Libreria Racconti

Il migrante non esiste. Ho visto solo uomini e donne in viaggio

Un parassita o un potenziale delinquente. Una vittima muta eternamente bisognosa di assistenza. Comunque un soggetto passivo. È il migrante dell’immaginario razzista o paternalista. Peccato che esista solo nella mente dei suoi creatori. Noi invece abbiamo sempre incontrato uomini e donne. Affascinanti, ripugnanti, vivi, dinamici, contradditori. Comunque più interessanti del Paese putrefatto che li ospita

     

Il “migrante” non l’ho mai incontrato. È una vostra invenzione. Invece ho sentito Ibrahim dire: gli accampamenti rosarnesi sono un’onta per l’umanità; e mi sembrò un discorso da Nazioni Unite anche se stavo in mezzo agli aranceti e al fango.

Ho visto una mediatrice rumena che ha fatto l’inferno perché Florentina tornasse al suo paese con l’abito bianco da sposa e non nel sacco nero di plastica dove l’aveva infilata il suo assassino.

Un tunisino schiavizzare i suoi connazionali servendo il padrone italiano, un mafioso vigliacco buono solo a minacciare.

Uno studente di Douala col megafono, di fronte a una masseria del Salento, che ha rischiato la pelle per difendere il suo (e il nostro) diritto a una giusta paga.

Una donna nigeriana con un enorme fascio di dollari in mano, ingrassata del sangue delle ragazze che la guardavano con ammirazione.

Un egiziano che è arrivato tre volte a Catania, via mare, e per tre volte lo hanno riportato indietro, con l’aereo. Senza sapere che tutto accadeva per colpa di un foglio di carta firmato da Prodi e Mubarak che scambiava egiziani entrati coi flussi con egiziani entrati senza flussi.

Un ragazzo tunisino che aveva approfittato della primavera per andare a curarsi a Parigi, via Lampedusa, aveva un fax con giorno e ora dell’appuntamento all’ospedale francese; era vero ma nessuno gli credeva; e stava bloccato nel palasport di Rosolini dopo Lampedusa; e raccontava a tutti la sua storia.

Una nigeriana con un nome da principessa e uno sguardo da regina, perché l’orgoglio non si perde neppure nella piazzola di una strada piemontese fredda e nebbiosa.

Un gruppo di indiani che ha denunciato il figlio del boss che li tormentava. Poi hanno capito la situazione e riparato la chiesa del paese per riconciliarsi con la comunità.

Keita, del Mali, che in due anni di “accoglienza’ in Italia non ha trovato nessuno che gli insegnasse il verbo avere, gli hanno solo rubato 24 mesi della sua vita in cambio di un pezzo di carta con la scadenza. Ma quando gli chiedo se ha Facebook mi guarda stupito, dice “certo” e aggiunge “in versione francese”.

Ho sentito Moussa raccontare di quando era sfuggito alle squadre armate camminando nella galleria del treno e lungo i binari per chilometri. Ed era scappato perché le squadre li cercavano nei casolari, avevano le taniche e volevano bruciarli vivi. E non era la Germania nazista, era un pezzo d’Italia solo tre anni fa.

Ho visto ragazze felici anche sotto il tetto di cartone del ghetto di Foggia, dove la musica non era mai spenta e la vita pulsava più che altrove.

Uno studente egiziano fare analisi economiche da far invidia a qualunque politico italiano, e poi andare a caricare i pacchi da spedire nelle nostre case.

Un operaio peruviano che ha messo tutto in discussione, casa lavoro stipendio, perché il caporeparto si rivolgeva ai suoi colleghi con insulti razzisti.

Un somalo tagliarsi i polpastrelli pur di andare via dall’Italia, mentre in Parlamento sbraitavano: non li vogliamo, se ne devono andare.

Un pescatore tunisino che ha salvato dei naufraghi in mare ed è finito sotto processo con l’accusa di «violenza contro nave da guerra». Il giudice di Agrigento verificò con stupore che aveva semplicemente riportato i sopravvissuti a Lampedusa.

Ho visto un muratore rumeno in un paese calabrese rapato a zero, insultato e picchiato. Lo hanno lasciato in una pozza di sangue e sono andati via. Ha fatto denuncia ai carabinieri, che con grande meraviglia hanno potuto arrestare il figlio del boss di uno dei clan più potenti d’Europa. Oggi in quel paese non ci sono più rumeni.

Ho letto «noi saremo ricordati» su un grande muro tra Rosarno e Gioia Tauro. Avevano negli occhi l’orgoglio di quelli che fanno la storia, la stessa iniziata nei campi di cotone nel Sud degli Stati Uniti e che proseguiva nella Piana di Gioia Tauro. Per noi al massimo è il piagnisteo del precariato, per loro l’epopea contro la schiavitù.

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Ho visto un mondo vivo, infame, generoso, dinamico, globale, aperto, ripugnante, pulsante. Pieno di contrasti, capace di farmi viaggiare se non con le gambe almeno con la testa. Comunque più interessante di quello stagno putrefatto che è diventata l’Italia. Un paese vecchio e angosciato che ha avuto una grande occasione – sprovincializzarsi – e l’ha buttata via senza capirlo.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.