Libreria Racconti

L’impegno fecondo

Un racconto sul mondo dell”università meridionale

     

I. DELLA CARRIERA PRODIGIOSA

dove si dimostra che la
provvidenza esiste e che la sua opera non costa neanche molto

“Ed, allora, data la delicatezza degli equilibri, sarebbe sconveniente et turbante, non sine qua gravantibus, habere…”. Senta, parliamoci chiaro”, disse Raffici, accendendosi una sigaretta senza chiedere il permesso, ché minimamente gli passava per la testa di chiedere il permesso. “Io ho umili origini, come lei sa”; e si interruppe aspirando con calma la sigaretta: poi soffiò il fumo, distrattamente. “Sono abituato a parlare chiaro”, un’altra boccata, poi ricominciò. “A casa mia è sempre stato così: no significa no; e sì vuole dire sì”. Si rimise a fumacchiare tranquillamente, con l’aria di chi aspetta una risposta.

“Va bene”, disse Ariovisto, sudando freddo. E poi fece uscire quelle parole come dovesse sputare l’anima: “Parliamoci-chiaro: se io la nomino cultore della materia, qua succede un casino che manco s’immagina. Ma non perchè lei è laureato di veterinaria e al massimo conosce, ma solo per esperienza personale, qualche articolo del codice penale, no. Mica per questo succede un casino, che qua c’è pure chi sta peggio di lei. Il casino succede perchè ognuno si è fatto i suoi progetti: e inserire un uomo nuovo significa fare saltare tutto l’organigramma, che è stato previsto per i prossimi cinquant’anni per tutti i posti disponibili compreso l’usciere di ultimo livello…”

Ariovisto non aveva mai parlato così chiaro. Si sentì come il bambino che dice la sua prima parolaccia. Raffici gettò in terra il mozzicone della sigaretta, spegnendolo col piede. “E noi, l’ingresso non lo possiamo preparare? Io ho molta moneta di scambio”. “E noi l’ingresso lo prepariamo” disse Ariovisto, ormai assuefatto al parlar volgare. “Ma lei prepari il borsellino, che ci sarà da fare molte spese”.

Questi giovani. Vogliono tutto e subito. Ariovisto, invece, se li ricordava i suoi tempi, quando anche il figlio di Alberico Degli Incensi doveva lavorare e accettare i suoi compromessi. Poi, quella storia del matrimonio. Il padre s’era messo in testa di aggiungere al suo impero la cattedra di Diritto internazionale, l’unica importante che fosse fuori dalla sua orbita. “Ariovisto, non è vecchia… “Papà, sono io che sono troppo giovane”. “Saranno venti anni di differenza, cosa vuoi che siano? Poi non è neanche bruttissima… La cattedra di Diritto internazionale era in mano a Domitilla Vasques Rossi, quarantaquattro anni portati più che male, discendente da una nobile famiglia di pirati (da parte di padre) e mercanti (da parte di madre). Alberico combinava il matrimonio da quattro anni, ora il figlio si metteva a fare l’eroe romantico, lo schizzinoso, il guastafeste. “Ti prendi lei, la cattedra grossa, le cattedre più piccole di Internazionale, i soldi che ha, non è neanche bruttissima…” “E mi piglio pure i tre figli che ha”, ribatteva Ariovisto, che però iniziava ad abituarsi all’idea. Anche i figli facevano parte del progetto, perchè Alberico aveva in mente una ulteriore conseguenza: la nascita della Cattedra di Diritto privato internazionale. “E a chi l’assegni, al figlio che nascerà?”, gli disse scherzando un Chiarissimo collega, che già schiumava veleno. “E’ già nato il figlio, dal marito precedente”, rispose con tutta calma Alberico. “E magari dobbiamo aspettare che cresce?”; e il Chiarissimo aveva il sangue agli occhi. “No, ha già quindici anni”, e Alberico era la calma in persona.

Si sposarono e furono felici perchè si tradivano con reciproco consenso. Si vedevano molto di rado, più nei corridoi della Facoltà che in casa. Lei aveva da tempo un debole per i laureandi trentenni; e lui si inteneriva spesso vedendo un’assistente sola e inesperta, desiderosa di una guida sicura. Ariovisto non pensava che al figlio, che aveva il nome di Saverio Giovanni Vasques Rossi Degli Incensi; e che poi per tutta la vita si farà chiamare Giovanni da tutti. Tre anni per prendere il diploma, tre per la laurea, 6 secondi per il dottorato di ricerca, 3 minuti per ottenere l’affidamento di Diritto Privato internazionale. Nonno Alberico poteva morire tranquillo e soddisfatto.

Raffici era appena uscito e Ariovisto ancora aveva il cuore in tempesta. Riassettò in fretta le carte, poi uscì velocemente, dopo aver infilato il cappotto. Salutò distrattamente e uscì in strada, a prendere aria. In quel momento venne fuori Poltronieri, ormai un vecchio ordinario a pochi giorni dalla pensione. Non gli importava più di niente, mentre solo pochi anni prima era pronto a tutto. Aveva pure dimenticato il rancore riservato ad Ariovisto, quando entrò per la prima volta a scombinargli i piani. “Collega, mi sembri pallido come un morto. Vieni, ti offro un caffè”. Sedettero a un tavolino. “Questi giovani vogliono tutto e subito”, disse Ariovisto, come parlando tra sè. “Noi invece, eh….” commentò Poltronieri, con profondità di pensiero. Poi gli passò un lampo per gli occhi: “E te lo ricordi, Pesce?”.

Ariovisto, a sentire quel nome, perse il residuo colorito che gli rimaneva in faccia. Eccome se lo ricordava. Rocco Pesce. Un incubo durato un anno. Era da poco diventato ordinario, quando venne a parlargli Aldebrandi, uno dei più grossi in Facoltà. Cominciò un discorso decorato con “di te mi posso fidare” “siamo amici” “io degli amici mi ricordo” “chiedimi tutto quello che vuoi”. Gli aveva chiesto solo di candidarsi per l’elezione a commissario per il concorso di Penale. La cordata di Aldebrandi, poi, lo avrebbe votato; quindi, per intervento della provvidenza che abita al Murst, il suo nome sarebbe stato estratto a sorte. Infine, avrebbe dovuto far passare il prescelto e bocciare l’altro, indipendentemente dai titoli. “E può essere pure che c’ha tutto il codice dei codici in testa, deve passare Pesce”, e Aldebrandi concluse il discorso.

Ariovisto rimase tranquillo, gli strinse la mano, lo sguardo come a dire: “E che non si fa un favore agli amici ?”. E poi mica era difficile, aveva fatto una cosa simile all’inizio di carriera. Anzi, vide nella richiesta una conferma della sua accresciuta importanza. Ma quando incontrò Pesce, gli crollò il mondo addosso, un pugno nello stomaco, uno sputo in un occhio. Rocco Pesce da Taurianova, un’aria da comparsa nei B-Movie del tipo “Colpo grosso alla gioielleria”. Parlava benino, per uno che usa sempre trenta parole circa. Senza sigaro e catena d’oro intorno al collo si sarebbe presentato meglio. Anche l’anello con diamante non era elegantissimo. Si incontrarono al ristorante-bar-rosticceria “Chantal Prestige” di Peppino Rosamunda e figli. Li accolse all’entrata il proprietario in persona (ma prego…; ma che piacere !; Rocco: da quanto tempo !), li fece accomodare al secondo piano, in un separè tutto velluti viola e specchi e quadri di paesaggio padano con cornici grosse, di legno. Ariovisto aveva voglia di piangere, di fronte a lui Rocco Pesce fumava il sigaro con gli occhi socchiusi e ogni tanto lanciava occhiate ai due presenti. Solo Aldenbrandi parlava e spiegava quanto fosse facile e come tutti alla fine sarebbero stati felici.

Per grazia del cielo la serata finì. Si strinsero la mano e Ariovisto corse alla propria Bmw. Passò una notte insonne. Il giorno dopo, in Facoltà, entrò nella stanza di Aldebrandi, senza bussare. “Ma tu sei pazzo!”, lo investì subito. “Non badare alle apparenze”, provò a schivare Aldebrandi. “Apparenze un…” e si tappò la bocca con la mano. “Ma si può sapere chi è?” “Senti, ti dico tutto, così la piantiamo: tu forse sai che il mio povero culo desidera con passione sedersi su una poltrona di Palazzo Madama, no? Ecco, ho chiesto in giro, un pò qui, un pò là, nessuno fa niente per niente… insomma, se piazzo il Pesce al concorso lui mi dà i voti di tutta la famiglia…” “E quanti mai saranno ?” protestò Ariovisto. “Millecinquecento, compresi gli affiliati del comprensorio. E tieni presente che ognuno di loro controlla almeno 20 preferenze”.

Rocco Pesce, in vita sua, aveva scritto solo in tre occasioni. La prima, in seconda elementare, quando la maestra gli lasciò il tema “pensierini sulla mamma”. La seconda, quando era l’unico della banda che sapesse compilare con i dovuti accorgimenti una lettera minatoria a quel cornuto del salumiere che si rifutava di pagare. Le terza, quando fece il suo capolavoro, minacciando tagli di orecchie e naso e gola se non pagavano trecento milioni sùbito. Aldebrandi gli spiegò, con prudenza, che, se voleva vincere il concorso, una quarta volta doveva esserci per forza.

E poi gli mise a disposizione tutti gli assistenti, ad aiutarlo a cavare qualcosa da quella testona. Poi si stancarano, i dieci assistenti, lo misero in un angolo, in poltrona a fumacchiare il sigaro; e si misero loro a scrivere: “Di alcuni problemi nell’àmbito del processo penale, con particolare riferimento alla fase dibattimentale”. Regola numero uno, ricordate: se state per scrivere cazzate, matteteci davanti un titolo che ne scoraggi il più possibile la lettura. E poi venne il tempo del concorso, e Ariovisto non mangiava più e aveva gia perso dieci chili e non dormiva più. Concorso per: Diritto penale comparato. Candidati: due. Uno lo conosciamo. L’altro era Mario Baldati. Presentò 1543 pagine di monografie, 10 saggi pubblicati dagli editori più prestigiosi, 40 articoli sulla Rivista bimestrale di diritto penale, 10 sulla “International Laws Review”. Laureato col massimo dei voti e lode accademica. Complimenti ufficiali ricevuti dall’Accademia dei Lincei. Conosciutissimo, apprezzatissimo, stimatissimo. Ariovisto lesse il curiculum, deglutendo ad ogni riga. Mancava una settimana all’inizio della prova. Sette notti senza chiudere occhio, a rigirarsi nel letto, da un lato e dall’altro, con Domitilla che prometteva di iniziare le pratiche del divorzio il mattino dopo. E passarono i primi giorni, con Rocco Pesce muto, col sigaro all’angolo della bocca. Baldati, appena lo vide, lo prese per un bidello e gli disse: “Vuole andare a chiamare il candidato, che è ora ?”. Rocco Pesce, senza dire parola, gli si avventò e lo stringeva al collo; e per poco non lo strozzava, se non correvano a separarli, con Ariovisto che si sbracciava a spiegare l’equivoco. E passò pure quello. E bisognava stendere il giudizio. Tutti i commissari erano stati predisposti da Aldebrandi, e sapevano già chi doveva vincere. Ma nessuno aveva il coraggio di stendere il giudizio finale; e soprattutto non sapevano cosa scrivere. “Lo si fa tutti insieme?”, propose Ariovisto, conciliante. Ma si arrivò all’ultimo giorno disponibile e nessuno aveva scritto niente. Ognuno trovò una scusa: chi aveva la mamma che stava male, chi era preso da un improvviso attacco di tubercolosi, chi doveva partire per le Bahamas.

Ariovosto si ritrovò solo: tirò un gran respiro e scrisse tutto d’un fiato: “Il candidato Baldati presenta una ricca serie di titoli e saggi pubblicati in varie riviste e in più lingue. La sua opera è però generica, dispersiva, scientificamente non ineccepibile. Il candidato Pesce presenta un titolo che, data la sua complessità, ha richiesto un lungo periodo di preparazione e di elaborazione. Ma alfine l’opera presenta una valenza scientifica inestimabile, presentando in nuova luce aspetti che da sempre dividevano gli studiosi e infine ponendo interessanti soluzioni a dilemmi che sembravano inestricabili. Essendo opera altamente specialistica, essa presenta limitata dif-fusione, data la sua destinazione da un pubblico ristretto. Infine, pur apprezzando le doti del candidato Baldati, che, siamo certi, in futuro non mancherà di farsi apprezzare, riteniamo che il candidato Pesce abbia raggiunto una superiore maturità scientifica”. Un capolavoro.

Appena saputo il risultato, Baldati voleva presentare mille ricorsi, e arrivare all’Aja, e in tutti i tribunali del mondo, se necessario. La sera stessa arrivarono telefonate minatorie, in contemporanea, a tutti i parenti di Baldati fino al quinto grado. Gli fecero saltare l’automobile, gli lanciarono un razzo alla finestra dell’appartamento, trovò davanti alla porta una testa di bisonte mozzata. Non presentò nessun ricorso. Aldebrandi telefonò ad Ariovisto. “Sei stato eccezionale, il padre di Rocco ti sarà riconoscente. E anche io, quando sarò senatore, avrò buona memoria”.

Davanti al cancello del suo palazzo, Ariovisto trovò una Ferrari. Pensò a una autobomba e scappò via. Ma dall’auto uscirono tre donnine in minigonna che lo richiamarono. “Vieni, siamo la ricompensa”. Salirono in auto, poi via alla grande festa per la vittoria del concorso, al “Private Club El Diablo”. Una notte indimenticabile. Eros, coca. Tutto quello che si può chiedere alla vita. Poi Rocco Pesce entrò in Facoltà. Era un mattino di ottobre. Serfi, ricercatore di amministrativo, quel giorno era nervoso di lite con la fidanzata. Pesce entrò a testa alta, camminando per il corridoio, in giacca e cravatta, col sigaro proteso in avanti. Serfi giungeva dall’altro lato, uno dei due doveva spostarsi. Andarono a sbattere, Pesce sgranò gli occhi per l’offesa che gli aveva fatta e continuava a fargli, rimanendo fermo a guardarlo torvo. “Mi hai fatto salire il sangue alla testa”, sbraitò Pesce ed estrasse una calibro 20. Urla, fermi ma che fate?, tutti a dividerli. Aldebrandi, che già programmava la campagna elettorale nel collegio Reggio Bagnara Roccella, da quel giorno si occupò di Pesce e fece in modo da evitare spargimenti di sangue.

Ariovisto camminava a testa bassa per i corridoi, che tutti sapevano quello che aveva fatto: e chi lo guardava torvo, chi ironico: era una tortura. Ma il supplizio finì quando Pesce presentò damanda di trasferimento all’Università di Caracas. Non tanto per esigenze accademico- culturali, quanto per sfuggire ad un mandato di cattura per associazione a delinquere e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Ariovisto girava il cucchiaino nella tazzina di caffè. Poltronieri aveva l’aria interrogativa. “Allora, te lo ricordi?” “Eccome se me lo ricordo”, sospirò Ariovisto. “Quante preoccupazioni. Questi giovani, invece, arrivano e pretendono: tutto e subito. Che tempi”. E si bevve il suo caffè tutto d’un fiato.

II. DELLA PALLOTTOLA VAGANTE

Pensava fosse peggio. Ariovisto Degli Incensi ci aveva già pensato, al dolore che si può provare ad avere una pezzettino di piombo conficcato nella coscia; e riteneva che mai avrebbe potuto sopportarlo.

Adesso gli era davvero capitato. In fondo bastava stringere un po’ i denti. L’ambulanza sfrecciava alla velocità massima che consentiva il traffico delle 8 di sera, gli infermieri avevano l’aria seria e pensavano con rabbia che questa proprio ci mancava, ‘sta seccatura, un altro poco e finivano il turno, ora con ‘sta storia c’era il rischio di rimanere fino a tardi e perdersi la partita della nazionale in tv.

A metà corsa Ariovisto svenne. L’ambulanza arrivò in ospedale, l’intervento fu subito predisposto, il proiettile estratto. Il paziente passò la nottata tranquillo, era stata preparata una comoda stanza singola, cacciando in malo modo un vecchio morente, sbattuto nel corridoio al piano inferiore a trascorrere al freddo gli ultimi istanti di permanenza su questo mondo.

“Via vecchietto, che questo è un professorone!”, dicevano gli infermieri del piano B, contenti della novità che almeno portava un poco di vivacità nel turno di notte. La mattina dopo di fronte alla stanza c’era una fila lunga quanto quella del collocamento. C’erano colleghi, erano venuti tutti quelli ritenuti più invisi ad Ariovisto, contenti dell’occasione che avevano di smentire le voci ed acquisire meriti agli occhi del barone.

C’erano i giornalisti, venuti a raccogliere la storia “del gesto efferato che ripropone ancora l’emergenza criminalità all’interno della nostra città ormai martoriata dal dolore”. C’erano i parenti, qualche amico col vestito scuro e i fiori in mano, lugubre. C’era il commissario, si fece strada facendo spintonare la folla da due dei suoi ragazzi. Aprì la porta dopo aver bussato, ma senza attendere risposta. Ariovisto era sveglio, circondato da camici bianchi. Poteva rispondere, nessun problema. Il commissario fece uscire tutti, tranne i suoi ragazzi, uno scriveva il verbale, l’altro stava nei pressi della porta con la mano alla pistola, ad evitare che (non si sa mai) gli eliminassero il testimone-vittima.

“E allora, professore ?”

Aveva paura più che altro di questo momento. Ma insomma, la storia doveva raccontarla. E raccontò dunque che stava rientrando a casa, erano le 20 più o meno, stava aprendo il portone quando sentì qualcuno che lo chiamava.

“Come?”

Professore, professore, più o meno così, ecco. Lui si era girato, distrattamente, e aveva visto una mano protesa, a dieci metri circa di distanza, poi uno sparo e subito un dolore forte alla gamba.

L’altro era subito scappato.

“L’ha visto?”

Ariovisto diceva che per il dolore non aveva visto nulla.

“Sì, va bene. Ma prima dello sparo?”

Prima dello sparo? Beh, ecco, io… Adesso ho i ricordi confusi, sarà stata la paura…

“Era a volto coperto?”

Coperto, scoperto? Non ricordo, sì insomma scoperto credo, però…

Il commissario pensò bene di non approfondire e disse che, appena rimesso, avrebbe dovuto presentarsi in Questura e disegnare un identikit.

In facoltà non si parlava d’altro. Erano le 8 e mezza, nei corridoi odorosi di caffè e pieni di fumo si discuteva con animazione. Davanti all’aula dove Ariovisto avrebbe dovuto fare lezione c’era una folla.

Entrò Serpi, ricercatore supplente: dato l’infortunio del titolare, si era prestato di buon grado a fare da sostituto.

Entrò lentamente, disse buon giorno agli studenti, posò il cappotto, si sistemò sulla cattedra e iniziò subito: “Dunque, vediamo oggi il fondamentale concetto di interpretazione autentica…”

Gli studenti, che si aspettavano almeno due parole di preambolo, rimasero sorpresi ma subito tirarono fuori i bloc-notes ed iniziarono a prendere appunti a testa bassa. Ostentavano compunzione, serietà, alcuni addirittura facce addolorate, nella folle speranza che potesse essere utile in sede d’esame.

Appena fu l’ora dell’intervallo, uscirono rapidamente in corridoio, e commentavano gaiamente che ben prima avrebbero dovuto sparargli; e comunque dovevano mirare più in alto.

Iniziarono le visite in ospedale. Il primo fu Brigandesi, vecchio barone già rivale del padre di Ariovisto. E come mai, ma cosa è successo? Iniziò recitando e recitando avrebbe continuato, se Ariovosto non lo avesse bloccato con uno sguardo implorante pietà.

“Sai” disse Brigandesi che aveva fretta di uscire per andare al cinema, “i comunicati di solidarietà non si contano più… Antonini, Fiori, il senatore Poltronieri, e poi da fuori, da Padova, da Torino… E gli studenti, gli studenti, poi, commoventi…” E fece per uscire.

“Antonini! Ma se una volta cercò di avvelenarmi: al tempo del concorso per associato !”

Brigandesi rimase sconvolto. Va bene il proiettile, va bene lo spavento, ma possibile che una scheggia di piombo nella coscia gli avesse dato al cervello? E va bene che nella stanza c’erano solo loro, e quasi sicuramente microspie non ce n’erano, ma cos’era quel parlar volgare?

“Ti auguro di rimetterti al più presto”, fece Brigandesi freddo, e uscì.

Ariovisto fece sapere che non voleva più ricevere visite.

Dopo una settimana fu a casa, contento di rivedere la moglie e il divano viola, quello comodo.

“Scusa se non sono venuta in ospedale, ma in questi giorni non ho avuto un attimo di tempo…”

E va bene Domitilla, va bene: ma una telefonata potevi farla, brutta troia. Almeno per evitare scandali.

Domitilla rimase a bocca aperta. Anche in camera da letto quel marito finto le dava del lei, che per forza aveva dovuto trovarsi un amante con quel manichino di pezza che si ritrovava per consorte. E ora, così si permetteva di parlarle!

Domitilla voleva uscire e sbattere la porta, ma una domanda le bruciava e gliela doveva fare per forza al manichino con la gamba ingessata.

“Stai zitto. E ascolta: cos’è successo?”

Domitilla aveva il terrore che qualcuno le sfregiasse la faccia, dopo 10 milioni al chirurgo estetico e due anni di impacchi serali. Voleva sapere!

Ariovisto chiamò la cameriera e si fece preparare la camera singola, ché aveva sonno e voleva dormire due giorni di seguito, così disse.

Invece il mattino dopo era seduto alla destra del senatore Poltronieri, accanto al preside Antonini. Davanti una platea di giornalisti telecamere fotografi. “E allora, come si difenderà l’immagine dell’ateneo ?” iniziò il cronista del Quotidiano Locale.

“Il prestigio del nostro ateneo mai potrà essere leso” esordì Antonini, “non basterà certo il gesto di un balordo a infangare l’impegno fecondo di decine e decine di colleghi, di ricercatori laboriosi. Non servirà un proiettile. Non basterà, ve lo posso assicurare…”

“Ci vorranno forse le cannonate ?”, chiese il reporter del Quotidiano Nazionale, dall’ultima fila.

I cronisti locali si girarono tutti verso il reporter con sguardi carichi di disprezzo, alcuni decisamente minacciosi.

“Col cattivo gusto”, attaccò Poltronieri “non si risolvono i problemi. E poi, di fronte al corpo ferito dell’illustre collega! Un po’ di rispetto, di umana pietà! Quanta mancanza di rispetto abbiamo contemplato in questi giorni ! Voci! Illazioni! Parole vuote, parole buttate al vento! Parole che offendono chi lavora, chi butta il sudore nel più nobile dei còmpiti, l’educazione della gioventù, la ricerca, la scienza! Le parole al vento questo sono, aria! Aria che passa! L’aria non resta! Noi restiamo!”

Nonostante il microfono, Poltronieri gridava ormai, i cronisti della prima fila eroicamente resistevano impassibili, nonostante il dolore alle orecchie.

Tutti guardarono Degli Incensi, sistemato su una sedia a rotelle, con la gamba ingessata e il volto pallido.

“Il gesto di un folle”, disse con un filo di voce “non può essere preso a pretesto per gettare fango sul prestigio del nostro ateneo”.

Antonini e Poltronieri annuivano soddisfatti, i cronisti scrivevano con la testa sui bloc-notes, annuendo ad ogni riga che buttavano giù. Il reporter del Quotidiano Nazionale uscì prima della fine, che sentiva una brutta aria lì dentro.

“Professore, le avevo chiesto di venire in Questura e lei non è venuto. Ed allora vengo io a casa sua”.

“Commissario, non… ecco la gamba…”

“Sì, lo so… la gamba non ce la fa ad arrivare in Questura, ma per le conferenze stampa lei recupera le energie. Lo so”.

Ariovisto voleva trovarsi in un altro luogo. Ed invece si trovava nel suo studio fatto di legno di noce e di velluto viola. Il commissario, lì davanti voleva sapere chi era stato e perché.

“Lei dice che non ricorda, lei nemmeno l’identikit dice di poter fare, nessuna indicazione, è successo tutto così in fretta. Ma la fretta, quella vera, ce l’ho io. Ed allora, basta giocare: se io le parlo di Raffici, lei che mi risponde? E tanto che ci siamo, mi dica una cosa: che le dice il nome di Rocco Pesce ?”

Ariovisto era bianco. “Niente. Non mi dice niente”.

Ma dimmi una cosa, commissario, tu sei di queste parti ? Non è che vieni dal Nord a darci lezioni, no ? Non è che ancora non hai capito com’è che funziona qui, e te lo devono spiegare a colpi di fucile?

“No professore, io sono di qui. Padre e madre, nonno e nonna, tutti nati e cresciuti qui. A me niente mi devono spiegare”.

Prese il soprabito e uscì senza salutare. Ariovisto, sforzandosi di essere il più freddo possibile, prese il telefono ed iniziò a comporre un numero.

“Favoreggiamento! Ma scherziamo! Un illustre accademico, un orgoglio della nostra Università, che favorisce un volgare delinquente! Dottore, non ci posso credere…” Velluti, tappeti, colori scuri, pergamene alle pareti, poltrone, marrone e rosso. Il Magnifico Rettore aveva di fronte a sé il Magistrato Coraggioso.

“Ecco, io non ho potuto fare altrimenti, visto che… insomma…”

“E vogliamo buttare in aria anni di lavoro, per fare crescere questi giovani, per coltivare la Scienza, in nome di una ipotesi investigativa fragile e debole come un bambino appena nato. Per qualche pagina sui giornali settentrionali pieni di pregiudizi?”

“Ma no, ecco… io…”

Il Magnifico si accese il sigaro. “E pensi alla sua carriera, pensi alle difficoltà che presenta una simile indagine, pensi alla comodità di un’archiviazione, ai comuni vantaggi che essa presenta…

“Pensa forse che la verità sarà in tal modo offuscata? Al contrario! Sarà il senatore Poltronieri, illustre membro della Commissione antimafia, ad attivarsi per una approfondita indagine su quella che io giudico una singola anomalia che non deve angustiarci più di tanto… Il senatore Poltronieri si è già impegnato pubblicamente in tal senso: il suo punto di vista, scevro di pregiudizi, è l’ideale per condurci fino alla verità…”

Il Magistrato Coraggioso osservò che effettivamente di elementi non ce n’erano; che il favoreggiamento, come del resto emerge dai recenti orientamenti giurisprudenziali, è fattispecie che va considerata con prudenza estrema; infine, che data l’assenza di riscontri di rilievo, l’archiviazione era l’unica via percorribile.

Il Magnifico gli strinse vigorosamente la mano e lo congedò con calore.

Tre giorni, il giornale gliene pagava un altro, due al massimo, poi basta. Il Quotidiano Nazionale di soldi ne aveva, ma di sprecarli non aveva nessuna voglia. Al reporter non interessava nulla del mistero che ci stava dietro, per lui potevano ammazzarli a uno a uno i docenti di tutti gli atenei, solo che giocare a Sherlock Holmes era un piacere intellettuale, una questione di vanità, di narcisismo.

Questo sarebbe stato il suo primo fiasco. Ma era così difficile, nessuno parlava. Il preside muto come un pesce, il rettore quasi minaccioso. La moglie di Degli Incensi gli aveva detto che il marito era un fulgido esempio, e chi lo aveva colpito era un vigliacco. Tante grazie.

Il reporter provò con l’ultima carta che gli restava e diede un appuntamento al cronista del Quotidiano Locale.

Il cronista disse che in effetti era oberato d’impegni (lui era sempre oberato, talvolta anche gravato), che non aveva grandi novità, che però insomma cinque minuti poteva anche trovarli, ecco. Gli diede appuntamento al bar Executive (appena un giornalista, un politico, un boss, un poliziotto facevano carriera davano appuntamento al bar Executive).

Il reporter gli fece le solite domande, ottenendo risposte evasive. Siccome si era stufato, andò per la via diretta:

“Ma perché siete tutti omertosi?”

Il cronista del Quotidiano Locale queste cose non le digeriva. Si era allenato all’ipocrisia, all’autocontrollo, al silenzio, ma c’erano cose che non digeriva. Per esempio prendere lezioni da chi non può darne. E così esplose.

“Tu scrivi sul Quotidiano Nazionale, giusto? Non è forse lo stesso giornale che ogni giorno esalta Poltronieri? Tu lo sai chi è Poltronieri, vero? Io per esempio so che il direttore tuo è uno che ama i cappucci e i grembiulini, lo stesso amore di Poltronieri. Poi so che il tuo editore fa il costruttore, il palazzinaro. E so pure che quando lavora quaggiù lo fa insieme alla PESCE-COSTRUZIONI Spa, che è una ditta molto particolare, ognuno dei consiglieri d’amministrazione ha almeno venti morti sulla coscienza. Il direttore tuo sostiene che si tratta di problemi ambientali. L’editore tuo ha pagato tre miliardi al boss dei boss, la belva, come lo chiamate, e li ha pagati tramite la banca della Bahamas presieduta dal vostro editorialista di punta. E potrei continuare a lungo. Tu queste cose le hai mai scritte? Non dire che non le sai, peggioreresti le cose. Vieni a fare l’eroe quaggiù e poi riparti. Prova a fare l’eroe a casa tua e poi vieni qui a darci lezioni”.

Si alzò di colpo. “Ho già pagato il conto”, disse. E uscì dal bar.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.