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La morte dei superlativi

lavoro

Dalla fine dell’utopia alla gestione della crisi permanente del lavoro. Due storie di vita raccolte a Messina raccontano 30 anni di storia individuale e collettiva. Due generazioni si confrontano: una ha visto la sconfitta delle proprie speranze, l’altra è flessibile e senza futuro. E nel Sud, dove i sogni sono stati soffocati con la violenza mafiosa, l’eterno fatalismo siciliano torna a trionfare

Protagonista di queste due interviste è il progetto di vita. Di cosa si tratta? Con una terminologia matematica, diremmo che è la risultante tra obiettivi prefissati e contesto sociale in cui si vive. In queste interviste il progetto di vita subisce una chiara involuzione. Nel primo caso, l’individuo delinea i propri obiettivi, pur senza riuscire a  raggiungerli.

Nella seconda intervista, prevale da subito il fatalismo. Il problema non è la definizione degli obiettivi, che sono predeterminati dalla società, ma la capacità di riuscire a raggiungerli.

 

C’è una generazione di differenza tra i due intervistati. Il primo cresce  negli anni ’60 e ‘70, il secondo nei ’90. Oggi il progetto di vita somiglia al montaggio di un puzzle, reso sempre più difficile dalla crisi economica. Fino a poco tempo fa, spesso era un binario da percorrere, con qualche scambio a dare l’illusione delle scelte.

La precarietà e la flessibilità creano sfiducia nel futuro, e nello stesso tempo rinforzano nella realtà meridionali le tradizionali reti clientelari ed i meccanismi di sopraffazione spesso travestiti da comparaggio e ‘amicizia’.

Il contesto sociale dello Stretto vive un’attesa carica di pessimismo. La crisi dello Stato, tradizionale ‘datore di lavoro’ poco esigente e benevolo, apre scenari di disoccupazione di massa. I giovani più volenterosi si arrangiano con i ‘lavoretti’ , quelli più pigri racimolano qualcosa con le indennità di frequenza di ‘corsi regionali’ dalle tematiche più o meno fantasiose.

Gli altri, con molta semplicità, partono “‘ppi ssupra” (verso il settentrione), come fecero i loro nonni, con lo stupore di chi si immaginava dottore o impiegato e senza capire come e perché si ritrova emigrante. La nostalgia del mare, la frenesia dei confronti (qui e lì, su e giù, i prezzi e gli autobus, i politici e le imprese).

 

Giustamente, il secondo intervistato dice: “Certo che vorrei un posto, ma mi accontento anche di un lavoro”. Chi sta ‘ppi ssupra probabilmente non coglierà questa distinzione.

‘U postu è il lavoro statale, una specie di rendita di posizione, la sistemazione non solo per sé stessi ma anche per i propri figli, e coincide con la costruzione della casa di proprietà e con la fine delle preoccupazioni. I figli non dovranno pagare l’affitto, potranno sposarsi, studieranno ed aspireranno a qualcosa di più rispetto a quanto avuto dai genitori.

D’estate, non moriranno di caldo in appartamento ma potranno rilassarsi nella seconda casa a due passi dal mare, abusiva o intestata alla moglie. Le mansioni del posto saranno tutt’altro che faticose, e le poche ore settimanali lasciano ampio spazio ad un secondo lavoro in nero, per arrotondare. Se anche la consorte ha ottenuto un posto è vero e proprio benessere, ed ogni anno – tra le tante cose – si potrà cambiare automobile, passando ad esempio dalla berlina al fuoristrada. E così via…

U travagghiu è il lavoro nel settore privato, e non a caso richiama il travaglio, la fatica dell’incertezza e del doversi confrontare giorno dopo giorno col principale e con le sue angherie, con una messa in regola che non arriva mai o con le mille sopraffazioni (contributi non versati, la tredicesima come un’elemosina, lo straordinario mai pagato, orari molto estensibili, mansioni dipendenti dall’umore o da scelte cervellotiche).

E soprattutto la paura che la luna storta di un mattino, l’equivoco di un malinteso su una mansione, la maldicenza e la delazione di un collega siano la causa del licenziamento. Senza liquidazione. Con una vita da ricostruire, come una schiavo che torna a desiderare le proprie catene. Alla ricerca di un altro ‘travagghiu’

Crescere i figli sarà una fatica, così come pagare l’affitto o il mutuoProspettive zero. La pensione un punto interrogativo.

Ma voi pensate che al mondo ci sia una persona talmente masochista che potendo scegliere tra la prima e la seconda ipotesi voglia un travagghiu?

Facile condannare il posto fisso, specie per chi il posto fisso l’ha avuto oppure ce l’ha ancora e pontifica sulle meraviglie del libero mercato e della flessibilità.

Queste discussioni hanno generato un curioso scenario, in cui si esaltano le cause e si condannano gli effetti. La flessibilità del mercato del lavoro è cosa buona e giusta. Il precariato no. Il libero mercato delle braccia e dei cervelli è la modernità. Vivere senza potersi creare una famiglia o fare figli è una mostruosità.

O si accettano – come negli Usa – sia le cause che gli effetti oppure – come nel mondo civile – si condannano entrambi.

Se la flessibilità è un acquazzone a Padova o Bologna, al Sud è un uragano. Che non produce nuovo ribellismo, ricerca di alternativa, ma ulteriore chiusura nei meccanismi clientelari e persino nostalgia del regime democristiano.

Quando bastava scambiare una decina di preferenze di cabina elettorale con la magia del postu.

 

Sommario

La  morte dei superlativi

  1. P r e m e s s a

1.1. Parole di carta

1.2. Le categorie

” E r a   v o g l i a   d i   o c c u p a r s i   d e l l e   c o s e   d e l   m o n d o “

2.2. Analisi

2.2.1. I mondi vitali

2.2.2. Fasi del ciclo di vita

2.2.4. La strutturazione

2.2.5. Socializzazione

2.2.6. Ricostruzione degli ambienti

“I l   f u t u r o  ?   F i n e   d e l   m o n d o”

3.2. Analisi – G e s t i o n e   d e l l a   c r i s i   p e r m a n e n t e

3.2.1. La famiglia

3.2.2. Fasi e mondi vitali

3.2.3. Socializzazione

3.2.4. Antropologia

3.2.5. Struttura sociale

3.2.6. Modello di gestione della crisi permanente

4 .  C o n f r o n t o

4.1. Origine sociale

4.2. Utopia e fatalismo

4.3. Televisione

4.4. Rapporto col femminile

4.5. Come cambia il gruppo

4.6. La musica

4.7. Fine: l’utopia morta, la gestione della crisi

Bibliografia

 

 

 

                          1.  P r e m e s s a

 

 

                          1.1. Parole di carta

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Tra le persone in carne ed ossa che hanno rilasciato le interviste e  i personaggi di questo testo  ci sono  molti punti di  contatto, ma  anche molte differenze.

 

Tra gli uni e gli altri, ci sono stati:

– l’ambiente di registrazione

– l’abitudine alle interviste

– la scelta: cosa dire, cosa tacere (la garanzia dell’anonimato è

importantissima)

– il passaggio  dalla voce  allo  scritto: nonostante  il  tentativo  di    riportare fedelmente il linguaggio parlato (occorre considerare  anche   la  leggibilità),  c’è   sempre  una  differenza   che  deriva   dalla   trascrizione;

– l’interpretazione, in gran parte soggettiva.

 

Si parla allora di racconti “letterari” ed inventati? No, certamente. Da un lato è bene essere consapevoli del lavoro che si fa e dei problemi che pone, dall’altro  occorre  non  mitizzare  il  lavoro ermeneutico: l’interpretazione è ipotesi sulla realtà, non fotografia.

 

 

 

                           1.2. Le categorie

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Elenco  in  questo  paragrafo  le   categorie  che  saranno   utilizzate nell’analisi, sia nella loro formulazione originaria, sia accennando (in qualche caso) all’elaborazione che ne ho fatto durante l’applicazione.

 

Mondo vitale

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“I diversi  settori  della  vita quotidiana  pongono  l’uomo  d’oggi  in relazione con mondi di significato e di esperienza estremamente  diverse e spesso alquanto discrepanti. La vita moderna è alquanto segmentata  ed è importante comprendere  che questa segmentazione  (o, come  preferiamo definirla, questa pluralizzazione) non si manifesta solo a livello della condotta sociale palese, ma dà  origine anche a notevoli  manifestazioni anche a livello della coscienza” [Berger Berger Kellner 1983, 170].

 

Ho utilizzato la categoria di ‘mondo vitale’, più che come settore della vita quotidiana  (formulazione vaga)  o  come ‘luoghi  della  coscienza’ (formulazione psicologista), in maniera pratica: come ‘ambienti’, luoghi spaziali (sebbene non in senso rigidamente fisico) in cui i due soggetti hanno vissuto.

 

 

Progetto di vita

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“Il progetto di vita è la risultante di tutte le scadenze rilevanti e del loro significato integrativo. Nella  società moderna il progetto  di vita è  risultato un  valore  in sé.  Se ne  rimprovera,  di  solito  la mancanza. Il  nucleo  familiare  opera dunque  come  un  laboratorio  di progetti di vita” [Berger Berger Kellner 1983, 176].

 

Nell’analisi, la capacità di progettare  e di scegliere  (autonomamente) diventa uno strumento importante per  inserire il soggetto in una  delle ‘caselle’ indicate nel paragrafo successivo.

 

 

Strutturazione

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strutturatiDestrutturati
AutoautostrutturatiAutodestrutturati
EteroeterostrutturatiEterodestrutturati
[cfr. Cavalli 1986]

 

 

È chiaro che l’autonomia non va intesa in senso assoluto. Nelle analisi si  vedrà  chiaramente  il  peso  della  struttura  sociale  nelle   due biografie. Le scelte  sono sempre  condizionate, anche se  nel  percorso biografico ci sono  momenti in  cui si  offrono possibilità  di  scelta, opzioni per  un diversa  traiettoria  di  vita. “Parto  o  resto  qui ?” “Accetto il lavoro o rifiuto?” “Scelgo io o lascio scegliere ad altri?”

Rimane comunque, in fondo,  una questione di  percezione: la  percezione soggettiva, degli intervistati che possono  vedersi in un modo  o in  un altro. La percezione  di chi  interpreta, che in  base a  propri  valori culturali ed  al  materiale  a disposizione,  decide  chi  sceglie,  chi subisce  le   scelte,   chi   è   destrutturato,   chi   addirittura   è “auto/destrutturato”.

 

 

Struttura di vita e fasi

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“La struttura della vita individuale può essere considerata da tre punti di vista:

  1. a)Il mondo socio-culturale dell’individuo, in quanto lo sovrasta, ha per lui conseguenze e significato. Per  comprendere la vita di un  uomo, perciò, occorre  prendere in  considerazione  la società  in  cui  vive.
  2. b)Dobbiamo collocarlo  in diversi  contesti  sociali:  classe,  religione, composizione etnica, famiglia, sistema politico, struttura occupazionale […]

Alcuni  aspetti del sé  sono esplicitati  e vissuti,  altri  sono inibiti e  trascurati. Il  sé  include una  strutturazione  completa  di desideri, conflitti,  ansietà  e  modi  di  risolverli  e  controllarli. Include fantasie, valori  morali  e ideali,  talenti e  abilità,  tratti caratteriali, modi di sentire, pensieri, azioni. […] Dobbiamo esaminare la partecipazione dell’individuo nel mondo.

[Levinson 1986, 124]

 

Nell’interpretazione di  Levinson,  la  vita  consiste  di  varie  fasi: momenti di costruzione  della struttura  che si alternano  a momenti  di transizione, cioè periodi in cui si effettuano delle scelte.

Generalmente, ogni fase  prevede dei  compiti da assolvere  (compiti  di fase) ed è contrassegnata da momenti decisivi:

“Usiamo il termine “evento contrassegno” (marker event)  per identificare un’occasione [che] ha un impatto notevole nella vita di una persona. Gli eventi contrassegno sono di solito considerati nei  termini dell’adattamento che richiedono. Essi cambiano la situazione di vita  di una persona e questa deve farvi fronte in qualche modo”.

[Levinson 1986, 135]

 

 

Identità

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Per identità  si intende  un  “sistema di  significati  che  mettono  in comunicazione l’individuo  con l’universo  culturale  dei valori  e  dei simboli sociali condivisi e che gli permette di:

– dare senso alla propria azione agli occhi propri e degli altri;

– operare delle scelte;

– dare coerenza alla propria biografia”

[cfr. Sciolla 1983]

 

Più concretamente,  dall’analisi  (2.2 e  3.2)  emerge  l’identità  come risultato del confronto tra i valori provenienti dall’ambiente culturale di riferimento (la  cultura dominante  o una sub-cultura  o una  cultura alternativa) e la situazione materiale del soggetto.

Es.: identità e lavoro

  1. etica del lavoro  (valore culturale dominante)
  2. etica del consumo (valore culturale dominante )
  3. situazione materiale: ho un lavoro?
  4. situazione materiale: ho accesso ai consumi?

 

Se la risposta alle due domande finali è positiva, è ipotizzabile che ci troviamo di fronte ad un soggetto con una identità forte,  con un  alto tasso di autostima.

Cambiando una delle variabili, cambia tutto il resto. Se per esempio  ci troviamo in una sub-cultura dove l’etica del lavoro non è dominante  (in Sicilia è più presente l’idea del lavoro come fatica da evitare rispetto al modello ‘protestante’  nord-europeo), l’assenza di  lavoro sarà  meno pericolosa per l’identità individuale, messa però in crisi dal punto 2.

Se però il soggetto  è influenzato  da una cultura  alternativa (se  per esempio critica i consumi in nome  dell’ambientalismo), può  ugualmente avere una forte identità.

 

 

Il contesto

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“[…] Gli uomini devono  imparare a parlare  per sé  stessi invece di ricadere continuamente nella tendenza a parlare per gli  altri nel linguaggio, supposto neutrale e imparziale, della ragione”  [Seitler 1983, 6]

L’indicazione (per altro ampiamente disattesa dallo stesso Seitler lungo tutto il  suo libro)  è  straordinariamente importante:  invita  ad  non assumere il proprio punto di vista  come universale e soprattutto a  non mascherarlo da posizione  astratta e neutrale.  Quante sopraffazioni  si sono basate su questo meccanismo?

Se la  seconda  intervista  ha  un merito,  questo  è  di  mostrare  una biografia diversa da  quella  che si  considera la  normalità.  Levinson [1986, passim], per  esempio, descrive  le fasi di  vita indicandone  le caratteristiche e (addirittura) la durata.

Peccato che  solo una  piccolissima  parte degli  abitanti  del  pianeta vivano in quelle condizioni! Dietro  quella descrizione,  apparentemente neutrale, si nasconde  il percorso  di vita tipico  di un  membro  della “middle class” occidentale, bianco e maschio.

Occorre al contrario contestualizzare, porsi  continuamente la  domanda: di chi sto parlando?

La   realtà   analizzata   appare   infatti   complessa,   conflittuale, diversificata e straordinariamente  concreta. Proprio  questo è  il  suo fascino.

 

 

 

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Nota

Alcune discrepanze, nel testo delle interviste e nell’analisi,  derivano dalla necessità di  tutelare l’anonimato  degli intervistati,  per  loro espressa richiesta.

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 ” E r a   v o g l i a   d i   o c c u p a r s i   d e l l e   c o s e   d e l   m o n d o “

 

  1. Zona urbana : centrale
  2. Età : 41
  3. Titolo di studio : laurea in giurisprudenza
  4. Occupazione : giornalista professionista
  5. Sposato: no
  6. Genitori

padre :  commerciante di arredi

scuola elementare

madre :  casalinga

scuola elementare

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– Ricordi qualche episodio della tua infanzia?

 

Della mia  infanzia, diciamo,  l’aspetto  che più  mi  torna  in  questo momento è la  contraddizione tra  il  vivere in  una condizione,  in  un quartiere popolare e quindi con  tutti i codici rituali  classici di  un quartiere popolare, con il tentativo  di sopraffazione, violenza, e  poi il fatto  appunto che  frequentavo  una scuola,  andavo  dalle  monache, volevo studiare, mi  piaceva leggere,  quindi questi  due mondi  che  in qualche maniera  procedevano parallelamente,  però non  si  incontravano quasi mai e  che io  vivevo in maniera  spesso contraddittoria…  però, cosa che mi è giovata  moltissimo perché poi mi permette  di riuscire  a stare bene sia  con persone  estremamente semplici che  con persone  che hanno  –  diciamo  così  –  sia  con  persone…  diciamo  i  cosiddetti intellettuali… categorie… lavori intellettuali.

Quindi, la cosa che mi ricordo sono appunto soprattutto i giochi che  si facevano… erano con le fionde… quando si giocava a fare le battaglie con le  pietre di  cui  porto i  segni, tre  o  quattro colpi  mi  hanno spaccato la testa… con le  fionde… una volta anche con  un colpo  di martello…  e  specialmente  questo  è  un  discorso  che  si  riferiva soprattutto all’estate, d’inverno riuscivo un pochettino a venire  fuori da questa situazione perché appunto frequentavo la scuola, frequentavo a tempo pieno, era uno dei  primi esempi di scuola a  tempo pieno; poi,  è questo l’aspetto – diciamo – fondamentale la  cosa che più mi è  rimasta impressa e alla quale penso in questo momento.

 

Un episodio dell’infanzia che mi è rimasto molto impresso…

A scuola.  Andavo  dalle  monache,  con  tutto  quello  che  questo  può significare, cioè una  tragedia:  un giorno,  per punirmi,  per  punirmi perché non sapevo un argomento di storia mi hanno costretto a stare –  a non andare  a  casa,  a  mangiare –  mi  hanno  costretto  a  stare  nel refettorio, mentre gli altri mangiavano, c’era una parte di ragazzi  che mangiava lì a scuola, io ero in un angolo a ripetere la storia e  dovevo vedere gli altri che mangiavano, questa  cosa mi è rimasta impressa,  ed è una cosa che… quando ci penso mi fa incazzare tuttora…

 

Per quanto riguarda gli amici, il periodo più interessante era l’estate, non avendo molti soldi non andavo in  vacanza da nessuna parte e  quindi il quartiere diventava il mio mondo: per  andare a farci il bagno  c’era una vasca di ferro – in pieno centro di Messina succedevano anche queste cose – c’era una vasca  di ferro grande un paio  di metri per due –  due per due – e ci facevamo il bagno in quella acqua putrida, nudi…

Oppure ce ne andavamo a  mare, alla passeggiata  a mare verso  le due  e mezza quando i genitori  dormivano, per  poi tornare con  un bastone  in cima al quale  mettevamo le  mutande con le  quali ci  eravamo fatti  il bagno per asciugarle, sperando sempre  che tornando a casa non venivamo ‘pizzicati’, picchiati…

 

– E la famiglia?

 

Nelle famiglia… sì, più che altro un’impressione generale. Noi siamo 5 fratelli,  praticamente  5  persone  una   diversa  dall’altra.   Strade completamente  differenti  l’uno  dall’altro,  però  appunto:  sì,   la situazione da famiglia  numerosa, una  bella realtà, una  realtà che  mi piacerebbe avere tuttora…  ecco: il  mio desiderio sarebbe  stato  di avere una famiglia numerosa come ce l’avevo; nell’infanzia era un  punto di riferimento  molto preciso,  una  cosa molto  bella,  la  casa  molto allegra…

 

– Cosa ricordi dei tuoi genitori?

 

Io ero molto legato a  mio padre, meno a  mia madre. Mio  padre è  morto quando io avevo diciotto anni e lui ne aveva cinquanta. Mi piaceva molto il suo modo di fare.  Non era un anticonformista, però  era una  persona cui piaceva molto vivere, gli  piaceva la motocicletta,  farsi il  bagno d’inverno… queste erano cose che mi attiravano molto, ecco: sono  cose che mi ricordo.

Con mia  madre c’era  un  rapporto più  conflittuale,  un  rapporto  più complesso,  c’è  tanto  affetto  ma  c’è  anche  tanta…  tanta  incomprensione… reciproca.

Perché l’incomprensione tra  me e  mia madre? Mah,  perché lei  è  una persona molto pratica,  una persona  che ha conosciuto,  diciamo…  che durante la  guerra doveva  assistere  una famiglia,  la madre  le  aveva delegato la crescita dei figli, ha un senso della realtà molto forte,  è legata molto… è molto con i piedi per terra però ha anche un  senso… cioè, ti scoraggia nelle cose  perché ha una visione pessimistica  delle vita…

Dicevo appunto che  mia madre  ha vissuto la  guerra, durante  il  tempo della guerra ha vissuto privazioni come molti, è una persona appunto che ha una visione piuttosto pessimistica… è una persona che ti smonta  le cose… non ti trasmette entusiasmo,  è sempre dubbiosa  delle cose  che fai, magari non ti dà  la fiducia necessaria. E  questa è una cosa  che chiaramente mi dà molto fastidio.

Mio padre era commerciante…  cioè, lui era  una persona  estremamente… uno spirito libero, non gli piaceva stare fermo, quindi andava nel Nord, comprava corredi, poi  tornava a  Messina  e li  vendeva, aveva  i  suoi clienti e rivendeva appunto questi campionari. Non lavorava per nessuno, lavorava per sé, insieme ad un amico, un’altra persona insomma, e  aveva quest’attività.

Infatti quando è morto tornava da un viaggio in Calabria. È morto il 20 settembre del 1974, io avevo 18 anni, 17 nel…, ’74… 19 anni avevo. E… devo parlare di questo?  È l’episodio più sconvolgente della  mia vita, indubbiamente, perché non conoscevo il dolore ed è una perdita… tutti i concetti  che uno  conosce  così, per  sentito dire,  perché  li legge, poi uno  li vive  e allora  li  conosce e  sono concetti  che  ti rimangono tutta la vita perché  una parte di  te non c’è  più, perché  è morta con quella persona, almeno per quanto mi riguarda.

Ed è un dolore che se non ti devasta più come ti devasta prima è  perché soltanto si è costituita tra  te e la realtà una  patina, uno  spessore, altrimenti uno morirebbe piano piano…

Questo è un fatto che ho toccato con mano, poteva anche accadere  questo e la natura da questo punto di vista,  non tanto il pensiero… ti  puoi dare mille giustificazioni, mille cose, non riesci mai a renderti conto, a dare le  ragioni di  quel  dolore, è  soltanto la  natura,  veramente, dentro di noi, un meccanismo  biologico, un meccanismo chimico  insomma, che ti permette poi di sopravvivere.

 

– C’era la televisione?

 

Ah, ecco: mi hai fatto ricordare una cosa bellissima, perché io sono  di quella generazione che  praticamente ha  vissuto i primi  momenti  della televisione: ed è un  momento bellissimo. Bellissimo  perché ho vissuto due cose, diciamo, di quella situazione: praticamente la televisione non aveva – chiaramente – tutto  quello spazio che ha oggi:  io, insieme  ad altri amici  miei,  avevamo  un  fortuna  perché  mi  ricordo  una  cosa bellissima, che io  credo molta  gente mi  invidierebbe: cioè  c’era  il nonno di una mia amica che raccontava i ‘cunti’, i famosi ‘cunti’, e noi stavamo giornate intere a sentire questo anziano, questo vecchio che  ci raccontava queste cose: ed è  una delle  cose più belle  perché era  una persona che aveva un ruolo, trasmetteva quello che lui aveva conosciuto, lo trasmetteva a noi.

Appunto, dico,  la  televisione  in  quel  periodo  aveva  soltanto  dei momenti, quindi  riuscivamo… era  un  paio d’ore,  due o  tre  ore  al giorno, c’erano delle cose belline,  ecco: era una scatola appunto,  era una scatola delle meraviglie in cui c’erano telefilm che mi sono rimasti impressi… c’è un bellissimo film,  “Marrakesh express” di  Salvatores, che parla a un certo  punto di  alcune trasmissioni che  si facevano  in quel periodo, come appunto  ‘L’uomo invisibile’, ‘La  nonna del  Corsaro nero’, ed erano delle  cose veramente  belle…  la  televisione non  era solo un modo per fare spettacolo ma  era un modo per insegnarti  qualche cosa. Però, la cosa che più  mi piace ricordare è appunto  questa dualità:  la trasmissione orale di cose, poi appunto l’invenzione di questa  scatola, che però non  ti permetteva  di vivere  le cose…  cioè magari  sì:  ti coinvolgeva, in un  certo senso,  però chiaramente  erano due  modi:  lì c’era un contatto umano, qui il  contatto umano era finito. Questa  cosa qui me la ricordo molto nettamente.

 

– E la radio?

 

Ah, la  radio è  una  cosa  bellissima perché  in  quel  periodo…  per esempio, io amo moltissimo il  rock, sono un rocchettaro, e  chiaramente le trasmissioni, non è che ce n’erano molte. Ascoltavo per esempio  ‘Per voi  giovani’,  la  trasmettevano  alle  4,  il  pomeriggio,  mentre  io studiavo, la prendevo con una radiolina, la prendevo malissimo: era  una tragedia, però ascoltare per  quella mezz’ora quella  musica che  veniva dall’America, dall’Inghilterra era  una cosa  fantastica, ho  sentito  i primi gruppi italiani, era una cosa stupenda.

Poi ascoltare certe  trasmissioni come  ‘Supersonic’, è stata  la  prima trasmissione che alle 9 di sera trasmetteva la nostra musica, la  musica rock, era una cosa fantastica.

Poi si cambiava vita, bisognava  combattere, era una cosa che  veramente faceva  generazione, ci  faceva  sentire in  maniera  eccezionale.  Poi bellissimo è stato il momento  in cui sono subentrate  le radio  libere, non quelle schifezze che ci sono ora. Le radio libere, la prima è  stata radio ‘antenna dello stretto’, c’era un gruppo di ragazzi bravissimi che trasmetteva musiche fantastiche e cominciavo ad ascoltare i Createns,  i Beatles, i Rolling Stones, i Led  Zeppelin… ed era una cosa  veramente bella, coinvolgente, ti faceva sentire parte di qualche cosa.

 

– I giornali?

 

I primi giornali  che ho  comprato è  stato  – vabbè  – un  giornale  di musica, prima  era  ‘Voi  giovani’  e poi  ‘Ciao  2001’,  poi  il  primo quotidiano che ho comprato sistematicamente – episodicamente ho comprato ‘il manifesto’,  quando  cominciava…  nei  primi anni  ’70  –  poi  ho comprato sistematicamente  per qualche  tempo  ‘la Repubblica’,  fino  a quando non è diventato un giornale di centro-destra, fino al’78, fino  a quando è morto  Moro era  un giornale accettabile,  poi è  diventato  la schifezza che conosciamo… e poi  oggi prevalentemente compro  soltanto ‘il manifesto’, prevalentemente ‘il manifesto’…

 

– E oggi, cosa è cambiato?

 

Mah,  la  televisione…  da  un  primo  momento  in  cui  c’era  questa attrazione, in cui tu quasi  ti creavi un  interscambio, c’erano  queste cose nuove,  ora no:  ti  rendi conto  che prevalentemente  è  una  cosa appunto… spesso  l’accendi solo  per  abitudine, perché  non  c’è  più nessuno che ti racconta i ‘conti’, che ‘ti cunta i cunti’.

Certo, qualche film, qualche cosa… poi per il resto è una schifezza  e basta.  La  radio  è  ancora…   mantiene  il  suo   fascino,  però   è inascoltabile perché non  puoi assolutamente  ascoltare per  ore  intere pubblicità, come avviene.

 

– Ricordi altro dell’infanzia?

 

Mah, la cosa che mi ricordo è che io ho avuto una educazione  cattolica, io facevo il chierichetto, andavo dalle monache, le monache… Monache e preti hanno esercitato una indubbia influenza in  me e penso che ci sia tuttora… nel mio atteggiamento moralistico nei confronti delle  cose; però, accanto a questo piano piano  è venuta fuori, ecco, una  coscienza anche di  natura politica,  io  non riuscivo  a  conciliare  politica  e religione; cioè: ritengo che possa  essere conciliabile, in una  visione più aperta e meno schematica e meno ideologica e meno rigida delle cose, cioè una maturazione a livello politico  perché  mi rendevo conto  delle contraddizioni del  fatto di  vivere  in un  quartiere popolare,  in  un quartiere in cui gli uomini politici venivano a fare le loro promesse per cambiare, per essere… i servizi migliori, per dare le case migliori, e quindi ecco in me si  è sviluppata questa cosa: e  chiaramente dai  miei non è stata mai compresa in maniera buona perché essere di sinistra  nei quartieri popolari  significava  essere  comunisti,  significava  essere quasi dei mostri: gente che mangiava i bambini, gente che voleva  rubare la casa agli altri, cioè cose  terrificanti, insomma… ma è questo  con cui sono cresciuto.

 

– Cosa avresti voluto cambiare, di questo periodo?

 

Ricordandomi gli amici, specialmente alcuni di loro… mah, l’unica cosa che mi sarebbe piaciuta moltissimo era viaggiare, nell’infanzia. Poi  ho avuto una fortuna grandissima, io nell’infanzia: io a un certo punto  ho cominciato a fare atletica leggera; cioè: volevo fare calcio come  tutti quelli che giocavano, chiaramente: lo sport fondamentale.

Però non ero bravissimo, e  quindi quasi per ripiego  ho fatto  atletica leggera – invece – in  cui sono riuscito molto bene;  e quindi questa  è stata anche la  cosa per portarmi  via dal  mio mondo e  che appunto  mi metteva sempre in contraddizione col mio mondo di provenienza: mi faceva vivere sempre una vita – ecco: alcune vite parallele.

Questa era un’altra cosa, delle altre contraddizioni che si  innestavano sempre  abbastanza  bene:  c’era  un’evoluzione  in  tutto  questo,  dal quartiere popolare poi magari tendevo  ad altro, ecco  a migliorarmi,  a non rimanere fermo a certi rituali, ecco, a certi schemi, a certe  cose, anche se gli amici di allora mi sono sempre rimasti e sono  fondamentali per me.

 

– Parliamo dell’adolescenza

 

Il passaggio alla scuola media? Mah,  una rottura, no,  non c’è  stata proprio una rottura… la cosa che mi colpiva  è che io provenivo da  un quartiere popolare,   ho  cominciato  quindi ad  avere a  che  fare  con persone che magari stavano meglio  di me economicamente  e quindi  c’era questa cosa qui, quindi s’innestavano  dei meccanismi… mentre per  gli altri  erano  normali  determinate  cose  per  me  non  lo  erano:  come acquistare dischi, come  acquistare libri:  per gli altri  era un  fatto normale; oppure  andare al  cinema  oppure fare  le  cose  più  normali, magari… che  per me  erano  allora… cioè:  cose che  non  mi  potevo permettere, da  un punto  di  vista economico,  strettamente  economico; acquisivo una coscienza che c’era un mondo diverso dal mio, e questo non è che era sempre incruento,  questa coscienza, c’erano  anzi momenti  di grossa contraddizione.

La scuola media l’ho fatta al “Galatti”, la scuola “Galatti”: è stato un periodo, in cui ho cominciato a… è stato un periodo in cui ho visto le contraddizioni, c’è stato un periodo  di maturazione anche politica,  in cui e tu eri figlio del professore  o del professionista eri ben  visto dai professori,  no?  mentre eri  figlio  del popolo  e non  ti  vedeva nessuno, nessuno insomma si preoccupava di te. E questa era una cosa che già mi faceva incazzare tantissimo.

 

– Come è nata la tua coscienza politica?

 

Ecco, è una cosa di  cui parlavo anche  ieri con un  collega: cioè,  nei quartieri popolari a  Messina, e  questa è una  cosa che  dovrebbe  fare pensare – alla sinistra – c’è una coscienza che… è più facile portarla verso la destra, i quartieri popolari sono più per la destra, a  Messina i ricchi  erano nella  Fgci,  i figli  dei  professionisti  erano  nella sinistra, i poveracci erano tutti a destra, ed è una contraddizione  che ancora oggi si coglie, no?

La  coscienza  politica  nasce  però   chiaramente  da  queste   piccole ingiustizie quotidiane che  tu notavi  a scuola,  notavi nella  vita  di tutti  i  giorni,  e  cominciavi…  però  chiaramente  non  in  maniera virulenta, non in maniera decisa, perché ancora io la sposavo con l’idea religiosa, l’idea  appunto di  Cristo  che  va nel  tempio  e  prende  a scudisciate i mercanti, quindi riuscivo a metterli insieme.

Poi non è stato più possibile perché la Chiesa la vedevo come un  centro di… era quasi un custode  di queste disuguaglianze e ingiustizie: era paradossale ma la vivevo in questa maniera.

 

– Vuoi parlare degli anni del liceo?

 

Questo è un periodo… fine  degli anni ’60 – diciamo  – perché poi  nel ’70 sono  andato nel  ‘Liceo  scientifico Archimede’,  questo è  un  periodo, chiaramente (in cui) ancora non si è né carne né pesce, si è  una dimensione in cui ancora non sai  cosa sei, assolutamente. Né dal  punto di  vista  mentale,  quindi  era   una  cosa  abbastanza…  c’era   una atteggiamento, rapportarsi  alla vita,  così,  casuale,  istintivo.  Non c’era qualcosa che  ti, che  ti indirizzava,  che ti  dava un  punto  di riferimento preciso.

C’era una grossa confusione;  e però,  già: per esempio:  il bisogno  di leggere, perché io il bisogno di leggere me lo sono conquistato da solo. Non era nessuno  che mi  invitava a leggere,  non era  un’abitudine  che c’era a casa mia, era una cosa che mi sono conquistato, io ho sentito il bisogno di cominciare a leggere.

Tutti i miei soldi,  quei pochissimi  soldi che avevo,  li cominciavo  a spendere… i primi  soldi che  ho avuto, mi  ricordo: ho  comprato  due libri: uno era “Cristo tra i muratori” di  Piero Di Donato, che era  uno scrittore americano, e “Uno nessuno e centomila” di Pirandello.

Queste sono cose che io mi ricordo  con molto piacere, perché sono  cose che mi appartengono: non derivano da niente. Cioè: erano soltanto  cose mie.

 

In questo momento c’era il  discorso dell’atletica. Facevo atletica,  mi facevo conoscere, mi conoscevano, sono diventato – cioè, sempre nel  mio ambito – famoso; ho  avuto dei  buoni risultati a  livello nazionale,  a livello regionale, a livello provinciale. Ed è una cosa che  chiaramente mi piaceva moltissimo.

 

– Com’era il clima di quegli anni?

 

Sì, vabbè, quello  è un  periodo bellissimo…  cioè bellissimo  da  una parte… cioè, essendo nato nel ’55, c’è stato il sessantotto.

Io nel ’68  avevo 13  anni, quindi  il  ’68 non  l’ho vissuto,  però  ho vissuto tutto quello che è successo dopo.

Tutto quello che significa quello che è successo dopo è quasi un  sogno; tutto quello che  succedeva  era bellissimo:  lo stare  assieme,  questa coscienza  dello  stare  assieme,  poi   la  musica:  per  me  è   stato fondamentale, ed è tuttora fondamentale la musica, cioè… veramente: il rock era la colonna sonora della tua vita, sono cresciuto con la musica, con i cantautori italiani, Francesco De Gregori, Guccini in particolare, De Andrè.

Poi ascoltare i  Led Zeppelin,  i Createns  Whether Revival,  ti  faceva sentire parte di un gruppo, ti faceva sentire parte del mondo, ti faceva sentire parte del mondo, ti dava un’identità. Ha contribuito a creare la mia identità.

 

– Quale era la situazione al liceo?

 

Sì,  indubbiamente,  essendo  negli  anni  ’60  c’erano  delle   cose… succedeva per esempio che nella  classe, nella stessa classe c’erano  il tuo amico con  cui magari  fino a ieri  avevi condiviso  qualcosa, e  un giorno si scopre: lui è fascista e tu sei comunista, e allora cominciano i discorsi, e allora li  cominci a  guardare in cagnesco,  li cominci  a insultare; questo – diciamo –  è l’aspetto peggiore  della cosa,  perché poi col tempo ti rendi conto… però succedeva questo.

In quel  periodo… erano  anche  gli anni  della paura:  quando  venivi picchiato,  ti  assaltavano,  poi  a  Messina…  senza,  senza   nessun motivo… senza che ti potessi salvare.

Quindi c’era questa contraddizione negli  anni del liceo:  il gruppo  di sinistra e il  gruppo di  destra, quindi: riuscire  a conciliare  queste cose: ci si evitava, ecco: c’era  un clima di… di sospetto  reciproco, di paura, di tensione. Però,  nel contempo questo del liceo  è stato  un momento bellissimo: io avuto la sensazione netta di staccarmi dalla  mia famiglia, dal mio mondo, perché ho avuto la mia prima storia d’amore con una ragazza di un’altra scuola.

E quello è stato il  momento più bello, indubbiamente, di  tutta la  mia infanzia, in cui ho avuto la sensazione precisa di uscire da una campana di vetro, di  staccare un  cordone ombelicale,  di essere  una  persona. Proprio: individuo.

Perché cominciare  ad  avere  –  nutrire –  qualcosa  nei  confronti  di quest’altra ragazza che veniva a  diventare il mio mondo, e  lo è  stato per parecchi anni: e questa è stato il momento più bello, indubbiamente, il ricordo di quel periodo,  insieme ad altre cose,  perché si  facevano sempre tante  altre cose,  lo  sport, la  politica, però  appunto  c’era questo, questo elemento  che  sovrastava tutti,  che era  l’aspetto  più bello, indubbiamente.

 

– Quali episodi ricordi?

 

Mah, mi è rimasto impresso un episodio: al liceo c’era stato un  momento in cui i professori guardavano di più, cioè erano più attenti a chi  era figlio di papà, e non a te, no?

Io, dal  momento che  al liceo  ero  un buon  atleta, allora  invece  il privilegiato tante volte ero  io. Cioè,  se dovevamo andare  a fare  una gara fuori Messina, il gruppo – diciamo:  il grosso del gruppo –  andava in pullman,  io andavo  in  macchina col  professore della  mia  scuola, perché io non mi potevo  stancare, io  ero la bandiera  della scuola.  E quindi questa era una cosa che mi… però, non l’ho mai vissuta come una cosa che mi…  come una  cosa che…  non mi  sono mai  montato,  anzi: l’atletica, da questo punto di vista, la coscienza politica mi portavano ad avere una  visione, come  dire, sì: migliorare  te stesso,  però  te stesso non in contraddizione con  gli altri, ma un  individuo che  stava con altri individui, ma non  che doveva… che era qualche cosa di  più rispetto agli altri, ma che  si esprimeva in maniera  differente da  gli altri, come è giusto.

 

La scuola, indubbiamente, è il momento formante più importante della mia vita, il momento in cui, specialmente gli ultimi tre anni, è il  momento in cui si esprime tutta la voglia di ribellione, in cui si esprime anche quel qualcosa di creatività, c’è l’esplosione ormonale in tutti i  sensi della persona. Ecco: quello sì, è il momento più bello, più intenso, più carico, della vita fino a  quel momento, è quello più  ricco: ti  faceva pensare che potessi avere…

Poi la morte di mio padre, tutto questo in qualche maniera lo tronca.

 

– Cosa avresti voluto cambiare di questo periodo?

 

Della fase del liceo cosa avrei voluto cambiare? Mah, cosa avrei voluto cambiare… ecco:  è una  cosa  il liceo,  pur essendo  io  uno  che  si riguarda un po’ indietro, no? Non mi è venuta mai la nostalgia… Una cosa invece che mi  piaceva era il gruppo, che  s’era creato:  cioè, avevamo creato un gruppo di  persone che faceva le cose  assieme ed  era molto bello.  Cambiare… no,  non  mi viene  niente in  particolare  da cambiare.

 

– Adesso parliamo della fase successiva, l’Università

 

Ho fatto  una  scelta:  andare  in  Giurisprudenza  perché  pensavo  che Giurisprudenza mi permetteva  chissà quali  cose, no?  E che è poi  la scelta di  buona parte  di  quelli che  vanno a  Giurisprudenza,  invece questo non è vero perché è una facoltà… lasciamo stare che è arida: io avrei preferito magari fare Lettere,  Medicina era la cosa iniziale  che volevo fare ma mi spaventavo del sangue, e poi l’ho eliminata.

Lettere:  la  cosa  che  mi  piaceva  fare.  Però…  niente,  ho  fatto Giurisprudenza perché è  una facoltà  che mi attirava,  c’era anche  una certa ambizione nel farlo  perché mi  dicevano che era  difficile, a  me piaceva misurarmi, mi piaceva farlo  perché mi piaceva misurarmi con  le difficoltà. A Giurisprudenza  difficoltà ce  ne erano parecchie.  Non  è stato sempre una cosa positiva perché io poi mi sono laureato in 7  anni però, è stato un periodo molto bello, molto intenso, perché lì il  fatto politico è esploso completamente, quindi c’era il collettivo.

Poi, in quel periodo era tutto un misto  di sentimenti che i ragazzi  di oggi  con   possono   capire   perché   a   Messina   c’era   un   clima particolarissimo, c’erano le strade che  potevamo fare e quelle che  non potevamo fare. E quindi, vivevi  in zone: oppure, se  volevi passare  da una parte, per esempio davanti  al bar “Select”, o  a Giurisprudenza,  dovevi passare accompagnato,  se  avevi  “il manifesto”   te  lo  strappavano,  la polizia poi sempre era con i fascisti, come lo è sempre stata e lo sarà. Quindi tu eri  sempre messo  in difficoltà… enormi.  Era bello  quando cominciavano i primi cortei, ecco: passare  per il centro di Messina  in corteo anche se ti provocavano,  anche se poi prendevi qualche  legnata, era bellissimo, perché  ti appropriavi  di uno  spazio: gridare  il  tuo malessere, la tua rabbia: è  una cosa veramente molto…  che ti  faceva sentire molto vivo.

Poi con un  gruppo di  amici in quel  periodo ho  preso anche  una  casa assieme: proprio,  c’era questo  piacere  di stare  sempre  assieme,  di discutere di tutto,  di interessarci  di tutto quello  che accadeva  nel mondo.

Da questo punto di vista, c’è uno scrittore – Erri De Luca – che appunto parla di questa voglia di comunismo,  che non è un discorso  ideologico, ma era veramente la voglia di partecipare delle cose del mondo, di stare assieme, del desiderio di giustizia: e questa era una cosa fortissima in quel periodo.

Si è andata perduta. Questa  è la cosa che  più mi dispiace  che si  sia persa, di quel periodo: questa voglia di sentire le ingiustizie come  se fossero state fatte a te. Si faceva  lo sciopero per il Vietnam:  magari era solo l’espediente per – magari, tante  volte – per non fare  lezione all’Università, per fare una manifestazione.

Però, ecco,  già il  fatto di  occuparsi  di un  fatto che  accadeva  da un’altra parte del mondo era una cosa bellissima, che ti faceva  sentire parte di questo mondo; cosa che oggi chiaramente non accade più.

 

– Quali episodi ricordi?

 

Sì, all’Università  c’era… cioè,  all’Università  in quanto  tale  non riuscivo d ingranare,  perché in  più c’era l’aspetto  – diciamo  così,  ecco  –  avevo  conosciuto  altre   persone;  in  questo  mio   tragitto dall’infanzia ero entrato in un altro mondo.

E l’Università è stato  il momento  in cui ho  conosciuto altre  persone anche di diversa estrazione sociale,  anche gente abbiente,  per me:  io notavo queste cose; perché, io,  abbiente non lo ero  e quindi  denotavo queste cose.

Era  indubbiamente  un  periodo  molto  vivo,  molto  bello.  È   stato bruttissimo nel ’78, quando hanno rapito Moro. Me lo ricordo  nettamente perché è stato… cioè, le  Brigate Rosse  è stato come  se ci  avessero veramente tolto l’acqua a tutti. Con quello che hanno fatto, a un  certo punto hanno distrutto un sogno,  hanno distrutto un sogno  di vivere  in quella maniera, cioè di potersi ribellare e dire la propria, invece loro in quella maniera non hanno  fatto altro che fare il  gioco del  potere, cioè: si sono messi dalla parte del torto, ammazzando poi una persona in quella maniera,  da cani…  e  quindi mettendoci  anche noi  in  crisi, perché nel nostro mondo non ci  doveva essere più qualcuno che  uccideva un altro, invece loro uccidevano: e questo era una cosa che, veramente, a molta gente ha tolto la voglia di impegnarsi più.

Tante cose  le ritenevi  anche  giuste, il  dare la  lezione,  il  fatto eclatante… però, ammazzare come un  cane una persona, come hanno  fatto loro, era veramente troppo. Una cosa imperdonabile.

 

– Sei andato a vivere da solo?

 

No, io sono di quelli che sono stati sempre a casa. In quel periodo,  ho avuto una bellissima esperienza, perché in quel periodo si usava  molto, ora si usa molto di meno: andare a lavorare all’estero. Cioè, andare a raccogliere… molti  andavano, per esempio, in  Trentino Alto Adige,  vabbè,  non  è  all’estero…  in  Trentino  Alto  Adige  a raccogliere le mele.

Noi dovevamo  andare  a  raccogliere  fragole  e  mirtilli  in  Francia, dovevamo andare a Bordeaux, poi siamo finiti a Parigi, poi siamo  finiti in Normandia…

Però lì  è  successa  una  cosa bellissima,  perché  è  stata  la  prima esperienza di andare  fuori d’Italia:  sono andato in  autostop, con  un altro  mio  amico.  Praticamente  in  36  ore  eravamo  a  Parigi,   con l’autostop, da Messina. Quella è stata una cosa stupenda.

Lì ho fatto un concentrato di esperienze che  non ho mai fatto più.  Dal lavoro, dall’essere licenziato e poi  ho avuto un’esperienza con  una… un’esperienza  incredibile…   cioè:   “incredibile”…   un’esperienza forte…

Nel senso che, un giorno,  prima di partire da Parigi,  io e questo  mio amico con cui ho fatto questo viaggio, tutte queste esperienze,  abbiamo conosciuto, in un locale di Montmartre, una coppia di ragazzi italiani e ci  dicevano  che  l’indomani  sarebbero  partiti  per  Grenoble,  verso Grenoble perché si  doveva andare  ad una  manifestazione  antinucleare, contro il “Superphoenix”.

Eravamo con  la loro  ‘126’,  e siamo  partiti appunto  verso  Grenoble. Marville si chiamava il posto.  Il ragazzo era  ricercato dalla  polizia italiana perché  era uno  di  “Radio Alice”,  che era  una  delle  radio dell’autonomia bolognese, e questa ragazza che c’era con lui invece  era una ragazza che aveva conosciuto.

Lei era fidanzata, lui fidanzato: insomma avevano questa esperienza: già anche per me questa era una cosa sconvolgente. E la cosa sconvolgente  è stato, appunto: il viaggio in  sé, con questi due  ragazzi che  facevano l’amore davanti a me e  al mio amico, per terra,  buttati, in  qualsiasi situazione, qualsiasi cosa…

 

Io, del Sud,  siciliano, proprio  di quelli… mi  trovavo di  fronte  a questa realtà nuova, questa ragazza che si levava la maglietta quando ci andavamo a lavare  la mattina  alle fontane, nei  paesini, senza  nessun problema…

Poi siamo  andati,  appunto,  a  Marville,  ho  conosciuto  anche  Marco Pannella, quel pezzo di merda, poi lo cancelliamo…  lì è stato  bello, il clima che si è creato prima della manifestazione è stato  fantastico, anche se chiaramente era saturo di violenza, per tanti versi.

E cioè, c’erano gli autonomi  italiani e gli autonomen  tedeschi che  si armavano, anzi: si davano consigli su come attaccare la polizia  meglio, in che  posizione;  poi  però  c’erano  gli  anarchici  tedeschi,  molto colorati, molto simpatici, con  le loro bandiere,  che distribuivano  il limone da mettersi negli occhi per i lacrimogeni.

È stata una cosa bellissima… dopo  siamo andati a dormire, per  terra dormivamo, insieme a tanti altri,  conosci gente di tutte  le parti  del mondo: era una cosa bellissima.

Poi l’indomani è stata una giornata  tragica perché, oltre al fatto  che pioveva, abbiamo fatto 20 chilometri a piedi, e siamo stati intrappolati dalla polizia  che  ci  ha  massacrato di  legnate,  ci  ha  sparato  la qualunque, hanno ammazzato anche a uno.

Siamo scappati, siamo riusciti anche  a superare dei posti di  blocco… ci hanno massacrati in tutte le maniere possibili e immaginabili.

 

– Poi il ritorno in Italia…

 

E  poi  appunto  il  ritorno  in  Italia.  Questo  è  stato  il  periodo dell’Università. Sì, il viaggio… come  accade a tanti ragazzi,  quando vai fuori di casa, fai le cose più strane.

Fuori di casa,  poi… per  esempio, in  Francia, quando  eravamo  nella metropolitana, e c’erano dei poliziotti: quando non fai il biglietto  ti prendono e ti massacrano, letteralmente. E noi avevamo questa cosa  qui, che dovevamo assolutamente non pagare, quindi…

Il fatto di fare atletica…  eravamo un gruppo, io ero  partito con  un ragazzo, ci siamo uniti ad  altri ragazzi, facevamo atletica, quindi  il fatto di saltare  le barriere,  e  ci inseguivano  e non  ci  prendevano mai…

 

È stato bellissimo:  poi certe  volte siamo andati  a prendere  qualche cosa nei supermercati, per mangiare,  qua e là: il senso  di poter  fare quello che ti pareva e  piaceva, no? E  questa è stata  una delle  cose molto belle.  Poi andare  a  mangiare nelle  mense  francesi,  le  mense studentesche, le mense dell’Università era  anche una cosa molto,  molto piacevole. Poi, appunto, c’è stato il ritorno in Italia.

 

– Come è stato, tornare?

 

In un  certo  senso,  mi  piaceva tornare,  raccontare  quello  che  era accaduto, è stata l’esperienza più forte della mia vita, la prima  volta che uscivo da un certo  contesto anche familiare, no?  Mi ero  lasciato con quella ragazza,  quindi ero  in  profonda crisi  e quindi  un  mondo nuovo, nuove realtà, nuove cose, il mondo che si apriva in tutta la  sua durezza,  cioè  cominciavo  a  vedere  il  mondo  per  come  era:  duro, selvaggio, anche se ancora avevo 24  anni, quindi ancora avevo il  senso di “essere tu  l’attore del  mondo”, poi chiaramente  man mano  sei  una comparsa, riuscire ad essere un comprimario è sempre più difficile.

 

– Quali episodi ricordi?

 

In quel periodo episodi particolari  non ce ne sono, se  non appunto  il fatto che  quella spinta  cominciava  ad esaurirsi,  quella  spinta  del collettivo, quello stare assieme cominciava ad esaurirsi, cominciammo  a rinchiuderci in noi  stessi, ricordo  che anche con  le persone  con  le quali ci si vedeva sempre ci si vedeva sempre di meno, si aveva  pudore, imbarazzo a vedersi, a parlare.

Poi, terribile è stato  quando è  morto Berlinguer, perché  lì è  finito tutto, cioè è finito un senso di appartenenza, la speranza…  l’abbiamo vissuto come una cosa forte.

Può sembrare strano adesso sentire  parlare di queste  cose, parlare  in questa maniera, ma se uno ha idea  di cosa accadde quel giugno  dell’84, di quante  persone andarono  lì,  di come  si stava  male,  di  come  si piangeva, di come  si era  disperati di fronte  a questa  morte;  poteva anche essere, sì, la solita  cosa della “chiesa”, noi eravamo  magari… c’era questa “chiesa” e uno  dei nostri  santi era morto,  il santo  per eccellenza… ma  non  era  tanto  questo,  cioè:  lui  aveva  incarnato veramente il desiderio  di un’Italia  diversa, di un’Italia  che  voleva diventare migliore,  anche  perché  c’erano  stati  i  soliti…  Piazza Fontana, la  strage di  Brescia,  cioè cose  che  ci  avevano  veramente stravolto, avevano stravolto la nostra infanzia, la paura che  provavamo per le strade di Messina  era una paura di prendere  una coltellata,  di prendere una  sprangata, cioè  che  finivi… perché  t’ammazzavano.  È accaduto raramente che ci sono state queste cose, ma ci sono state,  per poco non c’è  scappato anche  il morto a  Messina, come  in tante  altre realtà, perché una  coltellata data,  invece di  finire su  una  coscia, così, poteva essere letale per qualcuno.

E quindi, quando è morto Enrico  Berlinguer è finita un’epoca, è  finita completamente un’epoca, è stato veramente tutto straziante, incredibile.

 

– Quale facoltà avevi scelto?

 

Ora, io ho  scelto Giurisprudenza,  Giurisprudenza: le facce  gialle  le chiamavo;  pensa che io portavo i capelli lunghi, la barba lunga, andare all’Università con la giacca e cravatta… io non c’andavo… quando  mi sono laureato, alla tesi, cioè:  il giorno della laurea,  il vestito  lo avevo comprato la sera prima; mia  madre mi aveva pregato e  strapregato perché io  non  ci  volevo  andare;  quindi  il  clima  era  quello,  il perbenismo; cioè, la facoltà di Giurisprudenza voleva mantenere un certo perbenismo, e questo  creava una  situazione contraddittoria  perché  tu perbenista non volevi essere, non volevi assumere quell’atteggiamento da “faccia gialla”, da chi era il… da chi voleva estraniarsi dal mondo, e c’era soltanto Giurisprudenza.

Quindi c’erano appunto queste contraddizioni  fortissime: e noi  avevamo in quel periodo un collettivo, in cui discutevamo di queste cose,  anche se chiaramente non  aveva  un’incidenza, perché  non ce  l’aveva  questa incidenza, assolutamente.

Anche perché all’interno del collettivo  c’erano quelli che facevano  le loro sceneggiate, portavano le loro  individualità, invece di  discutere delle cose che accadevano  nell’Università di Messina,  c’era un  famoso magistrato che  lavora  alla  procura di  Milano  che  voleva  discutere soltanto di Toni Negri. Cioè, chi se ne fotteva di Toni Negri? I  nostri problemi  erano  più  importanti,  erano  quelli  che…  l’inagibilità dell’Università, agli  studenti di  sinistra,  mentre quelli  di  destra avevano tutte le possibilità  anche perché erano  sempre legati,  tenuto conto del fatto che molti di questi studenti di destra erano  calabresi, per comportamento  mafiosi, cioè  proprio:  sono molto  vicini  e  hanno questo senso dell’amicizia, che è sempre  una cosa molto mafiosa, e  che chiaramente contraddiceva col nostro modo di essere.

 

– Come era precisamente la situazione?

 

Nel periodo universitario c’era questa situazione con questi  calabresi, che venivano da  Reggio specialmente,  e quindi  erano fascisti  e  pure democristiani, praticamente hanno  messo le mani  sull’Università e  non l’hanno più mollata, da quello che sappiamo anche ora. È questo un loro modo di fare, che hanno, e che non siamo riusciti a contenere.

Ma non  per problemi  di  pregiudizio, quanto  perché loro  portavano  e portano una cultura che è diversa dalla nostra, una cultura tribale,  di appartenenza, se tu sei  amico di  quello allora certe  cose si  possono avere; devi pensare  che a  Messina, in quel  periodo, alla  Casa  dello Studente –  una sera  sì e  una  sera anche  – sparavano,  i  calabresi: perché, al discorso politico, aggiungevano il fatto di appartenenza alle famiglie, ai clan: e questo era un clima molto pericoloso, a Messina era molto brutto, quando avevi a che fare con loro: era veramente brutto. Anche se, di contro, c’erano  altri gruppi, provenienti specialmente  da Africo, dalla zona  della jonica  calabrese, erano di  sinistra:  sempre molti di quelli legati però  a gruppi mafiosi, però:  gruppi mafiosi  li chiamiamo ora,  però  una  volta  – diciamo  così  –  legati  al  famoso banditismo, cioè all’antistato.

 

E a Messina in qualche modo rendevano agibile… era appunto più… e la contrapposizione… sì,  erano di  diversi schieramenti  politici,  però l’atteggiamento era sempre quello tribale, cioè di chi si  contrapponeva in maniera proprio: un gruppo contro l’altro gruppo; sono stati  proprio questo gruppo, di calabresi, di sinistra, a rendere certe volte  agibili alcuni spazi a Messina,  sono stati  quelli che hanno  dato le  migliori legnate ai fascisti… episodi storici ce ne sono stati.

Però,  la  mentalità  era  sempre   quella.  La  mentalità  di  chi   si contrapponeva come gruppo, non dal punto di vista politico, cioè loro disbrigavano in quella maniera le loro faccende… tribali.

 

– Da dove venivano?

 

C’erano dei gruppi, appunto, di  Reggio Calabria e di  Messina… i  due Fuan  avevano  contatti,  quindi  facevano  venire  gente,  gente  della Piana… gente  che veniva  qua  per fare  soltanto a  legnate,  a  dare lezioni, ad avere una  predominanza dal  punto di vista  fisico, di  non permettere l’agibilità dei posti,  delle strade. Quello  era un  periodo brutto.

Ora non si può capire cosa significava veramente passare da certi posti; cioè: Piazza del Popolo era di  sinistra, viale San Martino, dove  c’era appunto il “Select”,  Giurisprudenza, Tommaso  Cannizzaro, c’erano  loro che non ti facevano passare, quindi era un problema.

Una volta mi ricordo che mi sono fatto prestare un dobermann, dalla  mia ragazza, perché mi avevano circondato  sul viale San Martino, meno  male che c’era ‘sto dobermann, sennò mi avrebbero preso a cazzotti,  insomma; il dobermann li ha tenuti a distanza.

 

– Chi erano, precisamente? Ricordi i nomi?

 

No, i nomi  me li  hanno fatti, ma  ora non  me li  ricordo,  veramente, alcuni li sanno i nomi di questi qua, perché i  4 o 5 del contatto,  che portavano questa gente; cioè la gente attorno a cui girava questa  cosa, attorno  a  cui   giravano  i  picchiatori, specialmente  quelli   più importanti.  Però  io   onestamente,  non   è  che  ero   di   quelli…

assatanato… anche perché il discorso  familiare mi condizionava  molto anche perché c’erano magari alcuni  delle forze dell’ordine che  avevano detto ai miei di non farmi mettere…  che conoscevano i miei… di  non intromettermi, di stare alla larga.

Che poi chiaramente, si pensava: ah, lui è l’anello debole della catena, i ricchi riescono sempre a cavarsela. Questo era un discorso che non  mi piaceva anche se tante volte io lo accettavo, nel senso che mi defilavo. In quel  periodo  c’è  stato  un episodio  bruttissimo,  di  un  accoltellamento, in cui c’ero anch’io,  nel senso che  siamo stati  aggrediti davanti al Maurolico,  i carabinieri  hanno visto tutto  ma se  ne  sono andati; è stata una scena… eravamo in  4, sono spuntati una ventina  di fascisti e ci hanno aggredito.

A me e un altro  non ci hanno fatto niente,  perché tra questi  fascisti c’era un mio  ex- compagno di  classe: e  invece due si  sono presi  due rasoiate… profonde.

I carabinieri  se ne  sono  andati, perché,  giustamente,  non  potevano toccare… accadeva anche di questo.

 

– C’erano anche i greci?

 

No, in qualche modo questi di destra erano i reggini, poi di Messina  e appunto di Barcellona. Dei greci,  conoscevo qualcuno, ma non avevo  una conoscenza approfondita. Cioè, quelli che conoscevo erano dei comunisti, gli altri no.

 

– Come l’avresti voluta l’Università?

 

Se avrei voluta diversa  l’Università… mah. L’Università  non è  stata una cosa, io vorrei un’Università che ti avvicinasse, che ti avvincesse. Cioè, la cosa che io ho visto dei miei amici, che magari avevano  voglia di studiare, non  era attirata dall’Università,  non veniva  catalizzata dall’Università, l’Università ti teneva a  distanza, era una cosa  fatta veramente per quelli che se  lo potevano permettere, per  chi aveva  una famiglia  abbiente,  non  ti  attirava,   ti  faceva  sentire   inutile, dispersivo, non ti dava  un senso di  appartenenza l’Università;  dovevi avere tu  un carattere,  una  forza tale  per importi,  per  riuscire  a continuare  ad  andarci;  ho  visto  moltissima  gente  che  se   andava dall’Università perché  non  riusciva  a  trovare  la  motivazione,  non riusciva a trovare  la motivazione,  non riusciva a  trovarsi a  proprio agio. L’Università dovrebbe aiutarti in  questo, dovrebbe permettere  di sviluppare veramente il tuo essere, il tuo modo di essere.

 

– E dopo l’Università?

 

Una cosa da mettere in chiaro è che nel periodo – io ero  all’Università però avevo già un’idea chiara  di ciò che volevo fare  – nel periodo  in cui ero  all’Università  mi  occupavo di  giornalismo,  mi  occupavo  di musica. E  quindi, io  mi  sono laureato  nell’82, ho  intensificato  la collaborazione con la Gazzetta, nell’84  sono riuscito ad entrare  nella Gazzetta del Sud.

Sono stato assunto nell’84, quindi due anni dopo la laurea e sono  stato inviato in Calabria, prima a Cosenza e poi a Catanzaro, dove mi occupavo di cronaca giudiziaria e cronaca nera, cose che in Calabria non mancano. È stata un’esperienza  da  questo punto  di vista  professionale  molto ricca, anche se dal punto di vista esistenziale non mi piaceva stare  in Calabria, assolutamente,  perché sono  dei  posti bruttissimi,  stare  a Catanzaro è veramente… è un fallimento.

Però, contemporaneamente  alla giudiziaria  e  alla nera,  continuavo  a seguire la mia passione, che è la musica. E quindi andavo a recensire  i concerti, a Lamezia, specialmente, ed era la cosa che mi piaceva di più: di jazz, di rock e di musica classica.

E sono stato 8 anni a Catanzaro, un mese e mezzo a Cosenza e tre anni  a Reggio. A Reggio invece è stata un’esperienza molto bella, perché è  una città dalle contraddizioni  stridenti e  quindi per un  giornalista  una realtà come quella di Reggio è eccezionale.

 

– Quali episodi dei primi anni di lavoro ricordi?

 

Episodi significativi ce ne sono stati tanti, dal punto di vista umano è una cosa che ho rifiutato dal primo momento perché chiaramente a nessuno viene in mente di andare a vivere a Catanzaro, i calabresi vengono qui, a nessuno verrebbe in mente di andare a vivere a Catanzaro, uno dei  posti veramente più brutti, più infami che esistano al mondo.

A parte la mentalità della gente, le leggende sui calabresi sono note  e arcinote. Ma non è questo  il punto vero. Tante  volte facciamo  colore, più che altro; ho degli amici, delle persone alle quali tengo.

Però, dal punto di vista professionale è stato molto ricco perché mi  ha permesso di seguire un sacco di processi come quello di Piazza  Fontana. Il processo l’ho seguito io, l’intervista a Delle Chiaie, poi quando c’è stato il presidente della Repubblica  Cossiga a Lamezia terme,  c’era… avevano ammazzato un sottufficiale della  polizia, Aversa, insieme  alla moglie… poi la strage di S. Onofrio…

Ho seguito un sacco di episodi di cronaca nera e di cronaca giudiziaria, importanti, insomma…  mi sono  trovato  spesso lì  dove  accadevano  i fatti, e  questo per  un  giornalista  è un  fatto  fondamentale,  e  in Calabria ne accadevano.

Dal punto  di vista  della  mia passione  per la  musica,  ho  avuto  la possibilità di  intervistare in  quel  periodo gente  come  Fabrizio  De Andrè, De  Gregori, Pino  Daniele,  Baccini, Angelo  Branduardi.  Quindi anche per la mia passione reale c’era anche una crescita, indubbiamente.

Tutto questo però strideva con il fatto… il non voler vivere in quella situazione, quindi c’era questa insoddisfazione profonda.

L’intervista a  Cossiga…  come  avvengono queste  cose:  la  gente  si immagina sempre che sono delle cose casuali quando devi intervistare una persona così; sono  delle cose  preordinate: le baraonde  sono reali  ma prevedibili. Succede  questo:  tu  sai  che lui  era  in  un  posto,  al tribunale, allora mettono  una specie  di sbarramento  e lui  è  passato vicino a  questo sbarramento,  quasi  casualmente: è  invece  è  passato apposta, poi c’è stato un marasma, i giornalisti eravamo uno sull’altro, fili della televisione che ci strangolavano…

E lui è passato, e noi: presidente, volevamo parlare con lei, e lui era di fretta; e invece no:  tutto preordinato, è un rituale che si  ripete ogni volta.

Un altro episodio, dal punto di vista professionale molto  interessante, alla luce delle tante che cose che ha detto, alla luce di quello che era successo, e della commozione che c’era, non avevo visto mai tanta  gente ai funerali di una persona, veramente centinaia di migliaia di persone:  dal punto di vista professionale queste  cose sono cose che ti  restano, ti gratificano e ti qualificano.

 

– E dal punto di vista politico?

 

Dal punto di vista politico,  veramente è difficile: perché io,  essendo di sinistra, la voce si  era sparsa e  quindi lì mi  trovavo spesso  con delle forti  contraddizioni, specialmente  a  Catanzaro dove  spesso  mi trovavo  in  contrasto  con  esponenti  del  partito  della   Democrazia cristiana e del Partito socialista; non tanto per partito preso o perché io m’impuntavo ma perché appunto  loro tentavano sempre  di… cioè,  si sentivano i padroni del giornale, si sentivano che potevano dire  quello che volevano, perché avevano le loro amicizie, io mi opponevo a  questo, cercavo sempre di andare oltre, di scavare, di tirare fuori le cose  che era possibile.

E quindi  chiaramente questo,  già  solo il  fatto di  fare  il  proprio mestiere era considerato comunista, cioè un fatto sovversivo in sé, cioè questa era la grossa contraddizione, quindi anche il non dare rilievo ad una sciocchezza  era un  atto  di stalinismo:  non ho  mai  capito  cosa c’entrasse. Ma era sempre così.

Il non gonfiare certe  promesse  era sempre  una  forma  di  comunismo. Avevano sempre  ‘sta  parola:  comunismo, come una  cosa di qualunque schifezza, mentre  le schifezze  le  hanno fatte  loro,  li  hanno  pure arrestati alcuni di questi.

 

 

– Non c’era una contraddizione tra  le due idee politiche  ed il  lavoro che hai scelto?

 

Ma no, no. Io ritengo una cosa: io  sono stata una persona molto  onesta dal punto di vista intellettuale,  io facendo il  giornalista non  cerco mai lo scoop, non cerco mai la cosa eclatante, riporto fedelmente quello che succede.  Io,  le  poche  volte che  ho  avuto  problemi  di  essere smentito, da un punto di vista giudiziario, ho avuto un paio di denunce, da un democristiano che aveva preso una mazzetta. Lui mi ha  denunciato, ma poi  ha ritirato  la querela.  Perché  io gli  ho detto  che  l’avrei controquerelato e gli avrei dato i soldi che avrei preso dal processo li avrei dati alle vittime della mafia. E lui ha ritirato la querela.

 

Da un punto di vista politico, non  metto mai delle cose… cioè,  cerco di sapere, ma è il mio mestiere: non è un fatto ideologico, cioè che  io sono comunista e quindi parlo con uno da comunista: non c’entra  niente. Il lavoro è una cosa; cioè io cerco di essere onesto e obiettivo, faccio domande particolari, non faccio domande  di comodo, ma penso che  questo sia il mestiere di un giornalista: non credo che sia essere di  sinistra o destra o di centro, non ci credo.

Anzi, a Reggio Calabria, ho avuto una gratificazione, da un certo  punto di vista, se  si può  chiamare una  gratificazione: il  senatore  Meduri, quando sono andato via da  Reggio Calabria ha scritto  al mio  direttore dicendo che lui non sopportava  i colleghi che c’erano  adesso a  Reggio perché erano scorretti, mentre era  contento quando c’ero io perché  pur essendo di idee diverse riportavo  puntualmente e senza problemi  quello che lui diceva, o che dicevano i  suoi camerati. Perché io ritengo  che sia questo appunto il mestiere di giornalista; informare. Cioè fare dire anche la cazzate, e riportarle puntualmente. Per fare capire alla  gente quello che succede.

 

 

– Le tue idee sono le stesse?

 

La stessa incazzatura precisa, come dice Nanni Moretti in “Caro diario”: sono uno splendido quarantenne più incazzato che mai.

Una contraddizione se lavoro alla Gazzetta? Perché? Io penso una cosa: tu non devi lavorare fuori degli  organismi in cui le contraddizioni  si creano, devi lavorare dentro gli organismi.

In una qualsiasi azienda… un’azienda non è mai una cosa monolitica,  è una cosa complessa; va bene; ci sono le persone: non ci sono soltanto le idee, le ideologie: quindi  c’è l’onestà  delle persone, c’è  chi è  più onesto e chi è meno onesto.

E questo è un discorso che attraversa le persone, da destra a  sinistra, senza nessun problema. Ci sono  persone che possono essere corrette,  di destra, ci sono persone scorrette  di sinistra che  cercano soltanto  lo scandalo fine  a sé  stesso,  senza le  prove. E  questo secondo  me  è pernicioso: cioè lo scandalo, il  lanciare l’allarme soltanto  sui  ‘si dice’. No: se  tu fai  il giornalista devi  portare i  fatti. Non sento cazzi. Questa è una cosa fondamentale.

 

 

– Come ti definiresti?

 

Chi sono?  Sono  una persona  estremamente contraddittoria,  con  molto entusiasmo, molta voglia di vivere,  con qualche delusione di troppo  di cui avrei fatto a  meno, però  sono sempre convinto  che possa  accadere qualcosa di buono, che domani accadrà qualcosa di buono.

Che tipo di delusioni?  Mah, quelle di tutti penso,  no? Il fatto  che vorresti fare un lavoro più interessante.

Delusioni amorose: quelle  sono fondamentali,  come diceva  B.  Strauss, niente ti  sconvolge  di  più,  né  un  fallimento  nel  lavoro,  né  un fallimento nello studio quanto il fatto che tu perdi qualcosa a cui vuoi bene, questo è.

Raccontare qualche episodio di questi, di queste delusioni? No…

 

– Come trascorri la giornata?

 

Io amo moltissimo leggere, e poi ascoltare musica: io ascolto moltissimo jazz,  John  Coltrane,  fondamentale…  cantautori…  musica   etnica, musica… contaminazioni… poi  rock: il  rock è la  colonna  sonora… cioè la  mia musica… la  musica che  ti permette di  parlare con  la gente che ha venti anni oggi, e parlare lo stesso linguaggio.

Io sono molto aperto, mi piace il rap e  l’hip hop, sono molto aperto  a tutto questo, per me è fondamentale, la musica è la mia vita.

Poi faccio trekking, vado in  montagna, faccio escursionismo, che è  una cosa che mi piace moltissimo, mi piace  stare in mezzo alla gente,  fare cose semplici.

 

– E la vita pubblica?

 

Di vita pubblica ultimamente ne  faccio di meno, anche  di interessi  ne curo di  meno, ai  concerti  ci vado  poco. Le  cose  fondamentali  sono queste: la musica, i libri e il trekking, sono le cose che mi  piacciono in questo momento.

L’impegno politico? Cioè, mi sento di sinistra, anche se ultimamente  ho preso una piega,  cioè… una piega…  nazionalista… siciliana.  Sono indipendentista.

Non è in contraddizione con la sinistra perché c’è un testo fondamentale di Lenin sull’autodeterminazione dei popoli.

E la Sicilia, secondo me  è una nazione che non  ha niente a che  vedere con l’Italia, da cui dovremmo… staccarci da una nazione che da noi  ha avuto soltanto…  ci  tratta  da  colonia, dal  1860  in  poi,  che  ha massacrato molti siciliani. E io  vorrei, magari, impegnarmi  di più  in questo senso, nella… più un discorso culturale, di controinformazione, di fare  sapere quale  è la  nostra  storia, cosa  che il  questo  Stato italiano ci nega, perché noi ancora siamo una colonia.

 

– L’impegno politico?

 

Il mio impegno politico è in questa direzione in questo momento. Di concreto,  onestamente,   ancora  niente,   cioè:   soltanto   riunioni, discussioni, io ho fatto degli  articoli sulla morte  per esempio  di… sulla strage di  Randazzo,  quando morì  Antonio Canepa,  il comandante dell’Evis, il comandante  dell’Esercito  volontario  per  l’indipendenza della Sicilia, 17 giugno del ’45. Eh, un episodio sui cui ancora non  si sa la verità… quindi, c’è  una discussione ancora  in corso,  vorremmo uscire per rendere ancora più concreta questa cosa, cioè fare  conoscere alla gente, promuovere  degli incontri  per fare  conoscere; è  la  cosa fondamentale, fare sapere che cosa è stata la storia di questi 100 anni, dal 1860 in poi, le cose che ci sono state negate. Siamo stati spogliati della nostra identità. Non è giusto.

 

– Ci sono stati mutamenti nelle tue idee?

 

Dei mutamenti  ci saranno.  Tu  cresci e  le cose  le  vedi  in  maniera differente. Cerchi  di andare  a  vedere più  l’aspetto umano,  più  che ideologico, anche se c’è  sempre un dicrimine,  onestamente; può  essere una pigrizia mentale, pensi sempre di poter dire, cioè dire: i  fascisti sono… e li  additi. Magari  è sbagliato. Magari  le persone  cambiano. Quando  dici  fascismo,  magari  semplificando  molto,  vuoi  mettere  i peggiori in quel calderone.

Rispetto al passato, però, c’è la stessa  rabbia, perché non è che  sono stati risolti i problemi. C’è minore impegno, proprio fattivo, concreto, di fare le cose, però sento sempre la stessa ingiustizia di fondo. Il senso di ribellione mi è rimasto, fortissimo. Moltissimo.

 

– Ma la questione siciliana è una questione di classe o geografica?

 

Se penso che sia un discorso di classe? Mah, c’è un discorso di  classe perché oggi i poveri sono di nuovo poveri e i ricchi sono più ricchi; il discorso geografico, perché noi  veramente siamo una  colonia, che  deve essere tenuta in una certa maniera: e questo è un fatto… non lo so…

Cioè, l’evoluzione che c’è stata in me  è una fatto anche di  conoscenze acquisite che mi ha portato  sì ad avere una visione  di sinistra  della vita però  anche a  pensare quello  che  succede da  noi. Non  in  senso globale, cioè di pensare che la Sicilia debba staccarsi dall’Italia.

 

– E non ci sarà una classe dominante siciliana?

 

La classe dominante siciliana? Certo. Ma questi sono gli ‘ascari’ di un governo. Non  è che  la  Sicilia diventerà  “il paese  di  Bengodi”.  Il       problema è un  altro. Il  problema è  che  tu, la  tua cultura,  la  tua       identità, la  tua storia  è  stata negata.  Molti siciliani  sono  stati       ammazzati, e di queste cose noi ne sappiamo pochissimo. Non sappiamo che tutto ciò  che viene  prodotto  sulla terra  siciliana  appartiene  alla Regione siciliana, invece i proventi della fiscalizzazione del  petrolio che viene estratto in Sicilia,  cioè trentamila miliardi, se li  incassa lo  Stato.  E  questo  va  contro  lo  Statuto  della  regione  autonoma       siciliana. Cioè, ci sono delle cose da sapere.

E poi il problema non è che non ci sarà una classe dominate. È  chiaro,       è così e sarà sempre così, il  problema è che però queste  contraddizioni devono esplodere. E non è che  devono esplodere in senso ‘leghista’,  ma devono esplodere in senso culturale prima di tutto. Pensa,  una  cosa…  qual  è  il   cemento  che  lega  l’Italia? Il Risorgimento; tutte le nostre strade: noi abbiamo addirittura una strada che si chiama  Nino Bixio,  cioè il massacratore di Bronte.  Non è  una contraddizione questa?

Ducezio, chi è? Ducezio era un condottiero siciliano, siculo… dov’è? È una stradina;  non ci  sono strade grandi  intitolate a Brancati, a Verga, a Pirandello, no: c’è via Garibaldi.

 

Nell’ambito del MIS c’era una corrente di  sinistra che era rappresentata da Canepa,  un Partito  comunista siciliano  fortissimo,  che venne bloccato dalla Russia, che combatteva la mafia.

Però dopo che la  Russia fermò  il movimento indipendentista,  ci fu  un accordo con  la Democrazia  cristiana  peggiore, che  portò  gente  come  Scelba al potere. E questi  qua chi si portavano dietro? Si  portavano dietro i mafiosi.

Questo, magari  rispetto  al  passato,  perché  prima  l’ideologia ti offuscava, se ci sono delle contraddizioni, delle cose da denunciare  le denunci, anche dalla tua parte. Soprattutto dalla tua parte.

 

– E rispetto alla mafia?

 

È chiaro  che  sono  contro  la mafia,  contro  la  mentalità  mafiosa. L’essere amico degli amici, farsi piaceri. È una cosa pervasiva, che ti pervade. Dalla piccola  raccomandazione, dalla piccola  cosa, faccio  io, non ti preoccupare… questi sono i segnali di un modo di essere. È chiaro che da una mentalità si arriva poi alla struttura. È evidente che non è solo un modo di pensare.

 

 

– Come è organizzata la tua giornata?

 

La mia giornata tipo è tragica, nel senso che io ho una vita  sregolata. Io lavoro dalle 4 del pomeriggio alle 11 di sera, e quindi è chiaro  che la mia vita sociale è piuttosto  sballata. Ho soltanto un giorno  libero la settimana, e in quel giorno devo fare tutto. Per il resto la  mattina sono libero, però che devi  fare la  mattina, la mattina  non fai  quasi nulla. Sono un  pochettino sbandatello.  E questa è  una realtà  per  me nuova perché  prima  lavoravo  mattina  e  pomeriggio.  Ancora  mi  devo abituare.

 

Leggo molto, anche per fare le  recensioni. Quindi sto a casa,  leggo…  sto a sentire un po’ di musica. Poi esci cogli amici, vai al cinema. Ma non c’è una giornata tipo piena di impegni, quella privata, quando non è una cosa di lavoro.

 

 

– Cosa è cambiato rispetto agli anni ’70?

 

Prima si  viveva per  le  strade. Si  voleva stare  sempre  assieme.  Si cercavano tutte le occasioni per  stare assieme, per  stare vicini,  c’era anche la fiducia nel domani. C’era anche il desiderio di stare  assieme. Oggi  non   c’è  più,   c’è   disillusione,  ammarezza,   che   prevale, un’indolenza. Il bisogno di stare assieme oggi è soltanto per non  stare da solo, prima no: era proprio il desiderio di stare assieme agli  altri per fare qualche cosa.

Era  ambizioso,  era  anche  stupido,  velleitario,  però  c’era  questo desiderio di stare assieme per fare qualcosa. Ti  sentivi investito  di qualche cosa. Eri protagonista. Oggi c’è un senso di esclusione, di sospetto, che prima non c’era, negli anni ’70 non c’era. Tutto molto bello, molto aperto.

 

– E tu sei cambiato?

 

Io sono cambiato, in bene  per alcune cose, per altre  in peggio. Ho  40 anni e non invidio i ventenni,  soprattutto per quanto riguarda le  cose sentimentali: meglio a 40 anni che a 20.

Hai  una  visione  differente  della  vita,  hai  acquisito  un  po’ di esperienza, hai più dimestichezza ad entrare in rapporti con le persone, a 20 anni ti fai soltanto mille seghe mentali. Da questo punto di vista,  non ho nessuna nostalgia dei vent’anni.

Ovviamente l’età che è passata… ma  per tutte queste cose, i  rapporti con l’altro sesso ad esempio, meglio a 40. 35, 40, centomila volte.

 

– E la sinistra?

 

Non capisco più cos’è sinistra,  perché per 50  anni abbiamo  combattuto questo tipo di sistema, certe  persone che incarnavano questo sistema  e ora siamo con loro alleati, quindi in questo momento non c’è un discorso sulla sinistra. Un discorso strategico, cioè dobbiamo stare con  questi, perché se non stiamo con questi il risultato è che sale la destra. Si parlava una volta di qualità della vita, di una vita che aveva  altre prospettive,  un  altro   spessore.  Invece  tutto   questo  è   andato perdendosi, è un arroccamento… si vota soltanto per non fare salire la destra, non perché vogliamo un  mondo migliore. E questa  è una  perdita fondamentale, e la sinistra non sa colmare questo vuoto. Non ci riesce.

 

– Come organizzi il tuo tempo?

 

Il mio tempo? Lo vivo alla giornata  ormai. Non c’è più… Ormai  penso che la felicità ce l’hai  con gli amici e con  la persona con cui  stai. Gli scampoli di felicità… E  poi una cosa che voglio  fare, cui  stavo pensando ultimamente è del volontariato.

Devo individuare l’obiettivo, però è  quello che voglio  fare. Perché  mi sono reso conto che mi sono chiuso un po’ in me stesso, mi sono chiuso  e non c’è modo di fare venire  fuori quest’anima di sinistra, che  secondo me è proprio questo: cioè occuparsi degli altri.

 

– Che ruolo ha il lavoro?

 

Il lavoro? È fondamentale, per questo voglio tornare a fare il  lavoro del giornalista ‘militante’, che lavora  per la strada.  Raccontare le storie della gente è la mia aspirazione, quindi da grande voglio fare il giornalista!

 

– E l’amore?

 

L’amore nella  mia vita?  Fondamentale. Le  femmine  sono  una  grande invenzione, che brutta invenzione… Io  ero femminista, sono  diventato “femminaro” col tempo… quando ho cominciato a prendere meno sul  serio le donne: a  20 le  donne rompono le  palle, a  40 anche,  ma tu  te  ne freghi, il punto è questo.

Non prenderle sul serio è stato fondamentale, cioè: dissacrarle,  perché noi abbiamo  la concezione  della  donna coma  madonna; ecco:  loro  non vogliono essere trattate come madonne, non lo sono.

A quarant’anni, non  sono neanche  sposato, è una  cosa molto  presente,  anzi: troppo. Ora come sono combinato?  Cioè, sto con una ragazza,  non ci sto… ci sto e  non ci sto.  A quarant’anni, rispetto  ai venti,  ti  vengono più facilmente  le occasioni.  Sta a te  se ti  va o non  ti  va starci. Però, quando  tu non  le prendi sul  serio le  ragazze, ci  sono.       Ecco: la lezione  dovrebbe essere  questa: essere meno  infantili,  meno adolescenziali.

 

– Parliamo dei consumi

 

Vivo in questa realtà. Ci sono periodi in cui compro decine e decine  di dischi, quindi mi rendo conto di essere uno che…

Compro un sacco  di libri,  anche  oggetti che…  sono una  persona  di questo mondo, di questa civiltà.

Televisione, la vedo… certe volte la  vedo anche quando non la  dovrei vedere, è vero. È soltanto un ruolo quasi passivo, cioè ti vedi là, non vuoi pensare e ti metti davanti alla televisione: questa è una cosa  che vivo male.

Libri ne leggo assai, mi piacciono assai i libri. Romanzi,  soprattutto. Mi piace moltissimo  la letteratura mitteleuropea,  siciliana, mi  piace Tahar Ben Jelloun…  mitteleuropea  tutti, da  Joseph Roth  ad  Arthur Schnitzel; i siciliani tutti: Bufalino…

 

– In quali momenti hai fatto delle scelte?

 

Ci sono stati dei momenti in cui ho fatto delle scelte, il mio carattere mi porta a radicalizzare le  cose; per esempio il lavoro,  l’università: ho fatto delle  scelte dettate  più  da motivi  di convenienza,  non  da desideri precisi. Avessi potuto scegliere  realmente me ne sarei  andato da Messina, a fare l’Università.

Avessi potuto scegliere me ne  sarei andato in un  altro giornale  fuori Messina. Però, sostanzialmente, le scelte  che ho fatto  mi vanno  bene, ecco.

 

– Cosa cambieresti della tua vita?

 

Cosa cambierei di tutta la vita? Questo carattere irruento, e basta. Il fatto di essere sempre dentro le cose e invece dovrei mettere sempre una distanza tra me e le cose che certe volte c’è e spesso non c’è. Poi  per il resto, tutto com’è andato. Mi piace… abbastanza.

Sono moderatamente soddisfatto, sì.

 

……………………..

 

 

 

 

 

 

                                    2.2. Analisi

 

M o r t e   d e l l ‘ u t o p i a

 

                               2.2.1. I mondi vitali

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Suddividendo schematicamente le fasi del  ciclo vitale (v. più  avanti), possiamo ricostruire in quali aree  (mondi vitali) è  trascorsa la  vita dell’intervistato.

 

fasi    mondi vitali
infanziafamiglia – scuola – quartiere
liceofamiglia – scuola – sport – gruppo amici
universitàfamiglia – collettivo politico – giornale
lavorogruppo amici – (gruppo pol.)  – (famiglia)

 

 

 

La famiglia è ovviamente il primo luogo in  cui si ritrova. Un punto  di riferimento importante, ma anche una ‘catena’, come vedremo più  avanti. L’idea  della  famiglia  numerosa,  nonostante  appaia  perdente  oggi, nonostante cioè sia comunemente vista in chiave negativa anche perché  è diventata un’eccezione, viene invece ricordata con piacere, al punto  da divenire un modello ideale (‘mi piacerebbe avere una famiglia così,  una famiglia numerosa). È ipotizzabile che si tratti di una proiezione  di un desiderio ambivalente, più una  nostalgia che un progetto, visto  che Carlo è, nonostante  l’età, non  sposato e non  appare certo  vicino  al matrimonio.

 

Perché questa immagine positiva, questo ricordo? Più avanti vedremo  che   i  toni  diventeranno  meno  lusinghieri,  mentre  un’analisi  dei  vari componenti (il padre da un  lato, la madre dall’altro) vedranno  giudizi diversificati per i vari componenti.

La famiglia va quindi giudicata dinamicamente, nello spazio e nel tempo. Nello spazio, in  dialettica con  il quartiere (“violento,  con tutti  i codici rituali di un quartiere popolare”). In una situazione del genere, la famiglia  (come vedremo  anche  meglio nella  seconda  intervista)  è sempre un  punto  di  riferimento  fondamentale,  spesso  anche  per  la protezione dell’incolumità, per la  salvaguardia  dai  pericoli, per  la risoluzione di situazioni d’emergenza (v. le ferite che il piccolo Carlo si procura nei suoi giochi).

Anche di  fronte  ad  una  scuola  estranea  e  punitiva,  quella  delle “monache”, la famiglia garantisce gli unici momenti di intimità e di sicurezza.

Più  tardi,  la  situazione  cambia.  Sia  in  rapporto  alla   crescita individuale, sia in  correlazione con  mondi nuovi  dove i  valori  sono altri e  le esigenze  diverse.  La famiglia  protettrice in  rapporto  a quartiere violento diventa la  famiglia povera in  rapporto alla  scuola media ed al liceo frequentata dai “figli di papà”. Il lavoro del padre permette evidentemente un livello di reddito tale da frequentare la scuola (cosa assolutamente  non scontata in quel  periodo per gli abitanti delle periferie), ed anche una scuola “bene”.

A questo punto Carlo si trova in  una situazione in cui “viene  trattato come nessuno” a causa della sua origine sociale, a causa cioè della  sua famiglia.

A questo punto avrebbe potuto reagire in maniere diverse:

  1. colpevolizzare  sé  stesso  ed  i  propri  familiari  (l’ambiente di provenienza)
  2. colpevolizzare il mondo esterno e individuare le cause esogene.

 

Una  differenza   fondamentale   tra  la   cultura   di   sinistra   che contemporaneamente si stava affermando e quella di destra radicata anche nei quartieri popolari messinesi è qui: non sentirsi responsabile  della differenze sociali significa elaborare un’altra  etica. Ovviamente,  non basta indicare  una causa  esterna  qualsiasi:  nell’ideologia  nascente negli anni del  liceo l’ingiustizia  ha precise  origini e  si  combatte collettivamente.

 

Il gruppo degli amici (gruppo  dei pari) si  differenzia fortemente  col passare del tempo. Dal quartiere  dell’infanzia ai ragazzi della  scuola media, di condizione  diversa, fino  a quelli politicizzati  del  liceo, dove  si   scopre  una   dicotomia   amico/nemico  netta   e   definita.

All’università questa distinzione è rigida. Il gruppo diventa  l’aspetto fondamentale, la dimensione  principale. In questo  momento la  famiglia non ha solo  meno importanza,  ma  è anche  in contrapposizione  con  le attività politiche. La prima esperienza  sentimentale sembra  costituire il momento per  lo stacco  definitivo: “mi sono  sentito un  individuo”, cioè uno  che basta  a  sé stesso:  la dimensione  dell’indipendenza  che giustifica la fine del rapporto di legame rigido con la famiglia.

 

Negli anni precedenti, lo sport  aveva avuto un  ruolo importante,  come lucidamente detto (“vivevo anche in  quest’altro mondo”), utile anche  a superare la contraddizione col nuovo  mondo dei ‘figli di  papà’ che  in cui bisogna inserirsi.

Essere vincente in un  settore unanimemente riconosciuto  aiuta a  farsi accettare e riconoscere, sia dai pari che dai professori. È un elemento forte di rivincita, nonostante sia contenuto dal rifiuto del mito  della competizione (‘non io in contrapposizione agli altri’).

 

Ad  un  certo  punto   la  scuola  assume   il  volto   dell’università. Generalmente, per chi è inserito  nel mondo scolastico  (fatto di  orari rigidi, abitudini, amici che vedi tutti i giorni, professori con cui hai un rapporto  stabile)  l’università  è  sempre  un  trauma.  Appare  una istituzione lontana,  con i  suoi  tempi strani  ed i  professori  inavvicinabili, li vedi solo al momento della trasmissione della  “sapienza” dalla cattedra e  – sempre  dall’alto della  cattedra –  nella  funzione giudicatrice;  un   giudizio   imperscrutabile   nelle   motivazioni  ed insindacabile nell’esito.

 

Oltre alla  rottura  con  i  tempi  e  i  modi  del  liceo,  il  modello universitario  era  in  netto  contrasto  con  l’ideologia  della   contestazione; in  più la  facoltà  di Giurisprudenza  era  un  insieme  di perbenismo nozionismo grigiore che ne  faceva esattamente la facoltà  in cui mai uno come Carlo avrebbe dovuto iscriversi,  con le sue idee e  le sue aspirazioni. Ovviamente, lo ammette  lui stesso (‘avrei voluto  fare Letterè). Sui motivi della scelta, è nuovamente decisivo il ruolo della famiglia (v. più avanti).

 

 

 

                     2.2.2. Fasi del ciclo di vita

…………………………

 

Nello  schema  precedente,  finalizzato  all’individuazione  dei   mondi vitali, vengono  indicate quattro  fasi  (infanzia,  liceo,  università, giornale) che seguono un criterio sia cronologico che logico, nel  senso che le ultime tre si  riferiscono direttamente agli ambienti  principali in cui Carlo vive.

La semplificazione era utile per lo schema; ora vediamo più in dettaglio:

……………………………………………………..

 fasi  .   infanzia              .      a

.   adolescenza I      .      b

.   adolescenza II     .      c

.   gioventù             .      d

.   maturità             .      e

……………………………………………………

 

a -> b

Il passaggio da una fase all’altra è determinato sia da scadenze  dettate dalla struttura dell’organizzazione sociale, sia da eventi  contrassegno che nel caso specifico assumono la forma di eventi imprevisti.

In particolare, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è determinato dalla fine della  scuola elementare  e dall’inizio della  scuola  media. Abbiamo già visto che si tratta di un passaggio importante, che comporta l’abbandono del quartiere e l’ingresso  in un nuovo  difficile mondo,  a contatto con persone di estrazione sociale diversa che adottano  criteri di valutazioni differenti.

Se nel quartiere (“con i suoi  codici rituali”) contavano la violenza  e la capacità di  sopravvivenza, nella  scuola del centro  cittadino è  il reddito il principale criterio di  valutazione (“tu che  eri figlio  del popolo ti trattavano come nessuno”).

Ovviamente questo passaggio non è scontato: deriva in ultima analisi dal mestiere del padre: un lavoro  fuori dagli schemi, fatto di commerci e lunghi viaggi, che permette alla famiglia  di avere un reddito non  alto ma sufficiente a Carlo per  proseguire nella carriera scolastica:  cosa, ripeto, assolutamente non scontata; anzi, quasi eccezionale rispetto  al tradizionale percorso biografico di chi nasceva nei quartieri popolari.

 

b -> c

Questo  passaggio  è  meno  traumatico   e  più  fluido,  senza   eventi particolari che lo determinano. Inserito nel percorso definito prima, la carriera scolastica, Carlo si trova  ad affrontare ancora le  difficoltà derivate dalla differenza di  appartenenza sociale, ma  con due  sistemi difensivi. Il primo, già visto, è il successo nell’atletica. Il secondo è l’ideologia politica, che  non  è più  il generico  risentimento  contro l’ingiustizia degli  anni  precedenti,  ma  si  avvia  a  diventare  una importante ‘lente’ per interpretare il mondo ed uno strumento difensivo: la provenienza sociale, il non essere ricco, l’essersi fatto strada  coi propri mezzi diventano fatti di cui essere orgoglioso.

 

c -> d

Qui gli eventi contrassegno sono due. Il primo è la morte del padre.  È facile capire il dolore ed i  cambiamenti che questo evento provoca.  Se consideriamo che la vita di  Carlo si  svolge tra due  poli, il  fascino dell’anomalia ed  il  ritorno all’ordine,  il  padre  rappresenta  quasi un’incarnazione dell’anomalia.

Se si pensa che generalmente un quartiere popolare è una microsocietà  a solidarietà  meccanica,  caratterizzato  da  sofisticati  strumenti   di punizione del deviante (dal  disprezzo all’induzione  dell’auto-colpevolizzazione) che  produce  generalmente  o  conformismo  o  frustrazione, questa figura appare eccezionale per i comportamenti esteriori (la moto, “il bagno d’inverno”) – l’attività economica, da mercante che viaggia, acquista e rivende:  in quegli anni era ancora forte  l’influenza della società contadina e  dei suoi valori, fatti di immobilismo attesa tradizione ritmi naturali, per cui un lavoro come questo appare un’eccezione – i tratti culturali, l’ottimismo  e l’intraprendenza, ancora una  volta in contrasto con  la  cultura popolare  siciliana, quella  (appunto)  di derivazione contadina.

 

La madre, invece, ne presenta  tutti i caratteri tipici: il  pessimismo, un certo  fatalismo, l’abitudine  di  soffocare l’entusiasmo.  Oltre  ai tratti  culturali  derivati  dalle  generazioni  passate,  c’era stata l’esperienza della guerra e la necessità di occuparsi della famiglia. La guerra  ha  evidentemente  rafforzato  il  senso  del  fato:  un  evento imprevisto, deciso in  alto, su  cui non si  ha nessuna  possibilità  di incidere, una tragedia immensa contro  cui la tua volontà  non può  fare nulla. È la morte che sovrasta  questa concezione. La morte arriva  con il destino: la cultura siciliana  è imbevuta di  fatalismo funebre,  nel dialetto siciliano non esiste neanche il futuro, i verbi si coniugano al passato remoto o al presente.

“Fatalismo individualista che ci viene appunto dalla  nostra anima  araba?  Comunque  sia,   la  paura  del  domani  e l’insicurezza qui da noi sono  tali, che si ignora la  forma futura  dei  verbi.  Non  si  dice  mai:  ‘Domani  andrò  in campagna’, ma  ‘dumani vaju  in  campagna’, domani  vado  in campagna”

[Sciascia 1979, 45]

 

Il padre di Carlo rappresenta  la negazione di  questa mentalità,  quasi una sfida. Carlo lo ammira,  e l’ideologia che arriva da  Nord gli  dice che il destino lo si può forgiare tutti insieme.

La morte  del  padre,  mentre  torna  da  un  viaggio  in  Calabria,  dà terribilmente ragione alla madre. Come è stata elaborata la perdita? Un patina che attutisce il dolore. Ma  anche la consapevolezza che il  fato incombe.

È ipotizzabile che le decisioni successive siano determinate da  questo evento fondamentale.  L’ordine  sconfigge  la fuga  e  la  scelta  della facoltà è una scelta d’ordine. Il contrasto tra l’istituzione assente  e grigia e le aspirazioni di Carlo è stridente.

 

Da un punto di vista del complesso edipico, si considera generalmente il padre  come  figura  d’ordine,  che  forma  la  mentalità  del  super-io attraverso il  sistema di  divieti  e punizioni.  Qui i  ruoli  appaiono rovesciati: naturalmente quella  edipica non  è una  formula  universale applicabile  sempre  e  ovunque,  ma  va  adattata  in  relazione   alle situazioni specifiche  determinate dalle  diverse condizioni  sociali  e culturali.

Però c’è  un punto  di  contatto  con la  teoria  freudiana:  il  legame madre-figlio,  che  qui  diventa  un  legame  simbolico  di   importanza notevole, come vedremo nei due paragrafi successivi.

 

d -> e

L’ingresso nel mondo del lavoro  avviene, apparentemente, senza  traumi. È graduale, Carlo continua un’attività che  gli piace, si tratta di  un lavoro socialmente riconosciuto, che gli dà un’identità forte.

Invece anche questo passaggio va ricompreso nel discorso precedente:  si tratta di una permanenza nell’ordine.

 

 

 

                  2.2.3. Tra fuga e cordone ombelicale

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Vediamo di  spiegare meglio:  nel  corso della  biografia  di  Carlo  si possono individuare momenti in cui sembra tendere alla fuga:

– il viaggio  in  Francia,  il  desiderio di  scegliere  la  facoltà  di   Lettere, la scelta di una ideologia malvista nel suo ambiente…

ed altri momenti in cui ritorna all’ortodossia:

– sceglie Giurisprudenza, lavora alla Gazzetta, rimane a Messina…

 

 

ANOMALIA  ORDINE
padre madre
fuori Messina Messina
(lettere) giurisprudenza
casa in famiglia casa fuori fam.
(altro giornale) gazzetta
ideologia politica famiglia

(tra parentesi le scelte mai effettuate)

 

Abbiamo visto come il padre simboleggi l’anomalia, la fuga e la libertà; la madre i suoi opposti:

“Molte disgrazie, molte  tragedie del  Sud, ci  sono  venute dalle donne, specialmente  quando diventano  madri. Le  donne del Mezzogiorno hanno  questo di  terribile. Quanti  delitti d’onore sono stati provocati, istigati o incoraggiati, dalla donne! Dalle donne  madri, dalle donne  suocere. Eccole di colpo capaci delle peggiori nefandezze per vendicarsi  delle vessazioni da esse stesse subite durante la giovinezza,  col ricorso ad uno  spaventoso conformismo  sociale.”

[Sciascia 1979, 14]

 

 

Il viaggio in Francia è concretamente un momento di fuga, di ingresso in un mondo diverso; il ritorno però riporta ancora Carlo nella sua  città. Anche la stessa parentesi calabrese, in una realtà molto simile a quella messinese, finisce  dopo qualche  anno.  Anche durante  gli  anni  della contestazione Carlo non è  tra quelli  che lasciano la  famiglia, in  un periodo in cui era molto  diffusa l’abitudine di andare  ad abitare  con amici.

Un esempio fondamentale è l’atteggiamento di Carlo durante i momenti  difficili degli  anni ’70,  quando  il rischio  è la  stessa  incolumità  personale: la famiglia estende i  suoi “tentacoli” protettivi,  contatta  qualche amico poliziotto che consiglia  a Carlo di  non esporsi  troppo, perché poi lui sopporterebbe  le conseguenze peggiori,  a differenza  di altri con le spalle coperte.  Carlo non è certo  d’accordo, anzi  questo ragionamento non gli va bene per niente, ma si adegua.

Altro momento-chiave:  la sera  prima  della laurea;  Carlo  non  vuole andare in giacca e cravatta, “mia madre mi aveva strapregato”. Alla fine cede.

 

Infine la “Gazzetta”. Può sembrare eccessivo definire ritorno (stavolta definitivo) all’ordine l’ingresso in quel giornale. In realtà è di  più: è una sconfitta definitiva. Ancora una volta la fuga non c’è stata  (“mi sarebbe  piaciuto  andare  in  un’altra  città,  lavorare  in  un  altro giornale”).

Per  capire  l’entità  della  sconfitta,  è  indispensabile  aprire  una parentesi per far capire cosa è la “Gazzetta”.

Qualcosa si  evince  già  dal  racconto:  appena  arrivato  Carlo  viene trasferito a Catanzaro  per le  sue idee, viene  mal visto,  subisce  le prepotenze dei pezzi grossi Dc-Psi (che evidentemente avevano libero  ingresso, o comunque un rapporto privilegiato), si trova in mezzo a polemiche (“siete peggio dell’Unità con quello lì”).

Ma  c’è  dell’altro.  Si sono verificati  in passato  trasferimenti   e licenziamenti senza  alcun  rispetto  dei  diritti  sindacali,  per  motivi politici  per  scarsa  adattabilità del  giornalista alle  manovre  del giornale. Sono numerosi gli esposti all’Ordine dei giornalisti ed i casi che  hanno  suscitato  nell’ambiente  numerose   polemiche.

 

Lo   stesso direttore ammise di aver trasferito un giornalista “colpevole di essersi candidato tra i progressisti”. Tra  gli editorialisti della Gazzetta  ci sono  stati quattro membri della  loggia  P2.  Gli  editoriali sull’anticomunismo comparsi  sulla Gazzetta sono quanto di più volgare sia stato scritto sull’argomento.

 

Tutto questo (ed è solo una sintesi striminzita) non significa certo che Carlo si sia “venduto”, né che taccia  necessariamente fatti di cui è  a conoscenza. È  possibile che  abbia  svolto in  piena  libertà  il  suo lavoro, cosa possibile operando in una redazione decentrata o scrivendo nelle pagine dello spettacolo o della cultura.

Tuttavia, la sconfitta rimane: perché Carlo si è trovato in  un ambiente di ideologia opposta alla sua  ed in cui vige una  prassi che  contrasta palesemente con le sue idee.

Questo contrasto viene elaborato principalmente in tre modi:

  • con la giustificazione del ‘non avevo scelta’: il che è vero rimanendo nel territorio in cui è nato, e si ritorna al discorso di  prima (fascino della fuga vs.  cordone ombelicale)
  • con la solita  giustificazione della  persona di sinistra  che va  dal ‘nemico’: le contraddizioni viste dall’interno, la complessità…
  • con l’ideologia ‘anglosassone’ dell’obiettività giornalistica distinta dall’ideologia politica:  neutralità dell’esercizio  della  professione, tecnicismo…

 

 

Nello schema seguente  si evidenzia  il momento decisivo  della vita  di Carlo,  interpretato  come  oscillazione  tra   ‘fuga’  e  ‘ritorno all’ordine’:

 

(il momento intorno ai vent’anni)
CENTRIPETA – CENTRIFUGA
prima storia d’amore – scelta facoltà
viaggio in Francia – laurea
impegno politico – scelta giornale

 

 

 

                        2.2.4. La strutturazione

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A questo  punto  appare  semplice  applicare  una  ulteriore  categoria. Seguendo quanto detto  fino adesso,  in particolare  il  concetto-chiave dell’oscillazione, si può  osservare che  Carlo pende da  un lato  verso l’auto/strutturazione (che abbiamo individuato nelle scelte centrifughe, nel fascino dell’anomalia, nel desiderio di fuga, nella figura simbolica del padre, nell’ideologia sovversiva).

Dall’altro lato, specularmente:  l’etero/strutturazione (scelte  centripete, ritorno all’ordine, cordone ombelicale, figura della madre, scelte conformiste).

 

Ovviamente non è facile seguire un percorso di autostrutturazione in una realtà condizionante, dove le possibilità reali offerte dalla  struttura sociale sono molto  ridotte. E  nel corso del  tempo, la  situazione  di Carlo appare sempre  più difficile.  Se nel  periodo della  gioventù  il percorso di Carlo  oscilla tra  un punto e  l’altro, la  sua rimane  pur sempre una figura strutturata.

Osservando dinamicamente il suo percorso biografico, occorre  produrre una nuova categoria: la destrutturazione.

 

1: “non so più cosa è sinistra”, “vorrei far uscire fuori quest’anima di sinistra”;

 

2: “sono un po’ sbandatello, vorrei fare il giornalista”

Le cause della  destrutturazione possono  essere desunte da  queste  due affermazioni.

 

  1. La prima è una  crisi ideologica su cui non  occorre spendere  troppe parole:  la  famosa  crisi  di   un’ideologia  ha  coinvolto   un’intera generazione, specie chi aveva vissuto con maggiore intensità il decennio ’70 e  chi non  è  riuscito  a  trovare vie  d’uscita  rispetto  ad  una sconfitta storica. Generalmente, tra  le tante risposte,  Carlo pensa  a tre  possibili  riferimenti:   una  certa  chiusura   nel  privato,   la possibilità del volontariato, il rifugio in una nuova ideologia,  quella sicilianista.

Si tratta di una scelta significativa, forse il tentativo di  recuperare l’orgoglio per  l’appartenenza ad  una  terra  che non  si  è  avuto  il coraggio di  lasciare, forse  la  ricerca di  una ‘madrè  simbolica  da difendere, forse la semplice voglia di credere in qualcosa di forte, che dia un’identità precisa.

 

Oltre questo,  l’ideologia  appare confusa  (un  movimento  culturale  o politico-separatista?) e fragile (oggi nessuna area può sopravvivere da sola, altro che petrolio…).

 

  1. Il secondo motivo di crisi è dovuto al giornale, che assegnandogli un lavoro burocratico, ha eliminato  l’unico punto di  riferimento che  gli permetteva di possedere  un’identità forte  e socialmente  riconosciuta: quella del giornalista che va in strada e firma i suoi ‘pezzi’.

La destrutturazione temporale (v. la giornata-tipo) è derivata da questa passaggio ad  un  lavoro  di  routine,  sempre  più  frequente  a  causa dell’involuzione  della  professione  giornalistica,  fatta  di  notizie d’agenzia, giornali fotocopia e ‘catene di montaggio’: il giornalista di strada serve sempre meno.

 

Proprio  questi  due  fenomeni  strutturali  (declino  dell’ideologia  e burocratizzazione della professione giornalistica) hanno determinato una etero/destrutturazione.

 

 

 

                         2.2.5. Socializzazione

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Torniamo un  attimo  indietro  per  esaminare  l’ultimo  elemento  della biografia di Carlo: gli agenti  di socializzazione. Rimane una  domanda: come si spiega l’ideologia e  la mentalità di  Carlo, eccezionale  nella realtà in cui è vissuto?

Certamente non gli è stata  trasmessa dalla scuola,  né dalla  famiglia. Anzi questi elementi  hanno assunto  una funzione di  conservazione,  di contrapposizione con  le ideologie  di  sinistra, che  si  sono  imposte attraverso la trasmissione operata soprattutto dal gruppo dei pari e  da alcuni mass media.

Non certo la televisione, che tra  l’altro aveva un ruolo marginale,  ma la radio (le radio libere, con la  loro musica che dava un’identità),  i quotidiani (la repubblica, il manifesto…) e soprattutto i libri.

Il gruppo diventava  l’ambiente di  riferimento che  amplificava  quanto arrivava da nord, cioè il vento della contestazione.

 

 

 

                  2.2.6. Ricostruzione degli ambienti

 

  1. a) Messina anni ’70

 

Tutto cominciò  nel  1970,  quando  i  camerati  reggini  stavano  sulle barricate al  grido  di  ‘boia  chi  molla’.  Il  ‘Comitato  per  Reggio capoluogo’ era guidato dai capi della  Cisnal, teneva i contatti con  la ‘ndrangheta (i De  Stefano, soprattutto)  e   con  i servizi  segreti  e godeva dei  generosi finanziamenti  di  imprenditori reggini,  come  gli armatori Matacena (quelli della ‘Carontè) e Demetrio Mauro, industriale del caffè.

L’operazione “Olimpia”, in  connessione anche con  le indagini  milanesi sulla strage di Piazza Fontana, ha ormai tracciato un quadro definito su quel momento di storia  calabrese, inserita nel  quadro della  strategia della tensione (attentato al treno “Freccia del Sud”, 6 morti).

Un  tentativo di  mantenere  gli equilibri sociali invocando l’ordine dei benpensanti, operato a  livello nazionale  da  forze  conservatrici  che  avevano  il  proprio   braccio esecutivo nei servizi segreti, a loro volta in contatto con  neofascismo e criminalità organizzata. La massoneria funzionava da rete connettiva. Dopo il ’68,  dal nord  spirava un vento  di rinnovamento  radicale,  un vento che iniziava  a scuotere  le  sonnolente città  del Sud.  Anche  a Messina, nei corridoi delle facoltà  e dei licei, si  formavano i  primi collettivi che sognavano la fantasia al potere.

 

Gruppi di  fascisti,  appartenenti e  no  alla  criminalità  organizzata siculo-calabra, occuparono la  città, intere zone,  intere facoltà,  con raid nei corridoi universitari  e liceali, aggressioni  e pestaggi.  Per chi era conosciuto come ‘uno di sinistrà, era impossibile  attraversare la via Cannizzaro o sostare  di fronte alla  facoltà di  Giurisprudenza.

Chi poi si trovava nelle vicinanze della Casa dello studente,  rischiava di prendersi un proiettile esploso dai litigiosi occupanti calabresi.

 

L’occupazione militare dell’università uccise i pur deboli tentativi  di cambiamento, uccise  la stessa  sinistra  messinese. Quelli  di  “Ordine nuovo” vennero  da  Barcellona  P.d.G.  e  dai  centri  della  provincia tirrenica. Dalla Grecia, vennero gli studenti dell’Esesi, la “Lega  degli studenti  greci  fascisti  in  Italia”,  una  creatura  del  regime  dei colonnelli nata nell’ambito del rapporto tra la destra italiana e greca, concretizzata con una  gita dei  fascisti italiani  (Giannettini,  Delle Chiaie,…): un viaggio  di studio,  per imparare come  si combattono  i rossi. Gli stessi partecipanti alla  ‘gita’ furono coinvolti nella strage di Piazza Fontana.

Messina era stata  scelta dai servizi  segreti  greci come base operativa per il sud Italia.

Contemporaneamente,  vennero   i  calabresi.   Dagli   ambienti   appena descritti, quelli del ‘boia chi  molla’ e delle  ‘famigliè. I  contatti dei “Fuan-Msi” di Messina e Reggio, gli inevitabili appoggi…

 

Occuparono l’università, e  ogni speranza  di cambiamento a  Messina  fu soffocata. Tra le azioni più  significative, compiute congiuntamente  da messinesi, barcellonesi, greci e calabresi,  c’è l’assalto alla  facoltà di Lettere, l’8 dicembre del 1971: alcuni studenti di sinistra  stavano distribuendo volantini, ad un certo punto arrivarono i neo-fascisti  con spranghe e catene, l’assalto finì con una  decina di feriti; nel 1973  i mafio-fascisti occupano la facoltà di Magistero (1973), e qualche  tempo dopo l’irruzione con i mitra nella Casa dello studente. Protagonista  di questi episodi era Rosario Cattafi, ordinovista di Barcellona  diventato poi famoso come gestore per  il nord Italia delle  attività della  cosca Santapaola (casinò di  Saint Vincent  e autoparco  di Milano).  Un  altro protagonista di quei  vivaci  giorni, Pietro  Rampulla da  Mistretta,  è stato accusato dalla procura  di Palermo di  essere l’artificiere  della strage di Capaci.

 

Il decennio  ’70  è  decisivo,  sia per  la  creazione  di  una  ‘classe criminale’ nuova e agguerrita, sia per il  salto di qualità che essa  ha compiuto in aree come il messinese,  sia per la legittimazione che  essa ha ricevuto, acquistando un ruolo politico primario dall’alleanza con la borghesia conservatrice.

 

Oggi i  barcellonesi e  i  greci se  ne sono  andati  (o  sono  comunque inattivi), ma i  calabresi sono successivamente rimasti, controllando nel tempo quote di denaro e di potere sempre più rilevanti.

L’invasione partita dal ’70 ha  dato molti risultati. Il più  importante dei quali:  la  distruzione  di  ogni  prospettiva  di  cambiamento  per un’intera città.

 

 

  1. b) Antropologia di un decennio

 

La generazione degli anni ’70 aveva caratteristiche del tutto diverse da quelle precedenti e da quelle successive.

 

  1. L’etica del collettivo, del  gruppo: non solo per  stare insieme,  ma come   dimensione   contrapposta   al   privato.   La   ‘privatizzazione dell’esistenza’ è stato il fenomeno più importante degli anni ’80.

 

  1. Diretta conseguenza  del  primo elemento  è il  rifiuto  dell’individualismo, del pensare per sé, di un’ottica egocentrica.

 

  1. Il  rifiuto  dell’ingiustizia  è la  terza  dimensione:  “sentire  le ingiustizie come  fossero fatte  a  te, in  qualunque  parte  del  mondo accadesse”. Quindi  la  “voglia  di occuparsi  delle  cose  del  mondo”, convinti della possibilità di poterlo cambiare.

 

  1. Il rifiuto  del consumismo  esasperato, del culto  dell’avere,  della criminalizzazione del povero,  che –  anzi –  trovava nuovo  dignità  in quanto  sfruttato  e  soggetto,  protagonista  e  motore  del  mutamento sociale.

 

  1. La  ricchezza  interiore,  la  cultura,  l’arricchimento  spirituale: leggere libri, ascoltare  musica  di qualità,  rifiutare la  cultura  di massa e di mercato.

 

L’ultimo elemento permane ancora in Carlo, ed è quasi totalmente assente nelle nuove generazioni. La  percezione della sconfitta,  di quanto  sia stata bruciante, è  molto  chiara, durante  il racconto:  gli  aggettivi carichi d’entusiasmo riferiti alla giovinezza spariscono con  l’ingresso negli  anni  ’80.  La   sconfitta  è  esemplificata   dalla  morte  dei superlativi.

 

 

 

 

 

“I l   f u t u r o  ?   F i n e   d e l   m o n d o”

 

 

 

  1. zona urbana  camaro – san paolo (area degradata)
  2. età          18
  3. titolo di    licenza media, attestato operatore msdos corso

studio   professionale regione/cisl

  1. occupazione  frequenta corso professionale regione/ial
  2. genitori

padre             occupazione: disoccupato, lavora in nero come fabbro

titolo di studio: quinta elementare

madre            occupazione: casalinga

titolo di studio: quinta elementare

 

 

 

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Ricordi qualche episodio della tua infanzia?

 

Cosa posso  raccontare?  A  4 anni  ho avuto  un  incidente,  mi  hanno investito, stavo quasi per morire  perché ero combinato  male, avevo  il fianco gonfio e per togliermi l’urina dovevano introdurmi attraverso  il pene un – non lo so definire come si chiama – diciamo una specie di tubo per togliermi la pipì perché non la potevo fare.

Mi  è  rimasto  molto  impresso  infatti  mi  ricordo  tutto  l’episodio dell’incidente.

Diciamo che sono cresciuto in una famiglia abbastanza basata su principi morali e fondamentali. Come ragazzo sono un ragazzo a posto… non trovo le parole…

Nella mia famiglia siamo in 6, siamo tre fratelli e una sorella: io sono il più piccolo, mio padre ci ha insegnato sempre ad essere onesti  nella vita, a  rispettare il  prossimo  e  anche a  farsi  rispettare.  Ho  un fratello in polizia, una sorella che lavora in una fabbrica di  vestiti, un fratello  sposato  e  disoccupato,  e  io  frequento  un  corso  come termoidraulico.

Un’opinione della vita…  Ci sono  momenti che sono  stati, come  posso dire, non molto belli, però tutto sommato  credo che la vita sia  bella, comunque uno la deve accettare per come viene.

Crescendo in una famiglia basata, ho dei buoni rapporti con mio padre  e con tutta la mia famiglia, in quanto parliamo di tutti i problemi  della vita, cioè mio  padre mi  dà dei consigli  sulla vita,  e anche  i  miei fratelli, e anche mia madre.

Mi  interesso  anche  di  politica.  La  mia  idea,  anche  se  non  può interessare a qualcuno, è di destra. Diciamola tutta: sono un  fascista.

Tu potrai dire: perché?

A parte  che mio  padre  è anche  fascista, cioè  se  mio padre  non  mi spiegava che cosa voleva dire  il fascismo io non so  di che cosa…,  a che cosa avrei fatto…, di quale schema politico mi sarei  interessato, penso di nulla.  Mi interesso  di politica appunto  per questo, cioè  è questa la mia idea politica e cerco di saperne sempre di più.

Ho al corso dove frequento  io ho alcuni screzi con  i miei colleghi  di lavoro, in quanto sono l’unico (cioè: ce ne sono anche altri ragazzi  di destra dove frequento io) però magari, tipo: mi prendono in giro  oppure buttano battute sul fascismo che non mi vanno giù e cerco di spiegare la mia idea e ascolto anche le idee degli altri.

Devo spiegare la mia  idea politica? A casa  guardo trasmissioni  che parlano di guerra, della storia  italiana; a parte che  oltre ad  essere fascista sono un patriottista, cioè  per la nazione, per l’Italia  darei qualsiasi  cosa;  cioè,  è  bella  l’Italia,  come  nazione  l’Italia  è fantastica, non ci manca niente,  potremmo stare anche senza l’aiuto  di nessuno, voglio  dire: l’italiano  si  è sempre  trovato bene  ovunque  e comunque, si è sempre trovato  bene, ha saputo sempre –  come dire –  se l’è saputa sempre vedere nelle altre situazioni, cosa che non credo  che i popoli delle altre nazioni abbiano fatto.

Poi l’Italia  ha anche  una  storia, una  cultura,  basata  anche  sulle invasioni degli altri popoli e quindi, come stavo dicendo, mi  interessa sempre di più l’Italia. Cioè io  sono contento di essere italiano  anche se siamo governati da  persone che  non sono degni  di essere  italiani; specialmente sono, come  posso dire,  quando uno  è contento  di  essere siciliano… come posso dire, oltre ad essere italiano, sono…

 

Orgoglioso?

 

Esatto,  perfetta  la  parola,  orgoglioso  più  che  altro  di   essere siciliano, in   quanto la  Sicilia come l’Italia,  prendiamo la  Sicilia come regione per sé stessa ha delle risorse che ne potrebbe fare a  meno anche a chiederle  alle altre  nazioni. Cioè io  non dico  che uno  deve guardare soltanto  l’Italia  per  sé  stessa  senza  guardare  le  altre nazioni, però secondo me io  farei esistere soltanto  l’Italia, cioè  mi curerei soltanto dell’Italia e poi guarderei i problemi all’estero, però prima mi baserei sui problemi che hanno gli italiani e ce ne sono tanti.

Che cosa posso dire? Riprendendo il discorso del fascismo, mi interesso sempre di più al fascismo in  quanto ho battibecchi con alcune  persone, alcuni la pensano come me, ma sono in maggioranza quelli che la  pensano diversamente da me. Non ne sono molto sul fascismo,  però so l’essenziale.  Che cosa  posso dire più della mia vita? Niente, spero che la  vita cambi, sia per  me che per il resto del mondo, il mio sogno sarebbe di entrare in polizia o nei carabinieri, per servire sia  lo Stato  e anche perché  mi piace  la divisa di quest’Arma. Mi piace la divisa di quest’Arma.

 

Qualche episodio della scuola elementare? Ce ne sono stati diversi. Fin da bambino io sono stato un bambino vispo, allegro, facevo ridere i miei compagni e tuttora sono il jolly del gruppo.

Da bambino mi ricordo che il primo  giorno che sono entrato nella  prima elementare, visto che non avevo molti  contatti con i bambini, cioè  ero affezionato – sono  affezionato  alla mia  famiglia tuttora,  il  primo giorno che sono andato a scuola me ne  sono scappato e sono ritornato  a casa, mia  madre  m’ha  picchiato;  cioè, non  proprio,  m’ha  dato  uno schiaffo, perché chiaramente a  6 anni passare  l’autostrada, tornare  a casa, cioè magari tua madre ti vede e pensa che  sei a scuola, e poi  ti vede ritornare, pensa tante cose: ha passato l’autostrada, da solo, qua, là… E m’ha  riportato a  scuola; il secondo  giorno sono  scappato  di nuovo, però mi hanno, cioè i bidelli per fortuna mi hanno preso in tempo e mi hanno fatto rientrare.

Poi, nella scuola elementare, ho litigato una  volta con un bambino e  la maestra mi ha picchiato. Cioè va, ci  sono rimasto molto male perché  ha fatto male la maestra, mi ha fatto rimanere con la faccia al muro per un po’ di tempo, sempre nella stessa giornata.

Diciamo, nella  scuola elementare  avevo  un buon  rapporto con  i  miei compagni di classe, perché appunto ero  quello là che li faceva  ridere, quindi attiravo l’attenzione dei miei compagni.

 

La scuola media l’hai fatta qui, nel quartiere?

 

Sì. Nella scuola  media non  mi  sono trovato  bene perché  avevo  poche conoscenze, cioè ce n’era qualcuno e quindi non mi trovavo molto bene, a parte che magari uno quando  entra nella  scuola media non  è come  alla scuola elementare, che ha ancora  la testa al gioco. Magari  le cose  si fanno un po’ più serie,  e quindi  uno non può  scherzare, deve  prendere diciamo la cosa seriamente. E niente.

 

Ti ricordi episodi della scuola media?

 

Diciamo di no, perché nella  scuola media andavo abbastanza bene.  Nella prima, nella  prima media.  Poi  nella seconda,  siccome  è  entrato  un ripetente, magari ci ha deviato  tutti i ragazzi che  magari avevamo  un poco di voglia per studiare, ci ha fatto deviare tutti facendo abbassare i voti di ognuno di noi. Deviava, nel senso: non ci faceva studiare,  se c’era un momento per studiare, lui ci deviava.

Cioè,  magari, tipo:  portava  il  cruciverba,  oppure  si  metteva   a scherzare, e noi ridevamo insieme a lui.

Quindi non c’era più quell’attenzione  verso lo studio. Poi nella  terza media c’è stata  una svolta  per  tutta la  classe perché  anche  questo ragazzo s’è messa la testa a posto, e  ci siamo messi a studiare  tutti. Soltanto questo.

Poi è uscito dalla scuola  media, sono uscito con  ‘buono’ dalla  scuola media. La voglia di  studiare ce  l’avevo. Magari non  era troppa,  però uscendo dalla scuola  sai com’è:  ognuno pensa  sempre a  giocare.  Cioè dice: ho fatto 8 anni a scuola, adesso  è arrivato il momento di  essere un poco libero, di fare quello che voglio.

Anche se magari da ragazzo  uno non le  pensa tante cose,  adesso me  ne sono pentito tantissimo che non ho continuato le scuole superiori.

Però come  stavo dicendo  uscendo  dalla scuola  media, mio  padre  m’ha comprato anche il  motorino, siccome  io sono stato  sempre abituato  ad essere indipendente, non che mio  padre non mi desse dei  soldi, cioè  è stata sempre una  mia idea,  cioè non dipendere  dalla mia  famiglia,  e quindi comprandomi il motorino ho cercato sempre di lavorare.

Ho fatto  diversi lavori  fino  che mi  sono iscritto  in  un  corso  di computer, mi sono  preso l’attestato  e adesso  ne sto  frequentando  un altro di termoidraulico.

 

Che lavori hai fatto?

 

Ho lavorato come benzinaio, uscendo dalla scuola, ho fatto 2 settimane e mezzo; e poi  siccome ho  lavorato nel  periodo estivo,  chiaramente  il benzinaio lavora certe volte anche di domenica, fa i turni.

Mi ricordo un giorno mio fratello, il più grande, mi ha detto: ma chi te lo fa fare a lavorare anche di domenica, non ti preoccupare, te li do io i soldi, non ci andare più. E me ne sono andato.

Poi ho lavorato un giorno  a macellaio. Poi una settimana  con le  porte corazzate, poi 3 mesi e  mezzo in una ferramenta, ho  lavorato 3 mesi  a corriere, a portare pacchi, medicine, queste cose qua.

Poi ho lavorato un’altra settimana. Cioè, saltuariamente diversi  lavori ho fatto.

Come lo  trovavo il  lavoro? Tramite  amicizie. Cioè,  sicuramente  da quando sono uscito  dalla terza  media tramite amicizie  e parentele  ho trovato lavoro. Perché chiaramente, oggi come oggi, anche per trovare un lavoro, anche misero, devi avere un minimo di conoscenza.

Cioè, ad esempio: se io vado in un bar, mi trovo per la strada, entro in un bar,  gli chiedo:  cercate  qualcuno per  lavorare?  Quello  non  mi conosce, non sa chi sono,  non sa chi non  sono, mi chiude  la porta  in faccia e mi dice: no,  guarda… Anche se hanno bisogno  mi dicono:  no, non abbiamo bisogno, non abbiamo bisogno.

E quindi i  lavori li  trovavo: tipo,  il benzinaio  con mio  padre  che conosceva questa  persona qua.  Nella  ferramenta un  amico mio  che  ci lavorava prima di me e quindi mi ha fatto entrare. A corriere, a portare medicine, tramite un altro amico  mio che conosceva questa persona qua mi ha fatto entrare a lavorare.

Oggi come oggi  non soltanto  per prendere un  posto si  deve avere  una conoscenza, diciamo la spinta, ma anche per trovare un lavoro.

Questo qua  è, come  posso dire,  il  danno che  può fare  una  nazione, capisci? Cioè,  se uno non  ha conoscenze,  non ha la  spinta, uno  può morire anche di fame, e questo è sbagliato.

Ad esempio, io c’ho la terza media e l’altro giorno, cioè l’anno  scorso ho visto un foglio, un  volantino attaccato  al muro che  parlava di  un concorso come netturbino. Ho parlato con questa persona che ha attaccato questo manifesto e gli ho detto: ma io lo posso fare questo concorso?

Mi fa: ce l’hai tu  il diploma?  Ho detto  io: no. Allora  non lo  puoi fare. E mi sembra assurdo  che per fare il netturbino  una persona  deve essere diplomata, è assolutamente sbagliato. Cioè, allora quello che  ha la terza media non può  lavorare, o lavora in nero  o non lavora. E  che deve morire di fame?

E secondo me,  non per  colpevolizzare, però secondo  me il  governo  di sinistra fa queste cose qua, o la Democrazia cristiana. Non penso che un governo di destra, non perché  io sono di  destra, ma non  penso che  un governo di destra faccia una cosa del genere. Io vorrei che  lo Stato  italiano darebbe un  lavoro a  tutti, anche  un lavoro giusto, cioè io non è che dico, cioè perché io ho la terza  media mi voglio mettere a fare  l’impiegato, anche se non  sono capace;  anzi: che non sono capace di farlo.

Però vorrei, dico, un lavoro per tutti, messo in regola, ognuno paga  le sue tasse, essere retribuito  giusto, l’orario giusto.  Cioè io,  quando lavoravo alla ferramenta  facevo 10  ore per  prendere 100.000  lire  la settimana. Cioè, dimmi tu se  non è sfruttamento questo qua.  E uno  che deve fare, non lavora? Non è neanche giusto.

 

Come finiva, perché finivano questi lavori?

 

Allora, ti spiego. Quello di benzinaio te l’ho detto, mio fratello mi ha convinto a non andarci più,  perché chiaramente a 14 anni  uno si  priva dell’estate, cioè  è  brutto:  esci  dalla  scuola  e  ti  devi  privare dell’estate.

Gli altri… nella ferramenta  perché chiaramente voleva  il ragazzo  in più soltanto nel periodo estivo, perché c’era più lavoro, quindi  finita l’estate, settembre, massimo ottobre te ne dovevi andare a casa. Se  non ti cacciava lui, lo  capivi tu,  per come si  comportava il  principale, capisci?

Nell’altro, come  corriere,  perché  è  finito  il  lavoro,  essendo  io l’ultimo arrivato là nella ditta, poi anche non avendo una famiglia, non essendo padre di  famiglia, chiaramente  è  giusto che  me ne  vada  io. Questo qua.

Gli altri lavori che ho fatto un giorno, tipo un giorno con le tende,  a mettere tende… un giorno a macellaio. (Ho lasciato) questi lavori  qua perché mi seccavo io a lavorare, cioè non  erano il mio tipo di  lavoro. Il macellaio ad  esempio, siccome  io  non sapevo  portare la  vespa  mi faceva consegnare in giro, a piedi. Facendo  un giorno di lavoro già  ho detto io: e questo è l’inizio, chiaramente se non sai portare la  vespa, ho detto io:  fino a  quando sto sempre  a piedi.  E me ne  sono  andato all’istante.

 

Lo vorresti un posto di lavoro fisso?

 

Un posto di lavoro fisso, certo. Non  pretendo, come ho detto prima,  di essere impiegato, questo o quello. Il mio sogno è di entrare in  polizia o  nei  carabinieri.  Cioè,  farei  di  tutto.  Preferirei  non  essere miliardario (anche se potrebbe essere  una gran cazzata, comunque…)  a entrare in polizia, è il mio sogno.

Oltre perché mio fratello è già in polizia, però… non lo so, forse  mi piace la divisa, forse mi piace… sconfiggere il male è troppo, no…

Mi piace il tipo di lavoro, non lo so, girare con la macchina,  lavorare in borghese, sconfiggere magari la  droga, che è un  grosso problema  la droga…

Cioè, nella vita ci sono due categorie: i ragazzi che hanno i soldi e  i ragazzi che  non hanno  i  soldi.  Ci sono  persone  che  hanno  un’idea sbagliata dei ragazzi che non hanno soldi o del quartiere dove vivono. Vengo e mi  spiego, voglio  dire: pensano  che quelli  che non  hanno  i soldi, non hanno lavoro vadano a  rubare per comprarsi la droga,  oppure hanno problemi e si drogano,  ma è sbagliato; io  – no conosco  – ma  ho sentito dire di persone che hanno i soldi – figli di papà, per dire –  e si comprano la droga lo  stesso, sniffano,  fanno e dicono.  E questo  è sbagliatissimo.

Non è che perché uno  non ha lavoro se ne  va a rubare per comprarsi  la droga: ci sono, come ci sono anche le persone ricche che lo fanno.  Però quelle ricche chiaramente non hanno  bisogno di rubare per comprarsi  la droga; però si drogano lo  stesso. Il mio sogno è  entrare in polizia  o nei carabinieri appunto per questo. Non  soltanto per la droga, per  una serie di problemi, anche perché non ho un mestiere in mano, non è che io dico: se non riuscirei ad entrare nell’Arma, me ne vado a fare il tubista, se non faccio questo me ne vado a fare…

Non ho un lavoro in  mano, ho un’età che ormai  il mestiere è  difficile impararlo, quindi… Poi, io essendo un ragazzo allegro, fin da  bambino ho cercato sempre di imitare gli attori, all’inizio iniziavo con  Thomas Milian quando faceva il giapponese, poi con Fantozzi, poi con “mai  dire gol” e tuttora “mai dire gol”…

Se non mi  riuscirebbe di  entrare nell’Arma,  magari o  cantare  oppure entrare nella televisione, fare spettacolo, far divertire la gente.

 

Nel quartiere come è visto il poliziotto?

 

Nel quartiere ci sono i ragazzi che vedono la polizia come tutori  della legge per quello che  sono, ci  sono altri ragazzi  che dicono  (quando) passa la  volante:  ‘u  sbirru,  ‘u  sbirru,  cioè  “il  poliziotto,  il poliziotto”. Certe volte  mi salgono  i nervi,  perché il  poliziotto  è sbirro? È  definito così  non lo so  neanche perché.  Magari  sentendo quest’intervista uno magari  potrebbe pensare:  ah, perché  lo  vorrebbe fare lui, difende i poliziotti.

I poliziotti  io li  vedo  come,  come  posso dire,  anche  se  ci  sono poliziotti che si  fanno i  fatti suoi,  cioè vedono  qualcosa e  se  ne vanno, per dire, ci sono,  non è che  dico che tutti  i poliziotti  sono perfetti. Poi ci sono i poliziotti (che) quando hai bisogno ti  aiutano, no, anche come poliziotti ma  anche come persone. Se c’è  un caso umano loro ti aiutano, penso che è così.

 

Vuoi parlare della tua famiglia?

 

La mia famiglia, te l’ho detto, siamo sei persone, mio padre ha 53 anni, lavora come fabbro; mia madre è casalinga, ne ha 49. Poi c’è una sorella di 28 anni, un fratello di 27, un fratello in polizia di 23 ed io.

Te l’ho detto prima, mio padre ci  ha insegnato sempre ad essere  onesti nella vita,  più che  altro  ad essere  bravi ragazzi,  a  essere  bravi ragazzi, che cosa vuol dire  bravi ragazzi? Non avere  la testa  pazza, non essere trasportati, non essere trasportati. Ci ha aiutato sempre,  a noi tutti figli, se uno  voleva qualche  cosa, non ci  ha fatto  mancare niente. Sai,  specialmente a  me  che sono  l’ultimo  ragazzo,  l’ultimo figlio, chiaramente… come  posso dire:  il figlio  l’ultimo è  il  più coccolato. Posso  dire che  in  parte è  vera questa  cosa  qua,  perché essendo l’ultimo figlio i miei fratelli già lavoravano, magari io ancora frequentavo la scuola, a  mio padre  gli dicevo: papà,  vorrei un  jeans della “levi’s”, me lo compri?

Mio padre lavorava una giornata  per comprarmi un jeans.  Anche se  ora, tuttora penso che è sempre  sbagliato, perché uno si  deve comprare  un jeans di marca quando con  quella cifra se ne può  comprare anche due  o tre di un’altra marca. E tuttora me ne sono pentito perché fino a che i soldi sono miei uno può disporre come vuole ma quando tuo padre li  deve guadagnare, si deve alzare la  mattina, torna la sera,  magari per  quel jeans lavora una giornata proprio per te, cioè uno è contento, dice: mio padre mi vuole bene. Anche se il bene non si vede soltanto da questo.

Comunque uno dice: mio padre mi vuole bene,  però in fondo in fondo  uno si dispiace, dice:  ho fatto  lavorare mio padre  per una  giornata  per comprarmi questa cosa qua.

 

Che carattere ha tuo padre?

 

Comprensivo, affettuoso, vuole bene a tutti i figli, darebbe la vita per i figli mio  padre. Infatti ci  ha educati  in questo modo,  come ti  ho detto prima, e io sono  fiero di essere una famiglia  in questo modo.  E uno può pensare:  te l’ho  detto, mio  padre è  fascista, avrà  un  modo rigoroso. Mio padre  mi ha  vietato  alcune cose,  tipo: non  portare  i capelli lunghi, l’orecchino… (indica l’anello che porta  all’orecchio) però questo è finto. L’altro  giorno appunto ho  avuto una  discussione, gli ho detto io: papà, siccome canto, il look dell’orecchino ci vuole, è finto, me lo posso mettere?

Lui essendo fascista, mi potrebbe  dire no, completamente. Tu penso  che sai che il  fascismo si  basava  su tre  principi: ordine,  giustizia  e disciplina. Quindi dovrei essere ordinato:  però, se tu  vedi come  sono vestito sono  “stile sinistra”  e  quindi non  mi ha  detto  niente,  ha abbassato la  testa… cioè,  se è  per  una questione  – mio  padre  ha pensato sempre – se è  per una questione di  spettacolo, l’orecchino,  i capelli lunghi li puoi portare, però se non sei nessuno a chi lo fai? Cioè tu copi gli altri, capisci? Infatti io l’orecchino ce l’ho, non lo vorrei mettere, però me lo  metto così, lo vorrei  mettere soltanto  per cantare, però…

 

Le idee politiche di tuo padre da dove vengono?

 

Allora, qui ti dovrei raccontare tutta la storia della nostra  famiglia. Allora, mio padre è nato nel ’43. Nel ’43  ancora c’era la guerra e  mio padre è nato a Reggio, a Reggio  Calabria. Perché in  quel periodo  mio nonno che era di Caltanissetta  si trovava  a Reggio e  c’era mia  nonna incinta di mio padre e c’erano chiaramente altri fratelli più grandi  di mio padre, là.  Mia nonna era  incinta là,  e mio nonno  ti posso  dire, guarda: mio padre è cresciuto  in un clima di famiglia  non molto  bello perché mio nonno era un militare e fin da bambino con i suoi fratelli ha lavorato nelle miniere,  ti posso  dire  fin da  6 anni  lavorava  nelle miniere quindi puoi capire come una persona già  a 6 anni non andando  a scuola, lavora nelle miniere, non  avendo affetto di  suo padre,  quindi immaginati.

Anche se  è sbagliato,  non avendo  affetto  mio nonno  con i  figli  si comportava malissimo,  infatti  quando  mio  padre  mi  racconta  alcuni episodi anche se suo padre – no  lo rinnega – ricordando alcuni  episodi della sua infanzia ci resta male e  specialmente ci resto male io,  però malgrado tutto mio padre subendo – no subendo queste cose – cioè vedendo queste cose di suo padre  sia nei suoi confronti sia  nei confronti  dei fratelli di mio padre, mio  padre con noi figli si  è comportato  sempre

bene. Ad esempio se mio nonno gli ha fatto mancare qualche cosa, mio padre mai ci ha fatto mancare niente.  Su qualsiasi cosa: mai. Si  levava anche  i soldi dalla bocca per farci piacere a noi.

Ti stavo raccontando  che mio  nonno era militare  e però  c’è una  cosa bella di mio nonno, mi ha raccontato mio padre: che quando erano bambini e mio nonno era militare,  ai militari gli passavano  dei biscotti  tipo gallettine e un litro, una bottiglia di vino, a ogni soldato. Mio  nonno ha pensato alla famiglia: avendo dei bambini a  casa gli dava il vino  a un collega suo, a un  soldato, e quel  soldato gli dava  i biscotti.  Ha riempito una scatola di scarpe piena di biscotti e li ha portati ai suoi figli. E io  ci sono rimasto.  Però era  sempre ùbbido, lo sai cos’è?

Ŭbbido noi lo  definiamo tipo…  no  rozzo, non  si curava  dei  figli, capisci? Cioè si  stava sempre nel  suo, se  si stava a  tavola lui  si alzava e si metteva da solo a mangiare, poi è stato sempre anche un poco tirchio, cioè  per i  suoi figli  non  ha mai  uscito un  soldo.  Doveva lavorare mia nonna per comprargli  un paio di  scarpe a mio  padre o  ai suoi fratelli.  Mio padre  anche  uscendo dalla  quinta  elementare,  no uscendo, dalle elementari  lavorava sempre,  cioè faceva  di  pomeriggio lavori, la mattina a scuola. E di sera si faceva i compiti.

È stato anche privato dell’infanzia, cioè l’infanzia non è stata  bella per lui. Perché? Lui  mi racconta che  si metteva a  lavorare e  magari vedeva dalla  finestra dove  lavorava  lui nel  cortile  i  bambini  che giocavano. E magari diceva: perché io no, capisci?

Però, malgrado tutte  queste cose  mio padre non  m’ha forzato  mai  nel lavoro, se  io non  ci  volevo andare  diceva: non  ci  andare,  non  ti preoccupare e me li dava lui i soldi, tuttora me li dà.

 

E la storia che stavi raccontando?

 

Mio padre non  è che  è diventato fascista,  io non  lo so come  è  nata questa cosa qua, questa idea politica di mio padre. Comunque so che  fin da bambino, fino a quando ho cominciato a capire un poco le cose  vedevo mio padre che si registrava i filmati di Mussolini, i filmati di guerra.

E magari parlava con i miei fratelli, parlava di Mussolini, qua, là…

E poi facevo  domande io,  per capire che  cosa era  questo fascismo.  E niente, diciamo che  mi sono  interessato sempre di  più a  questa  idea politica, cioè: tu puoi dire  come mai questa  cosa qua?  Io penso  che ognuno avendo la sua idea dice secondo me è giusto così, chiaramente. E vedendo anch’io i filmati  oppure all’inizio non mi interessava  molto però sentivo parlare male del fascismo, magari dicevo a mio padre:  sai, papà, hanno parlato qua… e lui mi spiegava invece come erano andate le cose. Anche se la verità magari non si  saprà mai, cioè ognuno… io  ad esempio questa cosa la vedo  in un modo, tu la  vedi in questo modo,  la verità non si saprà mai, però è  bello anche sentire le altre  opinioni, per avere un confronto.

Mi puoi dire tu: ma il fascismo ha fatto questo, e io ti posso dire: no, il fascismo ha fatto questo. Tu puoi dire: ah, ma hanno fatto questo, no è sbagliato. Capisci? O può essere sbagliato come dico io, questa  idea qua la porterò per sempre.

 

Tua madre che tipo è?

 

Come mio padre,  comprensiva, anche  se gli faccio  partire un  poco  la testa a casa.  Cioè, essendo  un ragazzo  sempre allegro  magari…  poi siccome mi piace Lucio Battisti  lo metto sempre  a casa, e  lei mi  fa: leva questa lagna.  Però in fondo  in fondo  (è) come mio  padre, ha  un carattere come mio padre. Comprensivo, e per noi darebbe tutto.

 

Come la definiresti?

 

Una persona comprensiva, per noi figli qualsiasi cosa.

 

I tuoi fratelli cosa fanno?

 

Mio fratello,  quello  sposato,  per  ora è  disoccupato.  Ha  fatto  il militare nei pompieri,  faceva i  20  giorni. Per  ora non  lavora.  Mia sorella lavora in una fabbrica  dove fanno vestiti, queste  cose qua,  a Messina.

Quanto guadagna? Non lo so,  guarda. Perché mia sorella lavora  senza richiesta, mio padre  anche. Al  mese, diciamo  mio padre  può  prendere attorno ai due milioni, però se ne vanno molto di più. No, non  paghiamo l’affitto.  Lavorando  senza  richiesta  il  prezzo  è  quello.   “Senza richiesta” nel senso che non è messo in regola. Sì, lavora in una ditta.

 

Guardi la televisione?

 

Io? Sì, molto spesso. Specialmente “mai  dire gol”, poi mi piacciono  i film polizieschi,  tipo “Nico”, queste  cose qua.  Siccome  di  mattina frequento un corso,  la posso  guardare due ore  al pomeriggio,  poi  mi corico… la sera la guardo  dalle 8 e mezza fino  alle 11,  mezzanotte, così. Mio padre arrivato ad un certo orario la sera, tipo dieci –  dieci e mezza – va e si corica perché è stanco chiaramente dal lavoro.

Mia madre molto prima perché  è stanca  anche, tipo la  mattina si  alza presto per chiamare mia sorella di  andare a lavorare, mio fratello che deve partire là in servizio, io che devo andare la corso: quindi si alza presto.

 

E la radio? Che musica ascolti?

 

La  radio,  te  l’ho  detto,  siccome  mi  piace   Battisti  la   sera, rientrando… ad esempio, esco  il sabato  con gli amici  e rientro,  mi metto una cassetta di Battisti,  quasi ogni  sera. Per ora  mi piace  un poco il rap, mi piacciono questi cantanti tipo Battiato, Baglioni,  883, Jovanotti, queste cose qua, Neri per caso, soprattutto. Però Battisti  è il migliore per me.

 

E giornali?

 

Giornali non  ne leggo.  Cioè,  difficilmente: mi  deve  interessare  un articolo. Gli articoli che mi interessano possono essere extraterrestri, oppure (se) parla del fascismo, come t’ho detto.

Ma soprattutto l’occulto.  Vedi,  mi interessa  anche l’occulto.  Io  mi guardavo la trasmissione ‘Misteri’, l’hai vista mai? Mai l’hai vista? Comunque quella  là, parlava  di  fantasmi,  extraterrestri,  esorcismi, queste cose qua.

 

In famiglia che giornali si leggono?

 

Che giornali? “Gazzetta del  Sud”, “Focus”. Vabbè… “Affari” non  è… “Affari” per cercare lavoro lo leggo io, ogni tanto.

 

Gli amici?

 

Con gli amici posso dire che ho una comitiva abbastanza – no comprensiva – abbastanza buona, cioè andiamo d’accordo tutti – diciamo. Diciamo  che andiamo d’accordo tutti. Io sono il punto d’appoggio di tutti, cioè  non vorrei fare il capo, no. È come se sono stato io che ho formato  questa comitiva, all’inizio eravamo 3. Erano amici miei d’infanzia, tipo 2 erano alle elementari con  me, però  uno già (lo)  frequentavo prima;  l’altro l’ho conosciuto siccome  avevamo in  comune le imitazioni,  queste  cose qua, abbiamo fatto questa comitiva a  3; poi l’anno scorso s’è  aggiunto un altro compagno che era alle elementari con me e con quest’altro e  un altro ragazzo d’infanzia che giocava con me.

Sì, usciamo ogni sabato sera, frequentiamo un paio di locali tipo Pegaso o Mara pub, oppure frequentiamo  i biliardi, oppure  andiamo a  ballare; ballare no in discoteca, ballare nelle feste tipo in locali che si  paga poco, verso Spadafora, così.

 

Cosa avresti voluto cambiare dell’infanzia?

 

Le amicizie, forse. Perché, sai, quando uno è bambino c’è una specie  di antagonismo fra i bambini, cioè: tu hai una cosa e  io non ce l’ho e  tu mi rendi in giro perché  io non ce l’ho. E  quindi da bambino ho  avuto amicizie poco buone  e quindi  volevo cambiare soltanto  l’amicizia.  Se dovrei ritornare indietro le amicizie sicuramente. Magari io da bambino, anche se mio padre mi  permetteva qualsiasi cosa,  avevo delle  amicizie che il padre degli  amici miei  magari gli permetteva  qualcosa in  più, quindi magari… ti prendevano in giro  perché o non avevi il  motorino, capisci, queste cose qua.

 

Della scuola media non ricordi niente?

 

Diciamo di no perché nella scuola media mi comportavo bene. Qualcosa che mi è successo? Mah,  sì. Quando sono entrato in  seconda media e  hanno fatto entrare quel ripetente là ti stavo dicendo che in seconda media ci aveva deviato a tutti,  non ci  faceva studiare. E  siccome nella  prima media erano rimasti un paio di  ragazzi bocciati, nella mia classe,  noi siamo passati, e avevamo la classe,  cioè: c’era il corridoio, il  bagno alla fine e  noi eravamo  prima di quelli  là; eravamo  prima di  quella classe là (dove) era(no) stati bocciati i miei compagni.

E siccome  eravamo  là,  nella ricreazione  uscivamo  fuori,  fuori  nel corridoio: e un giorno è  passato un ragazzo, un mio  compagno, che  era stato bocciato. E questo qua lo avrà fatto per scherzare, non lo so.  Ci ha detto: andiamogli di  dietro e  lo buttiamo nel  rubinetto, c’era  il rubinetto (il lavandino) quello tipo vasche. Mi fa: “e gli facciamo fare un bagno”.

Noi siamo andati, e l’avevamo buttato lì dentro. Io e un altro no,  però eravamo là  che guardavamo;  e  niente, è  passato. Il  secondo  giorno, invece, gli sono andati di nuovo dietro e gli hanno fatto… tipo  mosse di dietro, gesti di  dietro. E questo  qua poi  che ha fatto? Ah,  poi c’erano anche i suoi compagni, che erano entrati nella prima media e  ci hanno visto, io  e altri  due eravamo davanti  alla porta,  pensavamo… cioè chiaramente stavamo, stavano scherzando gli altri.

Però eravamo  là tranquilli:  questo  qua che  ha fatto?  Con  i  suoi compagni l’ha raccontato alla professoressa. Ci hanno chiamato uno per uno. Ci stavano facendo perdere l’anno.  Ci hanno detto: che cosa  avete fatto? Noi non avevamo fatto niente, specialmente io e gli altri due. Non avevamo fatto niente, e  invece ci stavano  facendo perdere  l’anno, per colpa di questo ragazzo qua.

 

Il quartiere come lo descriveresti?

 

Mh. Una bella domanda. Il quartiere ti posso dire che è… come si dice, in ogni paese ci sono usanze, com’è? Non mi ricordo, comunque. Qua  nel quartiere  di  San  Paolo,  chiaramente   come  negli  altri   quartieri spacciano, si  bucano,  fumano  erba, penso  tireranno  anche  di  naso, ruberanno,  rubano  sicuramente.  Magari  non  questi  di  qua,   quelli dell’altra sponda (dell’altro lato del quartiere).

Però, a differenza degli altri quartieri… ad esempio: sali tu che  non ti conosce nessuno, non ti dicono niente, capisci? Se tu ad esempio vai a Giostra o  in un altro  quartiere, già  trovi quello che  ti rompe  le scatole.

Qua invece no:  qua fanno quello  per i  cazzi suoi, cioè  ognuno si  fa quello che vuole  fare, però  alle  persone che  salgono nuove  non  gli dicono niente. Per  il resto  è  un ottimo  quartiere. Anche  perché  la maggior parte dei ragazzi  frequentiamo tutti la  parrocchia qui  sopra, quindi la maggior parte dei ragazzi dell’età fra  i 15 fino ai 30  anni, mettiamo, siamo tutti in parrocchia.  Cioè, sono in  minoranza, le  mele bacate sono in minoranza. Hai capito cosa voglio dire?

 

Qui cosa pensano i ragazzi, cosa vogliono fare, vogliono lavorare?

 

Mah, lavorare difficilmente. A parte che c’è grossa disoccupazione, però se tu li vedi, magari non li puoi sapere quali sono, però se tu sali qua di sera vedi – di  sera o anche  di mattina  o di pomeriggio  – li  vedi sempre fermi, difficilmente vogliono lavorare. Appunto trovano  guadagno con lo spaccio, difficilmente lavorano.

 

È un quartiere violento?

 

Violento in  che  senso, picchiare?  Diciamo  che  qua  difficilmente esistono le liti, a parte che è come un paese questo quartiere, cioè ci conosciamo tutti.

Qua i ragazzi  o le  persone, se litigano,  litigano con  persone o  che salgono da altre zone e intendono fare gli scaltri qua. Sennò, o fra  di loro, cioè sia brave persone  sia cattive persone. Difficilmente c’è  la cattiva persona che  stuzzica  la brava  persona, perché  ci  conosciamo tutti, capisci? Quindi, o tramite conoscenze, sanno che sei il fratello di tizio che è  amico di quell’amico tuo, quindi  difficilmente qua  si litiga, guarda.

 

I ragazzi cosa sognano?

 

Mah, c’è il ragazzo che  sogna di lavorare e basta;  c’è il ragazzo  che sogna di entrare nell’Arma perché non c’è lavoro, c’è il ragazzo come me che sogna di entrare nell’Arma anche se c’è lavoro perché piace  l’Arma, c’è il ragazzo che vorrebbe fare  l’attore, c’è il ragazzo che  vorrebbe fare il cantante, c’è il ragazzo che vorrebbe suonare in un gruppo, per dire: è così. C’è il ragazzo che non vuole fare un cazzo e basta.

 

Come è la tua vita quotidiana?

 

Te l’ho detto,  la mattina  frequento il corso  di termoidraulico,  esco verso le due, salgo a casa, mangio, guardo  un po’ di televisione poi  mi corico. Verso le 5 – non ho un orario preciso –  verso le 5, 5 e  mezzo, mi alzo, scendo qua al Centro (sociale), poi la sera per ora sto facendo la recita con la parrocchia, la sera poi verso le 8, 8 e mezza,  rientro a casa, mangio, guardo di nuovo la televisione e poi mi corico.

Al Centro, per ora non tanto,  qua venivano invitate persone che  magari non erano della nostra nazione, erano di un’altra nazione, per sapere  i pensieri, le idee  politiche,  come vivevano,  i ragazzi  com’erano  là; oppure è venuto anche una volta due  ragazzi, un maschio e una  femmina, omosessuali…  Abbiamo  parlato,   abbiamo  discusso   un  poco   della questione.

Io cosa ho pensato? Mah, se ti dico il mio pensiero su queste  persone, tu dici: allora è perché sei fascista. No.

Non lo so: umanamente sono  sempre persone. Però  non condivido…  sarà una malattia, ma non lo  condivido il  loro modo di  pensare, capisci? Secondo me nella vita c’è una linea da seguire: il maschio e la femmina, si accoppiano e fanno i figli, si lavora, maschio e femmina, i figli  si sposano, sempre così.  Quando tu  incontri una  persona di  queste,  sia maschile e femminile che omosessuale, tu non sai che caz… che ruolo ha nella vita? Dici, può lavorare, può avere una famiglia? La può avere? Non penso. Se ce l’ha sarà attivo e passivo. Giusto? Attivo e  passivo, cioè si mette con  sua moglie però  anche con  i maschi e  sia anche  la donna. Però secondo me, due  maschi che si sposano non  ha senso. Non  è che non li posso vedere,  secondo me esistono, purtroppo  esistono –  no purtroppo – ormai esistono.

 

Chi erano le persone di altri paesi?

 

Come posso dire? Erano  gente che era  missionaria nel  Salvador,  nel Brasile, in questi posti qua un poco… meno civilizzati.

 

Pensi che ci siano persone come te, della tua condizione, in quei paesi?

 

Là? Beh, già, nelle mie condizioni, in quei paesi io penso che già starei bene.

 

Non c’è qualcosa di comune al di là dell’essere italiano o brasiliano?

 

Difficilmente, non credo. Perché ognuno ha la sua storia e ha un modo di pensare. Io non ho visto mai una persona che gli dicono, così ad esempio vedono una persona non italiana:  ma ti piace l’Italia?  Sì è bella,  è una bella nazione,  però in  fondo in  fondo gli  piace sempre  (il  suo paese) come d’altronde tutti, è giusto che sia così. Se io sono italiano mi piace l’Italia, anche se vado in America: è bella l’America. Vado  in una città: è bella l’America, però il cuore è sempre italiano.

 

Non avete niente in comune?

 

A parte che… Quando sono venute queste persone qua, parlando, vedendo. Loro ci dicevano le loro opinioni, le loro cose di vita, a confronto  di qua noi stiamo molto meglio, là c’è troppa povertà, troppa delinquenza.

 

Se tu non trovi lavoro di chi è la colpa?

 

Sicuramente dello Stato. I datori  di lavoro? Non  hanno neanche  tanta colpa perché se io ho bisogno di una  persona… lo Stato è come  quello che ti viene  e ti  chiede il pizzo,  capisci?  Non ti dà  poi  nessuna garanzia. Tu paghi le tasse,  alla fine  poi non ti  ritrovi niente.  Ad esempio: un operaio, lavora una vita, cioè  deve lavorare 35 anni e  poi deve raggiungere anche l’età 65 anni per prendere la pensione che poi  è un milione e due, un milione e 4, non so quanto sia ogni 2 mesi. E io ho lavorato una vita, ho dato 600, 700mila lire di contributi mensili  allo Stato per avere che cosa?

Se aspetti l’autobus e non passa in orario,  anche se non è colpa  dello stato, comunque, della ditta Atm.

Vai all’ospedale e non trovi l’assistenza giusta, l’infermiere non  c’è, il dottore dorme.

Nelle strade i vigili non ci sono mai, c’è ad esempio una battuta: tu lo sai che  differenza  passa  tra  un  cornetto  e  un  vigile?  Nessuna differenza, non ce n’è, perché quando li cerchi stano tutt’e due al bar. Per dire. Se ci sono  i vigili fanno danno  e non fanno  altro, c’è  più casino.

Come ti posso dire? Le  strade sempre scassate.  Quando viene  qualche persona importante il Comune si preoccupa di aggiustare le strade. Chiaramente io vorrei che farebbe un  giro di tutta Messina periferia  e vedrebbe i problemi che ci sono. Ce ne sono tantissimi.

 

Il datore di lavoro non ha nessuna colpa?

 

Non è colpa  loro perché  secondo me tutto  parte dall’edilizia.  Se  lo Stato, ad  esempio a  Messina e  in  altre città  ci sono  le  baracche, giusto? Ci sono le baracche;  se loro si premurassero a  fare – come  si dice? – un piano regolatore, a fare uno sbaraccamento totale, giusto?, quanto sono, 5mila baraccati? 10 mila?  magari un poco alla volta,  si fa un piano regolatore e si prende una zona e si fanno le palazzine  per queste persone qua e tutto, guarda, l’economia salirebbe, sai come?  al massimo, perché: con l’edilizia lavorerebbe  il manovale, il fabbro,  il tubista, l’elettricista,  il  pittore, il  pavimentista  e  tante  altre persone…

Chiaramente, ad esempio: se io non lavoro non vengo da te ad esempio  a comprarmi un maglione; e non vengo  io, e non viene neanche  quell’altro operaio, non viene quello… tu chiaramente, che non guadagni, non vai e ti compri la spesa, non vai tu e non va quell’altro negoziante; cioè,  è tutto un giro, è una  cosa… l’Italia ormai va avanti  così, tanto  per andare avanti, non lo so ormai neanche come va avanti, con quali  soldi. Tutto questo è il problema.

 

Al corso cosa fai?

 

Al corso? Il corso dura 2 anni. E ci insegnano a lavorare i tubi,  cioè il corso  è termoidraulico,  il  primo anno  è  termoidraulico,  cioè  è idraulico,  il  secondo  ci  insegnano  ad  usare  le  caldaie,   perché chiaramente i professori ci spiegano: dovete imparare anche le  caldaie, dovete andare a fare l’impianto in una casa, glielo fate sbagliato, fate morire una famiglia, una palazzo intero.

E quindi, oltre a insegnarci un mestiere, ci insegnano anche i  problemi della vita oppure come comportarci sul  lavoro, se abbiamo un datore  di lavoro che magari non  ci rifornisce  di maschere, tute,  cose; come  ci dobbiamo comportare  nell’ambiente  di  lavoro,  perché  facciamo  anche infortunistica, quindi infortunistica parla dell’igiene  sul lavoro,  la prevenzione agl’infortuni, la fatica  sul lavoro: perché  la fatica  sul lavoro  in due modi, ci sono due tipi  di fatica sul lavoro: mentale  e fisica, cioè ad esempio:  ti porto  l’esempio del professore,  se tu  ad esempio sei stanco fisicamente –  giusto? –  e ti metti  a tagliare  un tubo, ti fa male il braccio, ti scivola il braccio e magari gli tagli il braccio a un collega che è vicino a  te, per dire; oppure mentale:  stai lavorando al seghetto alternativo –  non sai che  cos’è forse?  – è  un seghetto che lavora da solo, automatico, fa il lavoro e taglia…

Magari tu sei stanco mentalmente, ti viene un colpo di sonno, caschi,  e magari ti tagli un  braccio. Quindi,  oltre ad insegnarci  un lavoro  ci insegnano tante altre cose,  come comportarci nella  vita, nella  nostra vita.

 

Chi lo organizza il corso?

 

Non è proprio organizzato il corso. È dell’ente “Ial”, non mi  ricordo, Istituto al lavoro… Sì,  è la  Regione, chiaramente è  la Regione  che finanzia questi corsi.

 

Nella tua vita quotidiana fai altre cose?

 

No, varia qualche volta, non  lo so… Ad  esempio, fra il  sabato e  la domenica può cambiare. Te l’ho detto,  il sabato usciamo con gli  amici. Il sabato corso non ce  n’ho, quindi la mattina magari  mi alzo  qualche ora più tardi, faccio colazione  e giro un poco per  la città,  incontro qualche amico, poi ritorno a  casa, mangio, poi il  pomeriggio esco  con gli amici, magari  scendiamo a  piazza Cairoli,  poi magari  saliamo  di nuovo a casa, ci cambiamo per uscire la sera.

La domenica mattina ti  alzi sempre  più tardi, fai  colazione, giri  un poco. Sport no, non ne ho mai fatto. Magari ci facciamo qualche partita, così, di calcetto, di calcio, ma  sport no. Qua avevano organizzato  una specie di torneo ma poi non se ne è più parlato, del torneo di calcetto.

 

Cosa è cambiato nel quartiere?

 

Ho scritto una canzone che parla dei problemi che ci sono nel quartiere. Parla di un ragazzo che si veste troppo alla  moda e si sente arioso,  è arioso, però alla  fine gli  rompono  il culo,  capita persone  che  gli rompono il culo. Questa qua  l’ho fatta quando frequentavo  il corso  di computer. Un’altra parla di un negro che (ha un) contatto con un paio di ragazzi, che prima questi ragazzi lo trattano male poi lui si spiega chi è e magari fa vedere chi è, si riscatta con questi ragazzi e magari  poi loro gli chiedono scusa, capiscono che  hanno sbagliato, che non si  deve fare di tutta l’erba un fascio, di tutti i neri si deve pensare male.  E allora gli chiedono scusa.

 

Che cosa recitate?

 

No, qua abbiamo fatto  soltanto una  recita, si chiamava  ‘U votu,  cioè parlava di elezioni in un  paese che in pratica tutti  gli chiedevano  a una persona il voto, all’ultimo questo qua non gliel’ha dato a  nessuno, insomma  all’ultimo  poi  se  la  sono  presa  con  lui.  Io  facevo  il socialista.

Qua come (è) penso in tutte le città, a Messina viene uno, sempre… poi si fanno vedere sempre nel periodo delle elezioni si fanno vedere tutti, persone che lavorano magari al Comune,  persone di partiti. No, ora no. Magari vengono un mese prima  delle elezioni, una settimana prima:  “oh, guarda che per ora, c’è aria di lavoro. Cerca di farmi salire a me”.

Per dire, va. E secondo me l’Italia non va avanti per questo, perché  la maggior parte delle persone non hanno l’idea politica basata, cioè vengo io e ti dico: dammi il voto e ti do questo, poi  salgo io e di te,  come gli altri, me ne frego, basta che salgo io e mi prendo lo stipendio.

Cioè io vorrei che ognuno  avesse la sua idea. Quando  io devo andare  a votare ormai ho la mia idea, può venire chiunque, mi dice ti do  lavoro, ti do questo e ti do quello, ormai ho la mia idea.

 

Sono venuti anche alle ultime elezioni?

 

Sì. Devo dire i nomi, no? E non lo so  i partiti chi erano, mi  sembra l’Ulivo, non lo so. L’Ulivo mi sembra, una persona dell’Ulivo mi sembra, è salita qua, voleva i voti. Ma non so neanche se è di questo partito.

 

In parrocchia che recita avete fatto?

 

No, in parrocchia io non ho mai  recitato. Ora sto provando a  recitare, anche perché ho  avuto quell’esperienza  con l’altra recita,  e  sarebbe questa qua  il continuo,  si  chiama  ‘A prumisa.  E  parla  sempre  che riscatta… una persona vuole riscattare una promessa che gli hanno fatto perché ha dato il voto al sindaco, e quindi è bellina come recita.

 

Quali episodi importanti ricordi della tua vita?

 

A primo impatto ora sto pensando a quando mi sono messo con una ragazza, che gli ho  voluto bene,  gli ho voluto  bene. Mi  sono messo  3  volte. Allora, la prima volta siamo rimasti un mese  e 3 giorni, perché non  ci conoscevamo bene e mi ha lasciato lei, poi  mi ha ricercato lei e  siamo rimasti 6 mesi.

In questi 6  mesi io gli  ho voluto  bene però lei  sparava calci,  cioè faceva quella là che non mi voleva bene, poi  se n’è pentita. Poi mi  ha ricercato di nuovo perché l’ho  lasciata io stavolta, m’ha ricercato  di nuovo però io non provavo niente, mi sono messo così tanto per prenderla per il culo, e poi  l’ho lasciata di nuovo  e ora mi  sta ricercando  di nuovo.

Lei, come sicuramente tutte le  ragazze – come posso dire? – hanno  la testa malata che se uno le tratta bene ti trattano con i piedi loro.  Se uno gli fa  fare in  culo, cioè li  tratta lui  con i piedi  a loro,  ti stanno sempre di sotto, capisci? Questo qua. Questa tesi qua l’ho avuta sempre nella vita e mi sono trovato sempre bene.

 

Il modello di ragazza? Comprensiva, affettuosa, intelligente,… bella. Ecco, questa è  un’altra cosa  interessante: nella vita  c’è quello  che dice: della vita non è importante la ragazza bella, è una gran  cazzata, perché secondo me se tu vedi una ragazza per la strada, se non  t’attira in faccia,  tu neanche vai a conoscerla,  quindi ti  deve  piacere  in faccia, fisicamente. Quindi il primo  impatto è quello che  vedi, se  ti piace ti deve piacere fisicamente,  chiaramente in faccia, e poi  cerchi di  conoscerla.  Ma  non  è:  a  me  m’interessa  il  carattere,  questo sicuramente, perché nella vita è importante anche essere belli, avere un carattere buono, andare d’accordo col partner.

Però secondo me uno prima  guarda la bellezza e poi  guarda la  bellezza del carattere.

 

La tua famiglia come sarà?

 

La mia famiglia? Chiaramente  educherei i miei figli  allo stesso  modo come ha fatto mio padre, cioè se spero di avere un lavoro perché se  non lavoro non mi sposo chiaramente, un  lavoro buono per fare una  famiglia giusta, corretta, e di non  fargli mancare  mai niente ai  miei figli  e soprattutto a mia moglie.

Se mia moglie dovrà lavorare? Allora, io sono contrario alla moglie che lavori. Alla moglie che lavora sono contrarissimo. Perché secondo me  la moglie deve  curare la  famiglia.  Secondo deve  lavorare  l’uomo,  cioè l’uomo deve mantenere la famiglia, in tutti i sensi.

E quindi magari lavorerei di notte di giorno, tutte le ore basta che non lavori… Poi se ho un  lavoro che sono retribuito poco,  se ho  bisogno magari mia moglie… Ma non un lavoro tipo: manderei mia moglie a lavare le scale,  assolutamente. Un  lavoro  buono: mia  moglie è  diplomata  e lavora a impiegata… se no niente. Non farei mai abbassare mia moglie a lavorare.

 

Libri ne leggi?

 

Dylan Dog, ogni  tanto, mi  piacciono  i fumetti  di Dylan  Dog.  Quelle storie un po’… siccome – te l’ho detto – mi piace l’occulto, Dylan  Dog parla dell’occulto e mi interessa un po’.

Poi qualche cosa leggo… per ora non mi viene niente.

 

Il futuro come lo immagini?

 

Fine del mondo. Fine del mondo… a parte  che si sta vedendo oggi  come oggi la fine del mondo, le nascite sono scarse, i morti sono di più.

La fine del  mondo certa  gente la immagina  che scompare  tutto in  una volta o che salta tutto in una volta. Io ho un’idea diversa: secondo  me la fine del mondo sta accadendo oggi, ora come ora. Sta accadendo ora la fine del mondo.

Perché: a parte che ci ammazziamo l’uno con l’altro. E poi, guarda:  c’è gente… tutte le cose che stanno accadendo nel mondo, violenze,  stupri, morte per droga, assassini, un bordello di cose.

Secondo me non potrà mai andare il mondo così avanti.

 

Sei soddisfatto della tua vita?

 

Diciamo di sì, l’importante  nella vita  non è avere  soldi, questo  qua l’ho pensato  sempre,  ma  stare  bene in  salute,  stare  bene  con  la famiglia, avere rapporti d’amicizia con le persone.

 

Se dovessi dire chi sei, senza pensarci?

 

Un bravo ragazzo. Un ragazzo  a posto, che sa quello  che deve fare,  sa come comportarsi in diverse situazioni. Poi come ti ho detto io sono  un ragazzo di destra, quindi  dovrei essere ordinato.  Sono ordinato,  però (lo) stile è  di sinistra.  Che vuol dire  “sinistra”?  Come ti  vesti, portare l’orecchino –  a parte  che è finto,  cioè senza  buco –  perché magari canto.

 

Sull’immigrazione per esempio cosa pensi?

 

Hai scelto un tema fantastico. Allora: l’immigrazione. Come  ho  detto prima, l’idea politica (è) di destra, uno potrebbe pensare: ce l’ha  con i negri, con qualsiasi altra persona che migra, non è così.

Come ragazzo di  destra, penso  che l’immigrazione sia  giusta.  Giusta, però:  io  ammiro  e  accetto  le  persone  extracomunitari, albanesi, jugoslavi, negri, marocchini, tunisini che vengono in Italia,  lavorano, portano  avanti  la  nostra  nazione, come  d’altronde  hanno  fatto  i siciliani e gli  italiani emigrando  in America,  che magari  c’è  stato anche il siciliano, l’italiano che  ha scelto la  strada sbagliata  là, però la maggior  parte, cioè  su 100  penso  che 1  ha preso  la  strada sbagliata, però gli altri  99  hanno dato  l’anima in America,  hanno lavorato sempre onestamente facendo sacrifici.

E io  penso che  i negri  –  cioè: gli  extracomunitari, non  li  vorrei chiamare negri perché  penso che  è un’offesa –  gli extracomunitari  se vengono qua vorrei che lavorassero.

Io  sono  d’accordo  che  stanno  ai  semafori, se stanno  penso  che guadagnano; anche attraverso la pioggia, con il caldo, se gli piace  che stiano, però non mi piacciono le persone  che sono ospitate in Italia  e sparano calci, cioè  ci violentano  le persone, si  comportano male:  li prenderei a calci nel culo. Proprio: li manderei a calci nel culo, là.

Tu puoi dire: ma anche gli italiani stessi si comportano male, ma è  del tutto sbagliato perché appunto già abbiamo  le nostre di persone che  si comportano male, che cazzo c’entrano loro?  Ci bastano i nostri?  Loro non c’entrano, vengono qua,  lavorano; non  pagano le tasse? Va  bene. Lavorano, si trovano…, però devono stare con due piedi in una scarpa.

 

La religione è importante?

 

La religione? Ti posso dire che io  credo in Dio. La religione  secondo me in una  persona fa molto,  perché –  è difficile, comunque  – se  ogni persona non credesse  in un  Dio, nel  nostro Dio,  nel nostro  Dio,  ci comporteremmo tutti male.

Se ogni persona non credesse in un al di là, in un ente superiore a noi, ci ammazzaremmo l’uno con l’altro. Ogni  persona secondo me deve avere  – no timore di Dio  – però deve pensare che  dopo la morte  ci sia  una vita, e quindi ci comportiamo anche  bene – relativamente – cioè  magari non ammazziamo  le  persone,  però  secondo me  in  fondo  in  fondo  la religione fa qualcosa in una persona.

 

Secondo te tra destra e sinistra qual è la differenza?

 

Allora, la sinistra secondo me si  basa più che altro sulla  democrazia, la destra è più… no più repressiva, più dura come…  come posso dire?

Diciamo un poco autoritaria, però secondo me la destra specialmente in Italia farebbe qualcosa. Io mi immaginavo che dopo le elezioni saliva la sinistra. Devo dire  la verità,  sono stato contento  per presa  per  il culo, sono stato contento per gli italiani che hanno votato sinistra per fargli vedere quello che accadrà  con la sinistra. Sicuramente  l’Italia cadrà a pezzi, già era a terra, l’economia non si riprenderà.

Cioè, aspetta: riprendendo la  domanda (sul)la differenza  tra destra  è sinistra, la  differenza è  che  la destra  è l’Italia,  la  sinistra  è niente. Tu la  pensi sicuramente  diversamente, la destra  pensa di  più all’Italia, la sinistra non tanto.

Perché se tu guardi i telegiornali sono su  una persona di destra –  che non lo so neanche come  è stata imputata di  tangenti, di cose  – ce  ne sono 10 di sinistra, cioè ti  posso elencare quelli di sinistra:  Cirino Pomicino, De Mita, Craxi, De Lorenzo, Poggiolini, capisci?

Sono in maggioranza, sicuramente, guarda.

 

Sulla mafia cosa pensi?

 

La mafia. Essendo  un uomo  di destra la  mafia la  vorrei  distruggere. Perché: a  parte che  la  mafia  secondo me  è  Stato,  politica;  metti politica-Stato-mafia, c’è tutto un collegamento, come un ponte. soltanto che lo Stato, cioè  i personaggi  dello Stato sono  tutelati, mentre  la mafia… la gente ha un’opinione sbagliata della mafia, pensa che quello che spaccia è mafioso. No: è sbagliato, la  mafia è Stato, dove c’è  giro di soldi è mafia e chiaramente tu hai visto le tangenti, quelle cose, là è mafia. Che si fanno  sempre sulla gente  povera. E chi  la prende  nel culo – scusando la  frase – è  sempre la  gente povera, gli  operai e  i pensionati. Lo Stato intacca sempre  queste persone qua, sul  pensionato che prende una misera pensione,  che ha lavorato una vita  e prende  una misera pensione gli mette le tasse, però loro si aumentano 2 milioni  di stipendio al mese, per fare che cosa?

Secondo me è sbagliato, un operaio dà  l’anima una vita per prendere  un milione, un milione e 2  ogni due mesi; uno  che magari –  diciamo –  ha onorato l’Italia, facendo  magari il generale  dell’esercito, quello  ha fatto quello,  e deve  prendere  magari il  doppio  di  quanto  prendeva quand’era in carica.

 

Nel quartiere cosa pensano della mafia?

 

Mah, nel quartiere  non è  che ci sia  mafia, c’è  quello che  si  sente malandrino, ma se trova la persona  giusta gli finisce questa cosa  qua. Voglio dire: nella vita c’è sempre quello più intelligente di te.

Per dire: io vengo da te e faccio lo scaltro, vado da quello e faccio lo scaltro, vado da quello… ma  nella vita sicuramente capiterà  qualcuno che farà lo scaltro su  di me, e mi farà  passare la voglia,  e mi  farà pentire di aver fatto…

E chiaramente nel quartiere c’è il ragazzo che vuole fare il malandrino, però poi magari sa chi sei e poi magari viene e ti chiede scusa.  Quindi non sono malandrini, perché secondo  me il malandrino per  se stesso  non dovrebbe avere paura di niente.

E poi malandrini non si nasce, ci si diventa: anche un bravo ragazzo può diventare malandrino.

 

Per farsi rispettare?

 

Mah, guarda, secondo me è tutta un’idea sbagliata. Il malandrino non  si fa rispettare, il malandrino  è la  “fezza” delle persone,  cioè in  una nazione… io parto da un principio, secondo me è meglio essere onesti e poveri che essere ricchi e disonesti. Capisci? Cioè io mi  accontenterei di morire di fame però essere un ragazzo a  posto, che avere i soldi  in tasca e non essere nessuno.

Perché i ragazzi oggi come oggi pensano – a parte che non hanno  nessuna idea politica  – e  pensano, appunto  come  hai detto  tu, un  senso  di rispetto. Forse i ragazzi che  hanno un poco paura, ma  la gente per  sé stessa quando sa che sei malandrino e fai e dici ti tratta con i  piedi, non hanno rispetto completamente. E quindi è sbagliata questa cosa qua. Se i malandrini spacciano?  Dici i  ragazzi, no i  malandrini. Tu  dici quelli che fanno gli scaltri? Chiaramente sì.

 

Secondo te a Messina c’è la mafia?

 

In tutti i posti, Paese che vai usanza che  trovi. La mafia, la mafia  – come posso dire – mafia può essere Stato e mafia, può essere ospedale  e mafia, ditta e mafia, per dire.

Ditta? Ad  esempio, magari  un politico… c’è  un mafioso  che ha  una ditta, il politico  gli dà magari  un appalto  in una zona  a quello  là perché sa che è magari c’è un giro di tangenti, di cose, e questa qua  è sempre mafia, è tutto un giro che non finisce mai.

Secondo me ci vorrebbe un governo col pugno pesante, non un regime, però un governo un po’ pesante, con delle regole severe.

 

………………………….

 

 

 

 

 

 3.2. Analisi – G e s t i o n e   d e l l a   c r i s i   p e r m a n e n t e

 

 

 

                           3.2.1. La famiglia

………………

 

Comprensiva. Rosario definisce più volte così la sua famiglia (sia  come insieme si  in  riferimento  ai  genitori). Da  ciò  che  si  legge  nel racconto, si  potrebbe  interpretare  la  definizione  in  questo  modo: comprensiva    nel    senso    di    comprendente;     etimologicamente: “cumprehendere”,  che  significa   sia  “capire”   che  “circondare”   e “abbracciare”: “cum” + “prehendere” = prendere insieme.

Appena subisce il primo distacco  dalla famiglia, Rosario  vi fa  subito ritorno. È il primo giorno di scuola, e  inizia con una fuga. Il  giorno dopo sarà ritentata e fallirà. Il distacco –  minimo – si compie. Ma  la famiglia rimane l’indispensabile punto di  riferimento: “non fa  mancare niente”, sostiene Rosario nelle difficoltà.

Dal racconto di Rosario, si può  capire molto anche della situazione  di Carlo e della  sua infanzia  in una quartiere  popolare. Si  comprendono quali sono i  “codici rituali”  e quale l’incidenza  della violenza;  si capiscono i motivi del giudizio positivo che Carlo formula nei confronti della sua famiglia.

Dal testo  si  evince  che  la famiglia,  nella  situazione  di  Rosario (quella,  cioè,   dei  quartieri   popolari),  svolge   questi   compiti principali:

 

  1. Lavoro di riproduzione e cura: è affidato principalmente alla  madre; in una  realtà senza  servizi  sociali, senza  socializzazione  delle  funzioni primarie, dove  i  servizi funzionano  in base  alla  logica clientelare e  strumentale  e  ignorano  l’interesse  collettivo,  lo svolgimento di questa funzione  da parte della  famiglia permette  la sopravvivenza stessa degli individui, sia  nella vita quotidiana  che nelle  emergenze,   come  il   terribile  incidente  che  sconvolge   l’esistenza di Rosario bambino.

 

  1. Sostegno economico:  permette  a Rosario  di  frequentare  la  scuola dell’obbligo,  quindi  di abbandonare  lavori  pesanti  e  sgraditi, attualmente di  frequentare  i  corsi  professionali.  Al  riparo  da ristrettezze economiche troppo  pesanti, Rosario  può strutturare  la sua vita  in  maniera  relativamente libera,  sicuro  di  trovare  il sostegno materiale della famiglia:

“Quando facevo il  benzinaio dovevo  rinunciare  all’estate,  lavorare di domenica. Mio fratello mi ha detto: chi te lo fa  fare, te li do io i soldi”.

Lo stesso  accesso al lavoro  è  garantito  dalle  reti  familiari-parentali:  “[Il lavoro dal benzinaio  l’ho trovato] con  mio padre che conosceva questa persona qua”…

 

  1. Protezione: in una  situazione dove  la violenza è  sempre  presente, essere conosciuto  come  appartenente ad  un  nucleo  familiare,  che all’occorrenza è pronto ad intervenire in soccorso, è una garanzia di  incolumità:

“Ci conosciamo tutti, sanno chi  sei, che questo è  fratello di quello che è amico di…”

 

  1. Socializzazione: v. par 3.2.3.

 

 

 

 

                       3.2.2. Fasi e mondi vitali

……………………..

 

Fasievento contrassegnomondi vitali
Infanziaprimo giorno scuolafamiglia, quartiere
Adolescenzafine scuola mediascuola, amici, quartiere
Gioventùcorso,amici,centro

 

La prima fase, quella dell’infanzia, dei giochi e  della vita  protetta totalmente dall’ambiente familiare si conclude  bruscamente con la  prima incombenza che la società richiede  a Rosario: lasciare la famiglia  per andare a scuola. Un passaggio  traumatico, caratterizzato dai  tentativi di fuga.

Nella seconda fase, è la scuola il mondo principale in cui Rosario vive. La sua vita è scandita  dai tempi scolastici, dalle  promozioni e  dallo studio. La  famiglia  diminuisce notevolmente  d’importanza,  ora  è  il gruppo dei  pari a  divenire  un punto  di riferimento.  L’area  in  cui Rosario vive è soprattutto il quartiere.

La fine  della  scuola  dell’obbligo  introduce  Rosario  in  una  nuova difficile fase: prima, tutto era determinato dai tempi  dell’istituzione scolastica. Ora è Rosario che  deve scegliere cosa fare. L’ingresso  nel mondo del lavoro  è, per  vari motivi,  fallimentare; la  frequenza  dei corsi  professionali  sembra   un  ritorno   al  mondo   della   scuola, prematuramente  interrotto.  Lo  spazio  frequentato  da  Rosario  si  è allargato: il quartiere rimane il baricentro, ma ci sono anche il centro cittadino e alcune zone della provincia, frequentate il sabato sera, con gli amici.

Il centro  sociale  non  rappresenta  un  nuovo  mondo  vitale,  ma  una ‘ristrutturazionè del mondo del  quartiere; prima ci  si incontrava  in piazzetta o in sala giochi:  nel ‘centro’  si incontrano più  o meno  le stesse persone, ma  ci si  rapporta in maniera  diversa (l’amicizia,  il ‘sentirsi qualcuno’) e si fanno cose diverse (cantare, recitare).

 

 

 

 

 

 

 

                               3.2.3. Socializzazione

………………….

 

Gli agenti di socializzazione,  nella vita di Rosario, sono  facilmente individuabili. Il ruolo principale lo  svolge, ovviamente, la  famiglia, che gli ha trasmesso:

– l’ideologia politica

– l’etica dell’onestà

I racconti  del padre,  la  storia delle  generazioni  precedenti  hanno avvicinato Rosario all’ideologia di destra, come lui stesso dice:

“Senza mio padre non avrei un’idea politica”

In famiglia  gli viene  insegnata  l’etica, sostanzialmente  di  matrice piccolo-borghese, dell’accontentarsi  (“meglio poveri  che  disonesti”); del rispetto delle regole (“sono un bravo ragazzo, vengo da una famiglia sana”); del conservatorismo; dell’obbedienza alle regole sociali (“nella vita c’è una linea da seguire”).

 

Il secondo  elemento,  il  gruppo  dei pari,  ha  un  ruolo  secondario. Nell’ambiente dei ragazzi del quartiere, presumibilmente, circolano idee diverse: la politica è quasi del tutto assente, mentre sono in tanti che preferiscono spacciare piuttosto che rinunciare ai soldi. Perché l’etica trasmessa dalla famiglia è vincente rispetto a quella del quartiere? Le ragioni sono  da rintracciare  nell’analisi  delle  funzioni  familiari, fatta  nei  paragrafi   precedenti.  La  famiglia   è  vincente   perché funzionale,  garantisce  la  sopravvivenza  economica   e  –  cosa   non trascurabile – momenti di affetto,  intimità e sicurezza preziosi in  un ambiente violento e competitivo fino al darwinismo.

 

La scuola di  Rosario somiglia  a quella di  Carlo. È  una  istituzione assente, distante, che  premia il  comportamento conformista  e  inventa crudeli punizioni per i devianti.

La trasmissione del sapere scolastico  è fallimentare per  una serie  di motivi:

– l’insegnamento è burocratico, non coinvolgente, per nulla interessante (nel senso etimologico: interesse = inter esse, “essere tra”);

– l’attività dello studio è vista come comportamento conformista, svolta per ragioni del  tutto diverse  dalla voglia di  sapere o  apprendere  o ragionare autonomamente; nei quartieri  popolari è forte  l’idea che  il sapere sia sostanzialmente  empirico, derivato dalla  vita quotidiana  o dalle esperienze trasmesse dalle generazioni precedenti. Andare a scuola serve  soprattutto  a  prendere  ‘il  pezzo  di  carta’  che  garantisce l’accesso al lavoro (anzi, al ‘posto’).

Lo scontro è tra insegnanti che invitano a ‘mettersi la testa a posto’ e ragazzi con ‘la testa al gioco’. Senza che nessuno si chieda il senso di ciò che sta facendo.

 

In questo quadro sono comprensibili due degli episodi raccontati:

– il “deviante” che da  solo, col suo comportamento, convince  un’intera classe a non studiare, per poi essere inglobato nel modello  conformista (“l’anno dopo anche lui si è messo la testa a posto”).

– la scelta di non continuare e l’inevitabile pentimento.

 

È un copione classico delle periferie: il ragazzo studia a stento, se è ripetente viene  visto come  ‘eroè  positivo, chi  studia  è  giudicato negativamente (sono soprattutto le ragazze a studiare), il rapporto  coi professori è di scontro e sfida; si ha la testa al gioco, allo scherzo. Non si vede  l’ora che la  scuola finisca.  Alla fine è  rimasto poco  o niente, l’indispensabile  per  superare le  interrogazioni  e  le  prove scritte. Le  idee sono  sempre  confuse (“l’Italia  ha una  storia,  una cultura, con le invasioni dei popoli…”).

Ancora, il  ragazzo della  periferia  si sente  furbo,  ha  ottenuto  la licenza media  col minimo  sforzo,  ora al  massimo frequenta  un  corso professionale “per imparare  un mestiere”  (lui non  lo sa  che  l’epoca dell’artigianato   ha   lasciato   da   tempo   il   posto   a    quella dell’operaio-massa intercambiabile). Poi,  puntuale, arriva  il  momento del pentimento. Pensava di iniziare subito a lavorare, tanti sognano  di “fare il meccanico”, intascare i primi soldi e spenderli come gli  pare.

Poi scoprono che per fare  il netturbino  ci vuole il  diploma. Che  per ottenere un posto ci vuole la ‘spintà. Che il lavoro che può ottenere  è in nero, precario:  sfruttamento puro. La  delusione, fortissima,  porta tanti a scegliere il rischio e il guadagno facile: spaccio,  estorsioni, rapine.

Perché si ripete questo copione?  È comprensibile che un ragazzino  di 12-14 anni  non si  renda  conto  che al  proseguimento  degli  studi  è subordinata non  tanto  la mobilità  sociale,  quanto  la  sopravvivenza stessa.  Occorrerebbe  che  tale  consapevolezza  sia  patrimonio  degli adulti, che  troppo  spesso vivono  nella  mitologia  dell'”imparare  un mestiere”, lasciare la scuola “dove non c’insegnano niente”, etc.

 

Tornando alla  socializzazione, anche  dagli  insegnamenti  proviene  in genere la trasmissione di un modello culturale piccolo-borghese conformista,   simile   all'”etica    dell’onestà”   descritta    prima.

Generalmente, in uno  scontro culturale  con l’etica del  quartiere,  il modello scolastico  è  perdente.  La scuola  di  periferia,  inoltre,  è un ambiente  estremamente  violento,  con  un   clima  da  caserma   (v. l’episodio del ragazzo buttato nel lavandino), sia per il  comportamento dei ragazzi che per le reazioni dei docenti: interrogatori e  punizioni, che esasperano il clima, pongono  i due elementi in  una condizione  di scontro frontale e pregiudicano le possibilità di comunicazione.

 

 

Se la televisione aveva un ruolo marginale nella formazione di Carlo, ed al contrario ne avevano uno importantissimo  i libri ed i giornali,  per Rosario è esattamente il contrario.

Non legge libri, per ciò che riguarda  i giornali si limita a  sfogliare quelli che gli  capitano in  famiglia,  cioè la  “Gazzetta del  Sud”.  A questo proposito,  è  importante  sottolineare il  ruolo  di  agente  di socializzazione di questo quotidiano, che per le sue caratteristiche  ha un pubblico transclassista ed arriva dove la parola scritta fa fatica  a giungere, cioè le periferie. Il modello antropologico che traspare dalle pagine della Gazzetta  contribuisce a confermare  i caratteri  culturali presenti nei quartieri popolari: maschilismo,  nostalgia del  ventennio, omertà  (v.  la  campagna  contro   i  pentiti  “giuda”  e   traditori), sciovinismo regionalista…

Rosario dice di stare 5 ore al  giorno davanti al più potente  educatore dei  nostri  tempi.  A  differenza   dell’educatore  scolastico,   viene ascoltato volontariamente,  non giudica  né  interroga, si  preoccupa  di essere attraente e vivace.

 

La realtà  virtuale che  emerge  dal televisore  è talmente  potente  da sconfiggere elementi culturali sedimentati da generazioni. Dagli  schermi tv prende corpo la società dello spettacolo, fatta di personaggi strani, discutibili, distanti ma ricchi e affermati, popolari e positivi.

Se ha la possibilità di far parte di questa società di privilegiati,  il padre di Rosario gli concede  di portare l’orecchino  e vestirsi  ‘stile sinistra’. La realtà televisiva come termine di paragone (“se lo fai per spettacolo va bene, altrimenti a chi lo fai,  solo per imitare?”) e  di giudizio, che sconfigge persino  uno dei tre  principi fondamentali  del fascismo, la disciplina.

Inoltre, la  tv  funziona  da  fabbrica  dei  sogni  per  tanti  giovani disoccupati (chi vuole fare l’imitatore, chi il cantante) che proiettano le loro speranze  in una  dimensione lontana  ma non  impossibile:  derivano dallo schermo tv le uniche  possibilità – per via legale  – di  mobilità sociale e realizzazione personale, di successo insomma.

 

Rispetto alla mentalità dominante nelle  periferie meridionali,  Rosario presenta una importante specificità: vuole fare il poliziotto, non  solo per lavorare ma anche per adesione ad una figura che nel quartiere non è granché apprezzata (“‘u  sbirru”).  Ciò è  comprensibile, visto  che  ci troviamo in una  zona che  si basa sull’economia  illegale, dove  si  ha sempre qualcosa da  temere dalla  “giustizia”. Generalmente,  anche  chi vive nella legalità sviluppa  un forte  senso di rifiuto  della legge  e dello Stato.  Le cause  sono  facili da  rintracciare (oltre  che  nella situazione  presente,  anche)  nella  storia  del  Meridione,  sin  dopo l’Unità, quando  lo  Stato  unitario  si presentò  sotto  le  vesti  del carabiniere e dell’esattore delle ‘imposte (v.  per es. “I Malavoglia”  di Verga). Impose una  lingua diversa  (ma il  dialetto ancora  resiste)  e tasse pesanti. Giustamente, Rosario osserva che lo Stato è “come  quello che ti chiede  il pizzo”  e poi non  ti dà  niente in cambio.  Lo  Stato sociale qui non  è mai  esistito,  la repressione  militare è  stata  la risposta più  frequente  al  disagio  (v. per es. ad  inizio anni ’90 la  dislocazione dell’esercito nelle regioni meridionali).

Dall’altra parte, le colpe sono numerose: si sono preferite le briciole, la sopravvivenza, il rapporto  di scambio col  disprezzato politico  (v. più avanti, par. 3.2.4).

 

Ma c’è stato anche il fascismo. Che ha ottenuto il consenso delle classi dominanti siciliane mettendo l’uso monopolista  della forza al  servizio dei proprietari (cfr.  il diario  del prefetto Mori,  “Con la  mafia  ai ferri corti”,  Mondadori  1933);  ha  salvato  i  “manutengoli”  cioè  i protettori altolocati della mafia, durante  i processi; ha tollerato  la classica ondata trasformistica e gattopardesca.

 

Ma ha ottenuto anche il consenso della classi subalterne per almeno  due motivi:

– grazie all’uso spregiudicato della forza ha garantito quella sicurezza della vita e  dei beni  che buona parte  degli abitanti  dell’isola  non avevano mai conosciuto in precedenza;

– utilizzando l’impiego  pubblico come  settore-spugna, di  assorbimento della  disoccupazione,  ha  creato  un  consenso  fortissimo  nei   ceti piccolo-borghesi, che hanno sviluppato  un’ideologia conformista,  tutta ‘legge e ordinè, oltre che nazionalista.

 

Le stesse colonie avevano il  compito di assorbire  i contadini  espulsi dal mercato a causa della crisi economica. Rimane quindi ancora vivo  il rimpianto per un regime che

– assicurava la tranquillità (la  famosa “porta che  si poteva  lasciare aperta”);

– garantiva il lavoro per tutti, o almeno si impegnava a garantirlo;- si preoccupava prima per gli italiani, al punto da conquistare nazioni straniere (“i popoli  meno  civilizzati”) pur  di venire  incontro  alle esigenze dei disoccupati.

Di fronte a tutto questo, la mancanza di libertà e la violenza  sfrenata (le torture di Mori, interi  paesi assediati, donne e  bambini presi  in ostaggio) apparvero come dettagli, spesso non vennero neanche  percepiti negativamente da chi la violenza l’aveva conosciuta fin da bambino, e la libertà non sapeva cosa fosse.

 

Questa serie di valori sono  stati trasmessi a  Rosario dalla  famiglia, dal padre  in particolare:  sogna  un regime  che dia  lavoro,  identità (essere italiani), ordine (tranquillità).

Nel mondo popolare siciliano si trovano essenzialmente due tipologie: la prima è questa descritta (legge ordine Italia conformismo); la seconda è molto diversa,  si basa  sul  culto dell’onore  e  del  rispetto,  sulla furbizia (violazione  delle  leggi),  sull’omertà  (non  si  parla  agli sbirri),   sull’uso   privato   della   violenza    e   sulla    ricerca dell’arricchimento facile.

So bene che si tratta di una suddivisione grezza: ma ritengo che ciò che attualmente differenzi le due categorie sia essenzialmente un  elemento: gli appartenenti alla  prima tipologia  hanno (o aspirano  ad avere)  il “posto”  dallo  Stato.  I  membri  della  seconda  categoria  vi   hanno rinunciato.

 

Il secondo motivo che spinge Rosario a giudicare positivamente la figura del poliziotto ci  riporta  agli altri  due agenti  di  socializzazione: scuola e televisione.

La cosiddetta  “educazione alla  legalità”  sembra essere  diventato  un valore indiscutibile, specie se rivolta ai ragazzi definiti “a rischio”. La scuola è appunto un mezzo di  trasmissione di questi valori, che  poi sono riconducibili all'”etica dell’onestà”.

 

Il ruolo della tv potrebbe essere quello decisivo: Rosario dice di amare molto i  polizieschi, definisce  il  poliziotto come  quello  che  lotta contro il male, sconfigge la  droga; e  poi gira in  macchina, si  veste anche in borghese.

Esattamente come  nei  telefilm polizieschi,  dove  l’eroe  si  comporta generalmente come il suo antagonista (spara, uccide, aggredisce) ma è, a priori, l’eroe  positivo:  vive  fantastiche  avventure,  vince  sempre, spesso  è  arricchito   degli  elementi   tipici  dell’eroe   (bellezza, intelligenza, forza). L’identificazione è completa se si aggiunge che la finzione televisiva si basa sullo schema elementare fondamentale per  la nostra cultura: da una parte il buono, dall’altra il cattivo.

 

La rottura con la cultura del  quartiere si compone parzialmente con  la descrizione (o l’idealizzazione?) del poliziotto che – se c’è un caso umano –  ti aiuta.  L’idea  dell’impersonalità della  legge,  del  ruolo esecutivo,   appunto   l’idea   del   “braccio   della   legge”   appare insopportabile nella subcultura periferica. E come, arresta un padre  di famiglia? E che fa, “attacca” (arresta).l’amico suo, dopo che avevano mangiato  e bevuto insieme?

 

Un ulteriore elemento di contrasto deriva dall’ideologia consumista.  In breve, la situazione delle periferie è più o meno questa.

 

finioggetti di consumo  (desiderio indotto da mass media, pubblicità)
mezziprecari, scarsi       (disoccupazione, lavoro nero, crisi economica)

 

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Non occorre  spendere troppe  parole  sul primo  processo: i  soli  spot televisivi sono  più  che eloquenti;  un’intera  categoria,  quella  dei pubblicitari, passa la vita ad inventare nuovi metodi per la persuasione ad un consumismo sempre più sfrenato.

Sono i consumi stessi a dare  un’identità: nel quartiere, oltre che  per la tradizionale adesione  ai modelli  dominanti, vieni  riconosciuto  se possiedi:

“Tu hai una cosa e  io non ce l’ho e  tu mi prendi in  giro perché io non ce l’ho.  […] Magari ti prendevano in  giro perché non avevi il motorino”.

 

È il possesso delle cose a costruire un’identità, oppure a  determinare crisi, mancanza di autostima, auto/colpevolizzazione.

Questo accade quando mancano i mezzi adeguati per raggiungere lo scopo. Perché le merci costano; e chi non possiede denaro non può raggiungerle, quindi non ottiene il riconoscimento sociale dovuto a chi ha.

“Se non lavoro non mi sposo, chiaramente”

 

La considerazione è  intrisa  di rassegnazione,  vede come  naturale  la subordinazione del matrimonio al denaro:  non ha nulla né  dell’attonita denuncia del protagonista di un romanzo  di Orwell, il quale scopre  che nella società in cui vive tutto (amore compreso) dipende dal denaro:

“Or queste tre cose durano al presente: fede, speranza e denaro; ma la maggiore di esse è il denaro.”    [Orwell 1966, 8]

 

Né è presente alcuna traccia della protesta di Eduardo Galeano di fronte all’ingiustizia:

“In Sudamerica, anche il numero dei matrimoni dipende dalla Borsa di New York”

 

Il consumismo non è certo un problema locale, si tratta di un  grande fenomeno mondiale che  coinvolge tutti  i  Sud del  mondo e le  culture ‘perdenti’, prima fra tutti quella Rom.

 

Se, rimanendo nell’ambito  della legalità, non  è possibile  raggiungere l’oggetto del desiderio, il passo successivo è quello di uscirne. Spacci una dose e  ti ritrovi  in tasca i  soldi che nella tua vita non hai mai  visto tutti insieme. Chi si impegna nell'”educazione  alla legalità”, così come  chi si occupa dei “centri sociali nei quartieri a rischio” non può  ignorare questa fondamentale contraddizione. Altrimenti il lavoro nelle periferie si traduce in una “socializzazione  alla rinuncia” dei beni di  consumo, in diretta concorrenza col mezzo televisivo…

 

Il confronto tra Rosario e il  consumismo sembra un romanzo: da  bambino soffre del confronto con i suoi amici che si possono permettere qualcosa in più; appena più grande,  c’è chi lo prende in  giro perché non ha  il motorino; chiede al padre di acquistargli i jeans di marca: il padre che per i figli “si toglie il pane di bocca”, come un eroe di Verga.

Poi, quando prova  l’esperienza  del lavoro,  capisce la  difficoltà  di procurarsi il  denaro,  vede  gli  oggetti di  consumo  in  maniera  più distaccata: il desiderio  irrazionale deve confrontarsi  con la  ragione calcolatrice: “con  quello che  costa  un jeans  firmato se  ne  possono comprare cinque”. Scrive persino una  canzone che esemplifica la  voglia di vendetta nei confronti di chi ha: “parla  di un ragazzo che si  veste troppo alla moda, si dà troppe arie: e alla fine gli rompono il culo”. L’etica dell’onestà  fa da  barriera all’ideologia  consumista:  “meglio poveri che disonesti”. Rosario ha aderito ad un’altra etica, alternativa a quella dominante. Molti altri, nel suo quartiere, pensano invece che è meglio essere disonesti che poveri.

 

L’ideologia consumista non è   però   definitivamente   sconfitta, inevitabilmente affiora (Rosario passa cinque ore al giorno di fronte al televisore…) e spesso  si  scontra con  altri valori,  sedimentati  da generazioni:

“Mia moglie dovrà lavorare?  Mai! Certo, se abbiamo bisogno…”

 

 

 

                                3.2.4. Antropologia

……………….

 

È vecchio di secoli, sa  di polvere  e di  scirocco.  Tutto  è  stato scalfito, è  arrivato lo  Stato  unitario, il  mercato,  i  consumi,  le autostrade, la modernità e le sue contraddizioni.

Tutto è stato scalfito, tranne il secolare fatalismo siciliano.

 

“Bisogna accettare la vita per come viene”

 

“Secondo me nella vita c’è una linea da seguire, il  maschio  e la  femmina,  si  accoppiano e  fanno  figli,  si  lavora, maschio e femmina, i figli si sposano, sempre così.”

 

Il fatalismo si accoppia col conservatorismo,  la vita di Rosario è  già tracciata nella sua mente, il progetto di vita è già deciso a priori: un caso estremo di etero-strutturazione.

Nel caso di Carlo, la vita non si accettava “per come veniva”: Carlo, lo abbiamo visto, è  stato sconfitto:  il fatalismo siciliano, vecchio di secoli, torna a trionfare.

 

La società contadina e popolare era essenzialmente irrazionale, magica e religiosa.  Nello  scontro  con  la  cultura  della  modernità  è  stata sconfitta: la  razionalità,  vincendo, ha  ridicolizzato  la  magia;  la scienza ha battuto l’irrazionale.  Ma la  vittoria, è ovvio,  non è  mai totale: le  permanenza  culturali  stanno appunto  ad  indicare  che  la vittoria non è  stata completa.  L’interesse di  Rosario per  la  magia, l’occulto,  l’irrazionale  può  appunto  essere  interpretato  come  una permanenza culturale della società contadina.

 

Ancora  una  permanenza  culturale  è  rintracciabile  nella   ideologia maschilista:   il    rifiuto   dell’emancipazione    femminile (“sono assolutamente contrario alla  donna che  lavori” “la donna  deve  badare alla  famiglia”)  e  il  disprezzo  per  l’omosessualità.  Naturalmente, rispetto al  tradizionale  virilismo  siciliano,  quello  di  Rosario  è temperato da tre decenni di cultura della  parità e dei diritti: i  toni che riguardano gli omosessuali sono  abbastanza sfumati (e questa è  già una novità assoluta); il lavoro femminile è accettato, oltre che in caso di necessità, nell’ipotesi in cui non sia degradante.

 

Quando Rosario si  riferisce  alla distinzione  tra destra  e  sinistra, afferma che quest’ultima “è più  per la democrazia”.

Occorre capire  che l’idea di democrazia  diffusa nei  quartieri popolari è  ben diversa  da quella che si intende altrove: “democrazia” indica il regime in cui essi hanno vissuto  dopo  la  caduta  del fascismo,  si  riferisce  più  alla Democrazia cristiana (intesa come partito-Stato) che alla sovranità (alla partecipazione) popolare,  del resto ampiamente  sconosciute e  mai sperimentate.

 

 

 

                        3.2.5. Struttura sociale

……………………

 

Come hai trovato lavoro?

“[…] il  benzinaio  con mio  padre  che  conosceva  questa   persona qua.

Nella ferramenta un  amico mio che ci  lavorava

prima di me  e quindi  mi ha fatto  entrare. A  corriere,  a

portare medicine, tramite un amico mio che conosceva  questa

persona qua”.

 

C’è poco da  aggiungere, la  descrizione rende  bene l’idea  delle  reti parentali e  di amicizia  che  permettono l’accesso  al lavoro. Con un vantaggio e molti svantaggi.

Se vieni  assunto  per  amicizia, per  rispetto,  perché  altrimenti  il richiedente “si offende”, puoi trovare lavoro anche quando non c’è,  nel senso  che  vieni  assunto  da  chi  magari  non  ha  bisogno  di  altra manodopera. Anche le  condizioni (contributi,  sicurezza) non  dipendono solo dalle esigenze dell’imprenditore ma anche da altri fattori.

Gli aspetti negativi sono numerosi:

–            “se non conosci nessuno, se non hai la  spinta, che fai, muori di  fame?”

–            se, come spesso avviene, il territorio è  controllato da un boss e  da una cosca criminale, questa utilizza la “sistemazione” di altre  persone come mezzo  per accrescere  il  proprio potere,  ottenere  riconoscenza, creare rapporti  con  imprenditori;

–            l’assunzione si basa sul  rapporto di scambio: io faccio  un favore  a te, tu a me. Questo crea una rete di dipendenze che blocca la società  e cancella il conflitto, specie se la riconoscenza è dovuta ad una persona posta in posizione asimmetrica (il politico, l’imprenditore, il boss);

–            – diretta conseguenza del ‘do ut des’ è la solidarietà verticale. Se sei assunto  per   “favore”,  non   puoi   certo  pretendere   di   lavorare regolarmente, di  avere  i  contributi, di  lavorare  in  condizioni  di sicurezza;  e  meno   che  mai   puoi  scioperare,  parlare   male  del proprietario, non essergli riconoscente.

 

E come, io ti ho assunto, e  tu così mi ringrazi?

Per cui qui l’imprenditore non  si chiama “padrone”,  come avviene  dove esiste la lotta di classe  e c’è  il sindacato, ma  “principale” (non  è importante, come nel feudo, di chi sia la proprietà: quello che conta  è chi comanda) oppure “donatore di lavoro”.

 

La  struttura  dei   cantieri  edilizi,   per  esempio,   riproduce   la tradizionale struttura  del latifondo:  la  protezione della  cosca,  il pagamento  del  pizzo,  le  assunzioni   regolate  dai  protettori,   la conseguente mancanza di conflitto.

Se in Sicilia  il lavoro  è ‘travagghiu’ (travaglio), questo  non è  certo dovuto  a pigrizia atavica, ma alla struttura sociale ed al peso della Storia.

 

Reti di amicizia basate sul rapporto di scambio, solidarietà  verticale, uso  strumentale  della  violenza.  Sono  queste  le  parole-chiave  per rispondere alla domanda di Carlo (“perché non c’è sinistra nei quartieri popolari?”) e per interpretare  le considerazione di  Rosario, che  non attribuisce nessuna colpa agli imprenditori e se la prende con lo Stato, nonostante ammetta  di  essere stato  sfruttato,  quando  lavorava  alla ferramenta.

 

Il sistema politico funziona alla  stessa maniera: i voti si  scambiano. Durante il periodo elettorale si apre un mercato dei voti. Così funziona il sistema di  riproduzione sociale  allargata (v. par.  3.2.5), per  il quale la maggioranza ha votato anche nelle più recenti elezioni siciliane. Nelle  aree in  cui  è  presente un  gruppo  mafioso,  questo funziona  da collettore dei voti, legittimandosi sia agli occhi del politico che  nel quartiere. Si crea così una struttura triangolare che è la vera base del fenomeno mafioso.

 

Politico (P)  – Imprenditore  (I) – Mafioso (M)

 

M                                                        P

………………………………………………………..

->   voti, gestione del consenso

<-   protezione (leggi favorevoli, interventi nei processi, etc.)

 

 

I                                                             M

………………………………………………………………

->   sub-appalto, sub-contratto, partecipazione azionaria

<-   denaro da riciclare, controllo e selezione del lavoro, “guardanìa”

 

 

P                          I

…………………………………………

->   assegnazione di appalti

<-   tangenti

 

 

Lo schema, anche se ridotto  all’essenziale (esiste una molteplicità  di rapporti che investono più  componenti sociali; i  ruoli possono  essere sovrapposti o diversificati;  etc.) rende l’idea  della complessità  del sistema mafioso che soffoca il Meridione.

Ha anche il merito  di  mostrare le  diverse  componenti  del  sistema, appartenenti a gruppi  sociali diversi.  Questo elemento  evidenzia  una impostazione ‘classista’ nella percezione del fenomeno mafioso.

 

I settori ‘altolocati’  pongono l’accento sulla  mafia delle  periferie, quelle in cui si talvolta si costituiscono centri d’intervento per salvare i giovani “a rischio”.  La stampa  borghese  si entusiasma  per  gli  arrestati  del “braccio militare”  (la  manovalanza),  ma è  molto  più  cauta  (alcuni decisamente contrari) quando si indaga  sulle banche, sulla  massoneria, sui politici collusi.

Il punto di vista nelle periferie è specularmente opposto:

 

“La   mafia   secondo   me   è   Stato,   politica;    metti     politica-Stato-mafia, c’è  tutto un  collegamento,  come  un  ponte. Soltanto che lo Stato, cioè i personaggi dello  Stato  sono tutelati.  La  gente  pensa che  quello  che  spaccia  è   mafioso. No: è sbagliato, la mafia è Stato, dove c’è giro  di   soldi è mafia e chiaramente tu hai visto le tangenti, quelle  cose, là è mafia. Che si fanno sempre sulla gente povera.  E   chi la prende nel culo  – scusando  la frase –  è sempre  la     gente povera, gli operai e i pensionati. […]

Mah, nel quartiere non è che ci sia mafia, c’è quello che si   sente malandrino, ma se trova la persona giusta gli  finisce   questa cosa qua. […] Se  i malandrini spacciano ? Dici  i  ragazzi, no  i malandrini.  Tu  dici quelli  che  fanno  gli  scaltri? Chiaramente sì. […] La mafia – come posso dire – mafia può essere Stato e mafia, può essere ospedale e mafia,   ditta e mafia, per dire.

Ditta? Ad esempio, magari un politico… c’è un mafioso che  ha una ditta, il politico  gli dà magari un  appalto in  una   zona a quello  là perché  sa che  è magari  c’è un  giro  di  tangenti, di cose, e questa qua  è sempre mafia, è tutto  un  giro che non finisce mai”.

 

Due voci,  una nelle  periferie  ed una  nel centro, reciprocamente  si accusano: “la mafia siete voi”.

 

 

 

           3.2.6. Modello di gestione della crisi permanente

………………………………………….

 

………………………………………………………………

fattori psicologici    

–            identità: nazionalismo, fascismo, sicilianismo

–            etero/colpevolizzazione: stato, politici

–            autostima: illusione dell’indipendenza

………………………………………………………………

fattori strutturali    

–            cura, emergenze e riproduzione: famiglia

–            lavoro: rete basata sullo scambio

–            economia: riproduzione sociale allargata

–            sopravvivenza: gestione della violenza

………………………………………………………………

 

 

La società di Rosario è un mondo in piena  crisi (“Il futuro? Fine  del mondo”). La descrizione apocalittica (“guerre,  violenze, stupri,  tutto quello che sta succedendo”) è tipica del punto  di vista di chi è  stato sconfitto. L’allegria di Rosario (“sono un ragazzo allegro, il jolly del gruppo”) è una felicità televisiva, costruita, dietro cui si nasconde un pessimismo cosmico.

La società  delle periferie  proviene  dal mondo  contadino,  che  aveva un’identità e una cultura forte, sconfitta dalla modernità. Non possiede i mezzi per raggiungere i fini che il nuovo mondo richiede (lavorare per consumare). Si trova in una situazione di crisi permanente. A differenza di altre realtà,  le periferie  messinesi non  hanno cercato  di  uscire dalla crisi, bensì si sono ridotti a gestirla.

Dal punto di vista psicologico, le ideologie nazionalista, fascista  e/o sicilianista  danno  un’identità  relativamente  forte,  per  i  motivi già espressi.

Altro strumento di  identità è l’etero/colpevolizzazione  dello Stato  e della politica: uno strumento comodo, efficace, tranquillizzante:  sfida il principio di non-contraddizione  (“i vigili  sono al bar  a non  fare niente, ma anche in strada a creare più casino”: qualunque cosa  faccia, lo Stato è sempre in colpa).

Se  poi  questo  non  basta   ad  assicurare  l’autostima,  c’è   sempre l’illusione (in termini freudiani: “negazione”, nel senso di  autopoiesi della realtà): Rosario,  per esempio,  dice di essere  indipendente, di amare l’indipendenza, anche se poi la realtà e diversa.

 

Infatti, la  famiglia  –  come  abbiamo  visto  –  è  un  indispensabile strumento di  sopravvivenza,  che assolve  a  compiti  fondamentali.  Lo stesso  accesso  al  lavoro  avviene  attraverso  reti  parentali  e  di amicizia.

Le stessi reti hanno un ruolo politico-economico, attraverso lo  scambio tra  voto  e  flusso  di  denaro  pubblico.  Senza  questo  sistema   di protezione, oggi  fortemente in  discussione,  la situazione  di  Camaro sarebbe molto simile a quella di una favelas brasiliana.

L’interazione col centro (politici, imprenditori) si basa anch’essa  sul rapporto di scambio.

Un  sistema  così  può  garantirsi  la  sopravvivenza   solo

comportandosi in maniera  diversa per  ciò che  riguarda  le  risorse: qui  la riproduzione  deve  essere  “allargata”,  i soggetti  al  potere  devono  cioè  redistribuire  quote  di  risorse, per evitare la fine del consenso di cui godono.

Ed  allora:  al  centro  un   nucleo  forte,   un’oligarchia    organizzata  in  strutture  rigide  (famiglie,  logge,  club  service…) che  gestisce il  potere  (economico,  politico, universitario…) come  fosse,  appunto,  una  questione  di

famiglia.  Le  risorse  che  il  centro  gestisce  sono  poi   redistribuite:  ovviamente  la  quota  maggiore  rimane   al    centro, ma  il sistema  garantisce una  certa soddisfazione   diffusa.

Solo così si spiega l’assenza  totale del conflitto  sociale   in una  città  con altissimi  tassi  di disoccupazione  (in particolare  giovanile e  femminile).  Così  si  potrebbe spiegare il livello dei consumi in presenza di alti tassi di

disoccupazione e di bassi livelli di redditi (il lavoro nero è una spiegazione parziale).

La stessa  organizzazione urbanistica  è divisa  in  maniera   rigida con  quartieri residenziali  per l’alta  borghesia  e   periferie   dove   ancora   resistono   le   baracche    del   dopo-terremoto.

L’effetto  di  tutto  questo?  Clientelismo  come  pratica normale,  pacchetti  di  voti,  presenza  di  soli  rapporti

strumentali e  quasi assenza  di rapporti  affettivi,  morte civile,  rapporti  di   lavoro  ed   assunzioni  legati   ad  appartenenze…

 

Le risorse da redistribuire  provengono prevalentemente  dai flussi di  denaro  pubblico  e  spesso  dai  proventi  delle  attività criminali e  illegali. Ciò è  abbastanza ovvio,  in  una società costituzionalmente riproduttiva,  in quanto  non  esistono le attività di produzione (industria,  agricoltura, …). Una società che non produce  e  che ha come  obiettivo  quello di rimanere in vita: appunto, riprodursi.

 

La finalità riproduttiva  di questa  società, del resto,  è  lucidamente descritta da Rosario: “maschio e femmina si sposano, fanno figli, sempre così…”. Niente altro.

 

L’ultimo  elemento  strutturale  riguarda  l’economia  criminale  e   la gestione della violenza: in questo caso, le risorse vengono reperite per via illegale e violenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                         4 .  C o n f r o n t o

 

 

 

                          4.1. Origine sociale

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Il confronto tra le due interviste deve tenere conto dei due momenti che Carlo attraversa (l’utopia dei vent’anni e la successiva sconfitta).

Per entrambi i primi venti  anni trascorrono in  un quartiere  popolare: Carlo ne esce, mentre  per Rosario  non vi sono  prospettive di  uscita, anzi è lui stesso che sembra immaginare la sua  vita nel luogo in cui  è nato.

Le motivazioni sono diverse e di carattere strutturale :

–            gli anni ’60-’70-’80 sono stati un periodo di forte mobilità  sociale, generalmente le  generazioni  di  quegli anni  hanno  titoli  di  studio superiori a quelle dei genitori.

 

–            attualmente, anche  a causa  della  crisi del  ruolo dello  Stato,  il processo si  è invertito:  per  chi  nasce in  periferia  è  sempre  più difficile  lasciare il posto in cui si è nati (v. i paragrafi su  scuola e lavoro del cap.3).

 

 

                        4.2. Utopia e fatalismo

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I vent’anni del primo intervistato erano contrassegnati dall’utopia  (v. paragrafo “antropologia di un decennio”), quelli del secondo sono  pieni di rassegnazione e pessimismo (vedi par. “antropologia” del cap. 3). Uno  dei  percorsi  più  interessanti  dell’intero  lavoro  riguarda  il fatalismo: all’inizio si confronta duramente nelle  figure del padre e della  madre di Carlo,  quindi in  lui,  mediante uno  scontro  ampiamente  descritto nell’Analisi del cap.2. Il fenomeno macro-sociale di sconfitta dell’utopia di rinnovamento si ripercuote in Carlo, già predisposto alla sconfitta: il fatalismo sembra vincere, una vittoria simboleggiata dalla fase di etero/strutturazione che Carlo attualmente vive.

La vita di Rosario, la sua  mentalità, sono invece intrise di  fatalismo sin dall’inizio. Sembrano suggerire un percorso storico del Sud,  scosso da venti di cambiamento, ma  tornato rapidamente nel suo “sonno  eterno” (quello  del  dialogo  tra  Chevalley  e  il  principe  di  Salina,  nel Gattopardo).

 

 

                            4.3. Televisione

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Questo schema,

 

Carlo prima fase
utopia (auto/strutturazione)
Carlo seconda fase
Fatalismo (etero/strutturazione)
Rosario
fatalismo (etero/strutturazione)

 

trova conferma anche  nel ruolo  che la  televisione ha  nei  rispettivi percorsi biografici.  Per  Carlo,  da  bambino,  la  televisione  è  una scoperta fantastica, ma da guardare poco e con distacco; aveva ancora un ruolo il cantastorie, e la tv  non era onnipresente. Adesso, invece, Rosario la guarda anche “quando non [ha] voglia di pensare”.

Sul ruolo della  tv nella  vita di Rosario  (5 ore  al giorno, tutti  i giorni) si è ampiamente detto nel par. sulla Socializzazione.

 

 

 

     4.4. Rapporto col femminile

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Ancora un  elemento  in  comune:  il rapporto  con  l’altro  sesso.  Per entrambi c’è una  visione “disimpegnata”,  vedono il pericolo  di  farsi coinvolgere emotivamente e poi pagarne il prezzo (esperienza già vissuta per il primo, potenziale per il secondo).

 

  1. “Non prenderle sul serio è stato fondamentale”
  2. “Se uno le tratta bene, ti trattano male loro [e viceversa]”

 

Si arriva ad una “filosofia”  analoga, fatta di  distacco e  noncuranza. Anche  risultati  sono  analoghi:  l’incapacità  di  costruire  rapporti stabili, anche se accompagnata alla soddisfazione (“sto meglio  rispetto ai vent’anni”, “mi sono trovato sempre bene così”).

Anche in questo caso sono morte almeno due utopie (nel caso di  Rosario, non sono mai nate):

– l’amore  romantico, coinvolgente,  ma  anche gratificante:  quello  da romanzo ottocentesco;

– l’amore  libero,  felice,  aperto:  quello  da  “eros  alato”   della Kollontaj, delle utopie del privato anni ’70.

 

 

         4.5. Come cambia il gruppo

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Continuiamo questa lunga  serie  di fallimenti  con la  metamorfosi  del gruppo: per Carlo (prima fase) era una dimensione fondamentale, luogo di socializzazione  e  realizzazione,  in  molti  casi  sostitutivo   della famiglia, descritto con superlativi che tradiscono grandi rimpianti:

“facevamo tutto assieme, era tutto molto bello”.

Il gruppo di Rosario serve  soprattutto ad organizzare  il godimento  dei consumi: uscire il sabato per andare a ballare “dove si paga poco”, etc. C’è una importante eccezione, che vediamo subito.

 

 

                                   4.6. La musica

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È la musica  ad interrompere  la serie dei  fallimenti: per  Carlo  era qualcosa di  fondamentale, che  gli  dava un’identità,  lui  insieme  ad altri. Ascoltavano ritmi  sovversivi (il  rock che scuoteva  la tradizionale melodia italiana) e le parole della contestazione, quelle dei cantautori.

La musica – quella di qualità contrapposta a quella di consumo –  rimane una permanenza di quegli anni:  ed ancora è capace di  innovarsi e  dare una nuova visione  del mondo:  la musica “contaminata”  (world music)  è figlia delle migrazioni  di fine  millennio, della scoperta  di  culture altre e dimenticate.

Rosario vive certamente nel mondo  della musica commerciale, ma con       due importanti eccezioni:

– intanto,  apprezza le  canzoni  melodiche, diretta  discendenza  della musica popolare italiana (figlia di  Verdi e della canzone  napoletana), anche se nella  versione  involgarita della  musica di  consumo;  rimane comunque  relativamente  immune  dall’omologazione  del  pop  di stampo anglosassone,  che  negli  anni  ’80  sembrava  dominante  al  punto  da omologare tutti i gusti musicali.

– apprezza e prova ad imitare il rap delle ‘possè, prova cioè a cantare un testo su una base pre-registrata.

 

Questo  è  elemento   è  importantissimo:   si  tratta   dell’unico   in controtendenza. Infatti, Rosario – non  consuma passivamente  ma  produce; non  ascolta  ma  scrive;  non assimila pensieri altrui ma pensa da solo.

– è raggiunto dall’unico elemento di anomalia che è riuscito a penetrare nel quartiere, e cioè la moda delle ‘possè.

 

Questo dimostra che  un elemento  forte degli anni ’90, nel  mondo della sinistra,  è  stata  la  presenza dei  centri  sociali autogestiti,  in  grado attraverso il  messaggio  musicale di  arrivare  in  luoghi  solitamente impermeabili alla controcultura.

È ovvio che il  messaggio (non  potendo contare sui  media) è  arrivato confuso, vago,  debole:  ed  infatti gli  unici  risultati  che  produce riguardano l’abbigliamento (“mi vesto stile sinistra”) e la pratica  del rap, mentre i contenuti sono inesistenti.

Ma si tratta  di un  segnale,  importante appunto  perché è  l’unico  in controtendenza.

 

 

  4.7. Fine: l’utopia morta, la gestione della crisi

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A questo punto, richiamando quanto detto fin qui, è facile costruire  un percorso unitario basato sugli intervistati:

–            come casi emblematici e relativamente rappresentativi;

–            come “fornitori” di spunti per l’approfondimento di tematiche che,  di volta in volta, si presentavano all’attenzione.

 

L’ipotesi finale, riferita all’area dello Stretto e non solo, si può riassumere così: l’utopia è morta, non resta che gestire la crisi permanente.

Occorre ribadire, come  si vede  nel  cap.2, che  l’utopia è  morta  sul nascere: anzi, è stata uccisa da due fattori convergenti:

  1. La famiglia, la cultura,  la società delle reti  di relazione  basate sul rapporto di scambio: tutti i fattori di conservazione che la società siciliana possiede, la cui azione  è bene esemplificata dalla  biografia di  Carlo  (tra   l’anomalia   e  il   cordone  ombelicale,   ha   vinto quest’ultimo).
  2. La repressione  militare: è  stata svolta ovviamente  dalle forze  di polizia,  ma  non  solo;  la  città  di  Messina  presenta  infatti  una specificità unica rispetto ad altre zone: l’utopia è stata soffocata sul nascere attraverso una invasione  mafiosa e fascista  (v. par.  “Messina anni ’70”).

 

Gli effetti sono ancora presenti, e lo saranno anche in futuro (v. analisi  cap.  3,  par.  “Struttura  sociale”).  Il  risultato  è  stato l'”urbicidio”: una realtà urbana morta, ridotta a  gestire – in permanenza –  la sua crisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              Bibliografia

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1983       P. Berger, B. Berger, H. Kellner,

“La pluralizzazione dei mondi di vita” in L. Sciolla (a cura di),

Identità,

Rosenberg e Sellier, Torino.

 

 

1986        L. Cavalli (a cura di)

Il tempo dei giovani,

Il Mulino, Bologna.

 

 

1986        D. Levinson

“La struttura della vita individuale” in

  1. Saraceno (a cura di),

Età e corso della vita,

Il Mulino, Bologna.

 

 

1966        George Orwell

Fiorirà l’aspidistria,

Mondadori, Milano.

 

 

1979        Leonardo Sciascia

La Sicilia come metafora,

Mondadori, Milano.

 

 

1983        L. Sciolla

“Il concetto di identità in sociologia” in

Aa. Vv.,

Complessità sociale e identità,

Franco Angeli, Milano.

 

 

1983        V. Seitler

Riscoprire la mascolinità,

Editori riuniti, Roma.

 

 

 

Interviste realizzate nel giugno 1996. Revisione e adattamento, novembre 2004

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.