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Lamine, sequestrato in Mali dalla burocrazia italiana

Foto Noborder © Creative Commons

VITTORIA! LAMINE È IN ITALIA – Una storia kafkiana. Un buon lavoro a Catania, documenti in regola. Lamine è un rifugiato senegalese ben integrato. A ottobre 2015 va a trovare i genitori in Mali. Dopo qualche settimana gli rubano i documenti. Inizia l’inferno. La burocrazia italiana non gli permette di rientrare. È prigioniero in un paese pericoloso. Ha finito i soldi. Solo dopo sette mesi può rientrare in Italia. La burocrazia italiana riconosce l’errore

     
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Ultimi aggiornamenti – Lamine è rientrato in Italia!

Catania, ottobre 2015. Lamine ha un buon lavoro. È uno di quegli immigrati che i giornali chiamo “integrato”. Ogni giorno esce di casa per andare in un fast food. È un rifugiato del Senegal, il suoi documenti non conoscono scadenza.

Un giorno però decide di andare a trovare i genitori in Mali. Devono incontrarsi in un altro paese: essendo un rifugiato non può rientrare in Senegal. Alla fine proprio per questo rimarrà incastrato in un paese in cui è andato solo ed esclusivamente per potere vedere la famiglia.

Un gesto normale per un europeo. Per un profugo no. A novembre gli rubano il portafoglio. Ma non sono i soldi il problema più grande. Gli hanno preso i documenti. In breve tempo scoprirà che non può rientrare in Italia. Dalla Questura non sono in grado di mandare un documento con scritto: “Puoi rientrare”. Così rimane prigioniero in uno tra i paesi più pericolosi al mondo.

Il Ministero degli Esteri consiglia agli italiani “di evitare assolutamente viaggi nel Paese”. Paradossalmente, però, la burocrazia italiana trattiene in Mali un rifugiato, cioè un uomo che si è impegnato a proteggere. Lo status concesso dall’Italia, infatti, non è un qualunque pezzo di carta. Ma l’impegno a prendersi cura di una vita in pericolo, in base alla Convenzione di Ginevra.

Intanto, da quanto Lamine è rimasto intrappolato, ci sono stati almeno tre gravissimi attentati. Il 20 novembre a Bamako un gruppo di terroristi ha attaccato l’hotel Radisson; il 5 febbraio l’attentato contro la base ONU e l’hotel Palmeraie a Timbuctu; il 21 marzo 2016 contro la base di Bamako della missione EUTM a guida UE. Le autorità locali hanno proclamato lo stato di emergenza.

In un palazzo barocco nei pressi del mercato di Catania incontriamo Paola Ottaviano di Borderline Sicilia, legale di Lamine. «Il profugo ha sporto denuncia presso l’Autorità consolare italiana in Mali, che ha chiesto il visto di reingresso all’Ambasciata italiana in Senegal. Quest’ultima, in data 12.11.2015, ha richiesto all’Ufficio Immigrazione presso la Questura di Catania un parere. L’Ufficio Immigrazione a sua volta ha trasmesso gli atti alla Commissione Nazionale al fine di ottenere il nulla-osta».

Ambasciatori, consoli, poliziotti e Nazioni Unite. L’avvocato ha scritto a tutti. Ma il rifugiato è ancora in Mali

Paola Ottaviano è entrata in un labirinto kafkiano dove mail, fax e lettere viaggiano da un continente all’altro. Gli uomini no. Ha scritto a Questura di Catania, Commissione nazionale per l’asilo, console onorario in Mali, ambasciata a Dakar  e Nazioni Unite. Senza risultato. C’è sempre un intoppo burocratico che impedisce a Lamine di tornare indietro.

Febbraio 2016. Finalmente la Commissione nazionale per l’asilo risponde e richiede alla Questura di Catania di trasmettere lo status di rifugiato. Ma non per inviarlo a Bamako. Per avviare le pratiche di cessazione. Far cessare lo status è un’assurdità senza alcun fondamento visto che lui non è mai rientrato in Senegal.

Mail e fax attraversano i confini tra Roma, Catania, Bamako e Dakar. Gli esseri umani no, rimangono intrappolati nelle frontiere

«Il 16 febbraio – racconta Ottaviano – Lamine mi mandava una delega autenticata del console onorario del Mali». Il documento serve soltanto per l’accesso agli atti della Questura. Che però avviene dopo un mese.

A marzo la Commissione si dichiarava incompetente sui visti di reingresso. Si arriva – dopo mesi di inutili palleggiamenti tra Catania, Roma, Dakar e Bamako – alla conclusione secondo cui la Questura siciliana «ritiene non rientrante nella propria competenza il rilascio di un parere per un visto di reingresso».

Lamine è ancora in Africa. Sta perdendo l’equilibrio mentale. Ormai è senza un soldo. Da sei mesi si trova in questa gabbia senza sbarre. Al datore di lavoro, dopo mesi di inutile attesa, non è rimasta altra scelta che licenziarlo.

Ad aprile 2016, il legale ha scritto anche all’Unhcr. Ha poi inviato una Pec all’ambasciata italiana a Dakar, secondo cui «manca la necessaria autorizzazione per il reingresso perché la pratica è ancora in trattazione [presso la Questura di Catania]».

Pubblicato il 20 aprile 2016

[alert-announce]Aggiornamenti >>>[/alert-announce]
  • 28 aprile  – È in preparazione il ricorso in Tribunale per ottenere il visto di reingresso. La procedura è rallentata dal consolato in Mali, che deve inviare l’autentica della firma dell’istanza di ammissione al gratuito patrocinio, altrimenti occorre pagare circa 300 euro
  • 28 aprile  – In questa fase tocca alla Questura di Catania sbloccare la situazione, visto che consolato e ambasciata hanno fatto tutto quello che dovevano fare
  • 29 aprile  – In questi giorni Lamine è bloccato dentro casa perché la polizia maliana sta facendo retate per trovare i migranti irregolari.
  • 5 maggio  – Il legale di Lamine ha presentato ricorso al Tribunale di Catania. Nonostante la richiesta di provvedimento urgente, generalmente i tempi del Tribunale siciliano sono molto lenti.
  • 7 maggio – La polizia di Bamako ha preso di mira Lamine. Dopo aver capito che non ha documenti, lo sta vessando con richieste di denaro per lasciarlo in pace.
  • 10 maggio – Il Tribunale di Catania ha fissato la data dell’udienza per il ricorso. Sarà il 6 giugno
  • 11 maggio – Lamine può tornare in Italia! Finalmente la Questura ha comunicato – lo scorso 9 aprile – di aver inviato all’ambasciata una comunicazione in cui confermava il rilascio del permesso di soggiorno. Oggi l’ambasciata comunica di voler concedere il visto
  • Nella nota della Questura si legge che all’arrivo in Italia a Lamine sarà notificato l’avvio della cessazione dello status di rifugiato. Un provvedimento immotivato e privo di fondamento, secondo il legale.
  • 22 maggio – Lamine è finalmente rientrato in Italia. Il viaggio non è stato semplice: la polizia tunisina ha rallentato il suo imbarco, quella italiana non ha ritenuto valido il documento dell’ambasciata (ovviamente, il passaporto non c’era perché rubato). È arrivato in Sicilia da Roma in autobus.
  • 23 maggio – A Catania, la Questura ha avviato la pratica di cessazione dello status perché Lamine sarebbe tornato in Senegal (all’ambasciata) dopo il furto di documenti. Ma non c’è nessuna prova di questo ingresso. Le comunicazioni sono avvenute col consolato in Mali, che ha trasmesso i documenti a Dakar.
  • 2 giugno – L’ambasciata italiana conferma che Lamine non è mai entrato in Senegal. Con questo atto si conclude la vicenda. Non perderà lo status di rifugiato. Ha però perso mesi della sua vita, un contratto di lavoro e ha rischiato la vita e l’equilibrio mentale. Per un “disguido” burocratico.  Infatti, con gli ultimi atti, si è riconosciuto che Lamine aveva pieno diritto a rientrare in Italia subito.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.