 

Gli immaginari collettivi, le percezioni comuni che sin qui abbiamo discusso, sono esattamente il risultato di processi di manipolazione simbolica che hanno avuto luogo nel corso del mezzo secolo di storia delle relazioni tra comunità locale e industria. Il risanamento dunque, al di là degli effetti sanitari, è anche uno spazio a partire dal quale è possibile innovare l’ordine delle relazioni e gli immaginari collegati. Perdere anche questa partita sarebbe drammatico per gli aspetti connessi alla salute pubblica, alla fiducia istituzionale e, come vedremo, anche all’economia.

 

  1. Quali scenari per  l’economia locale?

 

La relazione tra diritto all’ambiente e forme economiche dovrebbe essere abbastanza chiara e non necessitare di particolari approfondimenti (Hinterberger, Luks e Stewen 1999; Rifkin 2004). La gran parte di quei complessi processi di alterazione dell’ambiente che possiamo riassumere col termine “inquinamento” hanno, infatti, una natura economica.

 

Certamente non occorre leggere l’espressione economia come un sinonimo di produzione. Esistono infatti forme economiche che non hanno un carattere immediatamente riconducibile alla produzione di merci e allo scambio monetario. Per esempio, le forme e i luoghi dell’abitare sono spesso in sé slegati dalla produzione, ma sono ad ogni modo riconducibili ad essa (basti pensare alle case coloniche e ai terreni attorno ai quali esse sorgono oppure alla raffineria di Gela e la “città nuova” che si sviluppa in relazione ad essa).

 

Tuttavia gli anni che vanno dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri appaiono caratterizzati dalla prevalenza delle forme manipolative connesse alla produzione industriale. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la loro raffinazione, modificazione e vendita sono chiari esempi della relazione tra sviluppo economico e preservazione ambientale. È a partire da questa banale considerazione che qualsiasi riflessione sul futuro delle aree a rischio ambientale dovrebbe partire. O, se si preferisce, è partire da qui che qualsiasi discussione sul futuro di Gela dovrebbe iniziare.

 

Il primo passo per avviare una qualsivoglia riflessione, tuttavia, dovrebbe probabilmente consiste nel chiedersi quale sia il presente dell’economia gelese e quali siano le basi esistenti per progettare il futuro.

 

Approfondendo la questione e riassumendo i dati presentati nel Piano Stregico del Comune di Gela (Autori vari 2007, 249-310), si nota come all’inizio degli anni duemila si sia registrata una crescita alquanto contenuta del numero di occupati interni al sistema locale del lavoro (+2%) e decisamente inferiore alla media provinciale. L’aumento dei tassi di occupazione nel comparto industriale sono in questo senso esemplari: a Gela si registra un aumento pari all’1% contro il 6-7% delle aree limitrofe (i sistemi di Mazzarino, Vittoria e Riesi). Significativamente, negli anni 2000-2002 la quota d’occupati interni all’industria si riduce di circa 500 unità. Gli estensori del suddetto Piano notano infatti che il “sistema industriale gelese sembra dunque aver visto indebolirsi nel tempo la sua capacità d’assorbire occupazione e di contribuire alla creazione di ricchezza” (Autori Vari 2007, 251).

 

In una prospettiva quantitativa, nel 2005 risultano attive nel territorio di Gela 5.349 imprese. I settori di appartenenza di queste imprese riflettono la specializzazione industriale dell’area, come è denotato dalla rilevanza che hanno i comparti manifatturiero (12% delle ditte)  e costruttivo (13,2%) in confronto alle zone limitrofe (dove entrambi i comparti si attestano attorno al 9-10%).

 

Le imprese manifatturiere di maggior rilevanza dal punto di vista delle dimensioni operano nella fabbricazione di prodotti in metallo (4,2%) e nell’industria alimentare (2,6%). Inoltre, secondo i dati del Censimento 2001, il settore manifatturiero occupa circa il 34,6% degli occupati nel comune di Gela. Altri settori, come trasporti, magazzinaggio o comunicazioni risultano invece abbastanza sottodimensionati e registrano una incidenza abbastanza bassa in termini assoluti e anche in comparazione alla media provinciale.

 

In termini generali, l’industria locale è costituita da piccole imprese dell’indotto generato dallo stabilimento (manutenzione, fabbricazione di prodotti petroliferi raffinati, plastiche e chimica di base, trasporti) e da piccole e medie aziende attive nei settori metalmeccanico e dei prefabbricati, operanti quasi esclusivamente nei mercati locali.

 

Da un punto di vista occupazionale risulta di un certo peso l’industria metalmeccanica, caratterizzata da circa una ventina di stabilimenti e da 350 occupati. Secondo i dati intercensuari, nel 2001 il settore metalmeccanico presentava localmente un incremento occupazionale straordinario (+89,4%). Esso si caratterizza tuttavia per essere un settore ancora a forte valenza artigianale, come è denotato dal fatto che il 70% delle imprese occupa meno di 10 addetti. Ad ogni modo, questo settore risulta in grande espansione com’è confermato da dati più recenti che mostrano, per il periodo 2002-2006, una crescita ulteriore del 61,5%.

 

Risultano in forte crescita  anche le piccole imprese attive nei settori della chimica di base (+16%) e della lavorazione della gomma e delle plastiche (+20%). Con riferimento alla grande industria petrolchimica, i dati presentati nel Piano Strategico mostrano invece che l’incidenza in termini occupazionali dello stabilimento è in forte calo  in relazione tanto al comparto petrolifero che chimico. In particolare, i dati intercensuari mostrano a partire dal 2001 una riduzione del 39,3% degli occupati nel primo comparto e un letterale dimezzamento di quelli impiegati nel secondo (-50,8%). Sintetizzando questa situazione, gli autori del Piano Strategico notano che:

 

Il quadro complessivo vede il settore storico del territorio affrontare una forte calo della propria capacità d’assorbimento dell’occupazione locale e un comparto che acquista rilevanza per numerosità d’impresa e quota d’occupazione assorbita ma in cui non si sviluppa parimenti un processo di strutturazione aziendale. Il riflesso occupazionale della crisi del petrolchimico è particolarmente rilevante vista la struttura del distretto chimico provinciale (Autori Vari 2007, 264).

 

Concentrandoci per il momento su  un altro settore, le attività commerciali appaiono numericamente rilevanti nell’economia locale, per quanto le tendenze strutturali nazionali delineatesi a partire dagli anni novanta abbiano prodotto effetti negativi.

 

In particolare, le trasformazioni nei sistemi di distribuzione e le riforme legislative intervenute nel settore hanno prodotto nel periodo intercensuario un calo del 2,5 delle ditte locali e un decremento pari al 4,7 tra gli addetti.

 

Più in dettaglio, si è assistito all’espansione del commercio all’ingrosso, l’unico comparto del settore che vede una crescita delle ditte e degli addetti. Ad ogni modo, l’aumento degli occupati non appare proporzionale alla triplicazione delle aziende operanti nel comparto.

 

Nello stesso periodo, gli occupati nel commercio al dettaglio diminuiscono di 270 unità, mentre gli esercizi che chiudono sono circa un centinaio. All’inizio degli anni duemila il quadro “rimane quello di un settore commerciale costituito principalmente da piccoli negozi di vicinato, con una dimensione media di esercizio inferiore alle due unità” (Autori Vari 2007, 269). La situazione non cambia in epoche più recenti e nel 2006 le tendenze di inizio decennio risultano ampiamente confermate (inclusa l’espansione del commercio all’ingrosso).

 

Coerentemente con i dati sopra presentati, il comparto agricolo risulta poco sviluppato (corrisponde al 17% delle imprese attive complessivamente nell’area) rispetto ai livelli provinciali (27,6%) e regionali (30%). Sul totale della superficie comunale nel 2000 solo 8.364 mq. sono destinati all’agricoltura contro i 18.451 della vicina Butera o 17.521 dell’altrettanto prossima Mazzarino (entrambe aree notevolmente più piccole di Gela).

 

Sintetizzando la situazione del settore, la specializzazione agricola è alquanto bassa, malgrado il territorio comunale ospiti la piana alluvionale più estesa della Sicilia meridionale. Ad ogni modo, con riferimento alla produzione si nota un prevalenza delle produzioni di frumento seguite dalle coltivazioni di uva e coltivazioni ortive. Inoltre, si notano alcune produzioni di qualità nelle serricolture e nella produzione di carciofo, espansesi in ragione di un processo di riqualificazione del comparto dipendente dalla crescente domanda di prodotti tipici locali. Significativamente, negli anni 2002-2006 si è assistito ad una crescita delle imprese operanti nel settore pari al 26%.

 

Con riferimento ai servizi, secondo gli autori del Piano “le imprese gelesi lamentano un difficile accesso “non solo ai servizi avanzati, dichiarati assenti, ma anche ai servizi base” (Autori Vari 2007, 273). Il comparto, nel 2005, contava circa 250 unità locali (pari al 4,7% delle imprese operanti nel territorio). Le imprese di servizi presenti nell’area sono perlopiù direttamente legate allo stabilimento petrolchimico (impegnate soprattutto in magazzinaggio e trasporti) e tra queste una sola offrirebbe attività di servizi in senso stretto (in particolare, ricerca). In termine di addetti l’incidenza è alquanto bassa tanto in termini assoluti quanto relativi (in riferimento alla media provinciale e regionale).

Con riferimento all’industria turistica gelese, questa costituisce, come si è già notato in precedenza, una attività dall’impatto limitatissimo. A causa della presenza industriale, evidentissima anche da un punto di vista paesaggistico, e della mancanza di imprese operanti nel settore, il turismo culturale o vacanziero è assolutamente marginale nel quadro economico locale.

 

I dati disponibili mostrano che nel 2005 Gela ha ospitato circa 10.500 turisti con una permanenza media di 3,5 giorni paragonabile a quella di aree ben più blasonate dell’isola. Tuttavia, le presenze straniere in città sono imputabili in buona parte al traffico di uomini d’affari e addetti all’industria che lo stabilimento genera e ai flussi generati dagli emigrati di ritorno nei periodi estivi o in altri periodi di ferie. Le strutture alberghiere esistenti, infatti, risultano assolutamente proporzionate al turismo d’affari, ma assolutamente insufficienti ad intercettare o produrre flussi turistici di massa.

 

Tuttavia, notano gli estensori del piano, “il modesto livello di turisticità di Gela non lo si deve esclusivamente a scelte improprie a degli operatori locali o al solo impatto delpetrolchimico. Piuttosto ad una scarsa attitudine ed una modesta sensibilità verso gli asset più importanti per lo sviluppo del settore, in primo luogo la costa”. Quest’ultima, infatti, risulta ampiamente compromessa in varie, splendide parti a causa della serricoltura abusiva sviluppatasi a ridosso del mare nella parte orientale, oltre che per l’impatto visivo dello stabilimento, del suo pontile lungo 3 km e delle navi petroliere che si stagliano continuamente al largo della costa in attesa di attraccare (delle visioni francamente poco rassicuranti nella prospettiva di chi è interessato ad un turismo naturalistico).

 

  1. Le prospettive degli attori istituzionali

 

Sulla base del quadro sopra presentato dovrebbe risultare probabilmente più facile riflettere sugli scenari economici possibili, complementari o alternativi all’industria petrolchimica.

 

Ma, ancora prima che dalle testimonianze dirette raccolte nel corso della ricerca, sarebbe bene partire dagli obiettivi presentati nel Piano Strategico del Comune di Gela, ovvero dal documento che indica gli obiettivi che l’amministrazione locale perseguirà da qui agli anni venti di questo secolo.

 

Il lavoro – che è il frutto del prolungato ascolto di un vasto numero di testimoni privilegiati, alti funzionari, politici e stakeholders – così come da capitolato d’appalto, si prefigge di “ricostruire la città” puntando su uno “sviluppo multisettoriale, autopropulsivo e sostenibile” (Autori Vari 2007, 8).

 

Più in dettaglio, l’obiettivo del documento consiste nel generare un percorso che conduca alla ragionata e progressiva dismissione del polo petrolchimico, alla bonifica e alla riconversione dell’area. Passi fondamentali in questa direzione sono:

–            la riqualificazione, tutela e valorizzare del patrimonio naturalistico;

–            il recupero e la valorizzazione a fini turistici del patrimonio storico e archeologico;

–            lo sviluppo di un sistema culturale integrato inscritto in un sistema a rete;

–            la generazione di un turismo culturale integrato e sostenibile, che permetta una gestione economica delle risorse culturali, anche attraverso la creazione di un sistema museale e ricreativo;

–            la valorizzazione integrata del patrimonio culturale;

–            l’istituzione di laboratori sulla cultura della legalità;

–            l’istituzione dei laboratori di idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano elargire cultura, mestieri e opere effettive;

–            riqualificazione del sistema scolastico e formativo.

 

Dal punto di vista delle azioni, tra le opere fondamentali per l’attuazione del piano si individuano:

 

–             l’attuazione del piano di risanamento ambientale a tutela della salute;

–            la riconversione del porto isola in porto commerciale e/o turistico e/o di cantieristica navale;

–            la riqualificazione dal punto di vista urbanistico e architettonico della città, demolendo e ricostruendo ove necessario;

–            l’istituzione di laboratori di idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano elargire cultura, mestieri e opere effettive.

 

Più in generale, secondo il Piano occorre:

 

–            definire il posizionamento economico della città;

–            definire il posizionamento competitivo ;

–            attivare processi di trasformazione agroindustriale dei prodotti tipici dell’area;

–            attivare  processi di animazione economica attraverso la istituzione di strutture di supporto.

 

Come è ovvio che sia, per esplicita ammissione degli autori, l’analisi condotta riflette indicazioni e interessi provenienti dal programma “Nuovo Rinascimento” dell’attuale Sindaco Crocetta (Autori Vari 2007, 355).

 

In questo senso, il Piano va realisticamente inteso più come un ritratto delle volontà e delle ideologie rinvenibili nel presente che come una attendibile previsione di ciò che sarà effettivamente il futuro della città.

 

I possibili cambi di direzione politica, infatti, rendono labile la natura di documenti di questo tipo, specie quando gli obiettivi sono di così lungo periodo.

 

Alla luce di questo (pre)giudizio, ritengo che il Piano Strategico costituisca una documento interessante perché esso appare innanzitutto come una fonte storica, malgrado sia stato scritto in questi giorni e si rivolga al futuro. Esso ci parla delle buone intenzioni delle odierne elite politiche locali e, al contempo, ci pone dinanzi ai limiti dello sviluppo in un’area che presenta forti resistenze alla programmazione e alla ragionevolezza (in ragione della preminenza degli interessi particolari su quelli generali).

 

In particolare, le interviste condotte sul campo ci permettono di mettere a fuoco una serie di ostacoli.

 

Il primo problema, sembrerebbe, è di tipo organizzativo. Precisamente, legato alla condivisione degli obiettivi. Le interviste rivolte ai politici locali evidenziano infatti un pessimismo di sfondo molto evidente. Alcuni testimoni concentrano ad esempio la propria attenzione su quella che potremmo definire la scala locale dei bisogni. Nella loro prospettiva, al centro dell’azione pubblica non dovrebbe stare tanto il perseguimento di grandi obiettivi quando la realizzazione di servizi minimi.

 

In altri termini, quel che i testimoni di questo orientamento notano è che il grado di (sotto)sviluppo di Gela non lascia adito a progetti ambiziosi di trasformazione. Peraltro, dalle loro parole emerge un chiaro scetticismo circa la possibilità di un percorso di trasformazione radicale delle relazioni con lo stabilimento (“Bisogna solo avere la volontà di imporla ricordandosi che quando le cose si impongono il rapporto diventa conflittuale”).

 

Il chiaro pessimismo di un testimone come il locale assessore all’economia è in questo senso estremamente preoccupante. Gli spazi per uno sviluppo sostenibile che egli intravede sono legati unicamente all’agricoltura. Ma non sembrerebbe che questo settore abbia al momento possibilità significative di espansione. Significativamente, egli accentua l’importanza dei Sic/Zps, ovvero dei vincoli paesaggistici, idrogeologici e di inedificabilità che caratterizza gran parte del territorio circostante la Riserva Naturale Orientata del Biviere.[38]

 

Si tratta di vincoli controversi a causa dell’estensione e che sembrerebbero suscitare alcune perplessità persino tra alcuni ambientalisti. Tra questi vi è infatti chi suggerisce che “quei vincoli siano stati posti per fare un piacere a qualcuno” e che servano di fatto a impedire la nascita di imprese competitive.[39] Ma al di là della plausibilità di tali vincoli, quel che è rilevante è il sostanziale scetticismo del responsabile circa la possibilità di uno sviluppo ecosostenibile.

 

Uno scetticismo largamente condiviso dall’assessore al turismo, il quale non ritiene che il settore di propria competenza, per l’appunto il turismo, costituisca una realistica via allo sviluppo, in ragione della devastazione territoriale apportata dallo stabilimento e anche per la mancanza di una cultura imprenditoriale orientata verso di esso.

 

Peraltro, lo stesso testimone solleva dei forti dubbi sulla capacità degli imprenditori locali di farsi interpreti del mutamento, in ragione di limiti culturali e per quella sfiducia, ampiamente analizzata nel corso del presente testo, nei confronti dell’ambiente sociale circostante. Infine, in modo abbastanza interessante, sembra di poter affermare che lo stesso testimone mostri un atteggiamento abbastanza fiducioso nei confronti dello stabilimento, ritenendo efficaci gli sforzi ambientali sin qui sostenuti (“l’inquinamento è più puzza che inquinamento vero e proprio”, dice in un passo l’ intervistato).

 

L’unica tra i testimoni istituzionali che sembra condividere appieno la fiducia nella possibilità di un mutamento sostanziale come quello teorizzato nel Piano Strategico è l’Assessore all’Urbanistica. La testimone appare assolutamente certa dell’efficacia degli sforzi fatti e nota come la giunta abbia “liberato gli imprenditori”, risolto il problema dell’acqua e intrapreso la via di grandi opere infrastrutturali che hanno ottime possibilità di cambiare il volto della città.

 

Lasciando perdere i dubbi già largamente espressi sull’efficacia di questi sforzi, che sono comunque reali ma intervengono in un quadro seriamente compromesso da anni di gestione “grigia”, ciò che è rilevante è la differenza nelle visioni espresse da questi attori. In via teorica, il problema che emerge è legata alla varietà nei livelli di informazione, nelle idee relative allo sviluppo locale e all’atteggiamento dei soggetti (riassumibile grossolanamente nella coppia oppositiva fiducia/scetticismo) operanti in una struttura direttiva.

 

Tutti elementi legati alla costituzione del clima organizzativo e alla possibilità di incidere efficacemente sull’ambiente a partire dalle motivazioni dei singoli membri (Campbell, Dunnette, Lawler et al. 1970; Moran T. e Volkwein 1992). Non che con questa affermazione si voglia negare il diritto alla pluralità e alla divergenza di opinioni, peraltro obbligata all’interno di una struttura democratica come un’amministrazione comunale. Soltanto si intende rimarcare che l’agenda personale dei responsabili di settore appare una variabile importante per l’efficacia dell’azione collettiva e queste diversità costituiscono un problema ulteriore in quadro caratterizzato da un numero consistente di “minacce” e “debolezze”.

 

Peraltro, come riconosciuto a più riprese dagli attori e dalle fonti consultate in questa ricerca, le differenze non si annidano unicamente a livello locale. Alle agende individuali degli amministratori locali, occorre aggiungere la pluralità di interessi e visioni che caratterizzano i livelli amministrativi superiori (Provincia, Regione e Stato) e che hanno di fatto rallentato i processi di trasformazione intrapresi dalla giunta Crocetta nel corso dei propri mandati.

 

Inoltre, a livello locale bisogna tenere conto dell’importanza di altri soggetti, come per esempio i sindacati. Come abbiamo notato in precedenza, a questo punto della storia essi sono organismi cresciuti all’interno dell’industria, saldamente legati ad essa per vicende personali dei dirigenti e per “missione” (la difesa del lavoro).[40]

 

È possibile per il sindacato locale immaginare qualcosa oltre l’industria? Ancora prima che dalle interviste raccolte in prima persona, inizierei da alcuni stralci d’intervista rilasciati da alcuni importanti organizzatori sindacali locali per la versione cartacea e digitale della rivista Rassegna Sindacale all’indomani di quella che ho chiamato la “rivolta per il pet-coke”:

 

«Nel frattempo i lavoratori sono preoccupati: la raffineria rischia seriamente di chiudere i battenti in maniera definitiva, per la gioia di chi ha pensato che Gela debba dedicarsi esclusivamente al turismo senza avere per questo ancora costruito un albergo degno di nota e senza avere nel frattempo chiarito chi depurerà le acque reflue cittadine e chi dissalerà l’acqua del mare che, in assenza della raffineria che cura per la città anche questi servizi essenziali, non potrà più  essere distribuita in città come ad Agrigento. Questo è uno dei  drammi che vivrà Gela, oltre a quello legato alla perdita dei posti di lavoro» (Giovanni Ferro, Segretario Generale della Cgil di Gela, intervista rilasciata a Rassegna.it (2002))

 

 

Amoretti: Noi non ci stiamo a farci incastrare nell’alternativa tra il cancro e la fame. Il sindacato, più di chiunque altro, ha affrontato le questioni del risanamento e della salute dei lavoratori. Forse l’impegno è stato discontinuo, ma in questa battaglia siamo sempre stati in prima fila.

Rassegna:  Come giudica la Cgil  l’operato della magistratura in questo caso?

Amoretti: Il profondo rispetto che nutriamo per le prerogative dei magistrati ci consente, però, anche di criticarne le singole decisioni. A nostro parere la magistratura si è fidata di tecnici che hanno preso un clamoroso abbaglio. In ogni caso, era comunque possibile affrontare  la situazione con maggiore duttilità, senza la drammatizzazione di cui siamo stati testimoni.

Questa vicenda ha anche aperto un conflitto con le associazioni ambientaliste. Il sindacato è molto vicino a questo mondo. L’ambientalismo è un fenomeno positivo, ma non sempre tutte le sue iniziative sono giuste. Quando gli amici della Legambiente arrivano a mettere in discussione perfino le centrali eoliche dell’Enel, si arriva al fondamentalismo. Il dissidio è inevitabile.

Rassegna:  Tra le  ipotesi prospettate in questi giorni, c’è stato anche chi ha riproposto per la Sicilia il modello di sviluppo “terra e mare”.

Amoretti:  Questa è una gigantesca baggianata. L’agricoltura ha un livello di occupazione che è tuttora il doppio della media nazionale, ed è estremamente difficile ipotizzarne una crescita se nello stesso tempo si vuole un settore moderno e tecnologicamente all’avanguardia. Il turismo è senza dubbio una risorsa sottoutilizzata, ma non è la medicina per tutti i mali. I luoghi più ricchi del mondo sono quelli dove l’industria ha un ruolo importante, non si capisce perché per la Sicilia questa non debba essere valido.

Rassegna:  L’industria siciliana è anzitutto la chimica. Che prospettive ci sono per il settore?

Amoretti:  Una potenza mondiale come l’Italia deve essere presente nel mercato internazionale della chimica. Serve però la volontà politica di migliorare: occorre quindi puntare al prodotto finito, non limitandoci alle semilavorazioni. Per questo vogliamo arrivare presto all’Accordo di programma. Solo in quella sede sarà possibile verificare le intenzioni dei governi, nazionale e regionale, rispondendo anche alle esigenze di compatibilità ambientali emerse in questi giorni (Aldo Amoretti, Segretario Generale Cgil Sicilia ai tempi della vicenda pet-coke, intervista rilasciata a Togna (2002)).

 

 

Sono passati alcuni anni da quando queste dichiarazioni furono rilasciate e nel frattempo la Cgil sembra essersi aperta maggiormente all’idea di attività alternative a quelle petrolchimiche. Ad ogni modo il modello proposto continua essenzialmente a rimanere quello industriale.

 

Sintetizzando le posizioni dei sindacati confederati, si può notare in generale che la cifra interprativa di tutte le  dichiarazioni raccolte non sia la chiusura verso ciò che esula dall’industria. Più verosimilmente è la diffidenza, l’impossibilità di scorgere le condizioni strutturali per una grande trasformazione dell’economia locale.

 

La sensazione, in altri termini, che la maggior parte delle proposte alternative allo stabilimento siano al momento prive di fondamenta. Nella prospettiva di questi particolari attori, il sindacato deve essere realista, così come esige la morale della responsabilità.

 

A causa di questo atteggiamento i dirigenti sindacali sono stati accusati di aver barattato la salute con il lavoro. Non crediamo che quest’accusa sia esatta, ma avvertiamo la sensazione che un eccesso di responsabilità abbia finito col rendere queste organizzazioni eccessivamente arrendevoli dinanzi alle sfide di uno sviluppo sostenibile. Talmente arrendevoli da aver indotto molti a confondere le loro posizioni e interessi con quelli dell’industria.

 

Probabilmente, la verità è che l’insostenibilità delle posizioni di chi parla di un futuro economico complementare o radicalmente alternativo all’industria deve averli spinti a ritenere più attraenti gli altri interlocutori: anch’essi dei “venditori di fumo”, ma per lo meno reale, come quello emesso dalle ciminiere dello stabilimento.

 

Ma qualunque siano le ragioni di questa diffidenza, una ulteriore sfida dell’amministrazione locale è costituita dal processo di coinvolgimento dei sindacati nel progetto di trasformazione economica.

 

E se per caso qualcuno si chiedesse quali sono le ragioni che mi spingono a dedicare tanto spazio ad organizzazioni che sono tutto sommato marginali nel processo politico-direttivo, ricorderei che la rivolta del pet-coke ha dimostrato quale sia la centralità dei sindacati nella gestione del cambiamento.

 

Chiunque pensasse di prescindere da loro, dalle “parti sociali”, rischierebbe probabilmente di trovare la propria strada un ostacolo in più e vedrebbe la meta più lontana. Con questo non si intende suggerire che i sindacati siano irresponsabili o ciechi. Non vi sarebbe niente di più inesatto. Solo che occorre indurli a condividere i progetti, mostrare loro la solidità delle basi su cui sorreggono, al fine di indurli a collaborare alla trasformazione senza maturare sensi di colpa. E soprattutto permettendo loro di attrezzarsi, di non dover luogo ad una sfida che li vedrebbe impegnati sul fronte esterno e anche su quello  interno, dell’organizzazione e dei ruoli. Una sfida, quest’ultima, persino peggiore della prima, dacché li costringerebbe a rivedere equilibri e posizioni che, ancora prima che collettivi, sono probabilmente personali.

 

E del resto perché pensare che questo processo debba riguardare unicamente i sindacati? Lo stesso discorso, immaginiamo, può teoricamente valere per ciascuno dei livelli coinvolti nel processo. Non si può realisticamente immaginare qualsivoglia forma di mutamento senza tenere in debito conto la matassa di interessi che si celano in Provincia, in Regione, in Parlamento e tra le associazioni di categoria. Interessi collettivi (di particolari categorie di imprenditori e dei loro rappresentanti) e individuali (a gestire i finanziamenti che le trasformazioni di questo genere comportano per conseguire obiettivi economici, politici e di influenza personale).

 

Le grandi trasformazioni solitarie, purtroppo, sono possibili unicamente a chi detiene quantità ingenti di capitale e tutto il potere che da esso deriva. E a volte non è sufficiente neanche quello, come dimostra l’esperienza di Mattei che dovette girare il meridione in lungo e largo per poter ottenere il consenso necessario a sfidare chi lo ostacolava.

 

D’altronde, di tutto ciò il Comune è ben avvertito, considerata l’importanza che i tavoli di consultazione hanno all’interno del Piano Strategico elaborato nel frattempo dalle istituzioni locali. Solo che al momento la percezione è quella di un isolamento di fatto. Beninteso, non che l’idea delle trasformazioni nelle forme economiche locali origini dal nulla e veda avversa l’opinione pubblica.

 

Al contrario, l’idea che il turismo e l’agricoltura rappresentino delle modalità desiderabili di sviluppo è abbastanza diffusa nella popolazione (a giudicare almeno dalle interviste condotte in loco). Solo che la popolazione divide con il sindacato lo scetticismo e l’ambivalenza nei confronti dei cambiamenti.

 

La gestione della comunicazione diviene allora uno strumento fondamentale. Peraltro, in un clima di incertezza diffusa, l’opinione pubblica diviene in genere facilmente manipolabile. Ciò non dovrebbe suonare come un insulto e una sottovalutazione della capacità di discernimento della gente comune. Ma la vicenda esemplare della mobilitazione del 2002, quella “per il pet-coke”, mostra che l’opinione pubblica è estremamente sensibile a certe tematiche e la sua reazione può essere imprevedibile (o forse estremamente prevedibile!).

 

Ma l’idea del turismo, dell’impiego intensivo delle risorse archeologiche, del museo e quella del rilancio dell’agricoltura non esauriscono il novero delle proposte. In chiave riassuntiva e al fine di introdurre un nuovo tema relativo alle proposte per un differente sviluppo locale, può essere utile partire dal dibattito in materia di infrastrutture intermodali (aeroporto, porto, strade veloci).

 

 

Comprensibilmente il tema delle infrastrutture suscita una certa attenzione tra gli attori sociali e ad esso è infatti dedicato un certo spazio nel Piano Strategico. In particolare, le elite locali, e un po’ anche la gente comune, discutono da qualche tempo degli scenari legati all’espansione del porto.

 

Questo progetto, malgrado le osservazioni critiche che suscita da parte di alcuni, potrebbe effettivamente costituire un canale di occupazione per un certo numero di addetti e vale dunque la pena accennare velocemente alla questione.

 

Come si legge nel Piano Strategico l’idea di fondo è che “il nuovo contesto di riferimento europeo pone l’Italia al centro di numerose direttrici, orizzontali e verticali, nel quadro delle reti transeuropee. Quale ideale centro del Mediterraneo, la Regione Sicilia gode di una posizione geografica di rinnovata strategicità. I corridoi multimodali rappresentano un’importante occasione di sviluppo per il territorio siciliano nell’ottica di una comune ridefinizione delle politiche sul trasporto e la mobilità a scala sovranazionale” (Autori Vari 2007, 311).

 

All’interno di questa quadro ha dunque preso piede l’idea di recuperare un rapporto col mare interrottosi molti decenni fa e, comunque, mai troppo intenso.[41] Così come il progetto mirante alla costruzione di un aeroporto, anche l’idea del porto suscita alcune immediate perplessità in ragione del fatto che le strutture portuali siciliane ospitano un traffico di container sensibilmente inferiore rispetto agli altri porti nazionali.

 

Per dare un’idea della differenza basterà notare che secondo dati non recentissimi i porti di Palermo, Catania e Trapani hanno movimentato nel loro insieme circa 47.000 container contro il milione e mezzo di Genova, i 2 milioni e 650.000 di Gioia Tauro, i 400.000 di Napoli e così via (Autori Vari 2007, 323).

 

A questo occorre aggiungere che il resto delle infrastrutture viarie nell’isola sono in generale insoddisfacenti e che un buon principio dell’urbanistica suggerisce che la costruzione di grandi opere commerciali e/o industriali debba essere preceduta dalla creazione delle strade necessarie a raggiungerle.

 

Ad ogni modo il progetto della riqualificazione delle distinte aree marittime del Porto Rifugio (impiegato attualmente per diporto e pesca), del pontile sbarcatoio (attualmente fuori uso) e del Porto Isola (quello costruito dall’Eni e impiegato in massima parte per l’approdo delle petroliere) è interessante per il modo in cui potrebbe  intersecarsi con il tema del recupero delle aree bonificate. Come si legge nel sito dell’Associazione Interporto del Golfo di Gela, una lobby che raccoglie alcuni imprenditori marittimi:

 

le aree dismesse della raffineria di Gela sono ideali per far nascere l’area Intermodale per i terminal containers dato che tale aree sono dotate dalla linea ferroviaria, vi è una grandissima centrale elettrica, vi sono le strade, e gli spazi necessari sfruttando anche le aree dell’ASI e la grande Pianura Gelese per le esigenze del trasporto intermodale. Precisiamo che rimodellando con poche decine di milioni di euro il Pontile ex Agip avremmo gli ormeggi per le grandi navi container che scalano le rotte intercontinentali (Marco Fasulo, responsabile dell’Associazione Interporto del Golfo di Gela).

 

A questi ambiziosi progetti legati al mare, occorre aggiungerne altri di portata ridotta ma ben accolti. In particolare quelli legati al diporto, da considerarsi un’appendice degli sbocchi turistici immaginati da molti e quelli legati alla cantieristica. Certamente, entrambe le attività sembrerebbero oggettivamente avere una capacità di impiego ridotta e la seconda nascerebbe in una situazione di vuoto. Intendo dire che la cantieristica andrebbe costruita praticamente dal nulla e questo pone dei problemi legati all’attrazione di aziende esterne e alla formazione della manodopera. Ad ogni modo, entrambe fanno comunque parte di quella diversificazione delle attività che un territorio come quello di Gela ha certamente bisogno.

 

Proprio il tema della formazione, evidente nel caso della cantieristica, riemerge molte volte nelle conversazioni con gli attori economici del territorio ed è, non a caso, uno dei punti sollevati a più riprese pure nel Piano Strategico.

 

Coerentemente, questo documento mira a sviluppare attività di formazione per la riqualificazione e per la creazione di competenze specialistiche legate direttamente alle politiche di tutela, valorizzazione, fruizione e gestione del patrimonio culturale, delle attività agricole, manifatturiere, industriali e turistiche delle piccole e medie imprese esistenti nel territorio.

 

Più nel dettaglio, esso intende promuovere un processo di conoscenza sul tema dell’innovazione e della ricerca nel sistema delle piccole e medie imprese, finalizzata all’innalzamento delle qualità del tessuto produttivo in termini di processo e prodotto al fine di mantenere un elevato grado di competitività. In altri termini, il Piano ritiene che sia necessario potenziare la capacità di innovazione del tessuto imprenditoriale, soprattutto dei settori prevalenti del territorio, attraverso interventi che aiutino le imprese ad aggregarsi e raggiungere quella massa critica necessaria ad avviare progetti di ricerca e di innovazione finalizzati a trovare soluzione tecnologiche comuni capaci di innalzare il livello della qualità aziendale (Autori Vari 2007, 35).

 

Queste iniziative risultano estremamente interessanti e di esse si avverte certamente il bisogno. Tuttavia possiamo dubitare che le iniziative di formazione possano rivelarsi efficaci in presenza di bassi livelli di fiducia nei confronti dell’ambiente esterno e, spesso, della stessa comunità d’affari.

 

Ciccarello e Nebiolo (2007, 112-115) hanno, per esempio, ben ricostruito la vicenda  giudiziaria ed economica di Stefano Italiano e del gruppo cooperativo da lui presieduto, l’Agroverde (operante, come si ricorderà, nel settore agricolo).  In breve, l’imprenditore dapprima fu accondiscendente nei confronti delle vessazioni della criminalità organizzata (pizzo, imposizione di fornitori e mezzi di trasporto, etc.); successivamente, ovvero dopo molto tempo, decise di denunciare la situazione alle forze dell’ordine. Tuttavia la poca chiarezza attorno alla vicenda, le difficoltà a interpretare la reale posizione di Italiano e la natura delle relazioni che aveva intrattenuto con le organizzazioni criminali, resero vacillante la sua reputazione e determinarono l’allontanamento di un certo numero di associati dalla cooperativa rendendo difficile la sopravvivenza dell’imprenditore e del gruppo da lui diretto.

 

La vicenda si risolse bene tanto per Italiano (divenuto uno dei simboli locali della resistenza alla mafia) quanto per la cooperativa. La storia, tuttavia, mostra l’impatto che certe problematiche socioambientali possono avere sulla comunità d’affari e si può ritenere che certi ritardi siano, ancora prima che il segno di un deficit della cultura d’impresa esistente nell’area, la conseguenza di un clima di sfiducia che impone prudenza e basso profilo da parte degli imprenditori.

 

È perciò plausibile ritenere che il principale impegno delle amministrazioni locali e dei restanti attori debba consistere nell’aumentare il livello di fiducia della società locale. Una sfida antropologica dagli esiti, a nostro avviso, abbastanza incerti.

 

 

  1. Conclusioni

 

Giunti alla fine del nostro studio di caso, proviamo a tracciare le conclusioni. L’analisi suggerisce che il recente passato della città ha segato in modo evidente il presente, innescando dinamiche essenzialmente improntate alla riproduzione della marginalità e della dipendenza.

 

Gela, così come gran parte della Sicilia e del Meridione, presenta livelli di sviluppo sociale ed economico di gran lunga inferiore a quello di altre aree italiane e continentali. Ma le forme della sua marginalità non sono meramente economiche. Quelli economici, infatti, sono miseri indicatori e non riescono a rendere giustizia della complessità del caso.

 

Il ritardo di Gela consiste di ben altri elementi che la semplice disoccupazione, i bassi livelli di reddito pro-capite o il tasso di industrializzazione, che sarebbero stati probabilmente ben peggiori in assenza dello stabilimento.

 

La città, malgrado i sussulti e i pregevoli sforzi di tanti suoi attori, risulta infatti soprattutto degradata. Il suo degrado è innanzitutto ambientale e psicologico. La massima  riprova di questo sono gli elevati tassi di inquinamento, il suo disordine urbanistico, l’odore acre dei fumi dello stabilimento e, soprattutto, il radicamento delle persone ai luoghi e ai modi dell’esistenza. Ovvero l’incapacità di un gran numero di abitanti di superare la propria ambivalenza rispetto ai temi dell’industria e della legalità e la difficoltà a vivere una socialità piena, caratterizzata dalla fiducia.

 

Si potrebbe leggere questo radicamento come una forma suprema di resistenza. Ma non è così. Gela non resiste: piuttosto galleggia malamente tra i flutti di un disastro industriale e sociale iniziato cinquanta anni fa. Cos’altro potrebbe fare, del resto? “Ci vogliono condizioni straordinarie affinché un popolo insorga e non tutti possono essere eroi”, ha detto un brillante testimone intervistato. E le sue parole appaiono quanto mai calzanti. Cosa c’è infatti di straordinario nelle condizioni esperite oggi dalla città? Le condizioni odierne sono quelle esistenti da mezzo secolo ed esse costituiscono ormai quella normalità verso la quale raramente si insorge.

 

L’Anic/Eni ha interpretato un ruolo fondamentale nel produrre questo disastro e nell’esacerbare le patologie preesistenti. Lontana dal portare la “modernità”, se non per i suoi aspetti più triviali e consumistici, nella nostra prospettiva l’impresa di stato ha per lungo tempo dimostrato che le regole non sono vincolanti, ha addomesticato il conflitto distribuendo prebende e favori, ricompensato i singoli per la loro fedeltà, negletto la comunità e persino minacciatola.

 

L’Eni ha imposto la propria egemonia sul territorio, diffondendo l’idea che la sua presenza fosse un’autentica panacea contro la miseria e che non vi fosse spazio per nulla all’infuori di essa. Ha vincolato a sé gli uomini e le donne, gli imprenditori, la politica e il sindacato. Ha sottratto spazi naturali alla città, creato aree differenziate, inquinato orribilmente e contribuito a diffondere malattie e dolore.

 

Proprio dal dolore è stato possibile ripartire. Una partenza lenta, tutt’altro che avvincente. Ma comunque un modo di avviare un percorso di emancipazione dall’industria petrolchimica. Un percorso non ostacolato dall’azienda, del resto. L’Eni non può promettere nessun impegno per il futuro. Vent’anni è il tempo che l’azienda può darsi, secondo i suoi dirigenti. Un periodo breve, quasi un nulla nel ciclo dell’industria. Anni buoni per maturare nuovi e ricchi introiti, certo. Un lasso di tempo sufficiente a che una nuova generazione di gelesi diventi adulta e aspiri a perpetuare la vita dei padri, per poi scontrarsi con la dismissione e il vecchio fantasma della disoccupazione.

 

Non sappiamo se andrà veramente così. Ma è probabile. E se non fosse la dismissione, a troncare le illusioni sarebbero i processi di automazione dell’industria di processo, la riduzione delle linee, la specializzazione del lavoro che incalza e esclude numeri crescenti di individui.

 

Al dolore è dunque possibile aggiungere un altro tassello, un nuovo vettore di cambiamento. Si tratta della disillusione. Se si preferisce, dello sdegno generato dalla consapevolezza che dopo avere avvelenato, inquinato, persino ucciso, la fabbrica tagliava i posti e minacciava occasionalmente di lasciare la città.

 

Davvero troppo per una città abusata, lasciata per anni priva di servizi sanitari, stravolta dal punto di vista urbano e sociale, devastata dalla violenza che la presenza dello stabilimento ha contribuito ad avviare. Troppo comodo per l’azienda disporre a proprio piacimento delle persone e delle cose. Era quasi naturale che qualcuno decidesse di non stare al gioco. Vittime dirette o indirette dei veleni della fabbrica, donne e uomini addolorati e spesso in lutto, ad un certo punto hanno iniziato a scavare dietro le statistiche, i numeri “grigi” e i documenti inattendibili mostrando il volto oscuro dello stabilimento. I versamenti di greggio e sostanze tossiche nel terreno, in mare e nell’aria; i tassi sensibilmente più alti di malattie tumorali e malformazioni; la presenza mafiosa dentro e fuori lo stabilimento.

 

Da qui le verità, le condanne, il “nuovo corso” dell’Eni, l’abbattimento dei fumi, la responsabilità sociale dell’impresa. Ma quale responsabilità? I campetti di calcio, il manto erboso dello stadio, qualche fontana, il patrocinio di qualche evento culturale? Troppo comodo nell’ottica di quelle donne e quegli uomini convinti di aver pagato un dazio troppo alto all’azienda.

 

No, quello che queste vittime reali e immaginarie chiedono è ben altro. Servizi sanitari permanenti gestiti dal pubblico e co-finanziati dall’impresa, soprattutto. Ma anche la risocializzazione degli utili, sconti sulla benzina, versamenti significativi di somme a favore della comunità per la creazione dei servizi sociali mancanti o il finanziamento di quelli esistenti. E poi la bonifica delle aree devastate, la restituzione delle terre rilasciate agli imprenditori locali, la creazione di aree verdi. Aree verdi per passeggiare, ossigenare la città, ma anche aree verdi da coltivare.

 

Una parte della città, infatti, è stanca del petrolchimico. Vorrebbe il modello turismo e agricoltura, anche se sa che non basterebbe. Ci vogliono le industrie, certo. Ma anche più campagna, più sviluppo naturale e sostenibile. Da qui il problema di ripensare il futuro, di reimpostarlo in un modo più ecocompatibile. Vi è il desiderio di lasciarsi le malattie e i morti alle spalle. Ma questo non è facile. Tra i tanti vuoti lasciati dal petrolchimico, abbiamo detto, vi è quello imprenditoriale. Non che manchino le imprese e gli “spiriti animali”. Ma si tratta di realtà tra loro distanti, atomizzate, poco orientate a cooperare.

 

Come ricreare una comunità? Come ridare fiducia alla collettività? Un’amministrazione comunale persino caparbia ci prova, impone i temi della legalità e del rispetto delle regole. Ma ci riesce veramente? È davvero possibile superare l’ambivalenza che da un lato spinge i cittadini a definire immorali certe pratiche e, dall’altro, li induce a riprodurle costantemente? È possibile superare l’idea che qualsiasi cambiamento non sarà definitivo e che il “rinascimento” durerà unicamente lo spazio di qualche mandato amministrativo? È possibile neutralizzare le retoriche ricche di presa che suggeriscono che i cambiamenti di stile nella gestione della cosa pubblica siano per lo più di facciata e che quello in corso è solo un processo di sostituzione dei gruppi di interesse e non dei modi dell’amministrare? E nella nostra prospettiva, può questa amministrazione apportare dei cambiamenti significativi nell’approccio alla questione ambientale?

 

Nessuna di tali questioni è superflua o, peggio ancora, retorica. Occorre dunque sperare che non suoni vuoto o retorico anche il tentativo di abbozzare una risposta, incentrata principalmente sulla sfiducia nella possibilità di generare mutamenti strutturali in tempi ragionevoli.

 

I problemi di Gela, infatti, non sono meramente “sociali”. Il problema di Gela, e in realtà di larga parte di quel meridione di cui essa è parte, è essenzialmente antropologico. Non si tratta ovviamente di qualcosa legata all’uomo in quanto tale, il “gelese” o il “meridionale”. Piuttosto è un problema sostanzialmente strutturale e culturale. Se si preferisce, è il problema di una cultura imbrigliata da tanto tempo in una particolare struttura economica e in uno specifico ordine sociale. La cultura di questi uomini e queste donne è dunque un “artefatto” che origina da questa particolare struttura. Sarebbe però sbagliato immaginare questo processo come se fosse meramente passivo e unidirezionale. La struttura crea particolari persone, ma queste stesse persone, di rimando, rigenerano la struttura.

 

Fuori dalla circolarità astratta del discorso, non si può comprendere la realtà locale prescindendo dalla razionalità e dalla reciprocità intrinseche al suo ordine. Gela è divenuta negli anni una società di free-rider che vede nello scambio individuale il motore della trasformazione. Una trasformazione tuttavia che non può essere collettiva perché la dimensione collettiva, in un certo senso, non esiste.

 

L’affermazione apparirà radicale e non pertinente, poiché fa riferimento ad un ambiente che presenta un associazionismo tutto sommato ricco. Tuttavia, è l’obiezione da muovere, cosa ne è degli altri, ovvero di chi non si associa? E ancora, in quale modo inquadrare un volontariato che, come quello legato alla sanità, mobilita risorse finanziarie e costituisce per molti un autentico modo di sopravvivenza?

 

Queste ultime osservazioni, che non si adattano unicamente alla realtà gelese e sono anzi applicabili ad un’infinità di altri casi, acquisiscono maggior valore se si considera che Gela presenta un basso livello di civismo e di fiducia. Di prove ne abbiamo raccolte diverse nel corso della ricerca – basti pensare allo spontaneismo edilizio o all’isolamento professato dagli imprenditori – e pensiamo che, soppesando gli atteggiamenti diffusi nella società locale, gli orientamenti particolaristici siano decisamente prevalenti.

 

Il particolarismo della società locale, in questa prospettiva, è il lubrificante dell’economia e della struttura. Come la fabbrica che si alimenta dei propri stessi scarti, la società gelese nel suo complesso si alimenta del veleno che la rende marginale, relativamente povera, dipendente.

 

Non remando insieme, rifiutando il conflitto, astenendosi dalla presa di posizioni radicali, elemosinando favori e raccomandazioni, i singoli traggono benefici certi. Piccoli benefici, poco più che elemosina, ma più che sufficienti a sopravvivere e riprodursi e ben più sicuri di quelli che si avrebbero sottraendosi al circolo della reciprocità. In questa prospettiva, la società locale è una società affatto differente da quella di meno di un secolo prima, a dispetto dei consumi vistosi che esibisce: è una società intrinsecamente feudale composta da individui e non da cittadini.

 

Certo, in questi termini l’analisi risulta impietosa e anche contraddittoria. In che conto, infatti, occorrerebbe tenere gli attivisti e tutti coloro che si impegnano duramente sul fronte della lotta ambientale o della legalità?

 

Questi ci appaiono come i più marginali tra i marginali. In ragione dei risultati ottenuti, gli attori dei  movimenti hanno dimostrato di essere ben altro che Don Chisciotte. Ma la loro è una battaglia che non potrebbe aver luogo senza il diritto e la magistratura. I loro successi non appartengono alla società locale. Appartengono solo a loro e ai magistrati che non hanno cestinato le denunce. Senza l’imparzialità della legge (e senza gli uomini imparziali chiamati ad applicarla) Gela continuerebbe ad annegare nei veleni in ragione del fatto che è meglio essere ammalati che disoccupati.

 

Per quanto radicale potrà risultare, quest’analisi non intende essere provocatoria e riflette solamente le contraddizioni e l’incongruenza della cittadinanza. Non solo quella del “popolo” e delle classi basse, ma anche di tanta borghesia locale. Una conseguenza di tale visione è che la trasformazione in quest’area non può essere il prodotto di un’azione collettiva o di massa.

Il mutamento è un processo che può essere attivato unicamente da avanguardie oppure gestito centralmente. Il fine di organizzazioni “terze” e sovranazionali, impegnate nella sorveglianza e nella facilitazione di processi sociali “virtuosi”, deve necessariamente consistere nell’identificare e fornire supporto a gruppi estranei alla logica della reciprocità.

 

Ma la consapevolezza che deve guidare ciascuna azione è che i tempi di qualunque mutamento sostanziale saranno tempi al limite dell’umano e che l’ostacolo reale non è la creazione di economie, ma la trasformazione dell’antropologia.

 

L’esperienza dello stabilimento insegna infatti che non è difficile insediare nuove forme economiche e trasformare rapidamente le economie e i territori, facendoli transitare velocemente dall’agricoltura all’industria. La vera sfida è abbattere le forme mentali. Un’impresa dai tempi biblici e dagli esiti incerti.

 

 

 

 

 

 

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[1] Per delle riflessioni su mutamento sociale e sviluppo e vita quotidiana e routine, cfr. Bourdieu (2000, 222), Heimer (2001) e, soprattutto, Germani (1971, 32-33).

[2] Propongo una definizione di capitale che sottintende, classicamente, l’ammontare degli investimenti e la capacità di mobilitare e dismettere forza lavoro. Ma accanto a questo rimarco l’importanza della macht, della “potenza” weberianamente intesa, consistente nella probabilità che un soggetto agente (l’Anic/Eni, nel nostro caso) ha di imporre il suo volere ad un altro, anche contro la sua resistenza (Weber 1961, 207). Questo potere/potenza, nella mia prospettiva, assume forme politiche, di influenza e determinazione delle scelte assunte solo formalmente dal decisore pubblico; ma va anche inteso come capacità di modificare l’ambiente, i territori e la vita (con modalità “biopolitiche”, per assumere la prospettiva focaultiana).

[3] Più precisamente, discutere di Gela significa riflettere sulle ideologie classiche dello sviluppo e sui loro significati. In particolare, sulla crisi dello stesso termine “sviluppo”, sugli errori di concettualizzazione che ne hanno accompagnato l’applicazione (determinando spesso abomini ai danni dell’ambiente e delle organizzazioni sociali) e, soprattutto, sul carattere feticistico delle ideologie della modernizzazione (impegnate a individuare modelli economici e di vita sostanzialmente univoci). Nella vastità della letteratura sul tema, cfr. Wallerstein (1983), Gruzinski (1988), Appadurai (1996), Quijano (2000).

[4] Un’espressione forte che si rinviene, a volte letteralmente e a volte nel senso complessivo delle analisi, anche in alcune opere scientifiche. Cfr. Bordieri (1966); Hytten e Marchioni (1970); Amata (1986).

[5] È arduo tracciare una bibliografia completa sul caso di Gela. Personalmente ho rinvenuto, direttamente o attraverso citazioni, almeno una trentina di testi che a partire dagli anni sessanta ripercorrono la storia recente della città in una prospettiva storica o sociologica, con almeno un occhio rivolto all’impatto dell’industria, alle trasformazioni sociali e al suo futuro. Un numero significativo ancorché incompleto che può dare il senso della rilevanza assunta da questa vicenda locale.

[6] Avvalendomi di fonte documentarie (Autori Vari 1996) e dell’osservazione diretta, ho diviso le aree della città come segue: Centro storico; Aree residenziali (Caposoprano e Macchitella); Area Raffineria; Aree espansione anni ’50 e ’60 (Villaggio Aldisio; Margi, Settefarine). L’intenzione era quella di poter mettere in relazione la residenzialità (prossimità alle fonti inquinanti) con caratteristiche individuali legate alla classe sociale e all’istruzione.

[7] Sul ruolo e l’importanza delle figure di tramite tra il ricercatore e la comunità, v. Gobo (2001, 93-94) e Cardano (1997, 62).

[8] Ritengo che uno dei limiti dello studio stia proprio nella brevità del tempo trascorso sul territorio (25 giorni). Uno studio di questa natura, al confine con la pratica etnografica (ho infatti tentato di adottare per quanto possibili le lenti dei locali, cercando di penetrare per quanto possibile tutti gli spazi della vita quotidiana a cui mi era dato accesso), avrebbe richiesto per lo meno un paio di mesi di studio sul campo (Gobo 2001). Certamente, il largo impiego di interviste semi-strutturate e la dimensione contenuta della città hanno comunque permesso di accedere a un ragguardevole numero di dati. Tuttavia, non sono stati presumibilmente contattati molti testimoni significativi e vi è da chiedersi se la saturazione teorica sia stata effettivamente raggiunta.

[9] Una definizione un po’ enfatica impiegata tuttavia dal Corriere della Sera. Cfr. Sciacca (2008).

[10] Legambiente (2005).

[11] Circa i dati in materia ambientale per gli anni 1995-2007, cfr. DPR 17/1/1995 (“Approvazione del piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della Provincia di Caltanissetta – Sicilia Orientale); Legambiente (2005); Nardo (2006); Autori vari (2007).

[12] Dalla lettura dei dati contenuti nel suddetto DPR e da alcune integrazioni presenti nel Piano Strategico (Autori Vari 2007, 192) emerge che, sulla base dei dati disponibili, i reflui del polo industriale, dotato di 11 punti di scarico, ammontavano a circa 800 milioni di metri cubi annui. Di tale quantità, come abbiamo detto, circa il 56% aveva come scarico direttamente il mare, mentre il rimanente veniva quasi esclusivamente scaricato nei pressi della foce del fiume Gela. I fattori inquinanti del tratto marino costiero nel Golfo di Gela erano, secondo il D.P.R., costituiti da idrocarburi, l’inquinamento termico e l’eutrofizzazione. I primi due erano da imputarsi alle attività produttive del Polo Industriale e a quelle portuali, mentre l’eutrofizzazione (l’accrescimento eccessivo di organismi vegetali nelle acque) sembrava anche collegata agli scarichi civili, spesso insufficientemente o affatto depurati. I principali parametri trofici evidenziavano per il Golfo di Gela un diffuso stato di degrado, anche se limitato al settore marino prossimo alla linea di costa (caratterizzato dalla presenza di metalli pesanti, composti organoclorurati, pesticidi e altre sostanze contaminanti imputabili alle lavorazioni del Polo Industriale).

[13] Sul tema del fabbisogno idrico dello stabilimento, in una prospettiva di qualità e quantità delle acque, cfr. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (2007). Sono particolarmente interessanti le parti in cui si menziona il rifiuto dello stabilimento ad impiegare certe acque in ragione della presenza di minerali non facilmente eliminabili con processo di trattamento.

[14] Cfr. Gramsci (1975); Gruppi (1977).

[15] Cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 44-46).

[16] Bosco, Varrica e Dongarrà (2005).

[17] I metalli pesanti hanno  la caratteristica di precipitare quasi immediatamente e di appoggiarsi dunque sui terreni circostanti, nel raggio di poche decine di chilometri dalla fonte di emissione. Si comprende facilmente quale sia il livello di rischio per i residenti, che non potrebbero ragionevolmente sperare in una dispersione degli inquinanti.

[18] Gebel (1997). Per una rassegna sugli aspetti tecnici della questione pet-coke così come si pongono a Gela, cfr. Nardo (2007).

[19] “In realtà”, racconta un cronista che seguì la vicenda in prima persona, “Questa storia l’ha uscita un signore del nord. Non è vero, perché un povero disgraziato lo disse in un momento di folklore… perché  stanchi di stare là si discuteva del più e del meno, le mogli  portavano il mangiare, si passava un po’ di tempo…ad un certo punto uscì fuori questa frase, che non è stata la frase vera dello sciopero, ma che suonava bene”. Anche altri sparuti testimoni negano che quello fosse lo slogan della manifestazione. Ciò nondimeno, altri lo ricordano e danno per vero il suo utilizzo. È forse secondario concentrarsi su quella frase, stabilire se esso fosse o meno il motto della manifestazione. Tuttavia ques’ultima è passata alla storia locale come la manifestazione per il lavoro a tutti i costi, anche a danno della salute. Che quello riportato sopra fosse o meno lo slogan, in fondo, è secondario: nei fatti chi si rivoltava contro la sentenza dei magistrati affermava proprio l’importanza del salario, a prescindere da altre considerazioni

[20] Foucault (2005). Sono debitore nei confronti di Pierpaolo Mudu per avermi suggerito questa prospettiva interpretativa.

[21] Per una ricostruzione di questo fondamentale passaggio, cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 45-46).

[22] Cfr. Rassegna.it (2003).

[23] Cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 46-47).

[24] Cfr. Boudon (1985).

[25] Il risultato di questo impegno fu il D.L. n. 22 del 7 marzo 2002 – Disposizioni urgenti per l’individuazione della disciplina relativa all’utilizzazione del coke da petrolio (pet-coke) negli impianti di combustione.

[26] “Ci si potrebbe comprare l’Italia. Noi li abbiamo spesi per il risanamento”, ha affermato un alto dirigente della Raffineria nel corso di un incontro pubblico tenuto a Gela nel giugno del 2008 in presenza di ricercatori dell’OMS, del Cnr e delle associazioni ambientaliste locali.

[27] Nardo (2006, 10)

[28] Si osservi per esempio il seguente scambio di battute:

Qual è la vostra  reazione verso i movimenti ed i vari comitati ambientali ? 

Io penso che questi movimenti abbiano totalmente radicalizzato il problema da diventare quasi antagonisti. In realtà nessuno può avere un atteggiamento pro o contro l’ambiente. Siamo tutti pro ambiente perché siamo tutti madri e padri di famiglia. Quindi io credo che se avessero cercato con serenità le soluzioni ai problemi forse si poteva aprire un tavolo di confronto. Ma oggi non serve dire ha sbagliato la raffineria o la classe dirigente. Oggi bisogna mettersi attorno ad un tavolo e trovare delle soluzioni che possano consentire di convivere o di non convivere (Elisa Nuara, Assessore all’ambiente).

[29] Cfr. Brown e Mikkelsen (1990).

[30] Gli atti di riferimento sono: L. 349/8; D. lgs 152/2006; Art. 2043 C.C.

[31] La Sicilia (2007). Non sembrerebbe che la richiesta dei Verdi si fondi su basi oggettive. Essa appare  comunque un “pungolo” per l’amministrazione locale affinché accerti i danni subiti dal territorio.

[32] In modo interessante, i magistrati hanno specificato che in nessuno dei 101 casi per i quali la Syndial ha deciso di erogare il risarcimento è stato intentato o formalizzato un giudizio per il riconoscimento del danno. La società ha dunque pagato volontariamente, senza che esistesse alcun provvedimento che la obbligasse, pur ritenendo che le malformazioni accertate non siano da mettere in relazione con la propria attività industriale.

[33] È questo quanto hanno dichiarato i vertici locali dell’azienda nel corso di un incontro dal carattere tecnico svoltosi nello stabilimento nel giugno 2008 alla presenza del sottoscritto e di un folto gruppo di ricercatori dell’ISS, del CNR e dell’OMS.

[34] In ragione della forte presenza dell’Eni e delle sue associate nell’isola (a parte il caso trattato, basti pensare agli stabilimenti di Milazzo, Priolo, Augusta, Siracusa).

[35] Per un’accurata ricostruzione dello stato di avanzamento delle bonifiche e degli aspetti tecnici relativi ai luoghi, cfr. Legambiente (2005).

[36] Su questo tema si leggano le parole del Sostituto Procuratore dott. Sutera Sardo pronunciate dinanzi alla Commissione rifiuti della Camera e del Senato: “I rapporti con l’amministrazione. Mi dispiace dirlo, ma l’amministrazione ha dormito, si sta svegliando adesso, come sempre, perche´ ci sono indagini della magistratura, che improvvisamente fanno aprire gli occhi a chi li ha tenuti chiusi fino all’altro ieri. Ci accusano (per carita`, e` anche uno sfogo) di essere onnipresenti: sinceramente, farei volentieri a meno di fare queste indagini. Dormo in una caserma; non ho particolari interessi a svolgere queste indagini, lo faccio perché é mio dovere farlo nel momento in cui ritengo vi siano fatti di rilevanza penale da accertare. Probabilmente queste indagini non si farebbero, o se ne farebbero molte di meno, se gli organi pubblici facessero il loro dovere”. Cfr. Commissioni Rifiuti (2007).

[37] Una percezione che molti testimoni comuni hanno espresso nel corso delle interviste.

[38] Per una discussione tecnica sui Sic/Zps, cfr. Greenstream (2003).

[39] Annoto sul diario etnografico che il 16/6/2008, subito dopo aver intervistato l’Assessore allo Sviluppo Economico, incontro per strada un noto esponente dell’ambientalismo locale, protagonista di molte battaglie giudiziarie. Gli chiedo cosa ne pensa dell’idea dell’assessore che i vincoli Sic/Zps siano in parte inutili e costituiscano un severo limite allo sviluppo. Abbastanza sorprendentemente, l’ambientalista annuisce e si mostra assolutamente concorde, affermando che non hanno senso considerata l’estensione e che, appunto, “sono stati posti per fare un piacere a qualcuno”. In particolare, per impedire la possibilità che si dia vita a imprese agricole o di altro tipo e per non disturbare alcuni.

[40] Anche se evidentemente la fabbrica non costituisce l’unico campo d’azione del sindacato. Come nota il Segretario Generale della Cgil in apertura all’intervista rilasciatami nel giugno 2008: “Mah… per quello che sta succedendo ora il settore più problematico è quello del pubblico impiego perché, anche se può sembrare un paradosso… però rispetto al fatto che la raffineria sembra essere un sito che subisce una serie di attenzioni particolari per via dell’inquinamento e dei rischi da produzione, il settore che per ora è più in crisi in assoluto è quello dei servizi pubblici, della sanità, e del lavoro precario che ruota attorno proprio ai servizi pubblici. Proprio per una crisi finanziaria generata da tutte queste finanziarie che ogni anno i governi nazionali regionali sono costretti a mettere in piedi per risanare il bilancio e quindi tagliano i trasferimenti ai comuni. Questo taglio se non è accompagnato da un innalzamento delle tassazioni che fanno capo alle amministrazioni comunali, che per riferirmi a Gela possono essere l’Ici la Tarsu, queste tasse comunali si traducono in una riduzione di entrate. Anche i servizi essenziali hanno una riduzione di entrate. E quindi tutti i lavoratori che ruotano attorno alla monocommittenza delle amministrazioni pubbliche subiscono una difficoltà e le difficoltà maggiori che in questo momento stiamo avendo noi a Gela sono connesse al lavoro che viene dato dal municipio .E’ un paradosso ma è così”.

[41] Su questo punto, cfr. Bordieri (1966).

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Redazione terrelibere

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