PALERMO – Alaa Faraj Abdelkarim ha compiuto trent’anni in carcere, ma la sua storia comincia a diciannove anni, su una barca azzurra nel Mediterraneo, la notte del 15 agosto 2015. Quando la nave della Guardia costiera italiana ha raggiunto il barcone dove viaggiava con altri 300 migranti, nella stiva sono stati trovati 49 corpi. Soffocati.
Faraj ha già scontato dieci anni di detenzione dei trenta avuti per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per lo Stato italiano, è uno scafista. Per la Corte d’Appello di Messina, che lo ha definito «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio» e «moralmente non imputabile», è comunque un condannato che deve scontare la pena. Per Alessandra Sciurba, docente di Storia dell’arte all’Università di Palermo, è «un ragazzo che ha imparato l’italiano dietro le sbarre e con le parole ha trovato una via di fuga dal dolore».
La strage di Ferragosto
A Bengasi, era una promessa del calcio. «Famoso in Libia come Pirlo», scrive Vanity Fair , con una borsa di studio per ingegneria e un futuro da costruire. Poi è arrivata la guerra civile. Nel 2015, i canali umanitari non esistevano e la fuga era l’unica via. Con due amici, Abied e Tarek, anche loro calciatori, ha preso il mare. «Decide di partire perché non voleva lasciarli all’ultimo momento, perché li teneva insieme un legame che si può avere solo a vent’anni. Perché era ragazzo», spiega Sciurba.
La traversata è durata due giorni. Faraj era malato, vomitava. Non sapeva che nella stiva, dove erano stipati subsahariani e bangladesi, la morte stava mietendo vittime. L’ha scoperto all’arrivo, quando i Carabinieri hanno aperto il peschereccio. «Ancora non so se sono pentito o no di quella scelta», ha scritto in una delle sue prime lettere dalla prigione.
Il processo e le incongruenze
Le indagini si sono basate su testimonianze raccolte a poche ore dallo sbarco, con errori di traduzione e riconoscimenti sommari. Faraj e i suoi tre amici sono stati identificati come scafisti. La difesa ha sempre sostenuto che fossero solo passeggeri, scelti perché nordafricani e quindi scambiati per membri dell’equipaggio. «I veri trafficanti non salgono sulle barche», spiega l’avvocata Cinzia Pecoraro.
Il 29 settembre, nel sagrato della Cattedrale di Palermo, è stato presentato il libro “Perché ero ragazzo” (Sellerio). Una raccolta di ventotto lettere che Faraj ha scritto a Sciurba in due anni, con un italiano imparato in carcere: «stelle luminanti», «rimango speranzoso», «ringhia difensiva», «la biblioteca fascinante e mesteriosa» . Espressioni intraducibili che raccontano «la speranza e l’angoscia di chi affronta un viaggio senza sapere se e come finirà» .
La battaglia per la revisione
Nel maggio 2025, la Corte d’Appello di Messina ha respinto la richiesta di revisione, pur definendo la condanna «abnorme». Ha suggerito di «ricorrere all’istituto della grazia» . Una soluzione che la difesa, in linea di principio, rifiuta: «Vogliamo la verità, non la pietà», dicono gli avvocati.
Intanto, l’11 settembre il Senato ha ratificato un accordo Italia-Libia sul trasferimento dei detenuti. Riguarda tutti i cittadini libici condannati, ma l’eco più forte è per Faraj e i suoi compagni. L’espulsione potrebbe avvenire anche senza consenso. E nella pratica, «proseguire la battaglia legale da un carcere libico diventerebbe molto più difficile» .
Un ragazzo dietro le sbarre
Per dieci anni il ragazzo libico ha vietato ai genitori di visitarlo. «Se venite qua io mi ammazzo», ha detto al fratello Ahmed. Si vergognava . Poi Sciurba l’ha convinto: «Il figlio detenuto non lo dovevano conoscere, ma il figlio scrittore sì».
Oggi si è appassionato alla storia dell’arte, sogna Firenze e il Rinascimento. «Ha studiato al liceo artistico», spiega la docente. Scrivere lo ha salvato dall’isolamento della pandemia, quando ha pensato al suicidio. Si è fermato pensando alla madre.
La grazia di Natale
Poi è arrivato il Natale 2025. Mattarella ha scelto la clemenza. Il Quirinale ha spiegato di avere «tenuto conto del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età al momento del fatto, del percorso di recupero avviato in carcere, riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si è verificato il reato».
Un provvedimento che ha sorpreso ambienti leghisti, che hanno espresso «perplessità» . Per gli avvocati, è un «atto di umanità» che non risolve i nodi del processo. Per Sciurba, «libera un ragazzo, ma non la giustizia». Faraj continuerà a scrivere, a studiare storia dell’arte, a sperare che la verità emerga.
Per la prima volta quest’anno, è uscito dal carcere dell’Ucciardone con un permesso speciale. Deve fare i conti con una fine pena prevista per il 2034, non più il 2045. Il provvedimento non cancella la “colpa”, ne attenua soltanto il peso. Tuttavia, il peso più pesante non è la condanna. È non essere stato creduto.
Il 22 dicembre, Mattarella ha scelto di credergli, almeno in parte. Scrivendo un finale provvisorio per quello che sembra un sequel di “Io capitano”, il film di Matteo Garrone che ha raccontato quanto sia facile scambiare per “scafista” chi si trova suo malgrado su un barcone.


