
Sotto i binari sopraelevati di Park Avenue, a East Harlem, c’è un mercato coperto che i vecchi del quartiere chiamano ancora La Marqueta. Banchi di frutta, spezie caraibiche, erbe medicinali. Un labirinto di voci in spagnolo e inglese che si mescolano dal mattino. Serrande, insegne colorate, passanti che tagliano la strada in fretta, il rumore metallico dei treni. Qui, dove negli anni Trenta la città sperimentò i mercati pubblici, il sindaco Zohran Kwame Mamdani ha indicato uno dei luoghi simbolo della sua nuova promessa urbana: riportare il Comune dentro il carrello della spesa. La sua amministrazione ha annunciato il programma N.Y.C. Groceries, cinque supermercati di proprietà cittadina, uno in ciascun borough, con 70 milioni di dollari di fondi in conto capitale per costruzione e allestimento.
Il progetto nasce dentro una città in cui il cibo è diventato una voce politica prima ancora che domestica. Secondo l’ufficio del sindaco, i prezzi dei generi alimentari a New York sono cresciuti di quasi il 66% in 10 anni.
Il supermercato come servizio pubblico
La formula scelta da City Hall non è quella del negozio gestito direttamente da impiegati comunali. La città manterrà proprietà e controllo, ma affiderà l’operatività a gestori privati selezionati tramite gara. Gli operatori dovranno rispettare requisiti su prezzi, standard del lavoro, trasparenza e qualità del servizio. L’idea dichiarata è semplice: usare immobili pubblici e contratti pubblici per ridurre i costi su un paniere di beni essenziali.
Mamdani ha tradotto il piano in una frase: «Pane e uova costeranno meno». È una promessa piccola e insieme enorme, perché parla alla parte più concreta dell’inflazione, lo scontrino piegato nel portafoglio. Il sindaco vuole una lista centrale di prodotti venduti a prezzi inferiori rispetto ai normali supermercati cittadini. La città, ha spiegato Mamdani, fisserà gli standard e il gestore privato dovrà rispettarli.
L’idea è semplice. Usare il controllo pubblico per garantire prezzi e filiera
La Marqueta fu aperta nel 1936 da Fiorello La Guardia come Park Avenue Retail Market, per dare ai venditori ambulanti ebrei, italiani e irlandesi uno spazio al chiuso e ai residenti accesso a cibo fresco. Con le ondate di immigrazione portoricana, dominicana, cubana e messicana, divenne progressivamente il cuore pulsante di Spanish Harlem. Poi arrivarono i decenni della crisi: negozi chiusi, famiglie spostate, i binari sopraelevati rimasti come cicatrice nel paesaggio urbano.
La prima apertura dovrebbe arrivare nel Bronx, a The Peninsula, nel quartiere di Hunts Point: duemila metri quadrati dentro un grande progetto di riqualificazione dell’ex Spofford Juvenile Detention Facility, con alloggi accessibili, spazi comunitari e attività commerciali. L’amministrazione prevede l’apertura entro il 2027. La Marqueta, invece, sarà il sito di Manhattan: 900 mq quadrati costruiti da zero, con apertura attesa entro il 2029.
La fame dentro la città ricca
Il piano intercetta una frattura già visibile. Il New York City Council stima che 1,2 milioni di residenti, pari al 14,6% della popolazione cittadina, siano in condizione di insicurezza alimentare. In alcuni quartieri il tasso arriva al 35%, con le concentrazioni più alte in aree del Bronx come West Farms, Mott Haven-Port Morris e Melrose.
Robin Hood – ente che combatte la povertà – e Columbia University hanno fotografato lo stesso disagio da un’altra angolazione: nel 2023, un adulto newyorkese su tre ha sperimentato difficoltà alimentari; tra le famiglie con figli, la quota è salita al 44%. Le dispense alimentari hanno distribuito 230 milioni di libbre di cibo d’emergenza nei cinque distretti.
La città sostiene l’accesso a cibo fresco, sano e conveniente
In questo contesto, il supermercato comunale non è solo un negozio. È un messaggio: la città sostiene che il mercato, da solo, non sta garantendo accesso stabile a cibo fresco, sano e conveniente. Per i sostenitori, la rete pubblica può diventare un argine ai prezzi e un modello replicabile. Per i critici, rischia invece di trasformarsi in concorrenza finanziata dai contribuenti contro bodegas, piccoli alimentari e catene già schiacciate da affitti, salari e costi logistici.
Il nodo dei costi
Il punto più vulnerabile del piano è nei numeri. La sola costruzione del sito di La Marqueta è stimata in 30 milioni di dollari, quasi metà dell’intero budget di 70 milioni previsto per i cinque negozi. La testata Reason ha criticato la scelta di investire tanto in un supermercato municipale vicino ad aree dove esistono già altri punti vendita, sostenendo che non sia chiaro quanto i prezzi saranno davvero più bassi.
Anche il settore privato guarda con sospetto. Grocery Dive ha segnalato le preoccupazioni di alcuni operatori: se un negozio pubblico riceve vantaggi immobiliari o contrattuali, i concorrenti privati potrebbero trovarsi davanti a una sfida impari. La domanda politica diventa allora economica: il Comune sta correggendo un fallimento del mercato o sta entrando in un mercato già fragile con strumenti che gli altri non hanno?
Mamdani scommette sulla prima risposta. Il suo programma elettorale ha messo l’accessibilità economica al centro: affitti, trasporti, infanzia, spesa. I supermercati comunali sono la parte più visibile di questa agenda, perché trasformano una parola astratta — “affordability” — in scaffali, casse, pane, latte, verdure.
Affordability diventa una parola concreta
Resta da capire se cinque negozi possano davvero incidere sui prezzi di una metropoli da oltre otto milioni di abitanti. Forse non basteranno. Forse saranno più laboratorio che soluzione. Ma a New York, dove ogni politica pubblica diventa subito simbolo nazionale, anche un carrello della spesa può diventare un referendum sull’idea stessa di governo: spettatore del mercato oppure attore dentro la vita quotidiana dei cittadini.
E in Italia?
Mentre oltreoceano si agisce, da noi il dibattito sul cibo rimane polarizzato su una serie di luoghi comuni, tutti all’interno del recinto liberista. I marchi di qualità, le aziende virtuose, la filiera iniqua, il prodotto italiano, gli “invisibili” sfruttati dai caporali. Ne consegue uno “stallo alla messicana” in cui la situazione non cambia da decenni. Fin dai tempi di Jerry Masslo, il sistema agricolo si regge su lavoro a basso costo dei migranti, grande distribuzione dominata dai supermercati e pochi grossisti che in ogni territorio determinano prezzi e contratti.
L’Italia sembra uno di quei paesi bloccati da un golpe liberista
Che fare? Apparentemente, nulla. Alzando i compensi per braccianti e agricoltori, i prezzi schizzerebbero. Per i consumatori, già rovinati da inflazione e salari bassi, sarebbe un disastro. Alzare i salari? Impossibile pure quello, le imprese non sarebbero competitive. Ecco lo stallo alla messicana. Rimane fuori dal discorso ogni intervento pubblico. L’Italia sembra uno di quei paesi conquistati con un golpe dai liberisti, dove le ricette dei Chicago Boys sono applicate con fervore da talebani.
Ma, per uno strano paradosso della storia, una ipotesi democratica e socialista oggi arriva da New York.
