La gig economy coinvolge almeno 600mila persone con uno stipendio medio di 346 euro. Sono i lavoratori poveri. Formalmente autonomi, spesso di mezza età o migranti. Hanno il peso di un debito o del permesso di soggiorno. Dopo la crisi del 2008 le multinazionali – 50 società con una manciata di dipendenti – hanno “investito” anche in Italia. Sfruttando la disperazione

    “Dicono che è un lavoro per studentelli ma poi ci lavorano i padri di famiglia”.  A.B. non è certo “un giovane con la passione per la bicicletta”, come vuole il luogo comune sui rider. Ha 57 anni. È un disoccupato di lunga data. Dopo una lunga serie di curricula inviati e “le faremo sapere”, si è rivolto all’unico settore con la porta sempre aperta. Il food delivery.

    Il mondo gig

    “Sono laureato”, dice A.A., milanese. “Ho fatto diversi lavori nella comunicazione, sempre da precario. Adesso faccio lo shopper, cioè il rider che consegna a domicilio la spesa. Ho 36 anni. L’idea che questo è un lavoro per studenti italiani è una grandissima fesseria”

    Questo concetto è confermato da almeno tre fonti autorevoli: Università Statale di Milano, Inps e Fondazione Debenedetti. I risultati delle loro ricerche sono identiche. La gig economy non è roba da giovani alle prime armi. Non è un neanche un secondo lavoro per arrotondare. Spesso è l’ultima spiaggia.

    Per molti la gig economy non è l’occasione per arrotondare. È l’ultima spiaggia

    Il primo studio si intitola: “I riders, una ricerca di carattere ricognitivo”. Afferma che i fattorini che operano a Milano “sono in maggioranza tra i 22 e i 30 anni, maschi, di origine straniera e le consegne a domicilio sono la loro prima, e spesso unica, fonte di reddito”. Curata dai docenti della Statale di Milano Luciano Fasano e Paolo Natale, la ricerca risale all’inizio del 2019 e riguarda 218 lavoratori. Il 66 % degli intervistati è straniero, soltanto il 14% è laureato, gli studenti sono appena il 15%. Metà vive di lavoro autonomo occasionale, il 12% ha la partita Iva, quindi un’attività più continua. Infine, soltanto il 31% conosce l’italiano.

    Un sondaggio rivolto da Deliveroo ai suoi fattorini rovescia il quadro. Almeno metà sarebbero studenti italiani. Ma, allargando lo sguardo al complesso della gig economy, il contesto cambia radicalmente.

    Secondo il rapporto annuale Inps 2018, l’economia dei “lavoretti” coinvolge tra 589.040 a 753.248 persone. I rider sono appena il 12%. Non è facile ottenere un numero esatto perché i cambiamenti sono quotidiani. Infatti, c’è chi svolge due lavori e chi aspira a cambiare rapidamente per un lavoro più stabile.

    Il ritratto del lavoratore “gig” è quello di un uomo di mezza età, che si arrangia con più lavori ma rimane povero

    Ovvio, se si pensa che lo stipendio medio è di 346 euro. Soltanto in 137-175mila dichiarano che quello “gig” è l’unico lavoro.  Una sola attività non basta con salari mensili che arrivano – quando va bene – a 500 euro. E così abbiamo il paradosso di persone che si riempiono la settimana di lavori di ogni tipo, spesso a cottimo o a compensi ribassati, per poi rimanere poveri. Il 54,6% dei lavoratori guadagna meno di 8mila euro l’anno dai mestieri gig.

    AnniPercentuale
    18-24 10 %
    25-2910 %
    30-3930%
    40-4930%
    50-6420%
    Fasce d’età nella gig economy. Fonte: Inps, Rapporto Annuale 2018

    Non è dunque un settore che permette di arrotondare, ma un girone infernale da cui è difficile uscire. Anche per l’età dei lavoratori coinvolti. I giovani infatti sono in minoranza. La fascia dei 18-29 anni rappresenta il 10%. Solo metà sono studenti. Il doppio (20%) sono gli over 50. Il 30% dei lavoratori si trova nella fascia di mezza età, tra 49 e 50 anni. Le testimonianze che abbiamo raccolto confermano la loro presenza.

    I cottimisti

    Sono ex-qualcosa. “Ex-carpentieri, ex-macellai, ex-impiegati, ex-tassisti. Padri, per lo più. Sono quelli che hanno perso il lavoro negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008”. All’inizio del 2020 l’insegnante Marco Andreoli decide di vivere “Cento giorni da glover” a Roma. Un po’ per curiosità sociologica, un po’ per arrotondare. Il suo racconto si sofferma sulla categoria degli “italiani in moto (40-50 anni)”. Vittime della crisi, “magari adesso, insieme agli alimenti, devono pagare anche un paio di affitti e le tasse universitarie dei figli. Più lavorano e più sono stanchi. E più sono stanchi e più lavorano”. 

    A.A. da Milano racconta la stessa categoria dall’altro lato della penisola. Li chiama i cottimisti. “Hanno spesso e volentieri un trascorso tribolato, hanno l’esigenza di monetizzare, magari dopo un’azienda fallita, magari devono pagare dei debiti piuttosto che due matrimoni alle spalle o dei figli. Pagando lo scotto di lavorare tantissime ore, raggiungono dei buoni guadagni”.

    Vittime della crisi, con figli a carico e un debito da saldare. Più lavorano e più hanno bisogno di lavorare. Sono favorevoli al cottimo

    “I cottimisti sono molto individualisti, pensano al proprio e non ragionano in prospettiva”, dice A.  “Razionalizzando, si renderebbero conto che guadagna più o meno come un subordinato, 7-8 euro l’ora, senza i diritti del lavoratore dipendente”.

    Questa categoria è un muro contro le rivendicazioni dei sindacati. Non aderiscono agli scioperi e sono ferocemente contrari alla fine del cottimo. Vedono la possibilità di guadagnare in proporzione alle ore e all’impegno come una scorciatoia per uscire dal baratro in cui sono precipitati. Per dimostrare che la loro vita non è finita da perdenti in sella a un motorino.

    Tre categorie

    Il lavoro “gig” può essere diviso in tre categorie. La prima è la prestazione on demand. In questo caso l’organizzazione delle prestazioni lavorative è determinata dall’algoritmo. La consegna di cibo è l’esempio più noto. Ma non è certamente l’unico. Un’app come Task Rabbit – acquistata da Ikea nel 2017 – assegna ai suoi utenti compiti di ogni tipo: pulire un bagno, montare un tavolo, riparare un tubo che perde.

    Ancora più fantasioso il compito offerto da “BeMyEye”. Grandi aziende come Nestlé, Samsung, Ferrero, L’Oreal hanno bisogno  di “occhi” sul territorio. Così gli utenti sono mandati a spiare i negozi negozi nelle vicinanze. Dovranno scattare foto agli scaffali per mostrare come sono esposti alcuni prodotti. La piattaforma, a sua volta, manderà i rapporti ai committenti. Così le grandi aziende raccolgono – a basso costo – dati sulla loro presenza territoriale.

    App based, crowdwork e asset rental. Sono le nuove modalità di organizzazione del lavoro

    La seconda categoria è il crowdwork, letteralmente il “lavoro della folla”. Ormai da anni, siti come Amazon Mechanical Turk assegnano agli utenti piccoli task ripetitivi pagati cifre molto basse. Altri si rivolgono a informatici o traduttori per l’esecuzione di lavori a distanza. In generale si scatena una corsa al ribasso globale, perché il lavoro potenzialmente può essere svolto in qualunque luogo del mondo.

    Ultima sezione, infine, è quella dell’asset rental. Un esempio chiarisce il concetto: AirBnb. È la sharing economy propriamente detta. Si affitta un bene di proprietà mettendolo a valore. E si crea una catena di subappalti al ribasso, come le attività di accoglienza e pulizia degli appartamenti.

    Circa metà delle imprese della gig economy non ha lavoratori in Italia e non paga tasse e contributi

    L’Inps ha creato un elenco di 50 società riconducibili alla gig economy. Come abbiamo visto, direttamente o indirettamente, sono coinvolti grossi nomi dell’economia globale. Che però si comportano come gli ultimi operatori del sommerso. Secondo l’istituto previdenziale, nel 2017, 22 aziende su 50 non dichiaravano lavoratori in Italia. Ovvero il 44%.  Altre 17 davano lavoro a 661 dipendenti, mentre undici avevano sia contratti subordinati (288) che collaboratori (1.841). 

    CategoriaEsempio
    App based
    L’utente esegue un lavoro assegnato tramite app
    Deliveroo
    Crowdwork
    Gli utenti gareggiano per ottenere un task,
    Amazon Mechanical Turk
    Asset Rental
    L’utente mette a reddito un suo bene
    AirBnb
    Le categorie della Gig Economy

    Si tratta dunque di un settore che offre poco alle casse previdenziali italiane, pur prendendo molto. In più, molti lavoratori non sono tenuti alla contribuzione, perché non arrivano a redditi superiori ai 5mila euro. E che tante piattaforme hanno sede all’estero o in paradisi fiscali. Per cui le loro attività sfuggono a fisco e Inps.

    I migranti

    “Il lavoratore migrante è il più ricattato, ha bisogno di lavorare, prende tutte le ore che riesce. Alcuni fanno 30-40 ore. Ragazzi africani che vengono dagli Sprar o dai Cas fanno inizialmente 10-12 ore a settimana, soprattutto per Uber Eats o Glovo. Lavorano poco perché entrano con difficoltà nel meccanismo” spiega A.A.

    Secondo Andreoli i migranti si dividono in tre categorie, in base alla zona di provenienza e al mezzo che usano. Subsahariani in bicicletta. Magrebini in motorino. Sudamericane in macchina.

    I primi hanno tra 20 e 25 anni. In genere non parlano molto, né con i ristoratori, né tantomeno con noi colleghi. Probabilmente per limitazioni linguistiche. Poi ci sono i maghrebini in motorino (25-30 anni), sono invece “in genere sono ridanciani e logorroici. Macinano chilometri. E lavorano anche 13 ore al giorno, che poi è il limite massimo”. Infine le sudamericane in macchina (40-50 anni). “Boliviane, Cilene, Peruviane, Messicane. Donne di mezza età, spesso con la borsetta da passeggio e il trucco a posto”.

    Ma il problema vero è che quando si arriva all’ultimo girone – senza documenti, nel Sud Italia, in nero – anche uno stipendio da rider può sembrare una svolta.

    “Sai, professore, quanto prendevo, quando facevo il muratore giù a Caserta?”, chiede un rider straniero ad Andreoli. “Te lo dico io: 35 euro al giorno. Tutto in nero. E sai quanto ho guadagnato con Glovo il mese passato? 2200 euro. Sto tutto il giorno in motorino, certo. La schiena, prima o poi, mi si spaccherà in due. E se cado o se mi rubano tutto, è un problema mio. Ma tu, professore, tu te l’immagini quanto m’è cambiata la vita?”