I dannati della terra: Fanon parla ancora. E fa ancora paura

6 Maggio 2026 · 4 min di lettura

Il capolavoro del 1961 di Frantz Fanon resta una delle analisi più lucide e scomode del potere coloniale. Un libro profetico, controverso, e più attuale che mai — soprattutto nel capitolo finale, dove i torturati parlano in prima persona

I dannati della terra
I dannati della terra

Ci sono libri che non invecchiano. Non perché siano eterni nel senso consolante del termine, ma perché il mondo che denunciano non è ancora finito. I dannati della terra di Frantz Fanon, pubblicato nel 1961 con prefazione di Jean-Paul Sartre, è uno di questi. Psichiatra martinicano, militante del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, Fanon scrisse questo saggio sapendo di stare per morire di leucemia. Aveva 36 anni. L’urgenza si sente in ogni pagina.

Un’anatomia del colonialismo

Il libro non è un pamphlet. È un’autopsia. Fanon seziona il sistema coloniale con la precisione di un medico e la rabbia di chi quel sistema lo ha vissuto dall’interno — prima come colonizzato, poi come psichiatra in un ospedale algerino dove curava, contemporaneamente, le vittime della tortura francese e i loro torturatori.

La sua tesi centrale è chirurgica: il colonialismo non è solo sfruttamento economico. È una violenza ontologica. Nega l’umanità del colonizzato, lo rinchiude in una zona di non-essere. E la decolonizzazione — sostiene Fanon — non può essere un processo graduale e pacifico, perché la violenza non è stata graduale e pacifica. «La decolonizzazione è sempre un fenomeno violento», scrive. È la frase più citata, spesso fuori contesto, spesso usata per screditarlo.

L’attualità che brucia

I dannati della terra
I dannati della terra

Leggere Fanon nel 2025 produce un effetto straniante e preciso. Le sue analisi sulle élite nazionaliste africane che, dopo l’indipendenza, si limitano a sostituire il colonizzatore bianco senza smontare le strutture di potere, sembrano scritte osservando i governi postcoloniali contemporanei. Il capitolo sui partiti politici e sulla borghesia nazionale è una profezia avverata decennio dopo decennio — dal Congo alla Costa d’Avorio, dal Mozambico alla Nigeria.

Anche la sua analisi del razzismo come strumento di governo, e del modo in cui il colonizzato interiorizza la propria inferiorità, anticipa ciò che oggi chiamiamo danno psicologico sistemico.

Il libro e il contesto

Sarebbe disonesto presentare il libro senza segnalarne i limiti. Il più evidente è la marginalizzazione delle donne. In Fanon, il soggetto della decolonizzazione è quasi sempre maschile. Le donne algerine appaiono brevemente, spesso strumentalmente.

C’è poi la questione della violenza. La legittimazione della violenza rivoluzionaria di Fanon — accolta con entusiasmo da alcuni movimenti degli anni ’60 — ha prodotto letture pericolosamente semplificate. Fanon non glorificava la violenza per sé: la analizzava come risposta strutturale a una violenza pre-esistente e sistematica. La differenza è enorme, ma si perde facilmente nelle sintesi.

Il capitolo finale: quando i torturati prendono la parola

La parte più impressionante del libro, e la meno citata, è l’appendice clinica: Guerre coloniali e disturbi mentali. Qui Fanon abbandona il registro teorico e porta le cartelle cliniche. Casi reali. Voci reali.

Un militante algerino che dopo le torture subite non riesce più a dormire, vede i volti delle vittime. Un ragazzo europeo di quattordici anni, figlio di coloni, che ha assistito all’assassinio del suo amico algerino da parte di agenti francesi, e sviluppa una psicosi acuta. Una donna algerina che non riesce più a parlare dopo essere stata torturata davanti al marito. Un ufficiale francese che torturava di giorno e di notte non riusciva a smettere di sentire le urla.

Il colonialismo annichilisce il passato del popolo oppresso

Questi casi non sono illustrazioni. Sono la prova che Fanon non teorizzava dall’esterno. Stava descrivendo corpi — corpi algerini e corpi francesi — distrutti da un sistema che non lasciava intatta nessuna delle due parti. «Il colonialismo — scrive — non si accontenta di tenere il popolo nella sua morsa e di svuotare il cervello del colonizzato di ogni forma e ogni contenuto. Per una sorta di logica perversa, si volge verso il passato del popolo oppresso e lo distorce, lo sfigura, lo annichilisce».

Leggere queste pagine oggi non è un esercizio accademico. È un confronto diretto. Oggi che il colonialismo in Europa è allo stesso tempo banalizzato nel ricordo – “gli abbiamo fatto le strade” – e praticato nelle politiche migratorie, veri strumenti di apartheid e sottomissione che distinguono tra diritto del sangue e ospiti da sfruttare.

Perché leggerlo adesso

I dannati della terra non è un libro facile da amare. È un libro difficile da ignorare. Chiede al lettore europeo di stare scomodo, di riconoscere che il benessere di certe società è stato costruito su fondamenta che ancora esistono, anche se ci piace dire che il colonialismo è finito. Fanon non offre soluzioni. Offre una diagnosi. E come ogni diagnosi precisa, fa male — ma è il primo passo per guarire.


Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi (edizione italiana). Prefazione originale di Jean-Paul Sartre; nelle edizioni più recenti, prefazione di Homi K. Bhabha.


 

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