Il volto moderno del caporalato nel Nord Italia

La compagnia bananiera non aveva, né aveva avuto, né avrebbe mai avuto lavoratori alle sue dipendenze, perché li reclutava occasionalmente e in modo temporaneo – Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine

Il caporalato è generalmente associato all’agricoltura povera del Sud Italia, a luoghi come Rosarno, Foggia, Castel Volturno. Ma quanti conoscono – per esempio – Canelli, Tavarnelle Val di Pesa, Saluzzo? 

In più, oggi la filiera agricola non termina necessariamente con il bancone del supermercato. Il momento finale è sempre più spesso la consegna a domicilio del cibo o del prodotto cucinato, il cosiddetto food delivery. Punti nodali diventano quindi i poli della logistica, i corrieri che consegnano a domicilio e infine i rider.

Le dinamiche del subappalto a cooperative spurie o delle nuove app – il cosiddetto caporalato digitale – propongono antiche forme di sfruttamento (il lavoro a chiamata, la cancellazione dei diritti, sostituzioni punitive) sotto una nuova veste.

Questa “nuova schiavitù” non è circoscritta al Sud o legata alla crisi o alla necessità, ma può tranquillamente convivere con economie ricche e filiere altamente remunerative. Aziende multinazionali riescono a generare ampi profitti senza assumere direttamente i lavoratori, ma semplicemente “mettendo in connessione” domanda e offerta.

Aree particolarmente significative sono quelle del Nord Italia, dai vigneti di Piemonte e Toscana al triangolo della logistica nella Pianura Padana, fino all’hinterland milanese.

I migranti sono vittime e allo stesso tempo protagonisti di lotte sindacali per fermare l’erosione dei diritti. Ma non è trascurabile l’effetto distorsivo prodotto dalle esternalizzazioni: molti italiani, in questi anni, hanno perso buoni posti di lavoro per essere sostituiti da cooperative formate in gran parte da stranieri. Uno degli obiettivi della ricerca è verificare se queste trasformazioni generano un diffuso rancore sociale nei confronti dell’immigrazione.

Le nuove forme di caporalato sono molteplici: dalle società di servizi e volantinaggio fondate da pakistani che forniscono braccianti agricoli rifornendosi nei centri di accoglienza; migranti senza documenti che diventano rider a Milano per conto di una multinazionale americana che vuole cancellare i taxi; cooperative spurie legate alla criminalità meridionale che operano nella cintura milanese; società fondate in Bulgaria che operano nella vendemmia in Piemonte; donne arabe che in Emilia lottano per recuperare tempo alla propria vita sottratta dalle cooperative spurie, proprio in un territorio dove sono nate le prime vere esperienze di cooperazione.

Al di là dei singoli esempi, il concetto di fondo è che la società, con le sue esigenze, è inglobata nell’economia. Il lavoro diventa una merce. L’essere umano una “risorsa”. L’azienda e le sue esigenze signori assoluti a cui, di fatto, non si applicano le leggi. 

Alcuni casi esempio da indagare:

  • Distretto della frutta di Saluzzo
  • Chianti e Langhe/Monferrato (vendemmie)
  • Area metropolitana di Milano (rider)
  • Polo logistico di Piacenza (logistica)
  • Il modo di produzione modenese (Italpizza)

Obiettivo: lo scopo dell’inchiesta è dimostrare che il caporalato si estende come modello di organizzazione del lavoro anche alle zone ricche del Paese e genera nuove forme di schiavitù, cancellazione dei diritti, contrapposizione tra migranti e residenti, rancore sociale, rifugio nel “sovranismo”.

Secondo punto da verificare, che la nuova filiera del “delivery” o del fresco di Amazon, dell’ordine via app comprime ancora di più i prezzi delle materie prime generando concorrenza basata soltanto sul costo più basso.

Risultati attesi: informare l’opinione pubblica sulle nuove forme di caporalato; sensibilizzare le aziende, in particolare quelle più grandi, a una maggiore responsabilità sociale, per esempio attraverso un’etichetta o un marchio trasparente che attesti il rispetto dei diritti sociali; promuovere una legge che regolamenti le esternalizzazioni lungo le filiere e le cooperative spurie.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.