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Gabbie d’acqua e diffidenza. Lavoro, identità e segregazione dei tunisini a Mazara del Vallo

mazara del vallo

Descritta alternativamente come isola felice dell’integrazione o “casbah” di misteri e pericoli, la comunità  maghrebina di Mazara è la prima a formarsi in Italia – evidenzia dinamiche tipiche di un’immigrazione “da sud a sud” sempre più problematica. In questo studio sul campo le interviste ai protagonisti della comunità  raccontano un’economia della pesca basata su sfruttamento, diffidenza e bisogno reciproco

Scritto da Pietro Saitta

1. Metodo e oggetto per  una ricerca

 

Le pagine che seguono raccolgono i primi parziali risultati di una ricerca condotta a Mazara del Vallo – nell’estremo lembo della Sicilia, a poche centinaia di chilometri dalla Tunisia – volta a comprendere i modelli d’insediamento dell’estesa comunità di stranieri qui residente.

Lo studio è stato condotto con un approccio etnografico/etnometodologico e utilizzando tecniche di osservazione partecipante.

In particolare sono state curate le relazioni con la nutrita comunità tunisina (3.300 individui circa secondo fonti di polizia; 2572 per l’Istat nel 2001) e quella Rom (articolata in 4 o cinque famiglie allargate, per un totale di 181 individui) presenti nel territorio cittadino.

 

Le metodologie impiegate hanno richiesto un’azione di penetrazione all’interno delle due comunità, che ha spinto i ricercatori coinvolti a minimizzare – per quanto i fini della ricerca lo rendessero possibile – i contatti con gli autoctoni. L’operazione è stata facilitata dalla pressoché totale estraneità degli studiosi al contesto locale. Italiani per nascita e formazione, questi ultimi non hanno però mai vissuto a Mazara: non hanno cioè mai avuto rapporti con personaggi locali, collocati in posizioni chiave o anche soltanto residenti in città.

 

Tale estraneità al contesto ha permesso di selezionare gli individui da contattare e tentare  eventualmente  di conoscere più approfonditamente ed ha consentito in qualche modo di privilegiare l’osservazione di certe reti al posto di altre, per quanto il controllo su questi elementi è limitato dal rischio che individui e reti si autoselezionino. Difatti, se è in qualche modo possibile operare una scelta sul primo anello della catena – cioè sul primo contatto stabilito all’interno di uno spazio sconosciuto – non è possibile controllare altrettanto bene quelli successivi, che rischiano di essere “subiti” dal ricercatore. Il processo, con tutti gli intrinseci limiti, è il medesimo incontrato nei campionamenti condotti con tecnica a valanga (snowball).

Quando non si sa nulla dell’ambiente (se non alcuni dati inerenti a variabili e dimensioni di per sé poco attinenti ai fini dello studio) e vi è dunque necessità di esplorarlo, è una scelta quasi obbligata quella di individuare gli “informatori”, ossia dei personaggi che introducano gli estranei alla comunità ospite, presentando loro altri membri del gruppo o fornendo spiegazioni attorno ad usi e consuetudini dal significato oscuro. Tali figure sono, per così dire, dei filtri: presentano la realtà così come loro la vedono, introducono in modo più o meno conscio gli ospiti agli ambienti che preferiscono o che ritengono più adatti a confermare l’immagine di se stessi e del gruppo che essi hanno deciso di trasmettere. Gli informatori attuano autonomamente una selezione degli elementi significativi della realtà: facilitano il compito dello studioso ma possono altresì provocare delle distorsioni cognitive.

Stando così le cose il ricercatore deve in qualche modo diffidare dai propri pigmalioni, raffrontare le informazioni a cui accede con la realtà che percepisce; mettere continuamente a confronto le parole con i fatti ed anche stabilire contatti variegati con l’ambiente. Avere più informatori diviene allora una strategia utile a limitare le distorsioni, perché permette di comprendere quanto di personale vi sia in una rappresentazione e quanto di collettivo, condiviso e quindi sociologicamente rilevante sia possibile scorgere nelle parole, nei discorsi e nei gesti degli individui assurti ad oggetto di studio. Le più ricorrenti obiezioni alle ricerche qualitative vertono infatti attorno al tema della loro rappresentatività e pongono in rilievo la scarsa rilevanza numerica dei soggetti intervistati. E’ stato notato[1] che mentre le indagini quantitative confrontano l’opinione di centinaia e a volte migliaia di individui presenti su un territorio e possono a ragione vantare pretese di universalità e rappresentatività (per quanto difettino normalmente in capacità di penetrazione e si fermino ad aspetti superficiali dell’immaginario collettivo), le indagini attuate tramite interviste in profondità e altre tecniche qualitative contattano un numero nettamente inferiore di soggetti (ci si ferma a volte ad una decina di interviste) e possono anche dare immagini molto parziali della realtà.

 

Proprio per limitare il rischio di distorsioni, nel corso del presente studio si è scelto di combinare le interviste in profondità a testimoni privilegiati e a membri delle comunità straniere mazaresi con  un periodo di permanenza lungo due mesi nel centro storico di Mazara del Vallo – la cosiddetta Casbah – dove si concentrano in prevalenza gli stranieri. In questo periodo si è vissuto gomito a gomito con individui di origine tunisina e kosovara (rom), limitando i contatti con gli italiani allo stretto necessario (comunicazioni “di servizio”, interviste, rapporti negli esercizi commerciali) e provando, probabilmente senza potervi mai riuscire davvero, a diventare stranieri .

L’approccio impiegato nello studio è di tipo “costruzionista” e “riflessivo”[2].

 

A tal proposito, qualcuno potrà ritenere che la figura dell’osservatore entri a volte un po’ troppo nel testo e che il tono della descrizione sia in certi momenti eccessivamente narrativo. Queste sono però scelte ben precise, che mirano a rendere conto dei processi di costruzione delle interazioni e di raccolta delle informazioni. Soprattutto, il metodo prescelto tende a porre il lettore nella condizione di valutare le circostanze in cui si è svolta l’osservazione e di giudicare plausibilità, limiti, generalizzabilità dei risultati conseguiti e delle conclusioni. Infatti, accompagnare la descrizione con una certa quantità di dettagli (anche apparentemente secondari), far emergere i pregiudizi e i punti di vista dell’osservatore (oltre che dell’osservato), riflettere sullo svolgimento delle interazioni, può aiutare a rendere la ricerca maggiormente “trasparente” e a mettere in rilievo gli elementi “di disturbo” presenti nella rilevazione. Questi ultimi, nei resoconti etnografici classici oltre che nella maggior parte delle ricerche sociologiche di piglio quantitativo, sono spesso sottaciuti tanto perché manca una riflessione intorno ad essi quanto perché la descrizione scientifica tradizionale rifugge dai personalismi e predilige un approccio formalmente “obiettivo”. Proprio tale obiettività, coincidente, secondo i dettami weberiani e quelli più ortodossi in genere, con la “neutralità” tanto del ricercatore quanto dello stile espositivo, sarà in quest’articolo sacrificata in qualche punto, al fine di dar luogo ad una descrizione quanto più possibile fedele delle relazionali che caratterizzano la ricerca e di permettere al lettore di rilevare punti di forza e di debolezza delle analisi esposte.

 

L’ “estraniazione” e la “presa di distanza”[3] – classicamente pratiche raccomandate nelle ricerche etnografiche e qualitative in genere[4] – sono infatti molto difficilmente attuabili, come sa bene chiunque sia disceso sul campo, e la non menzione nei resoconti “obiettivi” di eventuali elementi di perturbazione delle modalità di osservazione è probabilmente più il segno dell’adesione ad uno stile descrittivo che una garanzia della effettiva riuscita del processo di distanziamento. L’accelerazione nel processo di differenziazione sociale (la “complessità”, come la si suole definire) e la diffusione di approcci critici rispetto agli stili etnografici “oggettivi”[5], hanno messo in discussione proprio il carattere di oggettività delle rappresentazioni etnografiche tradizionali e, soprattutto, hanno spinto a guardare all’osservatore non come ad una distaccata presenza nei contesti in analisi, ma come ad uno dei molteplici attori in campo[6]. Da questa nuova coscienza deriva la rinuncia all’ “idea che l’osservatore possa essere invisibile e onnipotente”[7] e soprattutto a quella che il ricercatore possa “chiamarsi fuori rispetto a ciò che avviene nel campo e la sua presenza stimola”[8].

 

Pertanto, anche al fine di valutare l’”attendibilità” del lavoro etnografico, e cioè per misurare la consistenza dei risultati ottenuti tramite certe procedure osservative, è opportuno che il resoconto si faccia “riflessivo”. Infatti è “attraverso la minuta descrizione della relazione osservativa, della forma assunta nei diversi luoghi della cultura in studio dal rapporto osservatore—osservato e dell’evoluzione nel tempo di questa relazione che l’etnografo ha modo di fondare l’obiettività della propria rappresentazione dell’oggetto”[9], così come il lettore di valutare l’adeguatezza di questo giudizio.

L’osservazione condotta a Mazara del Vallo aveva come obiettivo quello di analizzare gli aspetti di integrazione e conflitto connessi alla presenza di una comunità tunisina relativamente stabilizzata e quindi in grado di fungere da polo d’attrazione per i newcomers, a partire dalla frequenza e profondità dei rapporti che uniscono cittadini stranieri e nazionali. Nel corso dello studio sono state indagate le aree del lavoro, della devianza, del tempo libero, della cultura e della religiosità, guardando sempre alla reciprocità delle rappresentazioni e privilegiando il punto di vista degli stranieri (in quanto quello degli autoctoni coincideva più facilmente con la prospettiva all’interno della quale i ricercatori hanno vissuto e risultava perciò più facilmente conoscibile, almeno nei tratti principali).

 

Nelle pagine che seguono incentreremo le nostre riflessioni sulla prima delle dimensioni elencate. Il lavoro, infatti, è tra le attività umane più cariche di connotati simbolici ed è un crocevia di relazioni, pratiche e significati di notevole portata euristica. Esso è il luogo in cui si incontrano persone e saperi, atteggiamenti reciproci e aspettative individuali. Nella nostra prospettiva, gli ambienti di lavoro “plurali”[10] – quelli cioè in cui gruppi etnici lavorano insieme, senza per questo dar necessariamente luogo a compenetrazioni e scambi profondi –  sono osservatori privilegiati dei processi culturali, sia quando danno luogo a integrazione che quando determinano separazione e reciproca esclusione. Nel percorso di ricerca che proponiamo, i numeri, la distribuzione dei lavoratori e quant’altro afferisce  alla statistica in senso lato non rappresenteranno oggetto precipuo di studio. Piuttosto ci si occuperà del lavoro come spazio di relazione. Di luogo, cioè, dove gli attori sociali stanno a contatto, si conoscono e ri-conoscono reciprocamente, trasmettendosi saperi, esperienze e dando vita a  codici comunicativi, continuando tuttavia ad operare in un ambiente socialmente, economicamente, giuridicamente strutturato e pre-determinato.

 

Per la società italiana, raccontano gli studi classici, il lavoro è sempre meno un ambito espressivo e sempre più strumentale. Nell’industria, oltre che nell’edilizia, nell’agricoltura, nella pesca e da un po’ anche nel lavoro autonomo, trovano collocazione molti  degli immigrati che affollano il mercato nazionale del lavoro. Tra questi settori, soprattutto quello industriale è stato nella storia recente il luogo per eccellenza della mobilitazione, dell’ammodernamento culturale, della socializzazione a pratiche e valori innovativi nel portato ideologico. Molte di queste funzioni non sono più assolte, né dalla fabbrica né da molti dei lavori vecchi e nuovi. Lavorare all’interno di un luogo non genera comunemente né identificazioni con la struttura né sentimenti d’affezione. Similmente l’identità rurale, per ricordare un altro elemento portante della cultura nazionale, non esiste quasi più, almeno in rapporto agli italiani. È però possibile che altre funzioni – malgrado i frequenti casi di esclusione –  il “lavoro” continui a esercitarle, anche se non per i medesimi soggetti dei tempi trascorsi. Capita infatti che malgrado la disaffezione comune nei luoghi di lavoro i nuovi venuti – sarebbe a dire gli immigrati –  conoscano l’Italia e le si presentino.

 

Ancora, accade che gli operai locali insegnino loro il significato che conferiscono alla propria attività e gli stranieri lo apprendano  insieme ad altre cose. Ad esempio imparano come lavorare, come interagire con gli ospiti, come diventare cittadini, come affermare i diritti. Inoltre il lavoro resta una dimensione fondamentale della cultura di vaste aree di questo Paese e solo in presenza di esso molti sono disposti a concedere credito e riconoscimento ai vicini. Non a caso, i più diffusi sentimenti di avversione nei confronti degli stranieri sono rivolti verso specifiche etnie, quelle che nel sentire comune sono meno disposti alla fatica e al lavoro. Raramente ci si lamenta ad esempio dei filippini, mentre si è molto poco indulgenti con gli albanesi[11]. I primi sono considerati lavoratori notoriamente affidabili e indefessi, i secondi individui pigri e violenti. In entrambi i casi l’elemento di discrimine è quello che si ritiene essere la differente propensione al lavoro delle due etnie. Chi lavora, nel sentire comune, è “integrabile”; chi non lo fa, è “diverso” e temibile.

Questa è insomma una società che, con tutti i limiti e le eccezioni, si fonda sul lavoro. Lo si ammetta o meno, in modo “convenzionale” o “post-convenzionale”, per usare la felice formula di Habermas,[12] le identità individuali ruotano attorno ad esso. Non si può con facilità essere persona senza essere impegnati nella produzione di beni materiali o immateriali.

Se è vero che il rapporto di ciascuno con i mezzi di sussistenza è uno degli oggetti di cui si compone presso gli italiani il giudizio sociale sul valore degli individui (ed eventualmente delle comunità straniere), è allora plausibile che esso acquisisca una centralità anche nel sistema valoriale dei migranti, rimpiazzando altre tradizionali dimensioni (l’appartenenza etnica, la parentela, ecc.) e divenendo magari parte essenziale dei processi di stigmatizzazione “interna” (quelli adoperati dalle comunità etniche per definire i devianti e i reprobi al proprio interno).

 

 

Per tutte queste ragioni, indagando tale ambito ci aspettiamo di poter ricavare qualche informazione in più tanto sulle dinamiche in corso nel rapporto tra le culture tunisine e italiana, quanto sullo sviluppo di nuove identità collettive, dopo circa trent’anni di contatto all’interno di un’area urbana – quella mazarese – che è tra i luoghi storici di avvio del processo d’insediamento e diffusione dell’immigrazione in Italia.

Quanto alle interviste in profondità – ispirandoci in parte al metodo impiegato dai ricercatori dell’IRES del Friuli-Venezia Giulia per uno studio sui percorsi d’integrazione familiare nella provincia d’Udine (2000, 10-18) – abbiamo ritenuto opportuno impiegare tracce flessibili che mi consentissero di approfondire liberamente eventuali temi imprevisti che avrebbero potuto emergere nel corso dei colloqui, ma che ci permettessero anche di focalizzare vincoli e opportunità  in modo “cronologico” e “descrittivo”, secondo il seguente schema:

 

FASI                                                              ELEMENTI DESCRITTIVI
PRIMA DELLA PARTENZACondizioni di partenza (cultura locale, caratteristiche socio-anagrafiche personali, valutazione del vissuto in patria)
PARTENZA DAL PROPRIO PAESE L’iniziativa/ Il progetto migratorio/ Il periodo storico e personale/ Il viaggio
ARRIVO IN PAESE    STRANIEROPrimo paese d’approdo/ Spostamenti/ Ostacoli incontrati
PERCORSI D’INTEGRAZIONEPercorsi lavorativi, abitativi, sociali
PRESENTE Situazione odierna/ Valutazione del percorso compiuto
FUTUROProspettive e intenzioni

 

Alla suddetta descrizione temporale vanno aggiunti i “nodi tematici” – cioè le aree critiche che a rigor di logica compongono qualsiasi processo personale d’integrazione – e gli “elementi descrittivi” che li accompagnano:

 

NODI TEMATICI PRINCIPALI       ELEMENTI DESCRITTIVI
CONOSCENZE DI BASEConoscenze linguistiche/ Culturali/ Geografiche/ Apparato istituzionale e legale
LAVORORicerca del lavoro/ Inserimento lavorativo/ mantenimento del posto di lavoro/ transito attraverso i mercati regolari del lavoro e della devianza
CASARicerca dell’alloggio e suo mantenimento
FAMIGLIARapporti di coppia/ Cura/ Tutela ed istruzione dei figli
SERVIZI E DIRITTISanitari/ Socio-assistenziali/ Aspetti giuridico-amministrativi/ Sindacalizzazione/ Ideologie
RETICon connazionali/ Con altre etnie/ Con italiani

 

 

Quanto alle interviste, quelle condotte ammontano in totale a 52 e sono state rivolte, secondo la ripartizione che segue, a:

 

–          31 stranieri (occupati, inoccupati, disoccupati), di età compresa tra i 16 e i 50 anni;

–          9 italiani (marinai, armatori, esercenti);

–          12 testimoni privilegiati (rappresentanti delle istituzioni e del volontariato).

 

 

 

1.1 L’evoluzione del fenomeno migratorio a Mazara del Vallo

 

In un saggio di alcuni anni fa, dedicato al caso di Mazara del Vallo, Cusumano notava che “soltanto l’appannarsi della nostra identità culturale e la rimozione della nostra memoria storica possono indurci a identificare i lavoratori tunisini in Sicilia nella categoria paradigmatica degli stranieri. In realtà, nella prospettiva storica e antropologica, questa immigrazione nordafricana si configura come un <<ritorno>>”. [13] Con queste parole l’autore poneva gli attuali flussi migratori dalla Tunisia alla Sicilia in correlazione col “più grande e incessante movimento di uomini e cose che da millenni percorrono in profondità lo spazio mediterraneo”[14] e ricordava il modo in cui tali spostamenti mettono in contatto “comunità che, a livello di strutture profonde e a dispetto dei processi di modernizzazione, sono portatrici di universi culturali omogenei”.[15]

 

Dunque, gli interscambi di popolazione sono sempre esistiti e sono stati anche bilaterali, come testimonia la presenza di individui e imprese italiane nel territorio dirimpettaio della Tunisia. Tuttavia il fenomeno migratorio nelle sue forme attuali – di migrazioni “da lavoro” – è iniziato ad apparire e a configurarsi come tale sul finire degli anni ’60.

 

In quel periodo la pressione demografica in Tunisia e la lenta crescita del mercato del lavoro locale da una parte e la riduzione della manodopera italiana sui pescherecci dall’altra, si erano combinate tra loro in modo tale da determinare dei flussi vantaggiosi per entrambi i paesi coinvolti nello scambio. Raccontano i testimoni – per lo più armatori e anziani pescatori – che un ruolo non secondario nell’innescare questi movimenti dalla Tunisia in direzione di Mazara del Vallo lo interpretò un armatore di nome Giacalone.

Questi – cogliendo i primi segni della disaffezione dei suoi concittadini nei confronti delle attività di pesca e sfruttando i molti contatti con la Tunisia che gli derivavano dalle relazioni d’affari lì intessute – promosse l’arrivo dei primi marinai nordafricani, sottraendoli al mercato locale della pesca con la promessa di condizioni lavorative e salariali migliori. In breve, per via di un efficace passaparola e di un effettivo bisogno di manodopera andato radicalizzandosi nel corso degli anni – non solo nel settore della pesca, ma anche in quello agricolo –  il numero di lavoratori tunisini presenti nell’area andò crescendo rapidamente e regolarmente.

Tra l’altro, all’espansione delle presenze straniere sul territorio non erano estranee le politiche migratorie e l’assenza di visti e permessi di soggiorno (erano infatti anni di “apertura” e scarsa custodia dei confini).[16] Per entrare in Italia era sufficiente che gli aspiranti lavoratori giungessero alla frontiera muniti di una modica somma di denaro con cui dimostrare una capacità minima di sostentamento per il tempo di soggiorno previsto. Un impiego, un contratto di lavoro e la successiva familiarità con l’ambiente (cittadini e forze dell’ordine) assicuravano infine ai migranti, in quella stagione ormai lontana, la possibilità di una permanenza più serena nel territorio italiano. Probabilmente deriva da tali modalità del processo di reclutamento la relativa omogeneità nella provenienza di un numero rilevante di stranieri, originari in gran parte delle città o delle province circostanti le zone di mare, come Mahdia , La Chebba , Sfax.

 

 

Città di provenienza degli immigrati di Mazara del Vallo

PROVENIENZAUOMINIDONNETOTALE
Mahdia557248905
Mazara del Vallo266286552
La Chebba200148348
Sfax  87   50137
Sousse   60    52112
Tunisi  55    2277
Altro//695

Fonte L. Asaro, 2001[17]

 

Non esistono dati ufficiali sulla presenza dei tunisini nella stagione che va dai primi anni del loro insediamento sino agli anni ’90. L’Istat, infatti, ha iniziato a rilevare la presenza degli stranieri in Italia solo a partire dal 1993 e i dati provenienti da altre fonti (gli uffici stranieri delle questure) sono inattendibili e incompleti, oltre che molto difficilmente ordinabili. Tuttavia una ricerca condotta nel 1982 dal Centro Regionale Immigrati Siciliani (Cris) nel territorio mazarese, stimava rispettivamente in 123 e in 1028 i nuclei familiari e gli individui di origine tunisina presenti quell’anno in città.[18]

 

Venendo ai giorni nostri e stando ai dati ufficiali, nell’anno 2001 gli stranieri di origine tunisina residenti a Mazara ammonterebbero a 2572 (il 5,1% del totale della popolazione).[19]

Gradualmente, alle presenze tunisine sono andate sommandosi nel corso degli anni quelle di altre etnie, tra le quali spiccano quelle provenienti dalle aree dell’ex-Jugoslavia (rom) e del Marocco, sia pure con proporzioni assolutamente incomparabili rispetto a quelle dei primi venuti. Attualmente l’incidenza dei cittadini ex-jugoslavi (in ordine, il secondo gruppo straniero per presenze) sulla popolazione complessiva, comparata a quella dei tunisini è minima, assestandosi nel momento di massima concentrazione – sarebbe a dire nel 2001 – attorno ai 181 individui (lo 0,3% del totale della popolazione). I marocchini, infine, sono il terzo gruppo e sono attestati nell’anno considerato intorno alle 51 presenze (lo 0,1% del totale della popolazione).

 

L’interscambio tra marocchini e tunisini, come mostrano le osservazioni da noi condotte, è totale. Le due etnie sono indistinguibili, oltre che somaticamente, anche culturalmente. L’appartenenza alla “casa comune” rappresentata dal Maghreb e la condivisione di importanti elementi identitari come la lingua, la fede religiosa e lo status socio-economico tendono a ridurre le differenze sino ad annullarle, come emerge chiaramente dalle interviste condotte in loco. Culturalmente, ancor prima che statisticamente, quella marocchina è pertanto una presenza “invisibile”, che si confonde con quella predominante dei tunisini.[20] Certo, in altri ambiti tali gruppi hanno costituito relazioni conflittuali legate all’elevata concorrenza in diversi settori del mercato del lavoro. Nel nostro caso, lo “schiacciamento” della componente marocchina sembra connettersi nettamente alla sua ridotta componente numerica.

 

Più interessante è il caso dei rom. Per quanto la loro incidenza sia da un punto di vista strettamente statistico molto poco rilevante, essi patiscono una visibilità e una stigmatizzazione rilevante; pari, se non superiore, a quella sperimentata dai tunisini. Gli “slavi”, come vengono soprannominati, sono nella considerazione delle popolazioni italiane e tunisine (per i vecchi di entrambe le provenienze più spesso che per i giovani) all’ultimo posto nella neanche troppo tacita gerarchia delle etnie. Ma tale dato non stupisce perché a Mazara, come quasi ovunque in Italia, essi incarnano fobie ataviche, radicate nella cultura autoctona. Il loro affollamento all’interno di pochi scalcinati quartieri, la fama di mendicanti e ladri che li accompagna, l’ inveterata abitudine ad esibire monili d’oro e macchine di grosse dimensioni (ancorché vecchie e acquistate di seconda mano) fa sì che il “peso” sociale e simbolico assegnato loro dagli italiani e da molti tunisini ecceda di molto quello delle statistiche.

 

Com’è possibile vedere dai dati presentati nella tabella sopra, l’apice nel numero degli stranieri residenti nel territorio mazarese è stato raggiunto nel 1995, quando secondo le schede Istat erano presenti nel territorio cittadino 3295 individui di origine non italiana. La rilevazione dell’anno successivo mostra però un drastico ridimensionamento di questa presenza (- 700 unità). I controlli effettuati  quell’anno sulle residenze effettive e sui “doppioni” concernenti i permessi di soggiorno – correlati alla sanatoria del 1996 –  hanno infatti mostrato che il peso dei tunisini sul totale della popolazione straniera era stato sovrastimato. Conseguentemente, in seguito alla “pulizia” degli archivi, nel periodo in analisi il numero dei soggetti appartenenti a questo gruppo è passato da 3050 a 2360 (tabb. 3 e 4), mentre quello degli “slavi” e dei marocchini è rimasto pressoché invariato.

 

A partire da questa data – la prima in cui sia possibile rinvenire dati ufficiali “attendibili”– [21] si è assistito ad un incremento costante, ma limitato, delle presenze.

Negli anni che vanno dal 1997 al 2001 il numero dei tunisini regolarmente residenti ha conosciuto un incremento di 212 unità.

L’anno in cui si è registrata la punta massima di nuovi iscritti all’anagrafe è il 1999, con un saldo positivo di 107 persone rispetto all’anno precedente, dovuto probabilmente agli effetti della sanatoria dell’anno precedente. Ancora più limitato è l’incremento del numero dei marocchini, che varia dai 39 del 1996 (anno “spartiacque”) ai 51 del 2001 (tabb. 4 e 9).

 

 

Totale stranieri presenti a Mazara del Vallo negli anni 1993-2001

ANNIMASCHIFEMMINETOTALE
199321389843122
1994213810713209
1995213611593295
1996158310012584
199716109992609
1998161710412658
1999169411092803
2000172711402867
2001173911642903

Fonte: Istat

 

 

Di una certa rilevanza è invece l’aumento nella presenza dei rom, provenienti da Kosovo (il sottogruppo più popoloso), Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Il loro novero è passato dai 116 individui del 1996 ai 181 del 2001. Dopo un periodo di variazioni limitate a poche unità, gli anni 1999 e 2001 hanno visto un aumento relativamente importante delle iscrizioni, di circa 30 nuove persone per ciascuno dei due anni considerati.

Circa la distribuzione di genere, leggendo i dati si nota come l’immigrazione tunisina veda una   prevalenza degli uomini, con un divario costante tra i sessi, attestato attorno alle 500 unità (il rapporto è nel 2001 di 1,5 uomini per ciascuna donna). Questo è valido a maggior ragione per il gruppo dei marocchini, costituito in massima parte da uomini (nel loro caso, il rapporto è di 7,5 uomini per donna). Lievemente più equilibrato rispetto ai tunisini è il rapporto numerico tra sessi nel caso dei rom (tab. 8) (1,2 uomini per donna), imputabile alla differente tipologia dei progetti migratori. La loro infatti non è una immigrazione da lavoro in senso stretto ed è, anzi, più spesso “da fuga”, considerato il fatto che molti hanno richiesto lo status di rifugiato. Le diverse motivazioni che sottostanno alla migrazione e la differente struttura sociale – fondata più che per i maghrebini su rigidi vincoli clanici e familiari – fa dunque sì che i nuclei familiari rom si spostino integralmente, con frequenza superiore a quanto accada con altre etnie. Il gruppo che si compone maggiormente di individui soli è pertanto quello marocchini. Nel caso dei tunisini e dei rom, inoltre, la valenza euristica derivante dalle proporzioni del differenziale di genere e della presenza di individui soli,[22] è mitigata dalla presenza di minori.  L’immigrazione mazarese, per lo meno nel caso delle due principali etnie, si distingue infatti per essere una immigrazione prevalentemente di tipo familiare (oltre 400 i nuclei presenti in città) e di lunga durata (a dispetto delle dichiarazioni ricorrenti tra gli stranieri).[23]

 

A tal proposito, è evidente la specificità di questa esperienza rispetto agli altri contesti migratori italiani: è infatti visibile a occhio nudo la presenza di giovani di seconda generazione (circa 550 i tunisini nati nella città siciliana e lì residenti), molti dei quali vicini all’età riproduttiva. Ciò pone evidentemente il problema delle seconde e terze generazioni, che meriterebbe uno specifico approfondimento per le questioni che solleva, all’interno di un contesto che sembra tendere alla marginalizzazione di questa sua tutt’altro che irrilevante componente, tanto dal punto di vista dell’inserimento lavorativo (un destino comunque condiviso con tanti autoctoni) che del sostegno scolastico e formativo.[24]

 

È infine da notare che l’attendibilità delle fonti Istat non è elevata, oltre che per i motivi precedentemente menzionati, anche perché i cambi di residenza – in caso ad esempio di rimpatrio – sono solo raramente comunicati. A queste lacune va naturalmente aggiunta la presenza di una immigrazione irregolare o “clandestina” tout-court. Una qualche attendibilità possono allora averla le valutazioni della polizia, che per l’anno in corso (2002) stima la presenza dei tunisini regolari intorno alle 3000 unità, cui si sovrapporrebbero gli irregolari nella misura di 300 individui. Sostanzialmente invariato, secondo queste valutazioni, resterebbe invece il numero degli appartenenti agli altri gruppi etnici.

 

Anche alla luce di tali integrazioni, il senso delle riflessioni sin qui sviluppate non muta di molto; tuttavia si dovrebbe riflettere sul significato che la presenza degli irregolari assume all’interno di questo particolare sfondo socio-economico. Resta in particolare aperta la questione di come spiegare lo “scivolamento” di una parte non quantificata, ma senz’altro rilevante di stranieri (in particolar modo tunisini), nelle maglie dell’irregolarità, dopo periodi di permanenza legale; e anche di come sia possibile la loro sopravvivenza in un contesto forse non povero, ma per molti versi depresso. In particolar modo sarebbe interessante comprendere se la messa ai margini quantomeno di una certa parte dei migranti sia un fenomeno che ha spiegazione in dinamiche auto-riproduttive, imputabili solamente agli stranieri, o se invece non sia estraneo a questo processo l’intervento a vari livelli degli autoctoni.

Tutto questo – ed altro ancora – sarà oggetto delle riflessioni a seguire.

 

 

2. Le ragioni di un viaggio

 

Emigrare in Sicilia non è una scelta che si presti ad essere interpretata con categorie interamente razionali. Probabilmente poche migrazioni lo sono interamente. Spaccati di irrazionalità, aspetti oscuri che sfuggono ai paradigmi del calcolo e alla logica ferrea dell’homo oeconomicus  sono presenti in ogni percorso migratorio. Scegliere di spostarsi da sud a sud, però, è una scelta già a prima vista meno razionale di altre. Il sud insulare è certamente un sud “relativo”: come dire, più sviluppato e carico di opportunità delle aree contigue nordafricane. Ma è pur sempre un’area arretrata, con una gamma ridotta di attività in cui impegnarsi e, soprattutto, con una inveterata abitudine al lavoro “in nero” e all’illegalità. Trasferirsi in Sicilia è una scelta che rischia di ampliare, anziché ridurre, la soggezione ai rischi e alle incertezze.

 

Nelle attività di pesca, ad esempio, il lavoro è tanto e mal pagato. Nelle campagne il lavoro è forse un po’ meno faticoso, ma è peggio retribuito e soprattutto quasi mai in regola. Lo stesso si può dire dell’edilizia e, in qualche misura, dei servizi. Bar e ristoranti regolarizzano i rapporti, ma più spesso in relazione alla visibilità del lavoratore. Un banconista avrà più possibilità di essere regolarizzato rispetto ad un lavapiatti, ma in entrambi i casi gli stipendi corrisponderanno ai minimi sindacali (nel caso di un’assunzione irregolare, abbondantemente meno), con tutto quel che ne deriva in termini di capacità d’acquisto e di risparmio. Un lavoratore “fatto e finito” – sarebbe a dire esperto – ha buone probabilità di essere assunto con un contratto di formazione lavoro e altrettante buone chance di essere licenziato allo scadere del rapporto, per vedersi magari offrire dallo stesso datore di lavoro la possibilità di continuare a lavorare in nero.

 

Chi lavora permanentemente o anche occasionalmente con un padrone, in certi casi anche da un discreto numero di anni, e ha bisogno di un regolare contratto per poter rinnovare il permesso di soggiorno, può facilmente sentirsi avanzare la proposta di acquistarlo.

 

Ancora, non tanto la letteratura scientifica su Mazara, quanto i discorsi ufficiali delle amministrazioni e i resoconti giornalistici, tendono a negare la criticità delle condizioni di vita dei migranti, i salari bassi, la conflittualità latente con gli autoctoni, la segregazione di buona parte degli stranieri all’interno di un quartiere pieno di alloggi fatiscenti (la casbah), la pressoché totale assenza di politiche sociale per l’inclusione, l’insufficienza e l’estemporaneità dei programmi di sostegno scolastico, l’impatto problematico della scuola elementare tunisina, il ritardo degli studenti stranieri, il ruolo suppletivo dell’amministrazione svolto dalle associazioni cattoliche di volontariato, la diffusione di scambi occulti riguardanti i permessi di soggiorno e qualsivoglia certificato necessario per le regolarizzazioni, l’assenza di sportelli informativi per gli stranieri, il disimpiego dei mediatori culturali.

 

L’elenco dei rischi che l’emigrazione in Sicilia comporta potrebbe continuare ancora a lungo. Che cosa, allora, induce da oltre 30 anni generazioni di tunisini a trasferirsi a Mazara? È possibile che il “passaparola” non esista? Che coloro che si sostituiscono ai più vecchi migranti ignorino la situazione e che nessuno abbia mai raccontato loro la verità? Che questa meta sia preferibile alle “terra promesse” del nord-est e dell’Italia centrale? Soprattutto, è possibile affrontare il tema delle migrazioni con le classiche categorie push-pull che da Lee in poi hanno caratterizzato tante analisi sugli esodi dalle periferie del mondo verso i paesi sviluppati?[25]

 

In particolar modo, ammettendo che dietro il velo di apparente insensatezza di questa scelta si celi al contrario una strategia razionale, è possibile ricondurre il tutto a metri di valutazione puramente economici? Il basso costo degli affitti e della vita possono bastare a spiegare quella che, malgrado le rappresentazioni ottimiste delle istituzioni e dei giornali, si presenta per una quota rilevante di tunisini (e rom e marocchini) come una vita dall’intensa precarietà e marginalità, un vero e proprio “atto di resistenza”? Se alle perversioni sul fronte del lavoro precedentemente elencate, si aggiungono le lacune del piano istituzionale, è presto delineato un quadro che riduce molto gli spazi per una visione improntata alla razionalità economica. Come vedremo meglio più avanti, lo scambio tra tunisini e italiani  è a Mazara del Vallo impari. Cosa dunque interviene nello spiegare questa ostinazione a restare (e ad arrivare)?

 

Probabilmente se la razionalità entra in questo discorso, ciò accade più in termini di “scontro” che di soddisfacimento di aspettative comportamentali orientate al profitto. In un testo di alcuni anni or sono, Sivini, contrapponendo il proprio modello a quelli post-strutturalisti e post-funzionalisti, notava che le migrazioni dovrebbero essere considerate “uno strumento d’inserimento nei processi di valorizzazione, prescindendo dalle condizioni del mercato del lavoro”, [26] in particolar modo quando i contesti di arrivo sono poco accoglienti e nulla – né il mercato e le politiche dei territori di arrivo, né la miseria dei paesi di partenza – giustifica la permanenza dei flussi. Se lavoro, migliori condizioni materiali e migrazioni sono necessariamente correlate, i movimenti transnazionali di persone dovrebbero cessare al venir meno delle condizioni di richiamo. In altri termini, i flussi dovrebbero estinguersi col venir meno del lavoro e di condizioni accettabili di vita. Per spiegare questa idea e contraddire il rapporto di necessità tra migrazioni e motivazioni economiche, l’autore ricorreva proprio al concetto di “scontro di razionalità”. Continuando ad adottare come principale spazio di osservazione il lavoro e i benefici che da esso derivavano (o cessavano di derivare al calare della domanda), risultava difficile comprendere tanto le motivazioni sottese alla persistenza degli arrivi, quanto le modalità con cui i soggetti s’inserivano nei variegati processi di valorizzazione, che includono una gamma di strategie, dalle attività autonome alle forme di auto-aiuto, suppletive ai vuoti generati dal sistema di welfare.

 

Dando per valida questa prospettiva, il nostro sguardo ai processi d’insediamento dei tunisini (e in qualche modo di tutti gli altri stranieri) a Mazara del Vallo si complicava. Non era più possibile guardare al processo in atto solo in termini di lavoro, di bisogno, di fuga da condizioni insopportabili. Innanzitutto – come accade per molti dei paesi in via di sviluppo – la Tunisia non è una terra martoriata dalla fame. Al contrario, è uno spazio che ha conosciuto una grande accelerazione negli ultimi decenni e tende ad avvicinarsi molto a quelli che potremmo definire i modelli europei di modernità. La vicinanza con l’Italia, i contatti con la Francia, il partneriato con imprese europee hanno segnato molto il volto della Tunisia e modificato, specie nelle aree urbane, gli stili di vita e le aspettative personali. Nelle aree rurali rimangono certamente alcune sacche di tradizionalismo, nella duplice accezione di persistenza di modi vetusti di produzione e di resistenza culturale alla modernizzazione.

Però è il Paese che ha:

  1. a)il reddito pro-capite più alto tra quelli dell’area maghrebina;
  2. b)un tasso di crescita  attestato attorno al 4,7%;
  3. c)ha più ampliato i settori produttivi, affiancando a quelli tradizionali (tessili, alimentari, calzaturiero, conciario) la componentistica per auto, elettronica e chimica.

 

Certamente, ha un tasso di disoccupazione che ruota intorno al 15% e un reddito medio annuo pro-capite di solo 2000 dollari. Però, analogamente a quel che accade nel meridione d’Italia, ha una organizzazione sociale che vede nella famiglia il principale ammortizzatore e, soprattutto, ha un costo della vita nettamente inferiore a quello dei principali paesi europei. Di più, è un paese che ha investito moltissimo nella formazione e nell’istruzione, rendendola obbligatoria, gratuita dai 6 ai 15 anni, e raggiungendo un livello di alfabetizzazione pari all’incirca alla totalità della popolazione (le sacche di analfabetismo riguardano soprattutto le donne delle aree rurali). Senza contare le università e i centri di formazione professionale, che licenziano ogni anno un numero elevato di studenti e professionisti (36.000 soltanto i tecnici).[27]  Pertanto, quando parliamo della Tunisia e dei flussi che da essa si diramano in direzione dell’Europa e anche di Mazara, non possiamo fare riferimento a motivazioni meramente economiche o alla miseria. Queste hanno senz’altro un peso – pure forte nel caso di certe biografie – ma non sono le uniche. Forse – al fine di non di non sottovalutare l’importanza di queste ragioni – è più corretto dire con Massey che:

 

la maggioranza delle persone dislocate nel corso della crescita economica non si è trasferita nella speranza di conseguire un reddito complessivo nel corso della vita più alto attraverso l’insediamento in un altro paese (per quanto alcuni lo abbiano fatto). Piuttosto le famiglie che lottano per gestire le impressionanti trasformazioni delle prime fasi dello sviluppo economico utilizzano le migrazioni internazionali dei propri membri come strumenti di gestione dei principali fallimenti del mercato che minacciano il loro benessere (…) Dato che il mercato assicurativo nazionale è rudimentale e gli ammortizzatori sociali resi disponibili dai governi sono limitati o inesistenti, le famiglie non possono proteggersi adeguatamente dalle minacce al proprio benessere che derivano dalla disoccupazione o sottoccupazione. L’impossibilità di accedere agli ammortizzatori sociali costituisce così un incentivo per le famiglie ad autoassicurarsi mandando uno o più membri a lavorare all’estero. Distribuendo i propri membri su diversi mercati del lavoro in diverse regioni geografiche – rurali, urbane, estere – una famiglia è in grado di diversificare il suo portafoglio occupazionale riducendo i rischi per il proprio reddito. Ciò almeno sin quando le condizioni dei diversi mercati del lavoro nei quali sono presenti membri della stessa famiglia sono correlate inversamente o solo debolmente (…) Le famiglie rurali, man mano che fanno ingresso nel mondo sconosciuto della produzione per il mercato piuttosto che per l’autoconsumo, risultano vulnerabili rispetto ai disastri economici che potrebbero accadere se tali metodi fallissero. Data la mancanza di assicurazioni e di un mercato per le operazioni a termine, ciò costituisce un ulteriore incentivo per autoassicurarsi contro i rischi attraverso le migrazioni internazionali. Qualora un raccolto fallisca o i prezzi di mercato precipitino inaspettatamente, le famiglie che hanno almeno un membro impiegato all’estero non finiranno in rovina”. [28]

 

A partire da ciò che si diceva innanzi a proposito d’istruzione, mutamento delle aspettative, modernizzazione delle strutture economiche delle aree di origine e – naturalmente – dalle riflessioni di Massey, crediamo sia possibile iniziare l’analisi delle specificità mazaresi e/o delle analogie che tale contesto presenta con altre esperienze migratorie descritte dalla letteratura internazionale.

Nella cittadina siciliana, i soggetti giunti dalla vicina Tunisia presentano caratteristiche variegate, non eccessivamente omogenee tra loro. Per quanto molti provengano dalle principali città di mare o da aree contigue, non tutti possiedono una tradizione familiare o personale legata alla pesca. Si ha anzi l’impressione che solo una netta minoranza abbia avuto questo genere di esperienze lavorative.[29] Per la maggior parte, anzi, i nostri intervistati provengono da famiglie impegnate in altro tipo di attività: rurali, artigianali, commerciali. Una ulteriore variabile – a nostro avviso, di grande capacità esplicativa – riguarda il livello d’istruzione. Secondo una ricerca condotta localmente nel 1999 su un campione di 673 individui – composto da uomini e donne coniugati/e e singoli/e – sarebbero in possesso del diploma superiore il 51% delle individui non sposati (presumibilmente i più giovani) e, rispettivamente, il 37% e 29% degli uomini e delle donne che hanno contratto matrimonio.[30]

 

 

 

 

Il livello d’istruzione degli immigrati a Mazara del Vallo

 

 

 CONIUGATIS I N G O L I
LIVELLO D’ISTRUZIONEUOMINIDONNEUOMINIDONNE
Elementare60%70%46%50%
Secondaria37%29%51%51%
Professionale  1%  0%  1% 0%
Universitaria  2%  1%  2% 0%

Fonte: M. Piazza, V. Bello, 1999[31]

 

 

 

Il profilo dell’immigrato tunisino a Mazara è perciò mediamente colto, specie quando non è coniugato. Il fatto che a un livello di istruzione superiore corrisponda la condizione di singolo più frequentemente che quella di coniugato, induce a pensare che il significato attribuito all’atto di emigrare abbia valenze differenti, specie se s’incrocia questo dato con le dichiarazioni degli intervistati riguardo le ragioni del loro viaggio. Si confrontino questi stralci d’intervista:

 

P. P. Quanti anni ha lei?

  1. 32 anni.
  2. Di dov’e?
  3. Della Tunisia, di una città di mare, Mahdia. Città di mare…infatti è 15 anni che faccio il marinaio. 12 che    lo faccio a Mazara. Da quando ho 18 anni…Poi, sono sposato da 12 anni e ho tre figli…
  4. Era già sposato prima di venire in Italia?
  5. Sì, da poco.
  6. Che lavoro faceva prima?
  7. Prima, l’artigiano…
  8. P.Che scuola ha fatto?
  9. Sino alla seconda superiore.

P. P. La sua famiglia che faceva?

    A.. Papà e mamma sono agricoltori, non c’entravano niente con la pesca. Avevo uno zio che mi ha portato alla pesca. Di tutta la famiglia non c’è nessuno che va a mare…solo mio zio (…)  La pesca in Tunisia  tempo fa  – ora non lo so – era la stessa pesca che qui. Solo che qui c’è il pesce congelato, che costa più caro, e per un marinaio è meglio, piglia di più…Lì invece il pesce era fresco, e se piglia poco il marinaio piglia di meno.

(A., 32, coniugato, istruzione media-inferiore, pescatore)

 

 

  1. Di dove sei?
  2. Sono tunisino. Vengo da una grande città e sto qui a Mazara.
  3. Quanti anni hai?
  4. A. 41
  5. Da quanto stai in Italia?
  6. Dall’88. Sono 14 anni…
  7. Cosa hai fatto sino a 27 anni in Tunisia?
  8. Niente! Mi sono sposato in Tunisia, ho fatto i bambini…
  9. Sì, ma come li mantenevi?
  10. E’ come facevo…buscavo un po’ di pane, meglio di niente…
  11. Sì, ma che facevi…?
  12. Stavo bene in Tunisia. Facevo il meccanico. 16 anni ho fatto il meccanico in Tunisia e tre in Libia.
  13. Che studi hai fatto?
  14. Le elementari…
  15. Sei andato a subito a lavorare?
  16. A 14 anni…
  17. Che lavori facevi da piccolo?
  18. Niente, lavoravo con un meccanico…Per 5 anni ho imparato il mestiere e poi ho aperto un’officina in

Tunisia, piccola piccola. Poi verso l’86 c’era la possibilità che chi aveva un mestiere poteva andare in Libia…Ho lavorato tre anni in Libia, bene bene bene, come meccanico.

  1. La tua famiglia stava in Tunisia?
  2. Sì!…Poi nell’88 mi sono stancato di quel lavoro, che c’era il capo. Mi serviva un lavoro libero. Solo lavoro bene. Sono tornato in Tunisia. E qui che dovevo fare? Allora sono andato in Italia…

                                                                                               (A., 41, licenza elementare, ambulante, coniugato)

 

 

 

P. Quanti anni hai?

  1. 36.

P. Che anno era quando sei venuto?

  1. 1991. Avevo 26 anni.
  2. Che scuola hai fatto?
  3. Come si dice? Le superiori…

P. Che facevi prima di venire in Italia?

  1. Prima di arrivare in Italia, stavo benissimo in Tunisia. Facevo l’agente assicurativo, stavo bene, il

direttore dell’assicurazione era un amico, c’era lavoro, c’è tutte cose… Però ero un po’ giovane e cercavo

altre mentalità, altre culture…non so, altre genti…e per questo sono venuto qua. Soltanto per vedere…non

so…per cercare un futuro più meglio, questo…Allora sono venuto qua e…Un anno tira l’altro, un anno tira

l’altro e sono passati 12 anni…

P. Cos’era della mentalità tunisina che non ti piaceva?

  1. No, non è la mentalità tunisina. La Tunisia, sai, era come la Svizzera del mondo arabo. Siamo aperti,

abbiamo una mentalità aperta, non siamo chiusi come gli altri…Però io cerco sempre – l’essere umano cerca

sempre – una cosa più meglio di quella che lui vive. E allora prima di venire qua cerco, non so, un futuro

meglio, altre mentalità, altre culture…fare altre amicizie. Perché ho conosciuto tanti italiani in Tunisia, no?

E parlano bene dell’Italia e anche altri immigrati tunisini che sono qui parlano bene dell’Italia, che c’è la

democrazia, eccetera. In Tunisia c’è la democrazia, c’è tutte cose, però è meglio cercare un’altra mentalità,

non lo so, frequentare altre genti…E’ questo!

P. Quindi si parlava bene dell’Italia in Tunisia…

  1. Si parlava…parlano bene dell’Italia perché abbiamo…ci sono anche tanti italiani che vivono in Tunisia in

questo momento! Tutti gli immigrati che vivono in Italia, quando arrivano al paese in estate, parlano bene

dell’Italia. Che tutte cose stanno bene…

  1. Secondo la tua esperienza, questi racconti erano esagerati o hai trovato l’Italia all’altezza delle tue

aspettative?

  1. Ehh, ci sono chi, i vecchi per esempio, che parlano la realtà. Ci sono chi non parlano la realtà, però loro

si sentono non lo so…lavorano qui un anno duro, duro, duro per fare un mese al paese di divertimento e tutte

cose. Questo è…Però può darsi che loro soffrono qua, non lo so, però sono venuto qua e ho visto come si

vive qui, con queste leggi di qui di là, si soffre, si soffre…

  1. Non eri sposato quando sei veuto, giusto?
  2. Noo! Neanche ora…Abbiamo tre figli, ma conviviamo.

(F., 36, istruzione media-superiore, lavoratore saltuario, con figli)

 

 

 

  1. Quanti anni hai?
  2. 33
  3. Da dove vieni?
  4. Io diciamo che abito in Tunisia a Monastir, però sono nato in un piccolo villaggio lì vicino.
  5. I tuoi che fanno?
  6. Mio padre è commerciante: ha un piccolo negozio di alimentari. Invece mia madre è casalinga.
  7. Precedentemente mi hai raccontato di aver fatto l’alberghiero e di averlo fatto anche perché volevi

andare via. Ti sentivi “chiuso” nel negozio di tuo padre?

  1. Non nel negozio, ma nel mio paese…
  2. Vuoi dire che eri troppo anticonformista rispetto alla cerchia dei tuoi amici, delle tue conoscenze…?
  3. No, no, proprio tutto il popolo che non mi piace.Tutto il popolo è molto sotto stress, non ha libertà di

vita…

  1. Ma non tutti scelgono di andarsene…
  2. Prima ti conoscono, nel senso che cerchi piaceri, di mangiare, di sesso…Una volta che lì…diciamo che

    hai quello e vivi per quello. Nel senso che si vive di quello, ma c’è anche altre cose. C’è il parlare, c’è la  mente…La persona è divisa in tre parti: mentale, fisica e sentimentale. Se manca una cosa, non stai più bene.

  1. Come hai scoperto questa tua “tripartizione”?
  2. Perché ho sempre avuto quella idea di essere tre cose: mentali, emotive e fisiche.
  3. Ma l’hai scoperta presto, chessò, da bambino…?
  4. Sinceramente, non da bambino. Con lo studio.
  5. A che età hai deciso che te ne volevi andare?
  6. Perché non riuscivo più…mi sentivo un morto! Un morto vivo! La tua essenza è morta, ma il tuo corpo è vivo. C’è il fisico, ma sei un fantasma.
  7. Che facevi da ragazzo, a parte lo studio?
  8. Giocavo a calcio, andavo in piscina…
  9. I tuoi avevano una campagna…
  10. Sì. Poi ci siamo spostati in una grande città, c’è turisti e tutto. Allora lì ho detto la via per scappare…devo

studiare turismo, così conosco stranieri…Allora ho fatto la scuola alberghiera, ho conosciuto gente…

  1. I tuoi amici sono partiti anche loro?
  2. Sono tutti partiti! E poi loro sono in Francia, Germania, Svizzera. Perché per loro l’Italia è l’ultima

scelta. Nel senso che tu se vieni in Italia come straniero, diciamo, kaput!

  1. Quando sei venuto la prima volta in Italia?
  2. Io la prima volta sono arrivato nell’88.
  3. Quanto tempo l’hai fatto?
  4. Per qualche mese. Poi pian piano mi sono inserito…Lì ho capito una cosa. Lì ho iniziato a

studiare. Nel ’90…Io già quando avevo intenzione di uscire dal mio paese non era per i soldi. Era

per studiare, perconoscere, per la conoscenza…Allora ho iniziato. Cioè, uno non va a chiedere le

cose alla gente. Io sono uscito dal mio paese che non sapevo nulla. Mi sono messo a comperare libri

e a studiare. Pian piano mi sono fatto la mia filosofia…e in Italia ho scoperto gli arabi! Diciamo

che lì è il problema: che io di me stesso,della mia gente, non conoscevo niente…ho scoperto tutto

qua. L’Italia mi ha insegnato chi sono io.

  1. Cioè l’Italia ti ha dato una identità?
  2. Sì, l’Italia mi ha dato l’identità.
  3. Com’è che a un certo punto hai deciso di venire a Mazara?
  4. Perché io ho voluto staccare per vivere in Tunisia. Diciamo che ho fatto 7-8 tentativi di andare in

Tunisia, però sai che in Italia se lasci è difficile ritornare qui. Sono sempre stato costretto a tornare

qua…L’ultima  volta sono arrivato qui a dicembre, faceva freddo a Torino e ormai avevo perso

tutto, perché ho detto questa è l’ultima volta…forse che non torno più in Italia, capisci? Il destino

ha voluto che visto che ero costretto, ho una sorella qua…il solo posto dove potevo trovare da

dormire era qua e sono venuto qua. Poi ho trovato questa occasione [lavorare in un bar del centro a

Mazara, N.d.A.] e sono rimasto…

  1. Come lo vivi questo posto?
  2. Cioè, questo, diciamo…io seguo sempre…se devo arrivare ad un accordo lo divido sempre in tre-

quattro parti. Diciamo io non devo stare qua: questo è il primo passo, perché sono a casa di mia

sorella, perché il lavoro mi dà i soldi…

  1. Ti soddisfa lo stipendio che percepisci a Mazara?
  2. No, no…non riesci a vivere. Perché a me piace avere la mia casa, la mia macchina, i libri…Qui

non posso fare niente, solo andare da mia sorella, i suoi figli, suo marito…Non sei libero, non puoi

tornare a una certa  ora, non puoi fumare, non puoi bere…Questo è giusto perché è casa loro. Io

volevo quando sono arrivato, volevo fare così, però non bastano i soldi. E allora sono costretto…

                                                                                             (H., 31, istr. professianale, barista, celibe)

 

 

 

I quattro brani – oltre a confermare quanto si diceva prima a proposito dell’assenza di tradizioni familiari legate al mare – mostrano in modo abbastanza evidente le differenti valenze assunte dalla scelta migratoria, tanto in relazione al grado di istruzione che allo stato civile. I protagonisti del primo e del secondo brano sono scarsamente istruiti, avevano moglie e figli a carico già in giovane età e il pragmatismo, più di qualsiasi altra cosa, sembra aver guidato la loro scelta di lasciare la Tunisia. Quell’immagine impiegata da A. nel corso della seconda intervista, “mi buscavo il pane”, peraltro ricorrente nei suoi discorsi, rende molto bene l’idea e gli obiettivi di questi uomini nel momento di intraprendere il viaggio. Nessuna particolare elaborazione accompagna il loro racconto, asciutto come si addice alla narrazione di vicende che nelle rappresentazioni di chi li ha vissuti sono autoevidenti e non necessitano dunque di spiegazioni. Nel loro caso, la scelta di partire appare come la meccanica reazione ad uno stimolo rappresentato dalla insufficienza di salari e di opportunità atte a mantenere la famiglia.

Invece a spingere F. e, a maggior ragione, H. verso l’impresa è altro: una sorta di irrequietezza esistenziale che vede nell’atto di andare non solo l’occasione per migliorare la propria situazione economica, ma anche e soprattutto il pretesto per uscire da una situazione da loro giudicata provinciale, culturalmente ristretta o semplicemente insoddisfacente. Per il secondo, l’esperienza migratoria risulta addirittura indispensabile per “collocarsi”, ossia trovare una identità personale e una appartenenza culturale (quella al mondo arabo).

La provenienza geografica, in questo anelito verso la conoscenza di nuove realtà e nuovi modi di pensare, lungi dall’essere la principale variabile in campo, gioca comunque un ruolo fondamentale nella loro decisione. H., nella prima principale tappa della sua vita, quella che lo conduce a Monastir, entra in contatto con la realtà dei turisti. Subisce una sorta di “socializzazione anticipata” e mette a punto quegli strumenti che a suo avviso gli permetteranno di uscire dall’angusta realtà di provenienza. Sceglie di frequentare la scuola alberghiera, di acquisire una professionalità spendibile pressoché ovunque. La sua quindi è una strategia migratoria, che prescinde dalle motivazioni economiche in senso stretto e si delinea molto presto, durante l’adolescenza.

  1. – anche se nello stralcio non lo dice – proviene invece da Tunisi, il centro metropolitano della Tunisia. Lo spazio è moderno, oltre che sovraffollato. Economia e turismo rappresentano la vera anima della città. Ad angustiarlo, al contrario di quanto accade ad H., non è la ristrettezza mentale e culturale dell’ambiente circostante. Tunisi, infatti, non è un sobborgo ed è come una qualsiasi capitale moderna. Piuttosto è giovane e irrequieto, come accade spesso di essere in quella fase della vita. F. introduce il riferimento all’età quasi  a giustificare la sua volontà di conoscere e la “follia” che si impadronisce di lui inducendolo a lasciare un lavoro quasi certo, come quello di assicuratore, per andare verso l’incognito.

Una storia che ha elementi analoghi – “di evasione” – ma a cui non restano comunque estranee motivazioni economiche (anzi, il contrario) è quella che ci apprestiamo ad analizzare, narrataci da M., 37 anni. Il racconto è lungo e articolato, e meriterebbe di essere riportata per intero. Nell’impossibilità di farlo lo riassumeremo in parte.

  1. proviene da una famiglia povera, dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Ha lasciato la scuola molto presto, per andare ad aiutare i genitori con le bestie e i raccolti. È il più piccolo a casa. I fratelli, ormai adulti, hanno aperto piccole imprese e dato vita a qualche commercio. Uno di loro lo prende a lavorare con sé. Si tratta di fabbricare jeans, intagliare i tessuti con macchine antiquate e addirittura forbici. Il racconto di questa stagione della sua vita è abbastanza crudo. Narra di dita diventate nere a forza di tagliare, di cronica mancanza di soldi:

 

“Io piccolo non arrivo neanche al tavolo, ma devi premere con la mano che non tiene la forbice sul tessuto: così mi è venuto un dolore al fianco, mi ha rotto una costola…Però pensavo ai soldi e dopo un anno li ho chiesti a mio fratello e lui mi ha detto 3500 dinari al giorno. All’altro ragazzo dava circa il doppio perché dice che tagliare tagliamo uguale, però per cucire io lavoro la metà, ci metto il doppio del tempo. E ci siamo litigati”.

(M., 37, lavoratore saltuario, coniugato)

 

 

Lascia l’azienda del fratello e diventa socio di un amico in una  impresa economica abbastanza strampalata. Perde i soldi investiti e si dà di conseguenza al commercio: vende scarpe nei mercati. In questa stagione un disturbo che l’accompagnava già da anni si accentua: è un miscuglio di depressione, cefalea e insonnia. Sta iniziando a perdere fiducia in se stesso, e quel che è peggio, la forza.

 

 

 

  1. Quando vendevi, quant’era lunga la tua giornata?
  2. Ti muovi alle 3 perché devi arrivare presto al mercato. In Tunisia non è come qui con il numero…con il nome e il posto assegnato, devi arrivare prima ed è pahm pahm! Una lotta! Poi finivo alle 2 o 3 del pomeriggio. Non è faticoso, è l’insonnia il problema… Questa malattia mi ha rovinato la vita!
  3. Avevi 25 anni?
  4. Sì, e comincio a pensare che io me ne vado, forse a Italia la vita è più facile, li medici sono più bravi…
  5. Perché pensavi prima di tutto ai medici? Era così grave questo tuo disturbo?
  6. Sì quello, cefalea tremenda, dolori in testa. Non dico…sono arrivato quasi alla morte. Sì. E’ rimasta solo l’Italia. Con i pochi soldi, via, prima che l’Italia chiudesse le frontiere. Anzi nel ’90 ha cominciato a chiudere. Sono entrato. Come un cieco non so dove andare. Sofferenze, dormire in campagna…
  7. Aspetta! Quindi tu decidi di partire… e i tuoi che fanno?
  8. M. Uuuuh! Dicono no! Il padre. E mi ricordo che quando dico a lui che io non lavoro più con te lui ha detto: <<Te ne vai di casa! Tu sei diventato un uomo e io non posso sopportarti. Sei un fallito>> Ma non voleva che andassi in Italia. Io l’ho sentita forte questa cosa, vattene, perché sono spaventato: non sono riuscito a lavorare, non sono riuscito a guadagnare, come faccio a mangiare, a abitare? Lui dice così, ma non è vero che vuole buttarmi fuori. Lui dice così perché io faccia coraggio. Lui non capisce che ero io molto malato, molto malato. Perché io non riesco più a lavorare dopo quello che mi è successo, non sopporto più la fatica, non dormo più. Invece che lui mi aiuta a trovare il difetto, che io ce l’ho questa malattia, o mi da i soldi per andare dai medici, mi dice di andarmene fuori. Tutto crollato addosso. Allora decido di partire perché se no impazzisco e non mi piace che gli altri mi vedono diventare pazzo. Perché col dolore in testa io sto pensando che sto perdendo…la malattia mentale. Io pago, 20 dinari, tutti i medici mi dicono che sto bene, come qua, allora io penso che ho una malattia mentale. Allora impazzisco fuori meglio di qua, dove tutti in quartiere cominciano a ridere quando io comincio a…

(M. 37, istr. elementare, lavoratore saltuario, coniugato)

 

 

Incomunicabilità, incomprensione, mancanza di risorse e “malattia” diventano nel caso di M. i fattori di spinta. Non sono degli elementi culturali in senso stretto a determinare questa frattura tra lui e il suo ambiente. Non si tratta – in altri termini – di un senso d’inadeguatezza imputabile alla razionalizzazione di un “altrove”, all’anelito verso nuovi mondi e altre culture, come nel caso di F. e di H. (stralci 3 e 4).  Piuttosto si tratta una combinazione di questi elementi – ed altri ancora – che tuttavia non affiorano alla coscienza come nei casi già visti. F. ed H., nel momento in cui maturano la loro volontà di andare, si sentono estranei. Avvertono in qualche modo che la cultura dentro cui sono cresciuti non è in grado di offrire risposte alle loro aspirazioni. La rifiutano. Per M. è differente: è lui che non si considera adeguato al proprio microcosmo. La sensazione che tutti in quartiere comincino a ridere al suo passaggio, il senso di fallimento nella vita (esplicitato apertamente in altri passaggi dell’intervista), la “malattia” e la relativa impossibilità di spiegarla, lo inducono ad andare. Anche in questo caso, i soldi e la povertà sembrerebbero essere tra le ragioni del viaggio, ma non  la causa.

 

 

2.1 Le ragioni per stare

 

            Avevamo iniziato col notare che Mazara è un ambiente tutt’altro che facile per i migranti: addirittura inospitale. Quasi tutti i personaggi presentati sinora, con l’eccezione di A. (stralcio 1) e H. (stralcio 4), non svolgono attività stabili. Né l’ex meccanico del secondo brano (che ormai quasi completamente cieco, gira con una misera carretta simile a una culla per le strade di Mazara ), né F. (che giorno per giorno raccatta lavori da giardiniere, imbianchino, bracciante), né M. (che, analogamente, s’inventa quotidianamente il lavoro) possiedono un mestiere.

 

L’elenco di immigrati che vivono così, se mai dovessimo produrne uno, sarebbe vastissimo. E per la verità, neanche A. e H. sono molto soddisfatti di ciò che fanno. Il primo perché il lavoro è duro e – come spiegheremo  meglio nei prossimi paragrafi – lo tiene lontano da casa per 25 giorni al mese, rendendogli un ben misero salario (800 euro circa). Il secondo – in modo non dissimile – perché si sente sprecato nel posto dove lavora ed è anche mal pagato. Ospite – come si ricorderà – della sorella sposata, H. non può andar via dalla casa di costei. Se lo facesse, non ci sarebbe spazio per vivere e risparmiare. In Italia, come dice lui stesso, “ho conosciuto la vita. Anch’io voglio poter uscire…Vivere oltre che lavorare! Prendere quattro soldi va bene se fai casa-lavoro, ma anch’io ho diritto ad altro”. Allora sopporta una vita che è piena di limitazioni (“Qui non posso fare niente, solo andare da mia sorella, i suoi figli, suo marito…Non sei libero, non puoi tornare a una certa ora, non puoi fumare, non puoi bere, leggere un libro sino a tardi”), pur di risparmiare una somma che gli permetta di andare via. Mazara è per lui un momento di pausa, in attesa del rilancio personale.

 

Quando abbiamo incontrato H., erano i primi giorni di primavera: attendeva l’estate per andare nella riviera romagnola. Lì, i più lauti guadagni gli avrebbero probabilmente permesso di accrescere ulteriormente i suoi risparmi e tentare di raggiungere la sua vera meta: Torino, la grande città. Vi aveva già vissuto, ma afflitto dalla nostalgia di casa ad un certo punto aveva lasciato tutto – ossia il lavoro in un lussuoso hotel del centro e qualche amicizia – per la Tunisia. Aveva creduto di farcela – di non dover mai più tornare in Italia – ma si era sbagliato. Per ragioni che non abbiamo mai davvero approfondito, ma che avevano probabilmente a che fare da una parte col lavoro e dall’altra con la sua “diversità”, era ritornato. A Torino, però, dato che tutto era ormai perso (“In Italia, se lasci è difficile tornare”), non credeva fosse conveniente tornare immediatamente. Così non gli era rimasto altro che andare dalla sorella.

 

Questa fase della biografia di H. fornisce il pretesto per introdurre alcuni tasselli al mosaico delle motivazioni che inducono un così alto numero di immigrati a restare in quella sorta di deserto delle opportunità rappresentato da Mazara del Vallo. Il primo – che è abbastanza evidente e non necessita di particolari dimostrazioni – è costituito delle reti.[32] La comune provenienza di un gran numero di migranti dalle medesime città e il trasferimento di interi quartieri – sarebbe a dire di individui che erano vicini di casa già in Tunisia – nel territorio di Mazara (ma si potrebbe dire della casbah), fa sì che si possa contare su vincoli relazionali molto stretti e addirittura di tipo familiare. La diffusione di forme solidali  – quasi assenti in molti altri contesti più “opulenti”[33] –  fa sì che a Mazara i tunisini possano quasi sempre contare sull’aiuto di qualcuno.

 

  1. – dalla cui intervista estrapoleremo qualche stralcio – ci spiega questo molto chiaramente. Ma per comprendere a fondo il suo racconto occorre fornire prima qualche spiegazione. Mentre ci raccontava di episodi accaduti in Sicilia in una certa fase della sua vita, I. prese a parlare di Mahdia per spiegarci quanto la odiava. Restammo sorpresi, come se avessimo frainteso per tutto quel tempo i suoi discorsi, e glielo dicemmo.

 

  1. (…) ero arrivato ad odiare il paese dove ero nato [Mahdia], perché non si facevano mai gli affari loro e pian piano un piccolo motivo per cui io e mio padre siamo arrivati a bisticciare – a dividerci — è stato per le troppe chiacchiere! E nessuna era veramente fondata…
  2. Scusa, ma non eri a Mazara in quel periodo?!
  3. Sì, ma quelli che stanno qui a Mazara al 90% sono di Mahdia! Allora sono arrivato a un punto che odiavo quel paese, non gliela facevo più…parlavano troppo, sparlavano troppo…
  4. C’entra col fatto che tu e la tua famiglia non avete mai abitato nel centro storico, dove stanno tutti i tunisini?
  5. Allora, intanto, sia i miei zii che la mia famiglia abbiamo sempre abitato in zone veramente disperse, per alcune ragioni principali. Uno, per la diffidenza: perché all’inizio la gente non è che si conosceva tanto bene. La paura loro non era dei cittadini stranieri, ma dei cittadini italiani…perché Mazara, la Sicilia è sempre un paese…la Sicilia, si pensa subito alle cose più gravi! Allora la paura, la diffidenza era per i bambini, perché eravamo ancora piccoli…allora preferivano stare lontani (…) Una volta cresciuti non c’era più questo problema, ma comunque avevamo imparato che più lontano si sta, meno problemi si hanno…Per quanto riguarda la mia famiglia, prima abitavamo dall’altra parte del fiume Trasmazaro…Eravamo dispersi, c’erano solo gli italiani attorno a noi. E nessuno conosceva casa nostra (…) Il punto è che i tunisini vanno a cercare sempre posti dove stanno tutti assieme…Esiste il fatto che bene o male si conoscono tutti e sono tutti della Mahdia…Va a finire che quasi tutti hanno legami di parentela e poi esiste il fatto che se uno ti viene a bussare a casa e c’ha bisogno di mangiare o altro, non glielo nega nessuno!

(I., 25, pescatore, celibe)

 

Mazara e Mahdia, perciò, nella rappresentazione di I. si fondono: tanta e tale é la forza degli intrecci che legano la comunità della diaspora[34] a quella rimasta in patria. L’avversione che egli prova verso i concittadini di Mazara si trasforma nell’avversione verso i luoghi di origine. La ristrettezza – quella stessa da cui F. e H., come si ricorderà, intendevano sfuggire – fa nuovamente la sua comparsa. Ma in questo particolare contesto migratorio l’atteggiamento che gli individui nutrono verso di essa è ambivalente. È opprimente, ma anche utile. In certi casi, è addirittura fastidiosa. Nessuno, ad esempio, può negare da mangiare a chi ne ha bisogno. Tutti devono poter contare su tutti e ciascuno è obbligato a dare (o quasi).

 

Questo sistema di obblighi reciproci e relazioni spinge alcuni a isolarsi, ma anche chi lo fa non esce mai del tutto dalla rete: appartenervi, infatti, è una garanzia di sopravvivenza. Tale modo di relazionarsi rispetto ai singoli e ai gruppi – a cui non sono estranei influssi di tipo religioso – [35] è molto probabilmente inquadrabile in quel che Mauss chiamava il “regime del dono”. All’interno di un sistema relazionale in cui “la vita materiale e morale, lo scambio, operano sotto una forma disinteressata e obbligatoria nello stesso tempo”,[36]  il dovere di dare oggi è il diritto di ricevere domani. Astenersi totalmente dal circuito della reciprocità non è conveniente per nessuno.

 

Non stupisce, perciò, il richiamo che la cittadina siciliana esercita sui tunisini. Tanto meno sorprende che la gente sia incatenata a questo posto, che non riesca ad andarsene. La riproduzione della società di partenza, la terzietà (in molti vissuti individuali, assai pronunciata) della comunità tunisina rispetto alla più ampia società degli autoctoni, mitiga i disagi e, nel caso dei “nostalgici” (che pur vi sono), modera l’ansia derivante dal distacco. Chi sta a Mazara può vivere l’esperienza di stare lì e, simultaneamente, altrove.

 

A descrivere icasticamente questo processo è ancora una volta I., quando spiega a suo modo il ritardo linguistico di tanti giovani stranieri. Egli aveva destato sin dall’inizio la nostra attenzione perché apparteneva a un tipo rarissimo di tunisini, quello degli “integrati”. Cresciuto sin dalla primissima infanzia a Mazara, pescatore, colto e assai acuto, I. parlava benissimo l’italiano, addirittura con accento marchigiano. Per qualche tempo – pochi anni prima del nostro incontro – aveva infatti lasciato Mazara per andare a Civitanova Marche. Poi – come tanti che avevano tentato di  andar via – era ritornato. Anche nel suo caso, il “centro gravitazionale” di Mazara lo aveva risucchiato. Era un perspicace conoscitore  della realtà mazarese e aveva il pregio di saper comunicare. Lo interrogammo:

 

 

  1. Conosco N., S. e alcuni altri: mi date sempre l’impressione di essere delle avanguardie. Siete in pochi a vivere questa condizione “di confine”, mi sembra…E’ strano che sia così, dopo 30 anni di presenza tunisina a Mazara!
  2. Siamo pochi perché…Se tu parli di N. e parli della sorella e parli anche del fratello e della sorella minore, guarda caso sono i miei ex-compagni di classe, guarda caso erano i miei vicini di casa, guarda caso erano il mio gruppo. Guarda caso…guarda caso abbiamo passato lo stesso periodo di anni a Mazara. Cioè, alla fine, siamo purtroppo gli unici! Cioè, come ti ho detto, quando c’eravamo noi eravamo in pochi, eravamo obbligati, eravamo più motivati a conoscere la lingua italiana e a comunicare[Si riferisce agli anni ‘80]. Oggi come oggi, sono tanti. Non sono più obbligati come eravamo noi. Infatti te l’ho detto all’inizio: eravamo pochi. Eravamo più motivati.
  3. Infatti voi che siete sopra i 20 parlate benissimo e siete anche molto legati agli italiani; quelli che si collocano sotto la vostra età – diciamo i diciassettenni – non parlano bene l’italiano, non hanno relazioni significative con gli italiani…
  4. Questo dipende da due fattori: dipende, come ti ho detto, dal ridotto numero dei tunisini…ma se parli di N., è arrivata all’età circa di 7 anni in Italia. Per quanto riguarda sua sorella D. e l’altro fratello, sono nati qui…Invece sia N. che una sua sorella morta dopo, erano venute grandi qui… Però stiamo parlando di un bel po’ di anni e più o meno sono venute da bambine, anche se all’età di 7-8 anni.  La mentalità più o meno è stata intaccata:N.  è cresciuta con due mentalità. La stessa tipologia mia: siamo nati e cresciuti con due mentalità. Una mente già sviluppata, tunisina; però calati dentro un’altra cultura.  Abbiamo dovuto accettare sia l’una che l’altra e condividerle. E qui va bene…Invece la generazione di oggi, non tutti sono venuti da piccoli. C’è chi ha 17 anni, ma è venuto da un paio di anni in Italia. Perché, ad esempio, l’ultima legge…gli immigrati che facevano? Portavano la moglie, ma i bambini li lasciavano in Tunisia. Adesso è obbligatorio il fatto che quando lui rinnova il permesso di soggiorno, i figli siano qui o sennò non li mette per niente nel permesso di soggiorno! Devono essere presenti…Allora automaticamente sono stati costretti questi dell’ultima generazione – stiamo parlando degli ultimi 4 anni, come minimo – a portarli tutti in Italia…Automaticamente non penso che possono avere imparato la lingua italiana o acquisito l’accento…ci vuole tempo, ci vuole tempo, soprattutto ad una età come la loro. Poi quelli invece che sono nati qui, parlo di quelli piccoli, magari di 10 anni, devono ancora imparare…Perché, crescendo tra due culture, non puoi dare la prevalenza all’una o all’altra. O scegli una o l’altra o entrambe. E se scegli entrambe, c’è sempre quella difficoltà di continuare e ci vuole tempo. Invece per quanto riguarda i diciassettenni, i sedicenni, i quindicenni, non è detto che tutti siano venuti da piccoli, non è detto che tutti son nati qui e non è detto che siano nati qui e cresciuti direttamente qui…Voglio dire che possono essere nati qui, cresciuti in Tunisia e riportati! Esistono vari fattori e il fattore principale è quello che non sono più motivati come una volta! Ad esempio, non so se hai parlato con due ragazze che mi vengono cugine, Z. e K.…non hai avuto questa opportunità. Vedresti che una ha 19 anni e una 17. Vedrai come parlano, eppure sono nate a Castelvetrano, sono cresciute in Tunisia e sono ritornate 9 anni fa. Vedrai la differenza rispetto a tanti altri: erano tutte e due molto motivate. Per due motivi: primo, che quando sono ritornate circa 9 anni fa, non hanno avuto la possibilità di integrarsi con altri tunisini. Sai, la sfiducia negli italiani che ti dicevo, la mamma per problemi suoi di salute…La seconda motivazione è che hanno dovuto lottare, perché sono venute da clandestine…Hanno dovuto lottare e integrarsi in una società e imporre la loro forza. Sono state motivate, è logico! Prendi invece quegli altri che non hanno una motivazione per integrarsi…Non dico che siamo veramente tanti, ma abbiamo una motivazione talmente forte: integrarci. Una cosa questa che ha causato tanti problemi, coi genitori, personali…ma era una motivazione veramente forte. Invece gli altri non ce l’hanno o non è forte come la nostra! E’ differente. Ad esempio, prendi mio padre. Mio padre è almeno 30 anni che sta in Italia, ma porca miseria, neanche una parola sa dire bene! In italiano non ne parliamo, ma neanche in siciliano…La mia matrigna, è uguale: siamo venuti insieme, lei mi aveva portato con sé…eppure neanche una parola corretta sa dire. Addirittura certe volte mi metto a ridere quando si parla l’italiano…Io la capisco, perché so esattamente cosa vuole dire, ma in realtà…Le mie sorelle, bene o male, non dicono che sappiano parlare benissimo l’italiano, ma se la cavano abbastanza bene. Per quanto riguarda mio fratello, è un eccezione: ha continuato a studiare e diventerà comandante a breve…questo è l’ultimo esame che farà…sta a Venezia. Però ha studiato! Uno che arriva a un certo livello, vuol dire che ha imparato benissimo la cultura. Però, non dico che sono molti, ma non sono neanche rarissimi! E’ la motivazione che è differente, solo questo! Perché non credo che sia un motivo, né d’intelligenza né di capacità, ma di motivazioni! E’ come gli italiani che stanno a Mazara: porca miseria, è 40 anni che vivono con gli stranieri, ma non sanno neanche una parola di arabo, a parte qualche parolaccia. E’ perché non sono motivati! Perché tanto se io devo venire da te a comperare un chilo di pane, sono io che sono motivato a dirti “dammi un chilo di pane”…(I., 25, pescatore, celibe)

 

 

Il quadro delineato da questo particolare testimone è chiarissimo. Man mano che la presenza degli stranieri aumentava, andava crescendo in modo direttamente proporzionale anche la segregazione di questa parte di popolazione all’interno del centro storico cittadino. Questa concentrazione, se svolgeva una funzione positiva dal punto di vista della protezione dei membri della comunità (dando luogo a forme alternative di auto-aiuto e di welfare “spontaneo”, indispensabile in assenza di adeguate politiche sociali), separava però sempre di più l’universo degli stranieri e quello degli autoctoni. La comunità tunisina diveniva in qualche modo sempre più autosufficiente e comunicava sempre meno con l’ambiente esterno. Così cresceva sempre più  il senso di protezione avvertito dai suoi membri e si generava un ritardo difficilmente colmabile nel processo d’integrazione. Se a questo si aggiunge il ruolo svolto dalla scuola elementare tunisina (all’interno della quale non si insegna l’italiano) e il pendolarismo dei minori – a cui faceva riferimento I. nel suo racconto – va sempre più delineandosi il quadro ideale per la marginalizzazione di intere generazioni di tunisini a Mazara. In assenza di motivazioni per avvicinarsi alla realtà d’arrivo, gli individui possono continuare a sperimentare per molto tempo una illusione di ubiquità, senza trovarsi in realtà mai davvero qui né realmente . Quella vissuta da molti diventa allora una condizione “di sospensione”, che induce ad aspettare momenti migliori e a transigere sul tempo che passa e sul mancato conseguimento degli obiettivi prefissati. Si realizza in altri termini quella “presa di distanza emotiva (rifiuto del reale)”,[37] registrata dalla letteratura sociologica delle migrazioni in contesti diversi da quelli qui analizzati – per lo più di tipo industriale – ma ugualmente rinvenibile in tanti  soggetti da noi incontrati. Un distanziamento dal reale “che consente all’immigrato, anche in condizioni di estremo degrado della propria qualità della vita, di mantenere tale stato per un periodo lungo di tempo in attesa di momenti migliori, soprattutto se ciò e accompagnato a un miglioramento economico relativo”.[38]

Il tema dell’ubiquità – dell’anelito ad essere qui e contemporaneamente altrove – implica evidentemente quello della nostalgia, del ritorno alla famiglia e alla vera Tunisia. Quando tale pulsione si fa forte, qualcosa tuttavia si frappone alla sua messa in atto. Le ragioni che impediscono il ritorno tanto agognato sono varie, correlate alla precarietà della posizione legale, all’incertezza riguardo una scelta così perentoria e alle difficoltà che seguirebbero nel tentativo di rientrare in Italia, qualora i piani non dovessero seguire il corso previsto. Soprattutto, ad impedire il rientro c’è la reticenza ad ammettere l’insuccesso del progetto personale e ad essere giudicati falliti. A tale riluttanza si aggiungono, non di rado, le pressioni della famiglia a che il loro membro non torni prima di aver materializzato quantomeno degli obiettivi minimi.

 

 

 

  1. Nel periodo in cui vivevi in Nord-Italia, lasciavi i lavori perché non ti andavano bene o perché magari riducevano il personale…?
  2. No, perché era finito il contratto e non c’era possibilità. Però quando ho capito tutto, non volevo stare più in Italia. Volevo vivere nel mio paese, perché ho capito, diciamo, che è importante stare per sé, nel bene o nel male, vicino alla tua famiglia. Ho fatto di tutto per vivere in Tunisia e non ho potuto…
  3. Che difficoltà c’erano?
  4. Primo, la tua famiglia…perché dicono “come, sei stato all’estero, vieni qua che non hai niente?!”. E loro vogliono che vivi bene. Se vivi lì, vivi male, se non hai qualcosa…se non hai un grande capitale. Allora mi hanno sempre spinto a tornare in Italia. Però volevo lì, perché ho saputo che è inutile di…Cioè quel calore che ti dà la famiglia, la casa tua e il tuo paese, non te li dà nessuno. Anche così io non ho potuto stare là. Ero costretto a uscire.
  5. Quindi eri costretto a uscire per via delle tue condizioni economiche e anche per la tua famiglia…
  6. E anche dalla gente…perché la gente ti considerano un uomo se tu hai la macchina e se sei senza macchina non sei un uomo…E’ una mentalità proprio materialista.

(B., 33, operaio, istr. media-superiore)

 

 

 

 

[I giovani tunisini] Io per quello che ho visto, non hanno niente! Hanno in testa, quando vengono qua, di farsi una bella macchina per andare in paese e farsi vedere. Altro non c’è!

  1. Tu credi che la famiglia tunisina che vive in Italia sia diversa da quella che vive in patria?
  2. C’è differenza…Nella famiglia tunisina non c’è amore…se siamo tre fratelli e un fratello ha più soldi io voglio bene a questo fratello di più. Sono molto gentili con lui perché ha più soldi. Invece in Italia, c’è altro. Qua la famiglia esiste, in Tunisia non esiste.
  3. In Tunisia i genitori aiutano i figli?
  4. Sì, aiutano.
  5. Non si interrompe mai questo rapporto?
  6. H. Dipende da loro, cosa possono fare. Diciamo i miei, per aiutarmi, mi hanno detto “devi uscire!”. E poverino, era mio padre che mi ha dato il biglietto, perché ero senza soldi. Mi ha detto “se esci ti puoi rifare, se resti qui scendi sempre più giù!”.
  7. Era una sofferenza per loro…
  8. Sì, perché i genitori non volevano che loro figlio vive male. Preferiscono non vederlo, purché viva bene…

(H. 32, barista, istr. professionale)

 

 

Nel caso di B. ed H., i timori delle famiglie per il futuro dei  figli agiscono da elementi di spinta. Sono motivazioni in un certo qual senso “affettive”, ancor più che economiche, ad indurre le famiglie ad incoraggiare i propri membri più giovani ad allontanarsi. Tuttavia, sullo sfondo, s’intravedono pressioni sociali improntate a un certo materialismo nei valori e nella considerazione attribuita agli individui dalla comunità di riferimento (costituita da vicini, conoscenti e familiari). Il successo economico in un ambiente ristretto come quello di provenienza – in cui il giudizio dei vicini e dei conoscenti esercita un peso e, soprattutto, è percepibile – agisce sul Sé individuale (e familiare) modellandolo.[39]  Il tema del materialismo delle società di provenienza era emerso più volte nel corso dei discorsi che quotidianamente tenevamo con i nostri informatori tunisini e i conoscenti, oltre che con gli intervistati. Nel corso del nostro soggiorno in Sicilia una delle persone che meglio avevamo conosciuto e con cui più spesso capitava  di soffermarci era M., lo stesso la cui storia abbiamo già parzialmente raccontato nelle pagine precedenti. Un giorno lo incontrammo al Porto vecchio. Non sembrava proprio depresso – infatti ha sempre una sorta di calma olimpica che lo accompagna – ma neanche esattamente contento. Incominciammo a discutere, come al solito, del più e del meno. Aveva un giubbotto carino, di quelli che indossava spesso. Di solito le sue giacche erano sempre molto eleganti o comunque di buon gusto. N., una ragazza che lavorava in un ristorante tunisino, sere prima gli aveva fatto notare che il suo giubbotto era firmato, e aveva scherzato su questa cosa. M. aveva risposto che non sapeva che quella marca fosse prestigiosa e che l’aveva comperato durante il periodo dei saldi.

 

La mattina in cui nuovamente lo incontrammo indossava un giubbotto differente. Riprendendo il motteggio della volta precedente, facemmo riferimento a quella novità. Con la massima tranquillità e senza vantarsi, ci rispose che questo era davvero bello e che lo aveva pagato molto caro, 150.000 Lire. E’ aggiunse: “quando vai in Tunisia e sei vestito normale, ti criticano. Ti dicono che stai in Italia e, nonostante questo, ti vesti male. Una volta, quand’ero in Tunisia, durante le vacanze, avevo un paio di scarpe come quelle che indosso ora, normali…E mio padre fa: <<così, puh, ‘ste scarpe hai?!>>Lì se non ti vesti elegante, ti criticano. Te lo dicono, te lo fanno pesare…”. Ormai gli avevamo fornito il pretesto per sfogarsi. Abbiamo già detto che non sembrava proprio felice quella mattina e infatti era accaduto che sua madre stesse male, ormai da un po’ di giorni. I suoi gli avevano chiesto di tornare, ma lui aveva tentennato. Innanzitutto era un problema di soldi. Proprio nei giorni in cui era stato avvisato del malore della madre, stava completando il conseguimento delle patenti B e C (progettava di fare il camionista) e questo gli sarebbe costato molto, almeno tre milioni. Inoltre – e ciò era forse più importante – non aveva voglia di vedere suo padre. “Una volta – ci disse – sono tornato in Tunisia. Avevo portato un bel po’ di regali per mia madre, mio fratello, alcune famiglie amiche. Sai, roba di trentamila lire per gli amici, così…A mia madre invece ho portato un anello d’oro, un bracciale. Lo stesso a mio padre. Bene, sai che mi ha detto? <<Queste cose mi porti? A me i soldi devi dare!>>. Ma come, gli ho risposto, non hai cinque vacche, non stai bene? Dico, non lo sai che sto in Italia ma non lavoro, che ho i bambini? I soldi ti devo dare?! I soldi vuole…!Un’altra volta, sono arrivato a casa. Avevo due valigie. Allora ho preso un taxi dalla stazione sino a casa. Sai che si è messo a dire mio padre alla gente? <<Si è preso il taxi, perché si vergogna di farsi vedere in giro che è senza una lira e va vestito così…!>>. Capisci? Così è in Tunisia…”.

Non pensiamo naturalmente che in Tunisia sia sempre così, ma avevamo raccolto ormai abbastanza prove per pensare che tanto la pressione delle famiglie a non far tornare i propri membri in Tunisia – per la mancanza nel breve periodo di prospettive di miglioramento delle condizioni economiche e di vita – quanto l’ansia di essere giudicati dei falliti dal proprio gruppo di riferimento in patria (famiglia, vicinato, conoscenti), ostacolano il rientro  di molti migranti in misura maggiore di quanto facciano le motivazioni economiche in senso stretto.

Sia pure in modo parziale, questa nostra interpretazione può però spiegare solo alcune delle ragioni per cui i soggetti, in presenza di condizioni di vita difficili, non rimpatriano. Ma non esaurisce l’elenco delle ragioni per cui molti immigrati non lasciano Mazara del Vallo, per trasferirsi in Regioni più appetibili dal punto di vista delle opportunità materiali e giuridiche. Un lavoro in regola, infatti, non è solo garanzia di un reddito sicuro, ma anche e soprattutto di regolarità nel soggiorno. Di superamento, cioè, di quello stato di “espulsione momentaneamente sospesa” – come la definisce Hannachi – [40] carico di importanti conseguenze psicologiche e responsabile della dipendenza di molti stranieri da datori di lavoro privi di scrupoli e da rigogliosi mercati illeciti di documenti e permessi di soggiorno

Per completare il quadro delle motivazioni che inducono a restare – anche se probabilmente non per esaurirlo completamente – mancano alcuni riferimenti agli importanti benefici materiali che possono derivare dalla permanenza a Mazara. Per introdurli può essere utile riprendere il racconto, presto interrotto, di F. nello stralcio d’intervista numero 3. Egli, una volta lasciata la Tunisia, era arrivato a Napoli, dove poteva contare sull’appoggio gratuito di amici e concittadini. Ma, “arrivato un punto che dovevo fare tutte cose da solo, che dovevo farmi il mio futuro”, lascia Napoli per Mazara, perché:

 

      10°

“quando stavo a Napoli arrivavano tunisini che lavorano al nord e dicevano che c’è lavoro e tutte cose al nord…io a quel tempo non avevo il permesso di soggiorno e pare che era difficile per questo e anche l’affitto era troppo, troppo, troppo caro e non mi andava bene di andare lì. Invece a Mazara c’è tutte cose: l’affitto non è caro, la vita non è cara, c’è lavoro…in nero, ma c’è lavoro!”. P. Hai una casa in affitto regolarmente?

  1. Sì, ho una casa in affitto…

P. Quanto paghi di affitto?

  1. 250.000 lire al mese.

P. Quanti riesci a fare?

  1. In un giorno di lavoro, se lavoro otto ore, 50-60.000 lire. In una settimana, se riesco a fare 250.000 mila lire mi va benissimo…Grazie a Dio!

P. Riesci a risparmiare?

  1. Sì, sì, certo. Con questo periodo, invece di comperare un chilo di pane, ne compero 20 chili…Ce la faccio…

P. Che cosa comperi, dove la comperi…?

  1. Ti dico la verità, c’è un mercato al mercoledì mattina e le cose da mangiare non sono care…quello che è cara qui è la luce.

(F., 37, lavoratore salturario, con figli)

 

 

Sulla questione caro vita e affitti, è anche interessante quel che ha da dire I.:

 

12°

[ A Civitanova Marche] facevo nuovamente il cartongessista in una azienda vicino casa ed era andata benissimo. Però poi, siccome gli affitti erano alti e i ragazzi che stavano con me se l’erano squagliata tutti, non gliela facevo più, ho mollato. A me, bene o male, bastano 200.000 per sopravvivere qui…

D. Così poco…?

  1. A Mazara non è che serve tanto denaro per sopravvivere. Una volta che hai gli amici, che hai da mangiare con una famiglia…cioè noi con 100.000 facciamo una spesa davvero molto ampia. Per quanto riguarda l’affitto paghiamo 250.000 lire. Tra me e mio zio, diviso a metà…a me 200.000 lire bastano e avanzano! Non ho bisogno chissà di che cosa…non consumo né caffè né alcool e nemmeno fumo. Non ho nessun tipo di consumazione! A me 200.000 lire al mese, bastano e avanzano. Non ho nessun tipo di problema. Dici, è vero, non vado al ristorante! Ma neanche me ne frega, mangio a casa!

D. Ad esempio, cosa mangi?

  1. Io cucino di tutto, sia il pesce che la pasta, il cous cous, piatti italiani. Addirittura mi metto anche con certi piatti cinesi. Cucino di tutto, pesce, carne…Non ho preferenze.

D. Ma la carne, ad esempio, costa…

I. No, per quanto riguarda noi, abbiamo un amico che fa il pecoraio – diciamo così – e ci porta la carne ogni mese. Per quanto riguarda il pesce, siamo dei pescatori. Mio zio è pure pescatore e il pesce non ci manca…Girala come ti pare, si vive davvero con pochissimo.

(I., 25, pescatore)

 

 

Da questi racconti emergono, dunque, altri quattro fattori di attrazione e induzione a permanere: a) il basso costo degli affitti; b) un costo contenuto della vita (entrambi uniti ad una scarsa propensione ai consumi voluttuari);[41] c)  la maggiore facilità rispetto ad altri contesti, ad esempio del Centro e Nord Italia, nel trovare lavori irregolari (in altre stagioni più che adesso)[42]; d) implicitamente, la maggior tolleranza della polizia nei confronti di certe tipologie di illecito (lavoro “in nero” e parziale possesso dei requisiti per la permanenza o il rinnovo dei permessi di soggiorno).[43]

Anche in questo caso – ci sembra – il richiamo a  motivazioni di ordine materiale non è sufficiente a esaurire le ragioni dell’ormai trentennale presenza dell’immigrazione tunisina a Mazara del Vallo. Infatti chi punta l’attenzione sul basso costo della vita e sull’insufficienza dei controlli circa il funzionamento del mercato irregolare del lavoro, omette il ruolo giocato dalle reti di auto-aiuto e welfare “spontaneo” che trovano origine in pratiche culturali e vincoli morali fondati sulla reciprocità. Inoltre la razionalità che pure è facile rinvenire in questo comportamento non è riconducibile a nostro avviso alla logica dell’homo oeconomicus. I costi, negli stili di vita che abbiamo mostrato, superano di gran lunga i benefici. La fatica di trovare lavoro, l’assenza di forme di sostegno economico e sociale da parte delle istituzioni, la difficoltà a regolarizzare le posizioni, la tensione emotiva che questa situazione comporta, la marginalità sociale quotidianamente sperimentata, sono dazi innanzitutto morali, che superano ogni altro vantaggio di ordine materiale. Se una razionalità è possibile rinvenire in tutto questo, essa non è del tipo che siamo normalmente abituati a considerare. È, appunto, uno “scontro di razionalità”?

 

 

3. Le dinamiche sociali negli ambienti di lavoro

 

Abbiamo chiarito sin dalle prime battute che il lavoro, nella prospettiva adoperata per il presente studio – dedicato ai processi d’insediamento di una comunità straniera all’interno di un territorio e di un tessuto sociale, culturale ed economico diversi da quelli originari – interpreta un ruolo molto importante, simbolico e materiale insieme. Esso è al contempo un “teatro” – all’interno del quale si svolgono interazioni, si compiono mosse “strategiche” finalizzate a suggellare alleanze o resistere agli scontri, si comunica con gli altri gruppi, si produce mutamento culturale – ed un terreno di competizione per l’acquisizione di risorse scarse.

Nelle pagine che seguono cercheremo di osservare il mercato del lavoro – in particolare i sub-mercati della pesca e della campagna – considerandoli sotto questa duplice veste

Venendo alle più comuni rappresentazioni sul mondo del lavoro nella cittadina siciliana,  è diffusa l’idea che la gran parte della manodopera di origine tunisina sia occupata nel settore della pesca e si registra di conseguenza la tendenza a sovrastimare l’incidenza della sua presenza in questo ambito.[44] Tale percezione deriva da una situazione determinatasi probabilmente solo nei primi anni dalla comparsa dell’immigrazione tunisina, ma presto superata per l’evoluzione seguita dai locali mercati dell’impiego.

 

Nei fatti, la percentuale dei pescatori è irrisoria. A causa della legislazione che costringe i marinai a rinnovare ad ogni nuovo imbarco le iscrizioni ai registri della Guardia costiera e per effetto dell’alto turn over che caratterizza il personale di bordo (in alcuni casi sino a 7 differenti imbarchi l’anno; ma la media è di 4), i marinai stranieri regolarmente iscritti nei suddetti registri ammontavano nel 2001 a 974 unità. Il depuramento dei dati dalle duplicazioni nominative mostra però come il numero reale degli individui impegnati in questa attività corrisponda per l’anno considerato a 197 individui, ossia al 19% del totale della popolazione tunisina maschile maggiorenne.[45]

La pesca determina un indotto e a questo ci si deve in parte riferire quando si considerano i 20 avviamenti nel settore industriale registrati dall’ufficio per l’impiego nell’anno 2001 (l’1,8% della popolazione tunisina maschile maggiorenne) (tab. 11). Stando ai dati ufficiali disponibili, la percentuale dei tunisini occupati nel settore della pesca nel suo complesso non supera dunque il 20% della popolazione componente il gruppo etnico in esame.

 

Se per quanto concerne gli imbarcati è difficile ipotizzare la presenza di un numero significativo di assunti fuori da regolari rapporti di lavoro – a causa dei controlli che caratterizzano questo settore e che inducono a ritenerlo il solo normato in città – non si può pensare altrettanto a proposito dei settori contigui di terra (industrie per la lavorazione del pesce  cantieri navali, oltre che imprese di altro genere). Infatti per quanto un quadro più chiaro potrebbe essere fornito solo da un controllo delle posizioni aperte presso l’INPS, le interviste redatte e i racconti uditi inducono a pensare che le assunzioni “in nero” siano diffuse qui molto più che a mare.

Le cave – che tra tutte sono state le imprese da noi meno esplorate – non dovrebbero fare eccezione a questa considerazione.

Neanche per quanto concerne il settore agricolo, come vedremo dettagliatamente più avanti, i dati dell’ufficio per l’impiego sembrano poter fornire una quadro attendibile dell’incidenza tunisina. Le statistiche mostrano infatti che in questo settore nell’anno 2001 vi sono stati soltanto 64 avviamenti al lavoro (corrispondente al 6% della popolazione maschile tunisina adulta). Anche in questo caso i dati dell’Ufficio per l’impiego non sono esaustivi – in quanto tale istituto non rappresenta l’unico canale per avviare regolari rapporti di lavoro – ma la pratica invalsa di contrattare per strada e per una durata limitata a pochi giorni (una settimana o tutt’al più qualche decina di giornate) le prestazioni lavorative legate ai raccolti o alla semina, insieme alle dimensioni ragguardevoli della domanda di lavoro (deducibile da quel 75% circa di manodopera disoccupata emergente dai dati sin qui visti)  lascia pochi dubbi circa la diffusione di rapporti di lavoro irregolari e corresponsioni salariali  inferiori ai minimi sindacali.

 

 

Avviamenti al lavoro nell’anno 2001

SETTORIITALIANISTRANIERITunisiniMarocchiniJugoslavia
Iscritti (dati stock)    Agricoltura

Industria

Altro

N.c.

 

12521

 

354

1077

1089

10001

419

107

 

 

312

3731326
Avviamenti

Agricoltura

Industria

Altro

    280

 

81

98

101

 

87

 

64

20

3

861

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Ufficio per il lavoro del Comune di Mazara del Vallo

 

 

Ci si potrebbe aspettare che un’attività alternativa a disposizione di chi voglia sfuggire alla precarietà dominante nella gran parte dei settori di lavoro appena visti e miri ad una posizione più salda, quantomeno dal punto di vista amministrativo e della permanenza, sia quella del commercio o dell’impresa economica (dai ristoranti ai negozi, passando per l’edilizia e le agenzie di servizi);[46] una aspettativa plausibile anche alla luce di una certa propensione della cultura tunisina per le attività imprenditoriali.[47]Tuttavia uno sguardo alle licenze commerciali registrate presso l’apposito ufficio del Comune,  mostra che i tunisini impegnati nella vendita ambulante e fissa ammontano a 15 (meno dell’1% della popolazione adulta).

Neanche questo settore, pertanto, occupa l’esorbitante numero di manodopera tunisina che non trova impiego nella pesca, nell’industria ad essa legata o in quella delle cave.

Cosa fanno dunque gli immigrati di Mazara del Vallo per poter sopravvivere ed entrare ciclicamente in possesso dei requisiti previsti dalla legge per il rinnovo dei permessi di soggiorno?

 

La stretta correlazione di questi temi con altri contigui – concernenti l’estensione del mercato irregolare del lavoro e la frequenza di scambi occulti riguardanti i Permessi e gli altri tipi di documenti – richiederebbe per una trattazione esaustiva la conoscenza di dati statistici o di stime che allo stato attuale non possediamo. Possiamo però affermare che entrambi i fenomeni – impiego irregolare e scambi “multi-livello” per il conseguimento dei suddetti documenti – sono frequenti e costituiscono dei mercati di una qualche rilevanza. Lo confermano l’unanimità dei giudizi espressi dagli stranieri intervistati, i racconti registrati in colloqui informali e  i pareri espressi da molti testimoni privilegiati (oltre che i sommari dati sin qui analizzati).

Per comprendere dunque come sopravvivono i tunisini dislocati sul territorio e come entrano in possesso dei requisiti necessari per poter continuare a soggiornare sul territorio locale, occorre prima descrivere il modo in cui agiscono questi mercati illeciti, che pur non costituendo una specificità mazarese, sembrano comunque aver raggiunto qui una intensità ragguardevole e superiore a quella di altre aree.

 

Il funzionamento irregolare del mercato del lavoro – come abbiamo detto – caratterizza certi ambiti più che altri, la campagna e una larga tipologia di imprese di terra più che le attività di pesca. I controlli infatti si attuano più spesso a mare, probabilmente perché coincidono con la sorveglianza della frontiera. La pressione è avvertita dagli armatori più che da altre categorie di imprenditori, anche perché una perquisizione a bordo non lascia spazi di fuga, non permette cioè né di nascondere né di giustificare la presenza del personale che si trovi irregolarmente a bordo. Questa coercizione senza possibilità d’appello, perciò, partecipa nel diffondere la messa in atto di rapporti regolari (anche se non li garantisce sempre). A questi primi elementi occorre aggiungere che la tipologia di lavoro che si svolge a bordo dei pescherecci è assai particolare: essi praticano battute di pesca che durano mediamente 25 giorni al mese, con ritmi di lavoro individuali vertenti attorno alle 20 ore. Da qui il detto, diffuso tra i pescatori, “mangiare quando non hai fame e dormire quando non hai sonno”. Disporre di un equipaggio di fiducia è auspicabile in condizioni di questo tipo ed uno dei primi passi per la costruzione di un rapporto duraturo con marinai dotati di soddisfacente professionalità (una qualità rara a giudizio degli armatori e degli ufficiali italiani), è la stipula di regolari accordi lavorativi. Anche se questo, come abbiamo già avuto modo di accennare, non evita di per sé che la mobilità sia frequente tra i pescatori. Ricordiamo infatti che nella fase di pulitura dei dati fornitici dall’Ufficio Gente di Mare, abbiamo accertato sino a 7 differenti imbarchi su altrettanti pescherecci nel corso di un anno.

 

Il clima a bordo, i rapporti con i superiori e i compagni sono elementi che concorrono al pari dello stipendio nel determinare la scelta di restare. Tanto più che la tipologia contrattuale impiegata sui pescherecci, detta “alla parte”, genera frequentemente insoddisfazione e scontri. Secondo quest’accordo, i ricavi vanno divisi in due parti e distribuiti tra armatore e marinai. La parte spettante a quest’ultimi, a propria volta, va scomposta e assegnata a ciascun lavoratore in quote proporzionali all’apporto fornito e sempre più piccole, man mano che si scende di grado nella gerarchia di bordo. Lo stipendio dunque non è fisso – per quanto possa essere pattuito un minimo garantito, che solo raramente è corrisposto – e il grado di alea è elevato.[48] Il rischio non consiste solo nelle fluttuazione nella quantità ed entità dei proventi di ciascuna battuta di pesca,  ma anche e soprattutto nella possibilità che l’armatore sottragga parte del ricavato approfittando dell’impossibilità da parte dell’equipaggio di controllare minuziosamente la quantità del pescato.

 

La scarsità di fiducia, unita al fatto che la tipologia contrattuale adoperata non dà luogo a un rapporto di lavoro subordinato (il pescatore è infatti un lavoratore “autonomo”) e a un clima a bordo talvolta non particolarmente sereno, genera le condizioni ideali per elevati tassi di avvicendamento.

Il lavoro di terra, invece, ha caratteristiche molto differenti. Lo stress psico-fisico è inferiore: non bisogna sopportare quasi un mese d’isolamento da terra, all’interno di spazi abbastanza angusti e con tempi di lavoro incessanti. Tali peculiarità determinano anche che la disponibilità di manodopera sia in questi settori molto superiore rispetto a quella rinvenibile nella pesca. Di conseguenza, anche la competizione è in questi ambiti maggiore: esiste infatti un ampio numero di aspiranti lavoratori disposti a compiere lo stesso tipo di lavoro per salari inferiori a quelli richiesti dai concorrenti. Ciò determina un abbassamento del potere contrattuale dei lavoratori che, in ragione della loro precarietà e disorganizzazione, non sono peraltro in grado di contrapporsi efficacemente alle richieste dei datori di lavoro. Non sono sindacalizzati – in molti casi non potrebbero esserlo in ragione della loro irregolarità – e non costituiscono un gruppo omogeneo. Possono opporsi individualmente, rifiutando i lavori più faticosi e meno pagati, ma non sortiscono effetti particolari perché i lavori a terra nella gran parte dei casi non richiedono competenze particolari e potrebbero essere svolti da chiunque disponga di sufficiente forza fisica. Un sostituto, a queste condizioni, è molto facile da reperire. Ogni occasione di lavoro rifiutata, di conseguenza, tende in molti casi ad essere percepita dai tunisini come una occasione perduta. Tale sensazione, unita ai bisogni di garantire la sopravvivenza per sé e per la propria famiglia e di inviare un po’ di risparmi a casa (per soddisfare quel mandato familiare di cui si è diffusamente trattato nel § 2), induce pertanto molti lavoratori stranieri ad accettare condizioni di lavoro dure, mal pagate e senza alcuna forma di assicurazione. I tunisini, in altri termini, perpetuano l’antica tradizione di bracciantato diffusa in gran parte del mezzogiorno e mai completamente estintasi. Diciamo pure che la loro presenza, sostituendosi per buona parte – anche se non del tutto – a quella degli italiani, ha fornito nuove ragioni per non colmare il ritardo nella diffusione di relazioni lavorative improntate a maggior equità.

 

I benefici di carattere fiscale ed economico derivanti dalla situazione di subalternità in cui versa molta forza-lavoro extracomunitaria, si distribuiscono in modo omogeneo tra i proprietari di imprese, a prescindere dal settore d’attività. In tal modo gli stranieri allievano il peso avvertito da molti imprenditori, in conseguenza di un mercato generalmente poco vivace.

Inoltre questa presenza, col carico di bisogni che si trascina, permette ad una classe di piccoli proprietari terrieri che hanno negli anni spostato il loro interesse dalla campagna alla città (aprendo ad esempio negozi e attività commerciali di vario tipo) di continuare a coltivare il proprio “pollice verde” – cioè il gusto per e il sincero attaccamento alla terra, da cui faticano a staccarsi del tutto – e arrotondare le proprie entrate, vendendo i prodotti delle campagne in eccesso.

In aggiunta a questo si può immaginare che la vicinanza e le reti parentali diffuse tra gli autoctoni favoriscano lo sviluppo di sentimenti di comprensione e solidarietà tra attori sociali, che si traducono nella diffusione di atteggiamenti tolleranti nei confronti delle forme di impiego irregolare nelle campagne o nelle aziende. Tali rapporti sono infatti visti come uno stratagemma che permette ai datori di lavoro di continuare “a galleggiare” e agli sventurati tunisini di “sopravvivere”.

Tale ragionamento si caratterizza per una “razionalità” di fondo – valida anche per i tanti giovani autoctoni impiegati irregolarmente – contraddetta dal fatto che gli stranieri non hanno come unica difficoltà quella di accedere alle risorse, ma anche e soprattutto quella di accedere ai requisiti per la permanenza. Essi non lottano solo per la sopravvivenza, ma anche per garantirsi la terra che calpestano.

La risposta escogitata da un numero senz’altro significativo di datori di lavoro ed imprenditori “occulti” a vario titolo, è stata quella di assoggettare tale aspirazione alle regole del mercato. Farla diventare merce di scambio. Più precisamente il bisogno degli stranieri di soddisfare i requisiti – di poter dimostrare cioè la titolarità di un contratto di lavoro – si trasforma, nelle prassi instaurate da alcuni imprenditori, nello scambio “contratto di lavoro/prestazione di lavoro gratuita”.

Altre volte lo scambio assume le forme della cortesia. Il cittadino straniero paga in prima persona i contributi e quello italiano apre una falsa posizione INPS. Ma anche in questo caso non è raro che forme speculative trovino il modo d’insinuarsi. È frequente, difatti, che queste cortesie si neghino a individui celibi e si concedano a soggetti coniugati e con figli, per poter lucrare sugli assegni familiari.

In altre occasioni sono certi soggetti operanti nelle istituzioni a speculare sui bisogni, e lo fanno con forme criminali. Dietro, cioè, la vendita di vari tipi di documenti, necessari non solo a risiedere ma anche a svolgere determinati tipi di lavoro. In questo caso possiamo parlare di vere e proprie forme di concussione operanti in vari uffici e a vari livelli.

Esiste probabilmente un modo attraverso il quale i soggetti “forti” dell’interazione “neutralizzano” o, se si preferisce, giustificano agli occhi di se stessi e degli altri la gravità di questi atti. Essi, innanzitutto, negano l’importanza del fatto. Piuttosto tendono a collocarla nel regime della reciprocità: “se i tunisini vogliono stare qui – è il ragionamento – è perché ne ricavano dei benefici. Stare qui è meglio che stare lì, perché lì muoiono di fame e qui fanno i soldi. Allora che male c’è a dar loro quello di cui hanno bisogno? Se potessero averlo gratuitamente, non lo comprerebbero. Se lo comprano è perché ne hanno bisogno. Allora che male  c’è a far loro una cortesia e ricavare dei benefici se è possibile? Stanno bene loro e sta bene chi li aiuta” (C., imprenditore).

In tal modo lo scambio è ricondotto nei ranghi della normalità: tutti hanno avuto e nessuno ha tolto. Viene, cioè, completamente rimosso l’aspetto dei diritti. Per meglio dire, del diritto ad avere ciò che spetterebbe per legem e di non dipendere da alcuno. In molti casi, insomma, ad essere rimossa è la persona giuridica dello straniero, soggetta alla volontà altrui, ridotta a merce nel mercato dei privilegi, costretta a pagare per esistere. Ciò che questa categoria subordinata di stranieri – questa underclass nell’underclass – sperimenta, è la riproduzione di una logica strettamente imparentata con la mafia e la mafiosità: la traduzione dei diritti in oggetto di scambio.

 

 

3.1 Il lavoro sui pescherecci

Se quello appena tratteggiato rappresenta a nostro avviso lo sfondo sociale ed economico all’interno del quale vivono ed agiscono di norma gli attori sociali di origine straniera, privi di stabili occupazioni e sicurezze di alcun tipo, esposti più di chiunque altro al ciclico imperativo di soddisfare ex-novo i requisiti necessari ad una permanenza legale, qual è invece la condizione di quella classe “privilegiata” rappresentata dai marinai? In cosa differisce il loro quotidiano e quali aspettative serbano nel futuro?

Nel periodo in cui abbiamo svolto la nostra ricerca – la primavera del 2002 – parlare con i marinai è risultata una impresa meno difficile di quanto ci aspettassimo. Il tempo del nostro soggiorno nella cittadina era limitato ad un paio di mesi e i ritmi di lavoro protratti che caratterizzano la pesca (di norma 25 giorni al mese trascorsi in mare) ci inducevano a pensare che le occasioni di incontrare i pescatori sarebbero state assai ridotte. Nella migliore delle ipotesi avremmo avuto una decina di giorni per incontrarli e osservarli, distribuiti nell’arco di due mesi.

La piccola crisi che affliggeva la flotta locale, invece, ci diede una mano. In quel periodo, a causa del riarmo, cioè della sostituzione dei pescherecci più vecchi per effetto dei finanziamenti speciali della Regione, i marinai momentaneamente disoccupati ammontavano circa a 400.[49] Questo significava che era possibile trovarne diversi, fermi nei bar sulla banchina del Porto Vecchio o nei circoli tunisini nel centro storico della cittadina. Qui li si trovava fermi a parlare, sorseggiare una bibita, fumare tabacco aromatico dall’hashishia e guardare la televisione o la strada. Più spesso, però, si aggiravano nei pressi di Porta Palermo – il mercato cittadino delle braccia – insieme al più vasto numero dei lavoratori di terra alla ricerca di un impiego giornaliero.

Le aspettative di breve periodo, in quella stagione, non erano per molti di loro positive. I tempi per il varo delle nuove barche si prospettavano lunghi e difficilmente i cantieri avrebbero consegnato i pescherecci prima del prossimo anno. Gli equipaggi completi a bordo delle barche più quotate e la concorrenza per colmare i vuoti in quelle peggio in arnese, rischiava di lasciare la gran parte di questi “sbarcati” a terra e con poche alternative se non quelle del lavoro nelle campagne, delle piccole attività improvvisate (imbianchino, muratore…) oppure – soprattutto nel caso dei singoli – l’emigrazione verso i porti del Centro-Italia.

Quelli che avevano avuto la fortuna di non essere investiti dai disagi del riarmo, proseguivano invece la loro routine, fatta di lunghi cicli di navigazione alternati a brevi periodi di soggiorno a terra.

Appena tornati, dopo esser passati da casa a salutare i propri cari e a ripulirsi, era possibile ritrovarli nei soliti luoghi d’incontro  intorno al Porto vecchio, sulle panchine, i bar o i circoli. Alcuni, per rifarsi delle tante limitazioni sperimentate a bordo, di sera bevevano e talvolta litigavano. Il giorno dopo erano completamente diversi, molto più calmi e lievemente più introversi. Altri andavano in giro a bordo di grosse automobili in compagnia di bambini piccoli e, più raramente di mogli. Altri ancora sparivano semplicemente dalla circolazione per quasi tutto il tempo della loro permanenza, impegnati con molta probabilità a dormire.

Ciascuno di essi denotava un modo diverso di confrontarsi con gli effetti del lavoro e reagire al lungo isolamento.

Proprio da qui, dalla solitudine e dall’isolamento che caratterizzano la vita a bordo, è necessario partire per comprendere parte delle relazioni sociali a bordo dei pescherecci. Tali sensazioni costituiscono una componente importante di questa professione e la disposizione caratteriale a tollerarle, ancor più della prestanza fisica, costituisce un elemento indispensabile nel definire le personalità dei pescatori.

 

 

11°

      quando ero andato a mare è stato come se fosse la cosa che dovevo fare per il resto della vita…!

       All’inizio ho passato i primi due giorni davvero da schifo!

  1. Il mal di mare?
  2.  No, non era il mal di mare. Era proprio la sensazione di essere solo! Anche se eravamo in 15 sulla nave, era proprio la sensazione di essere da soli. Non c’era niente, c’era mare e cielo. Basta! C’eravamo solo noi! E’ una sensazione…non c’è modo di descriverlo! Ci si sentiva dispersi. I primi due giorni era andata così…Guarda che fare il pescatore non è una cosa tanto difficile! Fare il pescatore è la cosa più semplice del mondo, solo che ci vuole resistenza fisica e mentale! Non è poco, però…Il fisico ce l’avevo, perché sin da piccolo avevo il fisico resistente; mentre quella mentale ognuno se la coltiva a modo suo…La solitudine per trenta giorni, non vedere terra, la mancanza di alcuni servizi che puoi avere a terra (chessò, la doccia, il riposo, un sacco di cose)…Quelle sono le prime cose che devi avere, ma per il resto fare il pescatore non è una cosa difficile.

D. Quali strategie mentali hai messo in moto per resistere?

I. Posso soltanto dirti che bene o male mi considero fortunato, perché non ho bisogno di molta

compagnia. Bene o male, se ho la compagnia sono contento; se non ho la compagnia, è uguale.     Non me ne faccio problemi…

       D. Ma a bordo ce l’hai la compagnia. Siete dalle 8 alle 15 persone…

I. Ma c’hai sempre a che fare con le solite persone! E quando sei impegnato a lavorare non è che puoi parlare. Non gliela faresti mai! Lì i minuti sono contati, perché già il tempo di finire di lavorare il pesce, che è il momento di tirare di nuovo su la rete…ovviamente ci pensa il verricello, non è che ci pensa gli uomini…però il tempo di tirarla su, il tempo per dormire non c’è quasi mai! Addirittura il tempo di pranzo e di cena e non è mai lo stesso, perché può capitare un’ora prima o un’ora dopo. Può  capitare per niente, un panino al volo e così via…! Perché il lavoro…in poche parole sei legato al lavoro, al riempimento della rete, ai tempi che ci stanno…chessò, il brutto tempo. Le reti vanno buttate e riprese subito. Siamo legati al mare, in altre parole. Non esiste un orario preciso per mangiare, non esiste un orario preciso per dormire…Non esiste nessun orario.

       D. Ma a bordo gli uomini non sono legati da amicizia? Ho sempre pensato che stare tutto quel tempo su una nave dovrebbe spingere gli uomini a parlare…

I. Il tempo che c’hai, fosse anche un minuto, è meglio che vai a dormire. Infatti si dice “dormire quando non si ha sonno e mangiare quando non si ha fame”…perché dopo non si può fare più e ti sei perso quel minuto. Magari è l’unico che c’hai in 24 ore…Addirittura succede in 3-4 giorni che non dormi neanche un minuto. Alle volte si dorme in piedi, finché non arriva su la rete, in 10 minuti…A volte arriva in meno, in cinque minuti, e già devi lavorare. Dal momento che arriva la rete e la ributti, lavori sempre! Esiste solo quel momento in cui arriva la rete, che può variare dai tre minuti, massimo dieci, ma è raro. E’ impossibile che esiste tempo che puoi dedicare ad altro…Esistono alcune imbarcazioni  (ma sono poche. Su mille barche, ce ne sono 5) che lavorano il gambero rosso – che è un altro tipo  di lavoro – che la tirata della rete dura dalle 5 alle 6 ore; per pulire il gambero, scartarlo e metterlo in congelatore ci vogliono al massimo 20 minuti. E’ una pesca di altissimo fondo, lontanissimo sia delle terre europee che quelle africane…Anche lì, la minima cavolata e finisce che ci rimani in mare…Sei lontano da tutti, non esiste modo di scampare il maltempo…Non è tutto l’anno, infatti; ma solo in certi periodi. Al massimo 3- 4 mesi l’anno e non lo fanno tutti. Quindi è rarissimo che ci sia riposo a mare.

(I., 25)

 

 

  1. Di notte manco si dorme…perché quando ci sono li pisci bisogna lavorare. A 24 ore si può dormire ogni tanto 6 ore, ogni tanto due ore, ogni tanto un’ora…ma non è che sono tutte assieme! Si può pigliare una volta qualche due ore di sonno, appresso un’ora di sonno…non è che si dorme, si lavora sempre! E quando si tratta di scartare il pesce e la rete è a mare, se resta un’ora si va a dormire…se non resta niente, si va a lavorare!

P. Mentalmente com’è?

  1. Mentalmente è duro, è pesante! E’ duro… sia per la mancanza – che manchi assai- sia per il lavoro in sé stesso…
  2. Dove ha imparato l’italiano?
  3. Sul lavoro. All’inizio parlavo francese. Diciamo che ho la seconda superiore, ma ho studiato inglese, francese e arabo. Poi qui sulla televisione ho imparato l’Italiano. Leggo pure il giornale assai…per questo ho imparato. Quando ci sono telegiornali, noi ascoltiamo telegiornale italiano. All’inizio un po’ difficile, però…Mi facevo capire “a mano”, coi gesti….In due anni parlavo bene.
  4. Non era un problema sul lavoro il fatto di parlare male o non parlare per niente l’italiano?
  5. No, il lavoro lo stesso si può fare. Il lavoro…vedi quello che devi fare, senza che nessuno ti dice che lo devi fare. Se il posto è vuoto, si vede…Poi a scartare pesce non c’è problema. Ma se vuoi avere contatti con gli italiani, te lo devi insegnare…

(A., 32)

 

Il silenzio, dunque. Che è il contraltare del rumore, quello dei motori. La vita a bordo è parca di parole e ricca di lavoro. Il grido, in quei momenti, è la cosa più vicina alla parola. Serve a ordinare, molto più raramente a scambiare pensieri. Sono sporadici i momenti in cui è possibile dialogare, ma quando accade avviene più spesso tra connazionali che con  membri italiani dell’equipaggio.

Questo ha a che fare con la composizione dello staff di bordo. I marinai semplici – coloro cioè con cui si sta più vicini e con cui è più agevole parlare – sono infatti in massima parte tunisini.[50] Il resto dell’equipaggio, costituito dagli “ufficiali” (motoristi e comandante),[51]  è italiano. Questo non significa tanto che vi sia una rigida divisione spaziale e di ruoli tra i due livelli gerarchici – il secondo motorista può infatti benissimo pulire il pesce assieme ai pescatori o aiutare a cucire le reti – ma la disposizione a parlare è differente. La profondità del dialogo in quei pochi istanti è diversa. C’entra la lingua, ma anche i reciproci atteggiamenti:

 

12°

P. Le capita mai di discutere di cose personali con qualche marinaio tunisino? Passate tanto tempo insieme…

  1. Sì, di cose intime si parla specialmente delle usanze che hanno a Tunisi, nella Tunisia e noi a volte facevamo lo stesso. Perché hanno usanze diverse da quelle di noi altri, con il sesso, con le cose…Sempre la stessa la cosa è, però…Venendo qui diventano come marinai come i mazaresi, qualcuno s’impara…Prima nessuno sapeva rattoppare le reti, ora ce ne sono che lo sanno fare… Hanno un altro tipo di mangiare, di vivere, di vestire pure, però come noi altri ce ne sono…però pochi. Un italiano in Germania? E’ la stessa cosa! Non è uguale ad uno svedese, sono diversi. Anche sul mangiare sono diversi. Ad esempio, carne di maiale non ne mangiano. Qualcuno dice: “sono in Italia e me la mangio!”.

(G., motorista, italiano, 60)

 

 

13°

  1. Lei passava venti giorni a mare con i tunisini. Non capitava di averci scambi “profondi”, di parlare?
  2. Sì, perché poi, quando sono passati gli anni ’60-70, hanno imparato a parlare come parliamo noi. C’era lo scambio di parlare, ma sono sempre gente, come potremmo definirli? “Arabi”! Sono “arabi”…Non si può dare fiducia nel 100%, anche se non si può dire che sono tutti uguali! Dell’erba non si può fare tutto un fascio! La maggior parte sono gente…
  3. Ma che significa più precisamente? Non si può, ad esempio, parlare bene con loro? Stringere facilmente un rapporto? 
  4. Parlare, parlano sempre! Non mantengono mai la parola. Al lavoro, se c’è un orario da rispettare non lo rispettano mai!

(M., motorista, italiano, 57)

 

 

14°

P. Cosa intende quando dice che hanno “un altro stile di vita?”

  1. Loro sono tunisini, giusto è? A volte loro accendono la radio ed è tutta musica araba, mentre noi mettiamo musica italiana. Ecco…Però sul mangiare, si sono abituati come noi.

(A., motorista, italiano, 59)

 

 

Ritorna spesso nei resoconti degli italiani sulle loro relazioni con i colleghi tunisini l’idea di una diversità irriducibile, legata alle pratiche lavorative e sociali. Quell’espressione, “sono arabi”, impiegata da M. nello stralcio d’intervista n. 13, è molto eloquente. Riassume una considerazione molto diffusa sulla supposta natura dei tunisini: il tunisino come soggetto al contempo altro e inaffidabile.

Questo giudizio investe la dimensione professionale dei tunisini e potrebbe non intaccare le altre sfere di cui si compone la persona dello straniero nel suo complesso. Una persona, infatti, in un’ottica  post-convenzionale[52] si compone di molti strati. Il modo di guardare ad essa può non essere integrale e fare riferimento di volta in volta ai molti ruoli che la persona riveste nel corso dell’esistenza. Il giudizio sul lavoratore può essere diverso da quello sull’individuo, inteso come padre, marito o addirittura come essenza. Ma perché ciò avvenga è necessario conoscere i differenti ruoli che la persona incarna, vederli. Il fatto che l’unico ruolo conosciuto – tra i tanti interpretati da ciascun marinaio tunisino – sia quello di collega e di lavoratore, fa piuttosto in modo che i pareri poco lusinghieri sulla sua professionalità non si limitano a investire solo la suddetta dimensione, ma intacchino la persona nel suo complesso. Il lavoratore, in altri termini, diviene in qualche modo la persona. Poi, per un processo che potremmo definire di generalizzazione e associazione – il giudizio espresso sulle persone diviene estensibile a quella categoria di stranieri (quel gruppo etnico) in generale.

L’idea che i tunisini siano altro e dunque rappresentino un gruppo contrapposto è un concetto, oltre che diffuso, anche ampiamente strutturato nelle rappresentazioni dei membri italiani degli equipaggi. Ed è anche una considerazione gravida di conseguenze per le relazioni a bordo.

 

15°

  1. Sono cambiati nel tempo i rapporti tra i tunisini e gli italiani? E’ diverso oggi dai primi anni del loro arrivo?
  2. Hanno preso un po’ di potere in più rispetto a prima! Ora comandano loro, si può dire. Il tunisino è un tipo sospettoso per natura. Questo tipo di carattere che hanno,  ha portato in un primo tempo che ti guardavano con sospetto. Quando hanno raggiunto la parità – sì che noi li abbiamo trattati sempre alla pari, non c’è mai stata discriminazione, le parti sono uguali, anche il comportamento a bordo…Io ho avuto dei secondo-motoristi tunisini e li ho trattati sempre come se fossero mazaresi. L’importante è che fanno il loro lavoro. Però loro hanno sempre…nel momento in cui è uno è O.K., nel momento in cui è più di uno c’è sempre quello che vuole comandare. Allora quello che vuole comandare assoggetta gli altri…Si formano piccoli clan, c’è quello che vuole comandare, che dice tu questo non lo fare, tu fai questo…Ecco, si è arrivati a questo punto! Oppure se io da direttore di macchina dico “prendi quella marmitta e spostala”, allora quello mi dà un’occhiata e dice “no, io quello non lo faccio!”. Ormai la pesca i nostri figli non la vogliono più fare, perché hanno visto i nostri disagi, le paghe…si lavoratanto e si porta a casa niente.

                  (G., motorista, italiano, 60)

 

 

16°

  1. Una cosa che non sopporto dei tunisini è che sono gelosi…voglio dire quando ti devono rispondere, ti devono insultare, lo fanno in arabo. Così non lo capisci…Sono gelosi, vogliono parlare strettamente arabo, magari arabo e per giunta dialettale, così tu non puoi mai capire. Sono gelosi del loro linguaggio.Che vogliono mantenere la loro cultura, è normale. E’ come se io vado in Francia, ad esempio, parlo italiano oppure siciliano…Però se si deve discutere una cosa, se a loro conviene parlano italiano. Se a loro non conviene parlano arabo oppure dicono “non capisco…”.
  2. Lei parlava di clan che si formano a bordo. Ma tra gli italiani si formano pure i clan?

F.. Gli italiani non abbiamo clan…Se il capitano dice “s’ave ‘a calare a rizza”, si cala ‘a rizza!

  1. Mi fa capire quale tipo di lavoro il tunisino dovrebbe fare e si rifiuta di fare?
  2. Diciamo le cose normali…scartare il pesce nel senso di selezionarlo, pulirlo, metterlo nelle

cassette. Questo è il compito che devono fare…e magari noi caposervizio lo facciamo. Io ad esempio se devo andare a mettere a posto una cassetta di gamberi lo faccio pure, non è che…Invece loro capita che c’è maltempo e siamo in una zona che si può pescare, loro si rifiutano. Addirittura noi diciamo “pigliano la rizza e la mettano a murata”, nel senso pigliano la rete e non la vogliono più buttare a mare. Una specie di ammutinamento…

(F., motorista, italiano, 43)

 

 

 

17°

  1. Sono bravi i marinai tunisini?
  2. P. I marinai tunisini che fanno lavori manuali, tutti lo sanno fare. Per quanto riguarda la pesca, la barca deve pescare, ci sono le attrezzature, se la deve sbrigare il capopesca. Deve sapere come si devono fare le reti, come devono funzionare, le reti più adatte…deve sapere cucire…La maggior parte non era capace di nulla, però stanno imparando. Alcuni fanno i capopesca…ma sono pochi. Stanno sulle barche più scadenti e saranno una decina. Secondo motorista ce ne sono alcuni, ma pochi pure qua.

(P., motorista, italiano, 50)

 

 

 

 

 

18°

  1. C’è una differenza tra la prima stagione di arrivo dei tunisini e quella attuale, nel modo in cui voi vi rapportate a loro?
  2. Oggi non si può più parlare…cioè, un mazarese non può più parlare! Perché a bordo ce n’è 3-4, comandano loro! “Comandano”…diciamo che hanno più voce in capitolo!

P. In che modo “hanno più voce in capitolo”?

  1. Sono la maggioranza…Prima quando ce n’era uno su un peschereccio, si poteva dominare. Ora ce n’è 3-4…

P. Ma che pretese hanno, ad esempio?

  1. Non è che hanno pretese di guadagno…perché un tunisino è un pescatore e prende “una parte”. Le pretese sono sul pesce, sul tipo di lavoro, su come si deve fare…

P. Vuol dire che impongono il loro modo di lavorare?

  1. Impongono…proprio così, impongono!
  2. Vuol dire che ci sono differenti modi di pescare, di lavorare? Un modo italiano e un modo tunisino? E che il conflitto è su questo modo di lavorare?
  3. Ma dovuto a questo fatto, che non c’è più il pescatore locale. Sono tutti loro!
  4. Ma lei, da professionista, trova delle differenze nell’abilità dei pescatori italiani e in quella dei tunisini?
  5. Nell’abilità il pescarese è sempre superiore, solo che non c’è più! I tunisini poi portano solo lavoro manuale, perché i professionisti sono qua. Quella che portano loro non è una tecnica di pesca: è un lavoro manuale…Vogliono comandare su quel lavoro manuale che portano loro, punto e basta! E siccome c’è bisogno, allora si lascia passare.

(M., motorista, italiano, 57)

 

 

 

Si comprende allora che quello che presenza tunisina genera a bordo è la percezione di una messa a repentaglio dell’identità del gruppo italiano. Questi ultimo, infatti, interpreta tradizionalmente un ruolo egemone. Gli italiani sono, per così dire, i “padroni del vapore”. Detengono i mezzi e il saper fare, oltre che uno status superiore nella gerarchia di bordo (essendo loro nella gran parte “ufficiali” e gli altri “ciurma”). Nel momento in cui i tunisini rifiutano di eseguire certi ordini o – peggio ancora – tentano imporre il proprio modo di lavorare, mettono in discussione ordini ed equilibri consolidati, che si fondano: a) sull’appartenenza e l’origine; b) sul principio di ubbidienza; c) sul “saper fare”; d) sull’egemonia (tocca agli italiani stabilire cosa e come fare).

Ancora, l’identità scalfita degli italiani sui pescherecci non manifesta il proprio disappunto facendo valere i diritti derivanti dall’origine; piuttosto avanza una serie di altre ragioni, che hanno comunque per esito l’“inferiorizzazione” dell’altro. I conflitti nei luoghi di e attorno al lavoro divengono così un modo alternativo di dire che lo straniero minaccia l’ordine tradizionale. La successione di espressioni impiegate dai motoristi sembra mostrarlo con chiarezza. Quello che  M., nello stralcio n. 18, suggerisce con poche battute è una rappresentazione che sottintende una visione dell’immigrazione come invasione (“a bordo ce ne sono tre-quattro…comandano loro”), come minaccia (“vogliono imporre il loro modo di fare”) e si accompagna ad una svalutazione dell’abilità professionale degli altri (“I tunisini poi portano solo lavoro manuale, perché i professionisti sono qua”).

La sensazione che abbiamo ricevuto svolgendo le interviste nella sede dell’Associazione Motoristi è che tali giudizi generino un’adesione pressoché unanime in questa classe di operatori, attraversando longitudinalmente le varie generazioni di tecnici di bordo.

Una percezione di questo tipo difficilmente non genera reazioni, tentativi di neutralizzare il pericolo.

Secondo I.:

 

succede che l’armatore mette la pulce sia nell’orecchio del capitano che dei marinai…

D. Che “pulci”? 

I. Allora, quello che è accaduto a me personalmente…Che succede: il datore di lavoro fa, come te lo posso dire, il “protettore”…dice “guarda, quello è un razzista. Lascialo perdere…quando succede qualcosa, dillo a me”. Invece quando va dal capitano – questo è per esperienza successa e vissuta – gli dice:“imponi loro di lavorare, non farti condizionare dal loro modo di pensare, falli lavorare da schiavi…!”. Cioè è una pulce messa sia nell’orecchio dell’uno che nell’orecchio dell’altro. Allora, automaticamente, se il capitano fa lavorare come una bestia il tizio e il datore di lavoro dice a Tizio che il capitano è un razzista, te che pensi?

D. Che è un razzista…!

I. Che è un razzista perché, porca miseria, mi fa lavorare come una bestia…allora è un razzista! Anche se non c’entra niente, anche se il suo motivo è stato dato da un ordine superiore al suo…

D. Però mi sfugge l’utilità di questa condotta…

  1. L’utile è molto semplice! Automaticamente quando la barca va in mare e il datore di lavoro ordina al capitano di non rientrare prima dei trenta giorni e in barca c’è veramente una fiducia tra il capitano e i marinai, fra tutto l’equipaggio, automaticamente si viene l’uno incontro all’altro. Ad esempio, io c’ho un motivo mio familiare dovrei rientrare prima…il capitano dice una volta tanto un favore si fa e allora si rientra…Succede, è successo un sacco di volte! Un favore si fa. Una volta vengo incontro io a te e una volta tu a me…è un modo di lavorare che io penso sia davvero positivo. Per il datore di lavoro, che la barca rientra un giorno prima in porto è una dannazione! Non entra denaro…è vero, non è che non è vero. Ma è veramente uno sfruttamento altissimo e lui se ne approfitta. La convenienza è per lui, mica per gli altri. Per quanto riguarda il capitano, fa il suo lavoro…per quanto riguarda il pescatore, pensa di avere problemi con tutti…Ad esempio, che pensi di una persona che sia razzista nei tuoi confronti, te che fai? Piano piano ti allontani; anche se chiede un favore cerchi anche di non farglielo. Piano piano, c’è un disagio. Alla fine, anche se all’inizio eravate un poco uniti, vi separate…Questa è una convenienza, che per quanto riguarda quest’ambito, del datore di lavoro. Per quanto riguarda altri ambiti…ad esempio, come te lo posso spiegare…
  2. Ma non converrebbe anche all’armatore avere una squadra unita? Tutte le organizzazioni cercano un ambiente unito, di solito…
  3. Non è così semplice da capire, lo…ma la convenienza c’è! La barca basta che stia in mare, lavora…stai sicuro che lavora! I disagi anche se ci saranno tra capitano, tra pescatori stessi…quello che conta è che la barca sta in mare! Perché tanto se pesca cento chili di pesce è sempre meglio che niente…Alla fine quello che conta è che la barca lavora. Automaticamente se c’è un disagio tra equipaggio ognuno si prende il posto suo e nessuno rompe e si continua ad andare avanti. Automaticamente, quando te arrivi dal datore di lavoro, dici questo è il guadagno che ha ricavato lui e lui ti dice che abbiamo preso tot e questo non c’è più…Se il gruppo è compatto si ribella o non si ribella?!
  4. Penso che si ribelli…
  5. E allora se il gruppo non è compatto…?
  6. …ognuno tira per sé!
  7. Vedi, questo è un esempio pratico…E non te lo dico io da pescatore, te lo possono dire tutti che il ricavato non è mai quello che ti dice l’armatore. Se il gruppo è compatto succedono sempre problemi per l’armatore.

(I., 25, tunisino)

 

 

 

 

[seduti al bar con H.] A bordo io sto con gli italiani. Con la gran parte dei tunisini non  riesco a parlare. Sono di altre zone: è come per voi tra nord e sud. Dici se i tunisini e gli italiani hanno contatti sulla barca… io penso di no e secondo me la colpa è più dei tunisini. Però è vero che gli italiani più vecchi sono razzisti, anche se non tutti [ci indica un italiano anziano che si avvicina e si scambiano saluti in modo affabile], mentre i giovani sono più spesso tranquilli. [Indica un uomo distante] Vedi quello lì? È un capitano: il più grande razzista di Mazara. Come capitano è bestia. Ci sono stato imbarcato tre mesi. Magari chiede consiglio al marinaio tunisino imbarcato da vent’anni, ma poi lo tratta malissimo e gli fa fare una vita impossibile.

(H., 32, tunisino)

 

 

Al ruolo interpretato dagli attori di bordo si associa dunque quello invisibile, ma non per questo privo di effetti, di una terza figura: l’armatore. Quest’ultimo agirebbe assegnando due diversi e contraddittori mandati ai suoi agenti, tendenti ad esacerbare le differenze e massimizzare le spinte contrastanti derivanti dai ruoli interpretati a bordo: ossia, esercitare autoritariamente il potere derivante dal grado nel caso dei sovra-ordinati e agire col massimo grado di libertà in quello dei marinai.[53] In tal modo si ridurrebbe la possibilità  che comando e forza-lavoro suggellino “alleanze” tra loro, a detrimento della permanenza in mare e della quantità di pescato.

Una siffatta gestione delle relazioni a bordo, troverebbe ragioni in alcune semplici considerazioni. In primo luogo, nell’assenza dell’armatore – ossia del padrone – dal luogo dove si svolge effettivamente il lavoro. I suoi dipendenti – ufficiali e semplici marinai – lavorano fuori dal suo sguardo e a stretto contatto l’uno dell’altro.

Ancora, il lavoro a mare si svolge talvolta in condizioni di elevato pericolo e, più spesso, di ingente stress. La condivisione permanente di uno spazio e di situazioni critiche possono generare – specie in presenza di buone leadership – comunità molto coese e solidali al loro interno. Tanto più che – almeno in una certa misura – la natura del lavoro e gli elementi “ambientali” (senso di isolamento, assenza della dalla famiglia, stanchezza fisica…) tendono ad avvicinare tra loro le finalità, le aspirazioni e i bisogni degli individui, a prescindere dal grado e dai ruoli ricoperti.

Tale comunanza d’intenti potrebbe tradursi per i responsabili dell’ordine in atteggiamenti comprensivi nei confronti di comportamenti lassisti o, semplicemente, non-economici (perché fondati su considerazioni personalistiche e affettive, anziché di massimizzazione dell’utile).

L’armonia a bordo, d’altronde, non è indispensabile per assolvere la prima, fondamentale funzione che giustifica la navigazione. Nel tipo di pesca praticata dalla flotta mazarese, infatti, è implicita una certa passività. Buttata la rete, bisogna solo attendere di recuperarla. La pesca di queste barche è, insomma, più simile alla raccolta che alla caccia. Ciò che importa è “mettere il pesce in barca”. Tutto il resto conta, ma è secondario rispetto a questa prima, elementare funzione.

Tale prospettiva interpretativa lascia probabilmente degli spazi oscuri e può anche risultare insoddisfacente, ma – al di là della sua validità – ci pone dinanzi a un fatto “oggettivo”: la rilevanza del sospetto come pratica relazionale.

L’interpretazione che abbiamo fornito sinora, infatti, nasce a ben pensare proprio da un sospetto. Precisamente da quello espressoci da I., secondo il quale gli armatori suggeriscono cose contraddittorie a differenti persone. Quest’atteggiamento “guardingo” caratterizza non solo la vita a mare, ma anche quella in città. Di più, in base alla nostra esperienza di ricerca nelle aree del Centro Italia, esso sembrerebbe caratterizzare le comunità immigrate in quanto tali. Intendiamo dire che, con gradazioni e per ragioni diverse, le relazioni degli stranieri – tanto con altri stranieri, quanto con gli italiani – nascono sempre all’insegna del sospetto. È una sorta di paradigma o, se si preferisce, di economia relazionale. L’apertura nei confronti degli estranei, lo scambio di confidenze, la manifestazione d’intenti personali piccoli e grandi, avvengono di solito dopo un periodo di lunghezza variabile speso a valutare l’attendibilità dell’estraneo.

Questa è per un immigrato una misura di sicurezza valida ovunque, che in un contesto precario come quello di Mazara diventa più che mai conveniente osservare. All’origine di questa forma precauzionale sta l’idea che la povertà, la scarsità di risorse, il continuo oscillare tra regolarità e irregolarità rende le persone ricattabili. Non a caso, una delle figure con cui impara a confrontarsi chi arriva nella casbah è quella dell’“infame”, di colui che cede notizie alla polizia o ai temutissimi agenti del consolato tunisino, in cambio magari di un Permesso di soggiorno. Figure insospettabili alla vista, vengono facilmente tacciate di essere spie. Nessuno fa per questo male a loro, ma molti alla comparsa di tali personaggi prendono a sviare il discorso o abbozzare un saluto per voltarsi dall’altra parte. I discorsi politici sono attentamente evitati in presenza di persone non troppo conosciute e un rapido cenno del capo blocca chi, in modo sprovveduto, inizi un discorso che non si reputa sicuro sostenere in quel momento.

Sono diffuse da una parte la sensazione di essere controllati e dall’altra quella di poter essere costantemente raggirati. Nei rapporti di lavoro, poi, quest’ultimo timore è forte. In campagna come a mare, gli stranieri sono estremamente minuziosi nel segnare ad esempio gli orari di inizio e di fine lavoro, nel conteggiare le cifre da chiedere per una prestazione o da pattuire. Questo pregiudizio riguardante i rapporti di lavoro spesso viene malamente dissimulato e si traduce in una sorta di aggressività contenuta che non manca di essere recepita dagli interlocutori e di condizionare le relazioni.

In questo modo, non è raro che al ritorno dalle battute di pesca sorgano dissapori sui compensi e sui ricavati. Le accuse possono fioccare e per questo motivo sono frequenti gli avvicendamenti a bordo, i quali molte volte non risolvono i problemi ma innescano solo un nuovo circolo che ha buone probabilità di concludersi con una ulteriore dipartita.

Marinai a Mazara. Una classe privilegiata?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Per le questioni di metodo, cfr. A. Giddens, Nuove Regole del metodo sociologico, Il Mulino, Bologna, 1979; H. Schwartz, J. Jacobs, Un metodo nella follia, Il Mulino, Bologna, 1987; F. Leonardi, Contro l’analisi qualitativa, Sociologia e ricerca sociale, n. 35, 1991, pp. 3-29; G. Statera , Il mito della ricerca qualitativa, sociologia e ricerca sociale, n. 39, 1992, pp. 5-28; E. Campelli , Il metodo e il suo contrario, Angeli, Milano, 1994; C. Cipolla , A. De Lillo (a cura di), Il sociologo e le sirene, Angeli, Milano, 1996; D. Silverman  (a cura di), Qualitative Research. Theory, Method and Practice, Sage, London, 1997; M.I. Maciotti (a cura di), La ricerca qualitativa nelle scienze sociali, Monduzzi, Bologna, 1997; F. Neresini (a cura di), Interpretazione e ricerca sociologica. La costruzione dei fatti sociali nel processo di ricerca, Quattroventi, Urbino, 1997; L. Ricolfi (a cura di), La ricerca qualitativa, NIS, Roma, 1997; N. Denzin , Y. Lincoln, The Landscape of Qualitative Research: Theories and issues, Sage, London, 1998; Melucci A. (a cura di), La sociologia riflessiva, Il Mulino, Bologna, 1998.

[2] Cfr. P. Berger, T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna, 1969; E. Colombo, De-scrivere il sociale. Stili di scrittura e ricerca empirica, in A. Melucci (a cura di), La sociologia riflessiva, Il Mulino, Bologna, 1998; Id., Etnografia dei mondi contemporanei, Rassegna italiana di sociologia, 2/2001; M. Cardano, Etnografia e riflessività, Rassegna italiana di sociologia, 2/2001; M. Marzano, L’etnografo allo specchio: racconti dal campo e forme di riflessività, Rassegna italiana di sociologia, 2/2002.

[3] Per la verità, il significato di concetti come “estraniazione”, “spaesamento” e gli altri analoghi impiegati nel corso dagli anni dagli etnografi per definire l’atteggiamento di alterità  raccomandato nelle ricerche sul campo, si presta a duplice interpretazione. La prima è quella del “progetto indicato da Malinowski e orientato a fornire resoconti “oggettivi”, universalmente validi, fedeli alla realtà” (Colombo, cit., 2001, 210). Come ha notato A. Gouldner (La crisi della sociologia, Bologna, Il Mulino, 1980, 716) questo atteggiamento deriva dalla convinzione diffusa presso gli scienziati sociali che “solo una mente senza corpo e senza sangue possa lavorare nelle migliore condizioni”. In tal modo, la tendenza dominante è stata piuttosto quella di ignorare il ruolo costitutivo interpretato da essi all’interno del quadro della ricerca, anziché riflettere e conoscere l’influenza esercitata in tale contesto. La seconda interpretazione, invece, “utilizza lo straniamento come metodo per evidenziare il carattere costruito, antiessenzialista della realtà sociale” (E. Colombo, cit., 2001, 225), prendendo cioè la distanza da tutto quello che è definito naturale, universale, immutabile e scontato. Nel nostro lavoro approviamo decisamente quest’ultimo impiego delle pratiche estranianti, mentre rifuggiamo dal primo.

[4] V., B. Malinowsky, Teoria scientifica della cultura e altri saggi, Feltrinelli, Milano 1962; C. Levi-Strauss, ,Antropologia strutturale, Il saggiatore, Milano, 1966; C. Ginzsburg,, Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Feltrinelli, Milano, 1998; E. Colombo, cit., 2001.

[5] Colombo (cit., 2001, pp. 216-22) individua 4 prospettive critiche dell’ortodossia etnografica: a) “postpositivista” o “naturalista”; b) “interpretativa”; c) “postmoderna radicale”; d) “postmoderna riflessiva” (distinguibile in approccio “costruttivista” e approccio “critico”).

La prima corrente, “postpositivista”, propone di affinare gli strumenti di ricerca e raccomanda una narrazione accurata quanto basta per garantire al lettore la comprensione di una particolare azione o di un particolare mondo. Il resoconto deve essere dettagliato in maniera tale da proporsi immediatamente come vero, e deve essere formulato impiegando affermazioni verificabili e falsificabili. Soprattutto l’etnografo deve essere conscio degli effetti che egli stesso, oltre che la sua metodologia, produce sui risultati raccolti e sulle persone con cui interagisce.

Il secondo approccio, quello “interpretativo”, è interessato a rilevare interconnessioni, relazioni, implicazioni, reti di senso entro cui azione e pensiero si concretizzano e, pur mantenendo il distacco, cerca di capire nel profondo il punto di vista dei soggetti osservati.

La corrente “postmoderna radicale” è scettica circa la possibilità dell’etnografia di farsi scienza, tanto da aver spinto alcuni suoi fautori ad affermare che essa è tutt’al più “esperienza” ed è in questo senso indistinguibile dalla narrativa. L’etnografia non ha più il compito di descrivere una realtà “altra”, ma di stimolare la condivisione di una esperienza, di rendere partecipe la comunità scientifica e il lettore in genere di particolari eventi vissuti dal ricercatore.

Infine la quarta corrente, “postmoderna riflessiva”, è interessata ad evidenziare il carattere processuale e dialogico, costruito e continuamente ridefinito, della realtà sociale. E’ necessario, in quest’ottica, decostruire il proprio punto di vista prima ancora di quello dei nativi ed evidenziare il processo dialogico, cooperativo e conflittuale che porta alla produzione del testo etnografico. Soprattutto rimane elevata la fiducia nella possibilità dell’etnografia di produrre conoscenze dotate di una certa rilevanza, che però ricostruiscono interpretazioni e discorsi e  non  la “realtà” oggettiva.

[6] Cfr. P. Rabinow, Representations Are Social Facts: Modernità and Postmodernity in Anthropology, in J. Clifford, J.E. Marcus  (a cura di), Writing Culture: The Poetics and Politics of Ethnography, University of California Press, Berkeley, 1986.

[7] V. E. Colombo, cit., 2001, p. 213.

[8] ibidem.

[9] M. Cardano, cit., p. 195

[10] Su questa accezione di pluralismo culturale, cfr. J. Rex, La sociologia politica di una società multiculturale: l’esempio britannico, in T. Bonazzi, M. Dunne, Cittadinanza e diritti nelle società multiculturale, Il Mulino, Bologna, 1994, 121-22.

[11] Cfr. I Diamanti (a cura di), Immigrazione e cittadinanza in Europa, “Quaderni FINE”, Collana osservatori, n. 3 – febbraio 2001. Il sociologo parla più genericamente di immigrati dai paesi in via di sviluppo e dai Balcani, procedendo – come affermato esplicitamente – per generalizzazioni di uso corrente. Allo stesso modo, crediamo di poter affermare che le due etnie – rispettivamente filippina e albanese – incarnino nell’immaginario collettivo due diversi modelli d’integrazione. Parrebbe dimostrarlo anche il fatto che gli uni – i filippini – si trovino nelle nostre case, in veste ad esempio di domestici, più frequentemente di quanto accada agli altri, e che questi ultimi – per la ben nota selettività giudiziaria svelata da S. Palidda (La devianza e la vittimizzazione, in Fondazione Cariplo – Ismu (a cura di), Terzo Rapporto sulle Immigrazioni 1997, Milano, 1998) – compaiano tra le etnie nei confronti dei quali le azioni di denuncia sono più numerose.

[12] Cfr. J. Habermas, Cultura e critica, Einaudi, Torino, 1972, 152 sgg..; Id., Teoria dell’agire comunicativo, vol. II: Critica della ragione funzionalista, Bologna, Il Mulino, 1986, 259 sgg.

[13] A. Cusumano, Immigrazione straniera, integrazione e scuola. Il caso di Mazara del Vallo, in “Senza Frontiere”, n. 0, dicembre 1994, 31

[14] A. Cusumano, ibidem.

[15] A. Cusumano, ibidem.

[16] Cfr. G. Sciortino, L’ambizione della frontiera, FrancoAngeli-Ismu, Milano, 2001.

[17] L. Asaro, Gli immigrati tunisini a Mazara del Vallo, Relazione non pubblicata, 2001. I dati non sono attendibili: li riportiamo a fini puramente orientativi.

[18] V. Guarrasi (a cura di), Studio sulla presenza dei lavoratori in Sicilia, Cris, Palermo, 1983. Sulla questione, si veda anche K. Hannachi, Gli immigrati tunisini a Mazara del Vallo, Cresm, Ghibellina, 1998.

[19] Come vedremo procedendo nel discorso, altre fonti stimano in numero superiore i tunisini residenti. La reale incidenza di questo gruppo corrisponderebbe circa al 6,6% del totale della popolazione.

[20] Nel corso delle interviste – così come nel corso dei dialoghi uditi e delle interazioni analizzate – è emersa con chiarezza questa osmosi tra gli universi culturali tunisini e marocchini. “Tunisini e marocchini sono la stessa cosa qui”, hanno sempre dichiarato i membri delle due etnie da noi ascoltati. L’unica cosa che sembra dividerli davvero è il cibo, come si intuisce dalle divertite rivendicazioni di un primato culinario che ciascuno degli appartenenti ai due gruppi avanza ogni qualvolta il discorso cada sull’argomento o quando un italiano provochi la discussione.

[21] Sulla limitata attendibilità delle principali fonti statistiche in materia (Istat e Questure), cfr. A. Golini, S. Strozza, F. Amato, Un sistema di indicatori di integrazione: primo tentativo di costruzione, in Zincone, G. (a cura di), Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati, Il Mulino, Bologna, 2001; Istat, “La presenza straniera in Italia negli annoi ’90”,  http://www.istat.it/novita/stranieri.html.

[22] Sui significati dell’immigrazione individuale e familiare, cfr. A. Zehraoui, Migrazione individuale di ritorno e migrazione familiare di popolamento, in C. Landuzzi, A. Tarozzi, A. Treossi, Tra luoghi e generazioni. Migrazioni africane in Italia e Francia, L’harmattan Italia, Torino, 1995.

[23] Circa il 70% della popolazione tunisina contattata da M. Piazza e V. Bello (Gli immigrati tunisini a Mazara del Vallo. Una indagine socio-psicologica, in Cresm (a cura di), Horizon immigrazion, Cresm, Ghibellina, 1998, 104) ha dichiarato di voler tornare presto in patria. Ma come raccontano le stesse autrici – e confermano le osservazioni da noi condotte con metodologia qualitativa – “tale prospettiva si trasforma in un progetto migratorio di lungo periodo, vuoi per l’ambiente sociale abbastanza protetto ricostruito tra famiglie tunisine, i cui legami solidali sono forti; vuoi per la relativa vicinanza della Tunisia” (ibidem).  Quanto ai Rom, i nuclei familiari di più antico insediamento sono giunti nella cittadina siciliana già a metà degli anni ’70 e hanno visto nascere e crescere qui i propri membri più giovani.

[24] Sulla questione rinvio a A. Cusumano, cit., 1994; Id., Scuola e famiglia nell’immigrazione tunisina a Mazara, in S. Nicosia (a cura di), I “barbari” tra noi. Problemi sociali e culturali dell’immigrazione”, “Studi e Ricerche”, 29, 1994; K. Hannachi, cit., 1998.

[25] Gli studi di E.S.Lee, A Theory of Migration, “Demography”, 3,1, 1966 e di M.P. Todaro, International Migration in Developing Countries. A Review of Theory. Evidence, Methodology and Research Problems, International Labour Office, Geneva, 1976, possono essere indicati come due capisaldi dell’approccio razionalista alle migrazioni.

[26] G. Sivini, Migrazioni.Processi di resistenza e innovazione sociale, Rubettino, Cosenza, 2000, 49.

[27] Italmed (a cura di), Guida Mediterraneo, Ministero delle attività produttive, 2002.

[28] D.S. Massey, Le ricerche sulle migrazioni nel XXI secolo, in A. Colombo, G. Sciortino, Stranieri in Italia, Assimilati ed esclusi, Il Mulino, Bologna, 2002,  30-32.

[29] Una impressione confermata dal signor  T., un armatore italiano che ha da alcuni anni aperto una società mista in Tunisia e ha assistito sin dall’inizio all’arrivo degli stranieri a Mazara. Nell’intervista a lui rivolta, ci ha raccontato che: “dalle coste sono venuti per i primi 15 anni. Tutti quelli che vengono ora il mare nemmeno lo sognano: non lo hanno mai visto. Sono venuti perché hanno sentito dire che a MdV si sta bene e non c’è bisogno di diventare marinai. Vengono dall’entroterra e quasi tutti se ne vanno a lavorare nelle campagne oppure come muratori… o fuori di MdV. Non ce n’è più: abbiamo difficoltà noi in Tunisia stessa a fare equipaggi di tunisini. Quando abbiamo fatto il primo equipaggio lì siamo tornati con le mani nei capelli dicendo <<torniamo in Italia>>. Nessuno, dico nessuno, che sapesse muovere un dito a bordo e ci dicevano che erano tutti marinai. Quelli bisogna cercarli uno ad uno, con fatica…”

[30] La struttura educativa tunisina prevede l’obbligo scolastico per i minori dai 6 ai 15 anni ed è ripartita tra scuole elementari (6 classi) e medie (3 classi). 4 sono le classi nelle superiori e negli istituti professionali (Unesco, Rapport mondial sur l’éducation, 1995).

[31] M. Piazza, V. Bella, cit., 1998, 11

[32] Sull’argomento esiste ormai una letteratura sterminata. Alcuni validi riferimenti possono essere considerati: A. Portes, R.G. Rumbaut,, Immigrant America. A Portrait, University of California Press, Berkley, 1996 e, per l’Italia, F. Piselli,  Reti, Donzelli, Roma, 1995.

[33] Il riferimento è a  J.Goldthorpe et al.Classe operaia e società opulenta, FrancoAngeli, Milano, 1973. Esistono forti somiglianze tra la fisionomia che l’immigrazione sta assumendo negli economicamente più sicuri contesti dell’Italia centrale  e la classe operaia degli anni ‘60, così come è stata descritta in questo fondamentale testo. Ci riferiamo soprattutto a un allentamento dello senso di comunità nei quartieri di immigrati presenti nelle aree centrali del Paese e alla comparsa di un tipo di individualismo sino ad ora poco conosciuto. Tali questioni verranno sviluppate in un saggio di prossima realizzazione.

[34] Sulla valenza assunta dal termine “diaspora” –  intesa come comunità di stranieri che risiedono lontano dal luogo di origine e che producono forme di identificazione spesso diversificate e contraddittorie – cfr. R. Gallissot, A. Rivera , Maghrebini d’Europa: le invenzioni di una diaspora, in “Inchiesta” XXVI, n. 113, luglio-settembre 1996C. Saint-Blancat (a cura di), L’Islam in Italia. Una presenza plurale, Edizioni Lavoro, Roma, 1999.

[35] Da noi affrontati in un articolo di imminente pubblicazione. V. P. Saitta, Islam e comunità. L’appartenenza religiosa a Mazara del Vallo, “Incontri Mediterranei”, numero in preparazione.

[36] Mauss, M., Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002, p. 54. Corsivo mio.

 

[37] S. Cifiello,  Flussi migratori, in G. Landuzzi, A. Tarozzi, A. Treossi, cit., 1995, 47; M. Piore, Birds of Passage. Migrant Labor in Industrial Society, Cambridge University Press, Cambridge, 1979.

[38] S. Cifiello, ibidem.

[39] A nostro avviso valgono ancora e sono estensibili anche a tali contesti, molte delle considerazioni espresse in altre epoche e per altre culture da  C.H. Cooley, l’organizzazione sociale, Edizioni di Comunità, 1977; Id. Human nature and the social order, New Brunswick , London, 1983; G.H. Mead,  Mente, sé e societa : dal punto di vista di uno psicologo comportamentista, Giunti-Barbera, Firenze, 1966.

[40] K. Hannachi, cit., 1998, 65.

[41] In questo quadro le rimesse sembrano giocare un ruolo importante. I parchi consumi voluttuari sembrano in parte finalizzati al rispetto di quello che possiamo definire il mandato familiare di origine (anche se in tanti casi è la grande ristrettezza economica ad imporre la moderazione). Dallo sportello Money gram di Via Porta Palermo – una delle tante agenzie specializzate nel trasferimento di denaro all’estero impostesi nella scena dei servizi per gli immigrati in Italia – transita ogni giorno un certo numero di stranieri. Non possediamo dati certi sull’ammontare medio delle rimesse, ma possiamo ipotizzare che il risparmio finalizzato al sostegno delle famiglie in Patria (per l’acquisto della casa , per integrare le scarse pensioni degli anziani genitori o per finanziare le piccole imprese a gestione familiare) vari dalle 100.000 alle 200.000 lire al mese. Tuttavia gli elevati tassi di disoccupazione tra la popolazione straniera, la precarietà che caratterizza la vita di un numero elevato di individui (testimoniato dal fatto che complessivamente nell’Isola il 12,6% della popolazione straniera risiede con un Permesso di Soggiorno “per attesa di lavoro” o “per iscrizione al collocamento”) e il fatto che l’immigrazione mazarese “regolare”  sia costituita da famiglie più che da singoli, non permettono a nostro avviso trasferimenti generalizzati e regolari come avviene invece nei contesti più “opulenti” del Centro e Nord Italia (che fanno del nostro il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, per livelli di rimesse). Sul fenomeno delle agenzie per il trasferimento di denaro, cfr  A. Gilioli, L’immigrato può essere un affare, in “Diario”, 13 giugno 2002; sui dati riguardanti i Permessi di soggiorno, cfr. Caritas, Immigrazione. Dossier statistico 2001, Nuovo Antarem, Roma, 2002.

[42] Secondo i dati forniti dall’Agenzia delle entrate per il 2002, nelle isole il 63,6% delle aziende controllate assumerebbe in nero uno o più dipendenti.

[43] L’atteggiamento delle forze dell’ordine rispetto ai semi-irregolari e ai clandestini è complesso e meriterebbe maggiori approfondimenti. Non è corretto dire che la polizia qui sia maggiormente tollerante rispetto a quella di altre zone (v. S. Palidda, cit., 1998); piuttosto bisognerebbe dire che ferma molto meno gli stranieri per il solo fatto che lo siano. In questo modo gli irregolari, e anche i clandestini tout court (a condizione che abbiano superato i controlli allo sbarco), hanno maggiori possibilità di permanere nel territorio senza imbattersi in fermi e verifiche dei documenti. Non mancano comunque episodi di benevolo atteggiamento da parte delle forze dell’ordine, che in taluni casi indulgono sulla parziale mancanza dei requisiti al  momento di controllare i fermati o in quello di rilasciare i Permessi, così come sono presenti comportamenti al limite dell’abuso di potere (e a volte molto oltre quel limitare).

 

[44] Si veda per esempio il rapporto Caritas (a cura di), cit., 2002, 430, secondo il quale i tunisini impiegati a mare corrisponderebbero a circa il 30% del totale della forza-lavoro presente sul territorio, confondendo evidentemente le autorizzazioni all’imbarco con le persone fisiche.

[45] A partire dal 2000 le rilevazioni del Comune di Mazara del Vallo non contengono indicazioni circa il numero dei minori stranieri residenti in città. Le ultime statistiche disponibili ne censiscono 550, ma non è possibile risalire alle nazionalità; per quanto la maggior parte debba certamente essere di origine tunisina. Gli adulti  – ma sarebbe più corretto dire i maggiorenni – di sesso maschile ammontano dunque a circa 1.500 persone. Che a proposito di attività di mare ci si debba riferire esclusivamente agli uomini e ai maggiorenni è confermato dalla totale assenza nei registri di individui con altre proprietà.

[46] Ricordiamo che una delle motivazioni per la concessione e il rinnovo dei Permessi di soggiorno è quella che fa capo ai “motivi di lavoro autonomo” (artt. 22 e sgg.  del T.U. 286/98).

[47] Come sembrerebbe dimostrare il fatto che a Torino i tunisini risultano titolari di 326 imprese, pari al 20,6% del totale di quelle stranieri presenti in città, con una distribuzione in pressoché tutti i settori d’attività. Cfr. E. Reyneri, M. Ambrosini, Il mercato del lavoro, in G. Zincone (a cura di), Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati, Il Mulino, Bologna, 2001

[48] Il salario medio di un marinaio “semplice” si aggira mediamente intorno a 1.600.000 Lire. È previsto, a seconda del tipo di pesca (“costiera locale”, “costiera ravvicinata”,  “mediterranea”), un reddito minimo il cui ammontare varia da 1.600.000  a 2.000.000 di lire, ma non viene mai corrisposto esattamente (e neanche approssimativamente).

[49] Sono dati non ufficiali, ma forniti comunque nel corso di una intervista dai rappresentanti di una associazione di categoria, quella dei Motoristi. Inoltre – lo diciamo per evitare equivoci – la “crisi” riguardava non solo i tunisini, ma anche gli italiani imbarcati con differenti mansioni sui pescherecci in riarmo.

[50] È un effetto della modifica legislativa che ha consentito di allargare il numero dei membri stranieri dell’equipaggio sino al 50% della composizione totale (precedentemente era ammesso solo 1/3 di membri stranieri).

[51] Iniziano a comparire anche tra i tunisini i primi motoristi, ma in numero esiguo: appena tre, secondo l’Associazione Motoristi. Un po’ di più i capo-pesca: una decina circa.

[52] J. Habermas, cit., 1981. In una prospettiva diversa, ma contigua, cfr. E., Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 1968.

[53] Una lettura ancora valida sul ruolo e il condizionamento da esso esercitato sui comportamenti è quella di R.K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna, 1971.

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Redazione terrelibere

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