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  •    Israele Palestina. L’albergo di Banksy e un paese-gabbia

Un viaggio circolare tra Israele e Palestina. E soprattutto nelle terre di mezzo contese, murate, blindate e mobili. Dal muro di Betlemme decorato da Banksy ai luoghi santi di Gerusalemme. Dalle sorgenti del Giordano al mar Morto.

BETLEMME – Quando Banksy annunciò l’apertura di un albergo di fronte al muro che divide Betlemme da Gerusalemme, tutti pensarono a una provocazione. Come avrebbe fatto un writer anonimo a gestire un albergo di fronte al centro nevralgico del conflitto arabo-israeliano?

Non era uno scherzo. Stava per nascere l’hotel “Walled Off” (Fuori dal muro). In poco tempo fu acquistato l’edificio, assunto lo staff e coniato uno slogan adeguato al posto: “la peggiore vista al mondo”. Infatti dalle camere si “ammira” la divisione di cemento costruita dagli israeliani per separarsi dalla Palestina. Osserviamo il muro dalla hall artistica con una birra “The good shepherd” (Il buon pastore), di produzione locale.

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L’interno dell’albergo di Banksy. Dalla finestra si vede il muro di Betlemme

Nella stanza accanto si intravede la sagoma di Balfour. È la prima installazione visibile. Premi un bottone e lui firma. Esattamente come cento anni fa, quando il ministro degli Esteri inglese scriveva a Rotschild, rappresentante del sionismo britannico. Si dichiarava favorevole a un “focolare ebraico” in Palestina. Allora quella terra era parte dell’impero ottomano. In breve passerà agli inglesi. Nella seconda sala, manifesti coloniali evocano il servizio postale continuo tra Haifa, Beirut, Damasco, Baghdad. “Questa è responsabilità nostra”, sembra suggerire Bansky ai suoi connazionali.

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Il celebre ragazzo che lancia i fiori rielaborato all’interno della sala dell’hotel di Bansky a Betlemme

“A dirla tutta, sapevo pochissimo sul Medio Oriente quando sono venuto qui la prima volta. Dalle notizie veniva fuori che qui abitano persone abituate ad ammazzarsi a vicenda”, racconta il writer al Financial Times.

“Nel mio primo viaggio in Palestina sono arrivato di notte e mi hanno portato subito dietro il muro. E quindi ho immaginato che la povertà, gli asini, la mancanza d’acqua e i blackout elettrici fossero un elemento della vita quotidiana in questa parte di mondo. Sono rimasto sconvolto quando, una settimana dopo, ho superato un posto di blocco e sono entrato in Israele dove, ad appena cinquecento metri, scintillavano dei ricchi centri commerciali, con rotonde piene di palme e suv nuovi di zecca dappertutto. Vedere le diseguaglianze tra le due parti è stato scioccante, poiché era chiaro che questa disparità era totalmente evitabile”.

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Ironia sul muro che divide Betlemme da Gerusalemme

Intorno giovani turisti di ogni parte del mondo scendono dai taxi, scattano una foto e risalgono sulle auto gialle dove l’autista è pronto a fare quello che chiedono tutti. Portarli ai graffiti di Bansky. Accanto a ogni dipinto compaiono venditori di souvenir con poster, calamite, tazze. Persino nella città vecchia, dove sorge il santuario della natività, quello del presepe, i venditori associano madonne, stelle comete e mangiatoie a ragazzi incappucciati che lanciano fiori e bambine che perquisiscono soldati.

Ma il muro non è uno scherzo. Proviamo a seguire la sua serpentina per strade buie e cumuli di terra: pare che il percorso sia così contorto per lasciare la “tomba di Rachele” in territorio israeliano. Nulla di strano da queste parti. Superiamo il torrione da cui una minacciosa guardia israeliana osserva tutti dall’alto in basso. Si dipinge anche di giorno, ma soltanto a una cinquantina di metri dall’ingresso principale. Vicino al ckeckpoint, infatti, non è tollerato neanche un segno di matita: tutto è ridipinto all’istante per mantenere il colore del cemento.

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Un checkpoint che permette ai palestinesi di rientrare nelle proprie città

La sera, fuori da Betlemme, si forma una coda di persone a piedi. Quasi sempre gente che scende dai taxi. Entrano nelle gabbie e lentamente ritornano nella loro città. Sono palestinesi con il permesso di lavorare a Gerusalemme (che praticamente è la stessa città, si raggiunge in 10 minuti). Ma la loro giornata si allunga perché devono attraversare il muro e non possono usare l’auto con targa “P”.

Le zone sotto l’autorità palestinese sono una specie di enclave nei territori sotto la sicurezza israeliana.  All’ingresso di quelle città, ci sono cartelli che indicano agli israeliani che non è consentito l’ingresso oppure che è molto pericoloso. Lì le assicurazioni non coprono la targa “IL”. Un delirio.

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Mostra dedicata all’intifada all’interno dell’albergo di Banksy

E non è certo il peggiore. Quando arriva il “venerdì di rabbia” si scatena la protesta araba in West Bank e soprattutto a Gaza. Si conterà un morto. Il volto di Ahed Tamini è ovunque: la sedicenne con i capelli rossi ha picchiato un soldato israeliano. Lui è rimasto immobile, lei è finita in carcere. Tutti hanno visto il video, ci si divide sul processo. Il quotidiano progressista israeliano Haaretz ospita un intervento del padre, vecchio dirigente di Fatah: “Che fareste se fosse vostra figlia?”.

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Il lago di Tiberiade

Tutto si gioca sui confini. A nord, per esempio, in Galilea. Il lago di Tiberiade, dove la pace degli echi evangelici (Cristo che cammina sulle acque, il monte delle beatitudini) lascia il posto al caccia israeliano che pattuglia il confine in direzione delle alture del Golan, ancora oggi contese con la Siria.

Siamo a due passi da Libano, Siria e Giordania. Il fiume scorre lungo il confine dove Giovanni Battista (quello del capo mozzato su un piatto d’argento) convertiva rovesciando su teste pagane l’acqua della fonte sacra.

Oggi le sorgenti sono una pozza giallastra circondata dalle transenne della polizia con la stella di Davide. Gruppi di americani indossano una tunica bianca e si immergono eroicamente. Un arabo propone foto di gruppo a una cifra spropositata, ma offre la consegna in albergo.

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Territorio minato al confine tra Giordania e Israele

Intorno, tre bandiere ricordano che questa è una zona occupata militarmente. I cartelli “Danger, mines” che qui si è combattuto neppure troppo tempo fa. Israele ha sconfitto i paesi arabi in tutte le guerre, ma ha pagato ogni vittoria (anche quella ironicamente chiamata “dei sei giorni”) con la sindrome da accerchiamento.

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Dentro il tempio di Gerusalemme

A una manciata di chilometri c’è il mar Morto, la più grande depressione geologica del pianeta. Una fossa spaventosa in mezzo al deserto con un’acqua talmente salata che si galleggia senza bisogno di nuotare. Il mare è detto morto perché l’alta concentrazione di sale non permette forme di vita. Accanto, le rivendite del kibbutz offrono fanghi di bellezza, creme e teli da mare.

I kibbutz. Dall’utopia socialista alla vendita di prodotti per lo scrub. Nati all’inizio del secolo sotto la spinta del mito fondativo e gli ideali socialisti degli ebrei dell’Est Europa. Democrazia assembleare, egualitarismo, vita in comune, anche nella crescita dei figli. Poi diventano un motore produttivo: agricoltura, innovazione. Oggi anche servizi: turismo, ristorazione, persino le gite in barca sul lago di Tiberiade. Quel modello oggi è in crisi. La società è diventata individualista.

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Bambini beduini nel deserto di Giuda

Basta girare lo sguardo ed ecco Qumran. Il paradiso degli archeologi della Bibbia. Qui furono trovati i rotoli del Mar Morto, subito fatti a pezzi e rivenduti da misteriosi mercanti. Un falso annuncio dello Stato di Israele su un giornale americano fu l’espediente che permise ai frammenti di essere ricomposti. Ma solo una parte dei preziosi rotoli si trova a Gerusalemme, in un museo a forma di vaso. Altri frammenti sono custodi nei caveau di varie banche in vari paesi del mondo.

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Beduini nel deserto di Giuda

Ovunque è pace, ovunque tutto può esplodere. I segnali sono i checkpoint onnipresenti; i volti nervosi dei giovanissimi militari di leva, ragazzini e ragazzine; gli striscioni su Gerusalemme eterna capitale; il corteo improvvisato con le bandiere gialle dell’Olp: due fucili incrociati sotto il volto di Arafat.

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Gerusalemme – Preparazione alla preghiera ebraica

Qui vivono insieme, per forza o per scelta, cristiano-armeni vestiti di nero, copti etiopi, eritrei di varie confessioni, ebrei askenaziti e sefarditi, cattolici (detti latini), greci-ortodossi con i loro pavoni liberi nei santuari; musulmani; franscescani che festeggiano 800 anni di custodia dei luoghi santi; luterani tedeschi che costruiscono chiese dai vetri in alabastro. Ovunque si trovano simboli sacri per ogni religione: la tomba di David e quella dei profeti; il luogo dove Muhamad ascese al cielo e quello dove ascese Maria; la via dolorosa di Cristo; il Golgota e le tre croci; il muro occidentale del tempio di Salomone. Persino il santuario Baha’i di Haifa con i suoi incredibili giardini pensili persiani. Un elenco infinito.

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Una moschea, il santuario della natività e l’albero di Natale. Betlemme multiculturale

Nei santuari cristiani, quelli contesi dai crociati e che sono basati su antiche strutture templari dell’anno mille, vige un complesso regolamento chiamato statu quo. Dagli orari delle messe alla posizione delle scale a pioli, non c’è dettaglio che si possa mutare. Se per caso o per errore accade, sono botte da orbi. Si narrano risse a colpi di candelabro tra devotissimi monaci armeni, copti, latini.

Armeni, musulmani, ebrei, copti, luterani, latini, ortodossi. Un incrocio di fedi e culture in pochissimi chilometri quadrati

Ma il luogo dove si vive la spiritualità più intensa è quello senza santuari. Il deserto di Giuda. Una impressionante sequenza geometrica di valli e colline. Silenzio. Nella Bibbia, Dio si manifesta anche attraverso un soffio di vento che interrompe la quiete. I sacerdoti del deserto sono i beduini che trascinano stanchi cammelli. Migliaia di persone ormai non previste da una terra ossessionata dai confini. Per dare un’idea potremmo pensare ai nostri Rom, ma è un paragone che non regge. Le loro capanne sono baracche scassate nel deserto, vivono chiedendo l’elemosina ai turisti (dalla cima di una montagna possono vedere – anche un’ora prima – un pullman che si avvicina). Vendono qualcosa, mandano avanti un cammello e una frotta di bambini. Zaini scuciti e bottiglie di Coca Cola.

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Il muro di Betlemme

Yassin., autista. Un volto mediterraneo che potrebbe essere sardo o siciliano. “I palestinesi vogliono la pace, ho il passaporto israeliano per uscire dal paese, altrimenti è una gabbia: da un lato c’è il muro, dall’altro la Giordania”. Ha cinque figli, il maggiore – 20 anni – studia business economics ad Heidelberg. Lì frequenta amici siriani, profughi che hanno trovato lavoro in Germania. Non torneranno, dopo sei anni quello è un paese distrutto.

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Una bandiera israeliana sventola provocatoriamente nel quartiere arabo di Gerusalemme

Parlando con lui, la guerra in Siria e i suoi profughi in Europa non sono più “flussi migratori” o “crisi dei rifugiati”. Sono le rughe di un padre preoccupato per il figlio, sono gli amici del figlio che ricordano il loro paese perduto. Sono questioni concrete, con un po’ di sforzo potremmo sentirle nostre.

L’idea della gabbia si legge bene a Gerico. Una enclave nel proprio stato. La Cisgiordania oggi è divisa in tre zone. Zona A: sicurezza e autorità palestinese; Zona B: sicurezza israeliana, autorità palestinese; Zona C: tutto a Israele. A dividere le zone, muri e fili spinati.

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Betlemme. Striscioni per Gerusalemme “eterna capitale”

Gerico è sotto autorità palestinese (ANP), ma intorno il territorio è sottoposto alla sicurezza di Israele. In pratica le targhe “P” non possono uscire. All’ingresso un cartello avverte i cittadini israeliani: potrebbe essere pericoloso entrare. Le assicurazioni non vogliono saperne: le targhe IL non sono assicurate fuori dalle loro zone. C’è chi si arrangia cambiando le targhe. Nonostante il confine giordano sia a pochi passi, da Gerico non possono andarci perché dovrebbero attraversare una strada israeliana.

Si vive con i pochi proventi dell’agricoltura e del turismo. E con la cooperazione: soldi russi, europei e persino del governo americano. Le insegne di Usaid sono tra quelle più presenti.

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Uno dei lavori di Banksy esposto all’interno del suo hotel

Se c’è una speranza non sembra arrivare dalla religione ma dall’ironia. Nel suk di Gerusalemme, nel quartiere arabo, si vendono magliette del tipo “No fear. There is Israel behind the Usa” oppure l’immagine della ricerca su Google della keyword “Israel” che restituisce “Did you mean Palestine?”. Di ironia vivono anche arabi ed ebrei moderati. È pieno di sorrisi anche il muro dei graffiti a Betlemme.

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Magliette in vendita al suk di Gerusalemme, nel quartiere arabo

Meno simpatici gli ebrei ortodossi asserragliati nel loro quartiere. La Farnesina sconsiglia di andarci, ma tutto appare tranquillo. Uomini neri come corvi, con cappello e treccine sulle tempie (la Bibbia proibirebbe di lasciarle scoperte) si aggirano veloci per le stradine. Per osservare le rigide prescrizioni alimentari arrivano ad acquistare due frigoriferi e comprano soltanto prodotti kosher (cioè fabbricati secondo i principi ebraici). Persino i cappelli. Non lavorano, sono mantenuti dalle donazioni e si occupano di preservare la Torah e la cultura ebraica.

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Dentro il tempio, nei pressi del Muro Occidentale

La mappa

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.