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    Una ricerca, effettuata in tre province toscane (Lucca, Siena e Grosseto), mostra come il caporalato e le altre forme di sfruttamento lavorativo non siano affatto fenomeni residuali, specifici di contesti territoriali e produttivi arretrati

    Tra rimozione collettiva e luoghi comuni

    Introduzione al capitolo “Quali norme contro quale sfruttamento? Riflessioni di teoria e pratica del diritto” curato da Federico Oliveri

    Dopo una lunga rimozione collettiva, lo sfruttamento lavorativo è riemerso nel dibattito pubblico italiano. L’introduzione, nel 2011, dell’articolo 603-is del Codice Penale contro l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro1, così come la significativa revisione di questa norma nel 20162, vanno interpretate in questo quadro di rinnovata attenzione al fenomeno.

    Prima del 603-bis, il “caporalato” era punito soltanto come somministrazione abusiva, somministrazione fraudolenta o, nel caso di appalti, come interposizione illecita di manodopera3. Lo sfruttamento lavorativo, invece, era punito soltanto nelle forme più gravi — tratta di persone (art. 602 c.p.) e riduzione o mantenimento in condizioni di schiavitù o servitù (art. 601 c.p.) — o come aggravante dei reati di favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno irregolari4. In alcuni casi lo sfruttamento era punito ricorrendo all’estorsione (629 c.p.). Prima del 603-bis nella versione vigente, il datore di lavoro poteva essere punito soltanto per concorso nel reato di intermediazione illecita, o in casi circoscritti di “particolare sfruttamento lavorativo” ai danni di lavoratori e lavoratrici senza permesso di soggiorno.

    L’attenzione politico-mediatica per lo sfruttamento non costituisce di per sé un argine alla diffusione di luoghi comuni in materia. Anzi, per certi aspetti li alimenta. Tali luoghi comuni servono a neutralizzare la portata dirompente che una riflessione informata e critica potrebbe avere sul modo di produzione capitalistico, sulle politiche di riduzione della spesa sociale, sulla gestione proibizionista e selettiva delle frontiere, sui nostri consumi e stili di vita.

    Un primo luogo comune considera lo sfruttamento come un fenomeno eccezionale, circoscritto al settore agricolo, ad alcune zone arretrate del Centro-Sud Italia o a poche imprese “sleali” prive di autentica cultura aziendale. Numerosi studi mostrano, invece, che il fenomeno è diffuso su tutto il territorio nazionale, anche in distretti rurali avanzati, in contesti urbani e in molti altri settori oltre l’agricoltura, come la manifattura, la logistica, il turismo, la ristorazione, l’edilizia, il lavoro domestico e di cura6. Lo sfruttamento ha, infatti, natura sistemica e risponde alle dinamiche del capitalismo globale: dalla competizione internazionale sul costo del lavoro alla stagnazione salariale e alla riduzione del welfare, dallo strapotere delle multinazionali e della grande distribuzione organizzata nelle filiere produttive alla produzione just in time, dall’ampio ricorso ad appalti ed esternalizzazioni alla cosiddetta gig economy.

    Un secondo luogo comune collega lo sfruttamento alla presenza “eccessiva” di lavoratori stranieri “disposti a tutto pur di lavorare”, nonché di caporali senza scrupoli spesso della stessa nazionalità dei lavoratori. Indubbiamente lo sfruttamento prospera dove trova manodopera vulnerabile. Ma sono le imprese a decidere chi assumere e sono le politiche dell’immigrazione e dell’accoglienza a produrre i migranti come soggetti iper-precari e ricattabili dal punto di vista lavorativo.

    Un terzo luogo comune rappresenta lo sfruttamento come un concentrato di pratiche palesemente illegali: assenza di permesso di soggiorno e di contratto; insediamenti informali (i “ghetti”); violenze fisiche e minacce; infiltrazioni mafiose. In questa rappresentazione, gli stranieri irregolari sono le vittime-tipo. In realtà, la nuova frontiera dello sfruttamento è costituita da una parvenza di regolarità formale, costruita ad arte da professionisti collusi, dietro la quale si riguardano sempre più spesso italiani e stranieri regolari, con contratti e buste paga apparentemente regolari.

    Un quarto luogo comune rinchiude i lavoratori e le lavoratrici sfruttate in una vulnerabilità irredimibile, sulla quale intervenire con la repressione o con forme di “salvataggio” dall’esterno. Occorre, invece, mettere i lavoratori e le lavoratrici nella condizione di auto-organizzarsi, di denunciare e di chiedere il rispetto dei propri diritti, predisponendo una rete di servizi pubblici di sostegno e canali d’accesso al lavoro regolare.

    Un quinto luogo comune, infine, afferma che le leggi contro lo sfruttamento sarebbero efficaci, ma non vengono applicate. È senz’altro vero che le norme vigenti, innanzitutto per la mancanza di sufficienti controlli, soffrono di un deficit di implementazione. Ma è anche vero che tali norme — a partire dal 603—bis — soffrono di vari limiti: di adeguatezza alla realtà economico- sociale, di coerenza con l’insieme dell’ordinamento e di attuabilità da parte dei lavoratori e delle lavoratrici interessate. Se la repressione sta iniziando a dare i suoi frutti, in termini di inchieste, arresti e procedimenti, la prevenzione e la tutela delle vittime restano ancora molto deficitarie.