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  •    Ghetti di Stato. Tra emergenza e improvvisazione

Da anni le raccolte agricole in Italia sono gestite come un’emergenza. Le prefetture costruiscono centri d’accoglienza, campi container e tendopoli per migranti. Ogni anno, però, si inizia da zero. In ogni territorio cambiano i criteri di accesso e di gestione. Le aziende non pagano mai i costi. Anche se usano i lavoratori “accolti”

Tende blu e cucine da campo, transenne e reticolati, kit medici, pasti precotti e volontari con la pettorina. Non è un paese terremotato, ma la raccolta degli ortaggi e della frutta. Da una ventina d’anni, in Italia, le raccolte sono affare di Protezione civile e prefetture. Come fosse un cataclisma.

Il soggetto che agisce, in ultima analisi, è il Ministero dell’Interno. Ma gli interventi, nello spazio e nel tempo, sono sempre diversi. I territori interessati sono Saluzzo, Canelli, Piana del Sele, Palazzo San Gervasio, Foggia, Nardò, Rosarno, Cassibile, Alcamo, Campobello di Mazara.

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La nuova tendopoli di Rosarno (2017)

A Saluzzo, provincia di Cuneo, parte dell’accoglienza è stata a carico delle aziende. Al Sud le parti datoriali sono letteralmente invisibili. Dare un tetto ai propri lavoratori? Fuori discussione. Spesso le aziende non sono chiamate neppure ai tavoli in Prefettura. Per il senso comune l’interlocutore è lo Stato, anche se sono i privati a beneficiare della manodopera “accolta”.

Praticamente ovunque, ogni anno si azzera tutto. È sempre la prima volta. Ci sono situazioni che si trascinano da 25-30 anni, ma i media parlano di “emergenza”.

Le aziende utilizzano i lavoratori, ma l’accoglienza è a carico della collettività

Ci sono centri di accoglienza che, ogni volta, non si sa se aprono o no. Anche se la stagione è iniziata, le istituzioni si palleggiano le responsabilità. È successo persino di vedere tende impiantate a stagione finita. Spesso i ghetti nascono con baracche autocostruite intorno alle tende della protezione civile. In un paio di casi, qualche anno fa, a Saluzzo e poi a Rosarno, erano così fredde che gli africani hanno preferito farsi casette di carta e plastica, più adatte all’inverno.

Ci sono tendopoli ricostruite due o tre volte (costruite, lasciate marcire, rifatte). Oppure campi container nati con capienza limitatissima e quindi inutili già dall’inizio. Ci sono strutture nate come Cie (centri di espulsione) e poi riadattate a centri di accoglienza.

L’improvvisazione è la regola. Una volta in Piemonte un privato e regalò generosamente un tendone, salvo poi riprenderselo perché gli serviva per un matrimonio.

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Lo smantellamento di un campo a Saluzzo

In qualche campo si può cucinare, in altri ci sono costosi (per la collettività) servizi di catering. Spesso si cucina all’italiana, tanta pasta, un cibo sgradito. Nei ghetti, se c’è un problema che non esiste, è proprio quello dei pasti. Solitamente, chi rimane senza lavoro è incaricato della cucina. Spesa all’MD (riso, pollo, olio di semi, qualche spezia), un fornello a gas e un pentolone. Una colletta la mattina, razioni per tutti all’ora di pranzo. Così si ottimizzano le risorse. Il servizio mensa a pagamento non è mai una buona idea.

Il paradosso del caporalato. Spesso le strutture statali sono un serbatoio per gli schiavisti

Altro problema sono i criteri di accesso. Praticamente tutti i luoghi sono riservati ai regolari, ma c’è chi chiude un occhio oppure inventa formule intermedie (“non puoi dormire ma puoi fare la doccia”). La maggior parte dei campi è ad accesso gratuito ma alcuni chiedono una quota giornaliera simbolica (simbolica per noi, per un bracciante anche due euro al giorno sono una cifra significativa).

Poi c’è il paradosso del caporalato: se i campi sono fuori dal giro dei caporali, nessuno ci va. Ma se diventano il punto di smistamento dei caporali, è lo Stato che crea un “servizio” per gli sfruttatori.

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Ai margini del Ghetto di Rignano Garganico (Fg)

Ci sono campi che sono contemporaneamente fuori dai centri abitati e lontano dai luoghi di lavoro. Altri costruiti appositamente sotto il cavalcavia dell’autostrada per non disturbare i bravi cittadini. In una circostanza, per non disturbare i visitatori della fiera delle vacche, il campo di Saluzzo fu nascosto con pannelli di legno.

Praticamente nessun campo organizza servizi di assistenza legale oppure fa informazione sui diritti sindacali. Ricordo in tal senso solo l’esperienza della Masseria Boncuri, a Nardò, provincia di Lecce, mai ripetuta. Anche gli altri servizi (sanità, corsi di italiano) dipendono dal caso: se ci sono Ong sul territorio, associazioni, volontari, bene. Altrimenti poco o nulla.

A Saluzzo usarono pannelli di legno per non disturbare la fiera delle vacche

Anche per la gestione si passa da un estremo all’altro: ci sono stati campi della Protezione civile lasciati al totale abbandono, specie fuori stagione di raccolta; altri con criteri da collegio (“non si fa politica”, “si rientra alle 22”).

Poi, come al solito in Italia, ci sono le leggi inapplicate. Un vecchio articolo della Bossi-Fini prevede l’obbligo dell’accoglienza per i datori di lavoro. Ma fin dall’inizio è rimasto lettera morta.

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Il ghetto di Rignano (Fg)

E poi ancora ci sono le truffe di massa. C’è uno strumento nato per evitare l’indigenza dei braccianti. La disoccupazione agricola. Ne ha diritto chi accumula 51 o 101 giornate all’anno. I migranti non ci riescono mai perché vittime del lavoro nero. Tanti italiani ci riescono sempre, perché sono dentro il meccanismo delle truffe. Anche se i campi li vedono da lontano.

I ghetti che ospitano da 100 a 2000 persone. Le modalità sono quasi sempre uguali: a inizio stagione di raccolta (o a stagione iniziata) c’è una riunione in Prefettura che coinvolge vari attori, non sempre gli stessi: sindacati, Ong, enti locali, associazioni datoriali. Quindi vengono prese le decisioni, dall’intervento immediato al “lasciar correre” sperando che un’altra stagione passi senza morti e feriti.

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Un tendone a Saluzzo

La domanda è: considerando che il soggetto è sempre lo stesso in tutta Italia (il prefetto, quindi il Ministero dell’Interno), non sarebbe il caso di stabilire criteri unici per tutti i territori? O almeno mettersi d’accordo sui criteri base:

  • il costo dell’accoglienza è a carico delle aziende o soltanto della collettività?
  • il rispetto della legalità riguarda a cascata tutta la filiera o soltanto gli ultimi anelli, a cui spesso vengono chiesti permessi di soggiorno e contratti come requisito per l’accesso?

Ormai siamo abituati a contare morti e feriti. Di freddo, di caldo, di malattie, di incidenti stradali, di incidenti sul lavoro. La raccolta del pomodoro o delle arance non può essere un’emergenza. È una questione sindacale e non si affronta con gli strumenti della Protezione civile. Ma se proprio volete usarli, almeno dategli un senso.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri “Gli africani salveranno Rosarno” (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e “Voi li chiamate clandestini” (manifestolibri 2010), “Zenobia” (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L’Espresso.