Forze politiche che speculano sulla paura dell’immigrazione. Una piattaforma che raccoglie dati e diffonde viralmente contenuti, guadagnandoci. Una scienza che determina il comportamento a partire dai dati. La ricerca scientifica sulle nostre paure. Non è solo una campagna d’odio contro i migranti. È la fine dell’informazione e della razionalità

     

Un uomo in motorino tiene un gatto per la zampa. Qualcuno, da dietro, lo fotografa. Soltanto un indizio, può fare pensare a un migrante: una mano scura. Ma è appunto un indizio.

È il 19 settembre, siamo a Rosarno. Da uno scatto con lo smartphone parte una violenta campagna social che coinvolge gruppi razzisti, “chat tra amici” e testate come “il Messaggero” e “il Giornale”.

Appena un indizio scatena troppe certezze

I due media scrivono cose molto simili: “Orrore, un immigrato trascina gattino tenendolo per la zampina”. E il quotidiano romano: “Sono immagini orribili quelle che arrivano da Rosarno, dove uno straniero ha trascinato un gattino dalla sua motocicletta”.

È lo stesso tono dei post su Facebook, che scatenano un’ondata di indignazione contro la brutalità dei migranti. Accusati di essere bestie, di mangiare animali domestici, di portare nel nostro Paese le loro nefaste abitudini. Il post è lanciato da una volontaria animalista che, dopo una serie di frasi sgrammaticate aggiunge: “Lo avrei messo direttamente sotto la macchina”.

Tante certezze, però, si sgretolano dopo qualche domanda:

  • come si può essere certi che la persona fotografata fosse un migrante?
  • chi assicura che il gatto fosse vivo? Secondo alcuni testimoni era morto e la persona sul motorino lo stava semplicemente spostando, perché nessun altro aveva voluto farlo.
  • anche se fosse stato un migrante particolarmente crudele, perché dovrebbe essere valido il sillogismo che attribuisce a tutti i migranti un simile comportamento?

Fino a pochi anni fa era di moda il “Citizen journalism”, l’idea che qualunque cittadino armato di fotocamera potesse diventare un giornalista sul campo. Questa utopia è miseramente naufragata sulla necessità di verificare, interpretare, approfondire, capire. Un video di un terremoto può essere una notizia, ma non è molto esteso il campo delle informazioni “autoevidenti”.

“Sono immagini orribili quelle che arrivano”

La foto dell’uomo col gatto è un esempio indicativo. Va verificata, approfondita, interpretata. Invece siamo arrivati all’opposto. Le testate tradizionali si comportano da social network: riprendono un’immagine senza fonte, assegnano un giudizio senza prove, scatenano l’emotività dei loro lettori.

Psicometria e paura

E qui arriviamo a un concetto chiave: la paura per l’immigrazione può essere facilmente imposta in maniera irrazionale. È qualcosa che è sempre avvenuto. Ma oggi le forze politiche xenofobe hanno a disposizione due strumenti straordinari. I “big data” e la psicometria. L’enciclopedia Treccani la definisce come “l’insieme dei metodi d’indagine psicologica che tendono al raggiungimento di valutazioni quantitative del comportamento umano o animale”.

Avendo a disposizione un enorme numero di dati sul comportamento, le forze politiche possono orientare i messaggi e ottenere una determinata azione. È una tecnica usata nel marketing e nella pubblicità, per stimolare il comportamento finale: l’acquisto.

Qual è la tua paura più grande?

Ma anche la politica sta imparando a usarla. Voglio scatenare la paura del nero invasore? Analizzo i dati di Facebook e scopro quali comportamenti determinano una paura incontrollabile.

In “1984“, Orwell immagina una polizia politica che indaga, per ogni sospetto, sulla sua paura più grande. “Puoi torturare la gente, le puoi strappare le unghie o i testicoli, ma c’è sempre qualcuno che non arrende, e non puoi sapere in anticipo chi sarà. Ma una volta individuata la principale paura di un individuo è fatta”, commenta Emmanuel Carrère in “Vite che non sono la mia”.

Magari pensiamo che la principale paura sia qualcosa del tipo “prenderanno le nostre donne”. Ma i dati possono dire: “mangiano i nostri animali domestici”. Portano le loro abitudini e mettono in pericolo il nostro stile di vita. Sono “cattivi selvaggi”.

Come si ottengono i dati? Non serve il consenso di Facebook, basta uno script di scraping. Cioè un programma che faccia una scansione di  contenuti, accumulando dati che potranno essere analizzati in un secondo momento. Cosa ottiene più like? Quale contenuto è più visualizzato?

Non è un caso che sia partita una campagna su Bibbiano. Nelle stesse settimane, gli esponenti del Pd potevano essere accusati di complicità con la ‘ndrangheta (Reggio Calabria) e corruzione (Umbria). Ma l’accanimento è avvenuto sul caso in cui erano meno coinvolti. Per un semplice motivo: quale paura più grande di quella che ci tolgano i nostri bambini?

Dopo aver individuato la paura, scatta il meccanismo della diffusione. Avviene in tre modi:

  1. gruppi organizzati di militanti o professionisti che diffondono il contenuto facendolo diventare virale;
  2. bot automatizzati che sfruttano i buchi di Facebook per postare in modo meccanico;
  3. utenti che autonomamente decidono di diffondere i post stimolati dal loro aspetto emotivo.

In questo modo un singolo contenuto può raggiungere milioni di persone in poche ore. Sono numeri da televisione, con in più l’idea che stai accedendo a informazione libera, censurata dal sistema, nascosta dai potenti. Perché il link l’ha postato il tuo amico, l’hai visto su un sistema di pari, chi l’ha diffuso non mostra nessun interesse particolare, non è pagato per farlo e così via.

Questo meccanismo è molto pericoloso perché non ha nulla a che fare con la realtà. L’idea che “loro” ammazzano i gatti e li trascinano stecchiti sul motorino, l’idea fotografica, è rimasta nel cervello di milioni di persone. Molto più delle smentite.

Ma potrebbe essere vero

La realtà, la razionalità, azioni come sfatare i luoghi comuni o demistificare le bufale sono armi spuntate. Abbiamo che fare con l’emotività. Lo dimostra un commento molto diffuso: ”È falso? Ma potrebbe essere vero”. Perché loro sono così, fanno queste cose, questa è una prova fotografica. E anche se è falsa, è verosimile: perché loro sono così. Un circolo vizioso.

Questi due commenti sono molto indicativi:

  • Ha spostato il gattino morto? “Un personaggio molto sensibile, troppo sensibile e infatti non ci credo”.
  • “Un italiano l’avrebbe messo in un sacchetto di plastica”.

Uno strumento di manipolazione così potente non si è mai visto. E la cosa peggiore è che l’azienda Facebook, dai post che fomentano odio così come dalle smentite razionali, incassa sempre buoni profitti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.