
I triestini li vedevano passare sul molo Audace. A piccoli gruppi, camminavano fino al limite, di fronte al mare Adriatico. Dormivano nei magazzini abbandonati vicino alla stazione o in qualche centro di accoglienza reperito dalla Prefettura. Stazionavano in Piazza Libertà. Parole in urdu, pashto, hazaragi,, punjabi. L’inglese come esperanto. Train, ticket, camp, asylum. Qualche termine in italiano, per chi non può ripartire subito. Due obiettivi fondamentali: curarsi le ferite ai piedi, ricaricare il telefono.
Sono i vincitori del “gioco”. The game, la rotta balcanica. Quel percorso tra i confini orientali dell’Europa partendo da Pakistan, Bangladesh, Afghanistan. Mezzi di fortuna, tratti a piedi. Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia. E poi sentieri tra i boschi, per sfuggire ai poliziotti, che li inseguono come prede.
In Italia, superato il confine, sembra fatta. Invece è soltanto un nuovo inizio.
Mi trasferiscono a Jazeera
La strage di Amendolara è entrata nelle cronache come un fatto di sangue legato all’agricoltura. Ma è una lettura semplicistica. Il primo giugno 2026 quattro braccianti — tre afghani e un pachistano — sono morti in un minivan dato alle fiamme dai caporali. Avevano lottato per salari non pagati, secondo il racconto del sopravvissuto. Per questo sono stati assassinati. Ma prima del fuoco, c’’è un percorso. Non casuale.
Ismat Ullah, 19 anni, era arrivato a Trieste nell’estate 2025 seguendo la rotta balcanica. Avrebbe chiesto asilo il 12 agosto ed era rimasto in strada per mesi prima di un trasferimento in Sardegna. Fazal Amin Khogyani è un’altra vittima. Anche lui passato da Trieste, poi dalla Sardegna, prima di finire nei campi della piana di Sibari.

Ma perché questo percorso? Molto probabilmente alle vittime di Amendolara è accaduto quanto testimoniato da diversi profughi. Prima la registrazione presso centri di accoglienza emergenziale. Come seconda tappa, la richiesta di asilo. E poi un foglio con una lista. “Mi trasferiscono a Jazeera”, si dicono tra loro. L’isola. Il nome con cui chiamano la Sardegna. “Qui abbiamo pensato di diventare pazzi”, dicono alcuni. Sono le testimonianze raccolte dal rapporto “Fuori rotta”, curato da NNK e ICS.
Si tratta di un piano che nel 2025 diventa sistematico. Lo coordina il Ministero dell’Interno. L’obiettivo è “alleggerire“ Trieste e spostare i profughi dove non li vede nessuno.
Nell’isola abbiamo pensato di diventare pazzi
“Isolamento geografico, condizioni materiali inadeguate, carenze igienico-sanitarie, difficoltà di accesso ai servizi sanitari e insufficiente informazione legale”, si legge in “Fuori rotta”.
In un limbo giuridico, senza informazioni precise, isolati da tutto e con possibilità lavorative ridotte a zero, cosa possono fare? Cercare qualche opportunità nel passaparola, tra connazionali. Così finiscono nei luoghi più duri, nei campi meridionali, legati a una rete di caporali che non esisterebbe neppure se non ci fossero persone ridotte così.
La fabbrica della vulnerabilità
In tutte le sentenze per grave sfruttamento, i giudici parlano di condizione di ricattabilità delle vittime. Il paradosso è che quella condizione è spesso creata dallo Stato.
Non solo la lentezza del processo burocratico, ma il diniego anche di fronte a casi che avrebbero diritto all’asilo. Non dimentichiamo che gli afghani uccisi ad Amendolara fuggivano dal regime dei talebani. Anche se non avevano ufficalmente ottenuto un rifiuto, di certo non sono stati protetti come rifugiati politici.
In generale, il diniego è una fabbrica di vulnerabilità. Nel 2020 le Commissioni territoriali hanno respinto il 76% delle domande esaminate; nel 2021 il 58%; nel 2022 il 56%. Nel 2023 il tasso di riconoscimento complessivo è stato del 37%, cioè circa 63 dinieghi ogni 100 decisioni; nel 2024 i rigetti sono saliti al 64,1%. Nel primo semestre 2025, secondo il Report Migrantes, i dinieghi hanno raggiunto il 69,5%.
Ogni “no” non produce automaticamente un rimpatrio. Crea persone ricattabili: uomini e donne che devono sparire senza andarsene, lavorare senza poter contrattare, accettare un letto, un passaggio, una paga qualunque.

Le persone di buon senso chiedono: ma perché sono entrati clandestinamente? Avrebbero dovuto usare i canali legali per attraversare il confine italiano.
Chi ha usato il sistema dei flussi, unico sistema per entrare legalmente in Italia, spesso finisce in mano ai caporali. Esattamente come gli “irregolari”. Ecco uno dei tanti esempi. In Lombardia, un’inchiesta della Guardia di finanza di Brescia ha ricostruito un sistema di false attestazioni di lavoro e alloggio per aggirare il decreto flussi: 1.364 ingressi tra il 2018 e il 2024, lavoratori costretti a pagare fino a 13800 euro per un permesso stagionale e altri 7200 per convertirlo. Poi, nei campi, paghe inferiori, orari irregolari, riposi saltati.
Una infrastruttura dell’esclusione
Una interessante fotografia di questa fabbrica dell’esclusione è la Questura di Roma. Qui, prima del lavoro nero, c’è la fila.
“Per chiedere protezione internazionale è necessario umiliarsi”, denuncia Baobab. “Soltanto per provare a essere tra i pochi fortunati ammessi negli uffici dell’Ufficio immigrazione, bisogna conquistarsi il posto in fila per giorni e notti intere. C’è addirittura chi si vende il posto in fila, mentre avvocatucoli truffaldini provano ad approfittare della stanchezza di persone esauste”.
Dopo giorni in fila, col caldo e col freddo, dopo un anno e mezzo può arrivarti un documento già scaduto
Corpi in attesa davanti agli uffici, pratiche sospese, permessi che non arrivano, persone ridotte a fascicoli. È qui che comincia il ricatto: non puoi lavorare senza documento, non puoi avere un documento stabile senza lavoro, non puoi scegliere un lavoro se il tuo soggiorno dipende da chi ti assume. Nei casi più estremi, c’è chi aspetta un anno e mezzo prima di poter lavorare legalmente. Quando finalmente arriva il permesso di soggiorno, a volte è passato così tanto tempo dalla richiesta che il documento arriva già scaduto. In un mondo dove tutto è informatizzato e tutto si può fare online, le procedure per l’immigrazione sono fatte di file, numeri, sportelli, ritardi e incertezze.
Un meccanismo che crea persone ricattabili
La Fondazione Migrantes ha definito questo circuito un’infrastruttura di esclusione: burocrazia estenuante, uscite improvvise dall’accoglienza, lo spettro dei centri di espulsione, territori che rinunciano ai progetti di accoglienza.
Ma l’Europa come vuole governare questa situazione? Il nuovo Patto su migrazione e asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026, promette ordine: screening alle frontiere, procedure più rapide, rimpatri più efficienti, solidarietà tra Stati. Ma l’ordine non libera dal ricatto. Cambia gli hub, li sposta più vicino al confine, più lontano dagli avvocati e dalla vista.
ASGI scrive che lo sfruttamento non può essere separato dalle politiche migratorie restrittive, perché precarietà giuridica e isolamento economico alimentano il potere degli sfruttatori. Il secondo caporale ha un nome e un volto. Ma il primo è la legge. Che rende il documento una concessione fragile e il lavoro un ricatto permanente.
