L’emergenza coronavirus ha messo in evidenza i limiti del Paese dopo decenni di individualismo, privatizzazioni e localismo. I big data in possesso delle multinazionali dovrebbero essere usati dalla Protezione civile

    Il lamento sui tagli alla sanità, la necessità di assunzioni d’emergenza, il passaggio brutale dalle decisioni locali al decreto d’urgenza nazionale sono tutti indicatori di un paese distrutto da decenni di privatizzazioni e localismo leghista. Passati in breve dalla richiesta di chiusura dei porti siciliani alla scoperta di avere il virus in casa, i politici delle Lega non hanno saputo porre rimedio al loro territorialismo. In quella prima fase, persino i criteri di campionamento sono stati difformi tra Veneto e Lombardia.
    Improvvisamente si scopre che pensare a sé, all’oggi e al guadagno immediato è un’ottima scorciatoia verso il disastro.

    Per settimane gli enti locali leghisti hanno agito con criteri difformi anche a poca distanza tra i focolai del virus

    Se il pubblico fa fatica a fronteggiare l’emergenza, con ricercatori precari che diventano eroi nazionali e posti letto col contagocce, il privato cosa fa? La sanità privata praticamente nulla. Il resto delle imprese, a quanto pare, dona. Si limita alla beneficienza. Qualche mascherina, poco altro. Interessante invece questa iniziativa di Alibaba (anche questa frutto di una donazione) sull’uso dell’intelligenza artificiale per effettuare diagnosi anti #coronavirus.

    Big data per la Protezione civile

    A questo proposito, viene in mente l’enorme mole di dati in possesso di Facebook e Google tra mappe, spostamenti, abitudini, informazioni di ogni tipo. Un patrimonio che sarebbe da requisire e donare alla Protezione civile. Viene in mente quanto manca nella nostra sanità: una gestione centralizzata dei big data.

    L’enorme quantità di dati in possesso di Google e Facebook potrebbe essere utilizzata dalla Protezione civile. Ma rimane in mano ai privati

    Al contrario, è passata sotto silenzio l’iniziativa di Apple e altre multinazionali di entrare nel business della salute, appunto usando i dati che ogni giorno trasmettiamo anche senza volerlo dai nostri smartphone.
    In parole povere, la lezione del virus potrebbe portarci a nazionalizzare i dati e creare una tecnologia pubblica, oltre a rilanciare sanità e investimenti non privati. Una clinica ha interesse a fatturare oggi, non svilupperà mai ricerca di lungo periodo.

    Il lungo periodo

    La crisi degli anni ’30 dimostrò che il mercato, da solo, non sarebbe riuscito a rimarginare le ferite. Anche i liberisti più estremi ammettevano che solo nel lungo periodo si sarebbe tornati a un punto di equilibrio. Da qui la celebre battuta di Keynes, molto attuale oggi: nel lungo periodo saremo tutti morti.
    Oggi si scopre il danno che comporta essere un paese individualista. La prova sono i padroncini della Lega calcio che solo per decreto accettano le porte chiuse, inizialmente rifiutate per non perdere gli incassi dei biglietti degli stadi.

    L’emergenza fa scoprire i danni dell’indivualismo e del localismo

    Si sta cambiando rotta solo provando quello che si vive tutti i giorni in periferia, tra le famiglie a basso reddito, nel Meridione, tra i lavoratori migranti. Anche i ricchi oggi sperimentano la paura di morire perché non hanno sufficienti difese.
    Se questo sarà solo una intervallo di interesse collettivo in un mare di egoismo privato lo scopriremo in futuro. Il segnale d’allarme è stato il peggiore possibile

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