Un’enorme lavatrice gira in attesa della centrifuga. Al suo interno, però, non c’è bianco detersivo ma uno strano impasto di blu. “Washed denim” è il colore di moda. Un tono di celeste che ricorda i jeans scoloriti. I giovani lo vogliono e le imprese del Macrolotto ne hanno acquistato grandi quantità, stoccato in taniche, pronte per il lavaggio.
Un tempo la coloritura era “in pezza”, oggi si fa “in capo”. In pratica si coloravano le stoffe, per poi tagliarle. A Prato è meglio fare il contrario. Si seguono le tendenze del mercato, il just in time, i colori più richiesti, e poi si “lavano” i capi già pronti colorandoli in lavatrice.
È solo una delle fasi che permette alla produzione locale di aggredire il mercato con un risparmio ulteriore. Tra sfruttamento lavorativo, evasione dei tributi e ottimizzazione delle fasi di lavoro si arriva a un vantaggio competitivo stimato al 60%.
Sbocchi di mercato
Il pronto-moda ha tre sbocchi principali: ambulanti e mercati, catene della moda a basso costo, negozi “etnici”.
Nel primo caso, racconta un venditore, “acquisto da cinque laboratori cinesi circa 10mila capi alla volta. Il prezzo varia da cinque euro per i pezzi più semplici ai venti per un capospalla, cioè un cappotto misto poliestere e lana rigenerata”.
Vende nei mercati dietro la stazione di Firenze, tra i suoi clienti c’è anche chi guadagna 200 euro al mese, 50 euro è un prezzo limite per un cappotto e per il venditore rimane un margine adeguato.
Altro sbocco sono i negozi gestiti da proprietari di origine cinese, come quelli dell’Esquilino a Roma, qui un jeans si trova a 30 euro, negli altri negozi si parte da 100.
Ma il canale più interessante è sicuramente quello dell’export, specie verso la Germania e l’Est Europa.
Un mediatore pakistano che vive in Germania arriva ogni settimana al Macrolotto 1, parcheggia il suo furgone, seleziona il campionario e lo propone ai suoi contatti a Stoccarda e Dusseldorf.
Ancora una volta il vantaggio del consumatore non coincide con quello del lavoratore
In base agli ordini, da Prato partono una volta a settimana piccoli furgoni o camion pieni di merce. Il mediatore garantisce che gli ordini siano pronti e che le catene tedesche paghino, in pratica si tratta di punti vendita di moda a basso costo, ma diffusi capillarmente, per i consumatori il vantaggio è quello di roba che costa poco ma che non comprano ai mercati degli ambulanti.
Nelle filiere globali, il risparmio dell’imprenditore corrisponde col vantaggio del consumatore, ma non a quello del lavoratore.
Fino adesso, comunque, non abbiamo affrontato una questione dei “cinesi”, come frettolosamente si afferma parlando di Prato. La filiera che ha come epicentro la città toscana è globale. L’immigrazione asiatica è soltanto un aspetto di un complesso sistema.

Ecco uno schema riassuntivo delle fasi della filiera del pronto-moda:
- Acquisto della materia prima: tessuto poliestere e misto lana (provenienza: Corea del Sud, Cina, India)
- Definizione del modello e taglio (aziende del Macrolotto a conduzione cinese, manodopera pachistana, cinese, sub-sahariana; commercialisti di Prato)
- Cucitura (laboratori cinesi nel centro di Prato)
- Rifinitura (zip e bottoni)
- Inserimento etichette
- Tintura da bianco-panna al colore scelto in base alle tendenze di mercato
- Trasporto da Prato ai centri di smistamento (Germania o Est Europa)
- Trasporto nei negozi (catene, negozi, ambulanti) (es: catene in Germania, negozi all’Esquilino, mercati vicino la stazione di Firenze)
- Vendita al consumatore finale (ricarico fino a 5 volte)
* Italiani coinvolti: commercializzazione, contabilità, acquisto stoffa
Imprenditori
Ma chi sono gli imprenditori del Macrolotto? Fermo restando che la filiera del pronto-moda con epicentro Prato riguarda figure di molte nazionalità, compresi italiani e tedeschi, gli imprenditori di origine cinese sono accusati di essere “alieni” che hanno sottratto il settore tessile ai bravi artigiani locali, defraudati da pratiche scorrette e da qualche misteriosa organizzazione para-mafiosa.
Per prima cosa, il settore tessile e quello delle confezioni sono paralleli ma non si incrociano. Il primo va in crisi a causa del mercato mondiale già diversi decenni fa, il secondo viene “animato” dall’immigrazione asiatica. Se non ci fosse quest’ultima, Prato probabilmente sarebbe un deserto produttivo.
In secondo luogo, l’imprenditoria cinese non è molto diversa da quella che l’ha preceduta. Anche nelle fabbriche locale c’era la cultura dell’auto-sfruttamento, poca attenzione alla sicurezza (era detta “città delle tre dita” a causa degli infortuni sul lavoro) e pratiche basate sull’imitazione del vicino di successo.
Molti pensano che l’espansione dei “cinesi” sia dovuta a misteriose pratiche, nella realtà gli imprenditori hanno seguito la banale via del copy and pest: osservare i vicini di capannone e copiare l’azienda che funziona di più.
Più che a misteriose pratiche, il successo delle aziende cinesi è dovuto all’imitazione
Certamente, se oggi un imprenditore volesse inserirsi nel mercato del pronto moda, dovrebbe confrontarsi con una concorrenza sleale che si basa principalmente su due assi: evasione fiscale/contributiva e sfruttamento lavorativo.
Sul primo punto, è il caso di notare che storicamente le imprese del Macrolotto sono assistite da commercialisti locali, gli unici a potersi orientare nella giungla del sistema delle tasse italiane.
Sul secondo punto, le dinamiche sono molto fluide. Il luogo comune di una comunità compatta che sfrutta e si fa sfruttare senza proteste è molto lontano dalla realtà.
Il conflitto generazionale nella comunità cinese è in atto da anni: i giovani di seconda generazione hanno studiato nelle scuole italiane e non vogliono ripetere la vita di estremo sacrificio dei genitori. Così il Macrolotto si svuota di manodopera fedele, che lavora 24/7, cioè tutto il tempo non dedicato al sonno. Se si aggiunge che gli operai dormivano spesso in fabbrica, tutta la vita era dedicata all’azienda.
Quella che sembrava una comunità coesa e pacificata ora è piena di conflitti
Da tempo, il posto dei giovani di origine cinese è stato preso da richiedenti asilo, in genere pakistani e sub-sahariani, che si comportano in modo completamento diverso. Pronti a sindacalizzarsi e scioperare, hanno suscitato la reazione violenta dei padroni, prima con squadre di picchiatori cinesi e poi italiane.
Ma anche qui la nazionalità non è centrale: il sindacato di base è animato da italiani ma sono iscritti lavoratori da ogni parte del mondo, in particolare pakistano.
Il ruolo dello Stato è decisivo. Le leggi sulla richiesta d’asilo – così come in genere quelle sull’immigrazione – sono scritte da tempo per favorire l’impresa e lo sfruttamento lavorativo.
Il caporalato che la magistratura e gli enti locali vorrebbero debellare, è dunque anche il frutto di uno Stato schizofrenico che proclama la lotta agli sfruttatori, ma crea le condizioni per lo sfruttamento.

