“Il caporale non ci avrebbe fatto lavorare di più”. Sotto accusa l’agenzia interinale di Paola Clemente

5 Febbraio 2016 · 2 min di lettura

Per la prima volta un’agenzia interinale finisce sotto accusa, come fosse un caporale. Paola Clemente (la bracciante pugliese morta quest’estate), infatti, lavorava in condizioni apparentemente regolari. Ma per la Procura di Trani i mediatori sono comunque colpevoli di intermediazione illecita ed estorsione.

La donna aveva, per lo meno sulla carta, un regolare contratto di lavoro che avrebbe dovuto portarle in tasca circa 50 euro al giorno. In realtà, ha raccontato il marito nella denuncia presentata alla procura di Trani, a casa ne portava non più di 27.

Si tratta di un sistema ormai noto come lavoro grigio: si apre il contratto di ingaggio. Poi in caso di controlli, si registra la giornata. Altrimenti no. Le ore di lavoro rimangono in nero.
Paola e le altre colleghe erano minacciate di licenziamento. L’aspetto positivo è che  – dopo un silenzio iniziale – stanno denunciando le condizioni in cui lavoravano.

Ecco perché tra legale e illegale non c’è una enorme differenza. Il trucco è usato dal Piemonte alla Puglia e garantisce sfruttamento selvaggio anche nei casi in cui non è presente un caporale.

Spesso è necessario applicare il reato di estorsione, difficile poi da dimostrare, perché manca una legge organica sullo sfruttamento lavorativo. Gli ultimi provvedimenti sono stati spesso presi sull’onda dell’emotività, si sono sovrapposti a norme esistenti. Il legislatore aveva quasi sempre in mente ghetti, immigrati irregolari e caporali stranieri, dimenticando che questi sono solo gli aspetti estremi di un modo di produzione che coinvolge anche l’economia legale.

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