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“Isham non aspetta”. Un racconto dalle terre del caporalato

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Palazzo San Gervasio

Notte.
‘Stac! Stac!’
La maniglia di plastica cerca di essere aperta.
Silenzio.
Qualcuno tenta di forzare la porta anteriore.
Non so chi possa essere.
Di sicuro non lo conosco.
Piove.
‘Gnaf Gnaf Gnaf’
Il fango appesantisce i passi.
Sono vicini.
Qualcuno prova a forzare la porta sul retro.
Silenzio.
Non so chi possa essere.
Di sicuro non lo conosco.

Ora c’è un ragazzo, dentro.
Pelle bianca, muscoli definiti, testa incassata tra le spalle.
Si accorge di me quando mi accorgo di lui.
Occhi strafatti di canne.
Gli chiedo di uscire, per favore.
Esce senza dire nulla.
Piove ancora.
Altre mani tornano.
Tirano le maniglie.
Ma non riescono ad aprire.
Luce grigia.
Gli occhi si aprono.
Chi ha messo qua furgone?
Mi tolgo i cappotti di dosso.
La notte è stata fredda e piena di sogni.
Isham grida in arabo tra la pioggia.
Abbasso il finestrino.
Sono qui da ieri notte.
Il camper non sale.
Troppo fango.

Ma non risolvo il suo problema.
I lavoratori sono in macchina, i cassoni aspettano e non riesce passare.
Nei campi tra le colline si naviga in un mare marrone.
Le baracche di legno e plastica tengono la burrasca come piccole barche di pescatori.
Altri pescatori sono nelle taverne lungo il molo.
Si attende che rassereni.
Un caffè, un the. Qui niente alcool.
Qui si pescano pomodori rossi.

Ma c’è troppo fango.
Bisognerà aspettare.
Isham non aspetta.
Mancano dieci cassoni per finire di caricare camion.
Camion aspetta sulla strada da ieri sera.
Dieci operai e si finisce subito.
Sono venuto da Verona per lavorare.
Non posso perdere padrone.
Se non porto squadra, si incazza.
Se ne va.
Ma non ce la fa ad andarsene.
Torna con un sudanese.
Sabah al-khir
Sabah an-nur

Ti porto caffè nostro.
Magari, grazie.
Chiediamo se qualcuno può aiutare.
Magari, grazie.
Il sudanese torna dopo poco con altri quindici ragazzi.
Bevo il caffè.
Lungo. Profumato.
Tutto ha lo stesso colore.
Il caffè.
La terra.
Le pelli di capra sulla strada.
Il pattume.
Le case abbandonate.
E noi, tra la pioggia.

Salgo alla guida.
In dieci dietro spingono.
Il camper si muove.
Sale.
Slitta.
Cambio di guidatore.
Ci vuole un esperto.
Un sudanese sembra perfetto.
Marcia in folle. Si spinge a motore spento.
Poi si riparte.
La terra.
L’asfalto.
Gli alberi a bordo strada.
I campi che si diradano.
I primi edifici.
Un semaforo.
Il centro città.
Il parcheggio sotto casa.
Il portone.
La camera da letto.
Il sogno che è realtà.
Di qualche minuto fa.
Di qualche chilometro in là.

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