Il ritorno degli schiavi. Lavoro migrante e pandemia

  Nelle prime settimane di lockdown, gli stessi governi che avevano blindato le frontiere europee organizzavano voli charter e navi speciali per importare i migranti. Parallelamente, le organizzazioni datoriali si appellavano ai lavoratori nazionali più ricattabili. In Italia, pensionati, cassintegrati e percettori del reddito di cittadinanza. La pandemia evidenziava la vera divisione: non tra migranti e residenti, ma tra sfruttatori e vulnerabili
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Pubblicato su Jacobin Italia

Il Casablanca – Pescara atterra alle 18 sulla pista dell’aeroporto d’Abruzzo. È il primo di quattro voli charter che trasporteranno circa 500 braccianti marocchini. A partire dallo scorso maggio, in piena pandemia, i lavoratori sono richiesti dalle aziende del Fucino, ma anche da quelle lombarde e venete. Appena poche settimane prima, la politica era impegnata a chiudere i porti e blindare le frontiere.

 1. Allarme

In novanta giorni, da marzo a maggio, la pandemia mostra il vero volto dell’Europa Fortezza su migrazione e politiche del lavoro. Come ha notato Marco Revelli, si è manifestata la “capacità rivelativa delle catastrofi”. 

Migranti stagionali dal Marocco, Est europei abituati a oltrepassare le frontiere, ma anche subsahariani solitamente impiegati in nero dai caporali rimangono bloccati dal lockdown. Si parla dell’assenza di un milione di lavoratori nei campi del continente. «L’Unione Europea rischia di perdere quest’anno l’autosufficienza alimentare», affermava Coldiretti lo scorso aprile. I prodotti potrebbero “marcire nei campi” e gli scaffali dei supermercati rimarrebbero vuoti. In pochissimi giorni, l’Italia passava dalle frontiere chiuse all’organizzazione di charter dall’Africa.

La situazione era del tutto simile nel resto d’Europa. Nel Regno Unito nasceva la campagna “Nutriamo la nazione”, un appello per arruolare braccia nei campi con la collaborazione di alcune organizzazioni umanitarie come “Concordia”.  L’obiettivo era importare lavoratori dalla Bulgaria. «Noi ci mettiamo i soldi», affermava Stephanie Maurel, responsabile della charity. «Ma vogliamo essere sicuri che gli aerei possono decollare». L’impegno era ingente. Un volo da Sofia a Londra per  229 persone costava circa 45mila euro. 

Secondo il Guardian, alla fine di marzo circa 10mila lavoratori venivano prelevati da Moldova, Ucraina, Georgia e persino dalle Barbados. Erano stimati circa 90mila braccianti in meno a causa del virus. Il Regno Unito aveva votato la Brexit anche per evitare l’ingresso di comunitari “a basso costo”. Ma molti di loro, durante la pandemia, venivano invece classificati come “lavoratori chiave”. 

Nick Marston, presidente della British Summer Fruits (i coltivatori di frutti rossi), parlava di «epoca senza precedenti». Il 98% dei loro raccoglitori proverrebbe dall’estero. La stragrande maggioranza da Bulgaria e Romania. Ad inizio 2020 i coltivatori britannici avevano contattato aziende del settore alberghiero per assumere personale in cassa integrazione.

  Stessa cosa in Francia, dove  il ministro dell’Agricoltura francese  Didier Guillaume rivolgeva un appello a “un esercito ombra” di camerieri, fioristi, parrucchieri: «Dobbiamo produrre per nutrire i francesi. [Unitevi] alla grande armata dell’agricoltura francese!».   

  In Germania, accanto all’emergenza pandemia, esplodeva quella degli asparagi. Il Ministro dell’Agricoltura tedesco Julia Kloeckner proponeva di impiegare come stagionali in agricoltura i lavoratori del settore alberghiero e della ristorazione. L’obiettivo era colmare il vuoto di circa 300mila unità lasciato dagli stagionali polacchi e rumeni.  
  Anche la Spagna lamentava la mancanza di almeno 10 mila lavoratori stagionali marocchini, solitamente  impegnati nella raccolta delle fragole. Ovviamente si cercava tra la popolazione nazionale i possibili sostituti.  
  E in Italia? “Nord chiuso per il coronavirus, Pozzallo porto aperto per i clandestini” sintetizzava il “Secolo d’Italia”. Ma era uno degli ultimi proclami xenofobi. In breve tempo si passava dalla negazione dei “corridoi umanitari“ per i profughi delle guerre alla richiesta di “corridoi verdi” per le braccia nei campi.  

Braccianti a Rosarno in attesa di sistemazione in una tendopoli © 2018 Antonello Mangano

  A metà giugno, una nave lasciava Tangeri per Genova. Potevano a salire a bordo cittadini marocchini per “comprovate esigenze lavorative”. Tutto perfettamente autorizzato dallo stesso governo che bloccava i porti.   

Nel frattempo, le organizzazioni datoriali si muovevano all’unisono. I piccoli produttori (Coldiretti), l’associazione dei grandi (Confagricoltura) e le coop. Tutti chiedevano di impiegare italiani ricattabili: percettori di reddito di cittadinanza, pensionati, cassintegrati. 

Giorgio Mercuri, presidente di “Alleanza cooperative agroalimentari”, proponeva di «impiegare in campagna, nella congiuntura di emergenza, i cittadini idonei ai quali viene attualmente erogato il reddito di cittadinanza».  

Prendeva spazio anche l’idea di ripristinare i famigerati “voucher”. Il presidente della Coldiretti Ettore Prandini chiedeva «una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa consentire da parte di cassintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare un’occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne».  

“Gli italiani sono abituati troppo bene, non vengono a sporcarsi le mani nei campi”

Il voucher è uno strumento nato per la vendemmia del 2008. Dall’idea iniziale (ridurre la burocrazia nei vigneti) si passava rapidamente a un abuso generalizzato in ogni settore, compresi gli uffici pubblici. Fino ad arrivare all’abolizione.
      Parallelamente, i media intervistavano produttori che parlavano di “italiani abituati troppo bene, che a lavorare nei campi non vengono”. Ma tacevano del risultato delle piattaforme nate per trovare lavoratori. È mai decollato l’incrocio tra domanda e offerta? Sfogliando  “Job in Country”, poco più che una bacheca, si trovano annunci come questo: «Cerchiamo persone serie e con voglia di lavorare da inserire nella nostra squadra di raccolta zucchine».

2. Come è andata a finire?

A giugno termina il lockdown e parte la febbre delle vacanze estive.  L’allarme “scaffali vuoti” rientra. Eppure aveva generato un dibattito pubblico, anche se quasi esclusivamente legato alle varie ipotesi di “sanatoria” per i migranti senza permesso di soggiorno.

Già in estate è comunque evidente che l’Europa non sarebbe morta di fame. Cosa è successo dunque? I braccianti sono arrivati? Chi ha raccolto asparagi e mele? Lo hanno fatto italiani sotto ricatto, migranti che hanno beneficiato della regolarizzazione o Est europei portati con i charter?

Le risposte possibili sono almeno tre.

  • La prima è il tentativo di regolarizzare o mantenere in regola i migranti presenti nei confini nazionali. Soprattutto attraverso la proroga della durata dei permessi di soggiorno in scadenza. Poi la sanatoria promossa dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e rivista al ribasso dagli alleati di governo. Sono state presentate nel complesso circa 200 mila domande, a fronte di una stima per difetto di circa 600 mila persone senza documenti. L’85 % delle regolarizzazioni ha riguardato il settore domestico e di assistenza alla persona. A queste si aggiungono poco meno di 13mila domande di permesso di soggiorno temporaneo.
  • La seconda strategia è quella dei “corridoi verdi”, ovvero l’import di migranti. Con voli charter, navi speciali e deroghe al lockdown sarebbero arrivati almeno 18mila migranti extra UE e circa 150mila comunitari.
  • Ultima tecnica, l’intensificazione dello sfruttamento. «Durante la pandemia si è registrato un aumento del 15-20% dei migranti e delle migranti sfruttati nelle nostre campagne», osserva Marco Omizzolo, sociologo ricercatore di Eurispes.

«Circa 40-45 mila persone che hanno visto non solo una contrazione della loro retribuzione oraria, da 4,50 a 3 euro. Inoltre sono aumentate le ore di lavoro (tra 8 e 15 ore giornaliere, molte delle quali non registrate) e abbiamo registrato decine di nuovi infortuni, senza che i braccianti migranti venissero forniti di dispositivi di protezione sanitaria». Nel Pontino «16 lavoratori indiani hanno deciso di togliersi la vita per le gravi condizioni di sfruttamento».

I padroni dei campi hanno quindi messo in campo diverse strategie per maniere lo status quo ante. Appare invece fallito il tentativo di arruolare italiani ricattabili. E non perché i lavoratori autoctoni siano più schizzinosi e scansafatiche, ma perché ancora non sufficientemente ricattabili. 

3. Prospettiva

Alla fine del 2019, secondo Coldiretti, i lavoratori stranieri occupati in agricoltura erano 368.000 per la maggior parte provenienti da Romania (98.011), Marocco (35.787), India (35.355) e Albania (33.568).

Il contributo degli stranieri è pari al  il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore. Secondo l’Istat, a ottobre 2020, il crollo delle ore lavorate nei campi sarebbe però del 7%.

Il quadro è piuttosto chiaro.  Il sistema produttivo utilizza i fondi europei come sussidi, ma si muove in un libero mercato sempre più globalizzato e competitivo. La leva principale del prezzo è la manodopera. L’attuale meccanismo a suo modo “funziona”, perché usa manodopera a basso costo per produzioni a basso valore aggiunto. I supermercati, a loro volta, vendono prodotti a basso costo a lavoratori pagati sempre meno.

Fermare la corsa al ribasso significa costringere il sistema a ripensarsi dal basso. È invece poco utile invocare lo “sgocciolamento”, ovvero chiedere maggiori retribuzioni dai distributori (GDO) ai produttori, che poi finirebbero ai braccianti. Questa idea deriva dall’ortodossia liberista. Ma è poco credibile che un padrone con più disponibilità economica riconosca automaticamente un salario più alto al bracciante.

Campi di pomodoro in Puglia © 2013 Antonello Mangano

La pandemia ha rivelato invece che, quando manca la forza lavoro, si sostituisce con altra manodopera a basso costo. Italiana o senegalese poco importa. I produttori hanno dimostrato di non vedere lontano, affrontando il lockdown come un temporaneo impedimento e non come un cambiamento strutturale.

Il sistema produttivo non ragiona così perché è costretto a farlo, ma perché è costruito così.

Molto più utile quindi partire dai diritti di chi lavora e adattare la filiera. Rafforzando canali alternativi di distribuzione. Ripensando la PAC per il sostegno alle piccole produzioni e subordinando i contributi al rispetto dei diritti sociali e della sostenibilità ambientale. Modificando il metodo che eroga contributi agli operatori più forti. 

Infine, non da ultimo, cambiando l’approccio linguistico. Non si tratta di applicare il “politicamente corretto” come un galateo dell’antirazzismo. Si tratta di spostare la lotta sul piano della comunicazione. Per esempio parlando di “lavoratori essenziali”, non invocando interventi d’emergenza per “poverini”.

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