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Ghetto. Il laboratorio dello sfruttamento

laboratorio dello sfruttamento

Dal lavoro agricolo stagionale al “volontariato” dei richiedenti asilo, dal ricatto del permesso di soggiorno fino ai voucher, i migranti sono l’oggetto di un esperimento sociale di massa: comprimere diritti e salari a partire dai soggetti più deboli. Resi più deboli da precise politiche

     

Quando alcuni polacchi arrivarono a Rosarno, nessuno si allarmò. Erano i primi anni ‘90. “Raccogliere le arance? È un lavoro che gli italiani non fanno più”.

Qualche anno dopo, oltre mille africani dormivano in una enorme fabbrica col tetto sfondato. Molti andavano a vedere quello spettacolo inconsueto di casupole fatte con i cartoni dentro un parallelepipedo di amianto. Ma trovavano un’ottima spiegazione. “Sono neri, dunque sono poveri”.

Arrivarono le prime organizzazioni umanitarie e commentarono: non abbiamo visto una cosa del genere neppure in Africa. Però tutti gli altri etichettarono come “emergenza” la raccolta degli agrumi e anche quel passaggio fu digerito.

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La fabbrica, una dei primi insediamenti abitativi dei braccianti di Rosarno

In pochi compresero una rottura importante: un’attività lavorativa poco remunerata era gestita con gli strumenti adatti a un’epidemia, un terremoto, un conflitto armato. Anziché aumentare la remunerazione, intervenire sulle storture della filiera, aprire una vertenza con le controparti aziendali, si agiva a valle: sulle conseguenze. A spese della collettività.

Infatti dopo arrivarono quelli della Protezione civile. E l’emergenza divenne annuale. Emergenza permanente è un ossimoro tutto italiano.

Oggi i braccianti sono controllati con le impronte digitali (grazie a sistemi di sicurezza coreani), videosorvegliati e piantonati dalla polizia. In un paese ossessionato dal tema securitario, braccianti stranieri negli anni aggrediti e sfruttati sono diventanti essi stessi un pericolo.

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La nuova tendopoli videosorvegliata a San Ferdinando

Rosarno e tutti gli altri ghetti non sono la periferia, il margine, ma il centro dell’economia globalizzata che abbassa i costi della produzione del cibo ricorrendo a braccia a basso costo, rese ricattabili da leggi concepite per regolare il mercato del lavoro (praticamente tutte le leggi sull’immigrazione regolano il mercato del lavoro e non gli ingressi).

I ghetti non sono il margine, la periferia. Sono il laboratorio dello sfruttamento che a breve coinvolgerà gli italiani

Eppure continuiamo a vedere i ghetti come un problema da risolvere, non come la spia di una questione molto più ampia. Che ci riguarda tutti. Il ghetto, nella sua accezione più ampia, è il laboratorio dello sfruttamento. Nei ghetti si sperimenta l’annullamento dei diritti e si anticipa il nostro futuro. I diritti dei braccianti che vengono da Africa o Est sono anche i nostri.

Qualche esempio? I voucher. Sono nati come applicazione della legge Maroni – Biagi nel 2003, pensati per pagare il “lavoro accessorio”. Il loro utilizzo rimane del tutto marginale per sei anni, finché si estende l’ambito del loro utilizzo alle “attività agricole di carattere stagionale”.

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Il ghetto di Foggia visto dal satellite

Nel 2012, col governo Monti, l’utilizzo è esteso a ogni tipo di prestazione accessoria. In pratica, nel 2008 l’uso dei voucher coinvolgeva circa 24mila lavoratori. Nel 2015 erano un milione e quattrocentomila. Diventano così un tema del dibattito nazionale, oggetto di un referendum evitato di un soffio.

Nel 2015 è iniziato il programma governativo “#diamociunamano”. Un’idea all’inglese: sostituire il welfare con il workfare. In pratica si condiziona il sostegno al reddito all’impegno in attività socialmente utili. Con circa 100 progetti avviati, è sostanzialmente un fallimento.

Dal lavoro gratis per i rifugiati ai voucher, i migranti hanno sperimentato per primi l’annullamento dei diritti

Da qualche anno, parallelamente, si sperimenta il lavoro gratis degli immigrati ospitati nei centri di accoglienza. Sono persone in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo. Non “parassiti che mangiano e dormono”. Però è sempre più diffusa l’idea che “devono restituire quello che gli diamo”.

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Cassette per la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro

Così in tutta Italia, specie nell’area dalla Toscana al Nord Est, sono decine i comuni che fanno spazzare le strade ai richiedenti asilo. Prima nella totale illegalità, poi con una debole copertura (una circolare ministeriale) e infine con la sanatoria del provvedimento Minniti. Una ferita ai diritti di tutti “garantita” dalla ferocia insipiente dell’opinione pubblica.

Chi rifiuta un lavoro sapendo che rischia l’espulsione? Così i migranti sono da anni un esperimento sociale di massa

Usando i soggetti in assoluto più ricattabili, gli enti locali possono in parte rimediare alla cronica mancanza di fondi. L’idea è semplice: usare fasce di popolazione bisognosa (migranti a cui servono i documenti; indigenti che hanno bisogno di sussidi) per lavori non più “retribuibili” dagli enti pubblici.

Ma l’esperimento madre è quello del documento. Il permesso di soggiorno è da anni condizionato al contratto di lavoro, creando un circolo vizioso di debolezza e ricattabilità. Un orrendo esperimento sociale di massa che fornisce lavoratori indeboliti alle aziende. Chi rifiuta un lavoro se può servire – oltre che a vivere – anche a evitare un’espulsione?

Fotogalleria. Ghetti e lavoro

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.