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Elogio della pirateria

pirateria

In questo preciso istante, in ogni angolo del pianeta, milioni di pirati e fuorilegge cospirano nell’ombra per unirsi alla più grande banda della storia dell’umanità. Le avventure degli hacker, la lotta agli Ogm, le radio e le tv, i graffiti sui muri, i francobolli finti e lo scambio di musica in rete: storie di passione e libertà

Scritto da Carlo Gubitosa

Elogio della pirateria – Manifesto di ribellione creativa

L’autore

Il libro

Prefazione

Introduzione.  Storie di pirati e libertà

Manifesto di ribellione creativa: dieci tesi sulla pirateria

CAPITOLO I – I pirati dell’etere

CAPITOLO II – Pirateria musicale: conversione di un luddista

CAPITOLO III – Pirateria e cultura

CAPITOLO IV – CiberPirati

CAPITOLO V – I pirati del cibo

CAPITOLO VI – Comunicazione pirata

CAPITOLO VII – Pirateria della salute

CAPITOLO VIII – Pirati di immagini

CAPITOLO IX – Videopirateria

CAPITOLO X – Arte pirata

 

 

 

L’autore

Carlo Gubitosa è un giornalista freelance che collabora con l’associazione di volontariato dell’informazione “PeaceLink”. Ha già pubblicato i volumi “Telematica per la Pace” (1996), “Oltre Internet” (1997), “L’informazione alternativa” (2002), “Genova, nome per nome” (2003), “Viaggio in Cecenia. La ‘guerra sporca’ della Russia e la tragedia di un popolo” (2004). Nel 1999 ha pubblicato “Italian Crackdown”, il primo libro italiano diffuso liberamente anche in rete sin dal primo giorno di presenza in libreria, con una licenza di distribuzione “copyleft” realizzata dallo stesso autore.

Il libro

In questo preciso istante, attorno a te, nel tuo quartiere, nella tua città e in ogni angolo del pianeta, milioni di fuorilegge cospirano nell’ombra per unirsi alla più  grande banda di pirati della storia dell’umanità: sono i pirati di musica, video e software, che condividono in rete miliardi di file, in ogni secondo di ogni giorno di ogni mese dell’anno, e trasformano internet nel più  grande strumento di condivisione della conoscenza che l’uomo abbia mai avuto a disposizione. Questo grande laboratorio culturale non dorme mai, e quando i pirati di New York chiudono gli occhi davanti allo schermo a notte fonda, quelli di Tokyo sono già pronti a sostituirli davanti al sole del nuovo giorno.

 

Le avventure degli hacker, la lotta agli Ogm, le Telestreet, le radio pirata, i graffiti sui muri, i francobolli finti e lo scambio di musica in rete: la pirateria moderna ci racconta storie di passione e libertà, avventure mozzafiato e sfide impossibili raccolte da uomini liberi che vogliono riscrivere le regole del sistema. Le trappole del copyright, le multinazionali biotech, le grandi case discografiche, le major di Hollywood, la Siae, la Microsoft e tutti i governi del mondo non sono riusciti ad imbrigliare il genio creativo dei corsari di ieri e di oggi, che continuano a stupirci con nuove conquiste.

Questo testo è stato impaginato dal suo autore con LATEX, un sistema gratuito e libero di elaborazione dei testi, il 27 maggio 2005.

Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons “Attribution Non Commercial No Derivs 2.0”, consultabile in rete all’indirizzo http://creativecommons.org. Pertanto questo libro è libero, e può essere riprodotto e distribuito, con ogni mezzo fisico, meccanico o elettronico, a condizione che la riproduzione del testo avvenga integralmente e senza modifiche, ad uso privato e a fini non commerciali.

Se stai leggendo questo testo su un supporto elettronico, o su fotocopie, o su qualunque altro supporto diverso dal libro originale, o se hai in mano il libro originale, ma ti è stato prestato o regalato, puoi sostenere liberamente l’attività di ricerca e di scrittura dell’autore con un’email, una lettera di ringraziamento o una cartolina del luogo in cui ti trovi, un pacchetto con prodotti tipici della tua regione, vecchi 45 giri, libri e fumetti che non leggi più, banchi di Ram o altro materiale elettronico, prodotti di erboristeria, ricette segrete, inviti a pranzo, a cena e a dormire presso la tua abitazione, Tshirt taglia XXL (preferibilmente non usate), materiale da campeggio, francobolli, Cdrom (pieni o vuoti), Dvd (pieni o vuoti), cartoni animati su Dvd o Vhs, buoni pasto, ricariche per cellulari, articoli di cancelleria, materiale elettronico, tessere viacard anche parzialmente utilizzate, buoni benzina, biglietti per cinema, teatro e parchi di divertimento, insomma tutto ciò che ti farebbe piacere ricevere da qualche sconosciuto e qualsiasi altro materiale possa essere utile alla vita e al lavoro di un giornalista/scrittore. Se proprio ti manca la fantasia, vanno benissimo anche dei soldi.

L’indirizzo a cui effettuare le spedizioni è: Carlo Gubitosa — Via Giovinazzi 91 — 74100 Taranto — Conto Corrente Postale n. 37845112.

Ringrazio in anticipo tutti coloro che mi daranno il loro supporto morale o materiale per sostenere un modello diverso di economia della conoscenza.

 

 

 

Ad un tratto il Corsaro prese la giovane per una mano, dicendole:

“Vieni!…”

“Dove vuoi condurmi?”

“Bisogna che veda il mare”.

[Emilio Salgari, La regina dei caraibi]

 

 

È pericoloso aver ragione quando le autorità costituite hanno torto”.

[Voltaire]

 

 

 

 

Prefazione

di Paolo Attivissimo

 

“La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non sono tutte giuste”.

[Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, 1965]

 

Avvertenza: questo libro contiene dosi massicce di idee radicali. Alcune di queste idee possono essere indigeste, causare irritazioni, scompensi economici, crisi d’identità e malessere generale, ma non possono essere liquidate. Non superare le dosi consigliate. Nel dubbio, somministrare a singoli capitoli. Non somministrare comunque ai minori di 16 anni, perché non ne hanno bisogno: queste idee le hanno già assimilate senza pensarci, con l’involontaria complicità del mercato disco-cinematografico e dei legislatori.  Come informatico della vecchia guardia, quella che si ricorda i tempi in cui internet non esisteva e la musica si “piratava” dalla radio con le musicassette, molti dei concetti “sovversivi” che Carlo Gubitosa raccoglie ed esprime così chiaramente in queste pagine non mi sono venuti spontanei quando li ho affrontati per la prima volta, pur avendo io per mestiere una certa dimestichezza con l’innovazione.

 

È probabile che anche a voi, se avete i peli del naso che crescono più  in fretta dei capelli in testa, faranno lo stesso effetto: quello di una medicina indigesta.

Indigesta ma necessaria, perché le attuali idee, leggi e logiche commerciali stanno scricchiolando sotto il peso della tecnologia. Concepite in un’epoca in cui musica, film, giornali e libri erano fabbricabili e distribuibili soltanto da uno rivelano tutta la loro inadeguatezza in un mondo dove tutto questo è duplicabile, copiabile, trasmissibile a chiunque da chiunque.

 

Oggi qualunque utente di internet, con la sua bella paginetta Web o il suo blog, ha lo stesso potere editoriale del più  blasonato e ricco dei giornali. Chiedetelo a Tony Blair, demolito dalla scoperta, fatta da una persona qualunque e pubblicata in rete, che il suo dossier sull’Iraq era un plagio malfatto di una tesina obsoleta. Chiedetelo a George W. Bush, i cui giornalisti assoldati per fargli sempre domande “amiche” sono stati smascherati dai blogger. Chiedetelo a Dan Rather, che si è giocato decenni di carriera come anchorman dei telegiornali USA spiattellando in diretta TV documenti anti-Bush rivelatisi falsi grazie alla meticolosa analisi collettiva di tanti utenti di internet.

 

È evidente che se le premesse della società sono cambiate, le regole che funzionavano prima non possono continuare a funzionare. E questo, a molti, fa paura.

 

È naturale, e la tentazione di far finta di niente è forte.

Ma che ci piaccia o no, la tecnologia è già qui, nelle nostre case, e non se ne andrà, per cui è ora di trovare regole nuove per tenerne conto invece di nascondere la testa nella sabbia. Chi rifiuta di ammodernarsi e spera di ingabbiare la tecnologia con le leggi farà la fine del maniscalco che pretendeva tutela per la sua categoria a causa di quell’oggetto sovversivo chiamato “automobile”, o di William Preece, ingegnere capo delle Poste Britanniche, che nel 1876 dichiarava impettito, di fronte alle notizie della nuova straordinaria tecnologia in arrivo da oltre Atlantico, che “gli americani hanno bisogno del telefono, noi no: abbiamo fattorini in abbondanza”.

Ci vogliono, insomma, regole nuove, nuovi modi di pensare, nuove soluzioni commerciali che sfruttino queste innovazioni anziché considerarle nemiche. Ma regole nuove scaturiscono soltanto dalla comprensione di come funzionano realmente certi meccanismi sociali e di mercato; e in questo senso vi aspettano molte sorprese. Paladini del diritto che si rivelano ladri; ladri che si rivelano tutori della cultura; tutori della cultura costretti a fare i ladri dai paladini del diritto.

Prendete questo libro come una sfida: le vostre gengive mentali sono troppo molli per masticare concetti nuovi e croccanti? Siete abbastanza sicuri dei presupposti su cui si basano le vostre regole morali da poter demolire quelle innovative proposte qui? Siete pronti a rischiare di scoprire che le norme che avete dato per scontate, naturali e immutabili sono in realtà effimere come le promesse di un politico e altrettanto bisognose di uno schietto repulisti?

Non è necessario che condividiate tutto quello che viene proposto in queste pagine; ma è importante che sappiate quali idee si stanno diffondendo là fuori come soluzione ai problemi causati dallo sfasamento fra leggi, bisogni umani e tecnologia. Strada facendo, scoprirete quante delle cose che ora consideriamo normali e “tradizionali” sono in realtà il frutto di idee che soltanto pochi anni fa erano ritenute sovversive e illegali.

Ed è per questo che vi consiglio di rileggere questo “Elogio della pirateria” fra una decina d’anni, quando insomma Bill Gates avrà passato la sessantina. Se sorriderete scoprendo quanto sono diventate banali e scontate le cose che Carlo Gubitosa scrive oggi, vorrà dire che il libro ha raggiunto il suo scopo e aveva ragione. E che voi l’avete capito in tempo.

 

 

Introduzione.  Storie di pirati e libertà

 

“Occorre combattere con la massima determinazione la pirateria in tutte le sue forme, perché la difesa della proprietà intellettuale è nell’interesse di tutti, perché dà valore economico alla cosa più  preziosa: l’ingegno, che è alla base della nostra società libera”.

[Carlo Azeglio Ciampi]

 

“Certo, all’autore di un’opera letteraria, di una musica o di un film non piace che qualcuno se la scarichi da internet senza pagare una lira… però dobbiamo entrare nell’ordine di idee che questi nuovi strumenti cambiano anche il modo in cui si è remunerati per questo tipo di attività”.

[Stefano Rodotà, garante della privacy]

 

Che cos’è esattamente un “pirata”?

È quello che immaginavamo da bambini, sognando favole di avventurieri che attraversano il mondo con il vento in faccia, combattendo per la libertà e la giustizia, oppure quello che ci costringono a immaginare da grandi, dipingendo un mondo oscuro e sordido dove i “pirati informatici” che scambiano musica e condividono software sono dei soggetti sovversivi e destabilizzanti per l’economia di mercato?  Ogni stagione della storia ha le sue religioni e le sue eresie, e spesso sono proprio gli eretici e i criminali a strattonare la civiltà per costringerla a compiere un salto in avanti. Basta pensare al segno lasciato nel mondo da “delinquenti” come Gesù di Nazareth, Socrate e Galileo Galilei, tutti e tre processati per bestemmia contro gli dèi del loro tempo. Gesù ha liberato lo spirito, Socrate l’intelletto e Galileo la scienza: chi è che oggi sta provando a liberare l’informazione e la cultura?

Questo libro racconta le storie di eretici postmoderni che osano sfidare le tecnoreligioni di un mondo dove si venera il dio profitto, ribelli che vogliono recuperare il senso più  pieno di parole come arte, condivisione, conoscenza e bellezza, prima che queste parole vengano definitivamente rinchiuse nelle gabbie di chi vuole trasformare ogni sinfonia in una suoneria da scaricare a pagamento sul telefonino.

Nei riti della religione tecnocratica e televisiva, le masse di “credenti” rinnovano continuamente i loro atti di fede nelle verità rivelate dallo schermo, e si convincono che una guerra è finita solo perché una telecamera inquadra una statua che cade in una piazza.

Cosa fanno questi “pirati” che osano mettere in dubbio le verità del tubo catodico, chi sono i nuovi eretici che si spingono dove nessun altro osa avventurarsi, perché negli anni ‘60 gli hacker del Massachusetts Institute of Technology hanno solennemente dichiarato che “l’informazione dev’essere libera”, mentre oggi c’è chi teorizza che solo il mercato può e deve essere libero in un mondo dove tutto, anche le opere dell’ingegno, è inevitabilmente destinato a diventare una merce?

Perché da piccoli facevamo il tifo per Sandokan e il Corsaro Nero, che combattevano contro i soldati dell’esercito britannico e spagnolo, e da grandi ci dicono che condividere musica con altre persone è una azione criminale, e che i “pirati” colpevoli di aver scambiato gratuitamente musica tra loro vanno puniti con pene simili a quelle di chi compie un omicidio colposo? Perché nessuno ci spiega la differenza tra un pirata e un criminale, tra un ribelle e un delinquente, tra un ragazzo che ascolta musica in rete e un mafioso che la rivende su mercati paralleli e illegali?

Tutti abbiamo collezionato figurine da piccoli: chi aveva in mano il potere delle immagini e delle informazioni, e lo esercitava decidendo quali sarebbero state le immagini più  difficili da trovare all’interno delle bustine, stampava sul retro degli album istruzioni dettagliatissime per ordinare le introvabili figurine mancanti (ovviamente a pagamento). Ciò nonostante centinaia di migliaia di bambini consideravano inconcepibili e assurde quelle regole del mondo dei grandi, e senza pensarci un attimo praticavano su scala di massa e in modo spontaneo delle forme di autorganizzazione, scambio e condivisione che consentivano a tutti di ottimizzare le risorse impiegate all’acquisto dei fatidici rettangolini adesivi.

Ormai queste forme spontanee, immediate e istintive di gestione delle risorse “dal basso” non sono più  cose da bambini, ma vengono praticate quotidianamente, in varie forme e a vari livelli, da adulti marchiati come eretici, pirati o criminali solo per aver rivendicato il diritto alla libertà intellettuale per scambiare e creare software, arte e conoscenza, per allestire nell’etere Tv di quartiere e radio pirata, per produrre farmaci antiAids a basso costo violando i brevetti delle multinazionali e per realizzare tantissime forme d’arte che spaziano dall’agricoltura alla filatelia, dai graffiti sui muri al situazionismo mediatico, dall’antipubblicità al plagio creativo di “cult movie” hollywoodiani.

 

Tutte queste pratiche hanno in comune due caratteristiche: sono totalmente fuorilegge e al tempo stesso assolutamente necessarie per salvare la nostra storia e la nostra cultura da una precoce morte cerebrale. Per un curioso paradosso della storia, gli eretici condannati e marchiati come criminali dalla società dell’informazione sono gli unici che possono salvarla dal suo collasso e dal processo di “plastificazione” che attraversa ogni aspetto della nostra vita, dalla musica di plastica costruita a tavolino, senza cuore e passione, fino al cibo di plastica che mangiamo nei fast food.  Mai come oggi il potere dell’informazione ha guidato il destino dell’uomo, e per esercitare il diritto di critica e di controllo su questo potere è il momento di scegliere da che parte stare nell’arena dove si consuma lo scontro tra i due modelli di sviluppo che stanno orientando, ciascuno a suo modo, l’evoluzione della nostra cultura: il modello “proprietario” e il modello “libero”.

Il modello proprietario è caratterizzato dall’applicazione al mondo delle idee, della cultura e delle opere dell’ingegno di un concetto base dell’economia tradizionale: il valore di un bene è determinato dalla sua scarsità. L’applicazione di questo principio economico a beni immateriali come un programma informatico o una sequenza di note musicali ha come conseguenza una rigida tassazione di ogni forma di utilizzo o duplicazione delle opere dell’ingegno, e un lavoro incessante di monitoraggio e controllo per reprimere, sanzionare, criminalizzare e scoraggiare qualunque utilizzo di questi beni immateriali che non produce un immediato vantaggio economico per chi ne controlla i diritti di riproduzione.

A questa visione mercantile della scienza e dell’arte si contrappone il modello di sviluppo “libero”, basato su un principio completamente diverso: nella società dell’informazione il valore di un bene immateriale, concettuale o artistico è determinato dalla sua diffusione. Un libro, un brano musicale o un programma informatico hanno un valore proporzionale al numero di persone che conoscono e utilizzano quel testo, quella musica o quel programma.

Applicando questo principio cade la necessità di tassare ogni forma di distribuzione delle opere dell’ingegno, perché la libera circolazione delle idee, anche quando avviene in forma spontanea o gratuita, riesce sempre e comunque a produrre un vantaggio per chi ha dato vita a quelle idee, anche se questo vantaggio è indiretto e non immediato.

 

E’ questo l’approccio culturale e filosofico che ha permesso lo sviluppo esponenziale di internet e di tutti i protocolli, servizi e tecnologie che oggi utilizziamo quotidianamente per l’interconnessione su scala geografica dei computer e per la posta elettronica, la navigazione ipertestuale o lo scambio di file.

Se oggi dovessimo pagare un centesimo per i diritti d’autore ogni volta che usiamo la “chiocciolina” in un messaggio email, consultiamo a distanza un documento attraverso il protocollo HTTP o pubblichiamo in rete un ipertesto secondo gli standard che definiscono il linguaggio HTML, probabilmente al mondo ci sarebbe qualche miliardario in pi‘u, ma avremmo un’internet molto più  povera di informazioni, meno diffusa e meno frequentata, e questo sarebbe un grosso danno anche per i miliardari.

Questo “elogio della pirateria” racchiude in pochi frammenti di testo le esperienze di persone accomunate da una scintilla di genialità e da una grande curiosità artistica, menti brillanti inadeguate ad una società grigia, disadattati che non sanno scendere a patti con le regole assurde del mondo in cui vivono, artisti eclettici, ribelli irriducibili, creativi geniali, programmatori brillanti… in una sola parola: pirati.

Le avventure e le visioni culturali di questi pirati sono l’unico antidoto che può salvare dall’implosione e dall’autodistruzione la nostra società sempre più  dipendente dalla sfera mediatica, e se domani, tra un anno o tra un secolo, il mondo avrà abbastanza fantasia per vivere il sogno collettivo di un altro modello di sviluppo, dovremo ringraziare quelli che nel frattempo avranno tenuto accesa la fiammella della libertà di espressione, e che oggi vogliamo mandare in galera perché ascoltano troppa musica, vedono troppi film, leggono troppi libri e soprattutto ragionano troppo: imperdonabili atti di eresia.

I pirati ribelli eretici che si ostinano a ragionare con la propria testa, quando tutto attorno a te invita a staccare la spina del cervello per annegare nel dolce tepore della lobotomia televisiva e delle subculture plastificate, sono un piccolo seme di speranza che ci aiuta a trovare il coraggio di resistere in un mondo dove ogni uomo deve essere l’uomo medio, dove ogni devianza è vissuta come crimine o malattia, dove il ritornello “produci-consuma-crepa” sembra scolpito nei muri degli uffici, delle case, dei mega centri commerciali e di tutti i luoghi di alienazione moderna.

Ma cosa diventerebbe questo nostro piccolo pianeta se tutti cominciassero a trasmettere liberamente segnali radio e televisivi, scambiando musica gratis alla luce del sole senza scopo di lucro, ripudiando tutti i brevetti che bloccano l’innovazione creando monopoli artificiali, tutte le regole del copyright che penalizzano i cittadini, tutti i vincoli e le blindature che imprigionano la cultura, la scienza, la medicina e perfino l’alimentazione? Sprofonderemmo nel regno del caos e nella totale assenza di regole gettando al vento ogni convenzione sociale? L’etere diventerebbe un’accozzaglia di segnali confusi e sovrapposti? Oppure si aprirebbero le porte di un nuovo TecnoRinascimento planetario, con nuove opportunità di riscatto e di salvezza per i popoli e le persone che hanno pochi soldi, ma tanta creatività, curiosità e ingegno? Non ho una risposta definitiva per questa domanda, ma so per certo che oggi il mondo sarebbe un posto ben peggiore se nel corso della storia nessuno avesse mai realizzato azioni di pirateria della comunicazione, dell’arte e della cultura.

“Incriminato”, “accusato”, “arrestato”, “processato”: questi marchi di infamia sono stati associati ai volti di un gruppo di giovani “delinquenti”, colpevoli di aver voluto condividere la loro musica con altri utenti di internet. Nel marzo 2004 sono stati messi alla pubblica gogna durante la diretta del Superbowl, la finale del campionato di football americano, che ogni anno è il più  grande evento mediatico degli Stati Uniti. Nel corso della partita è stato trasmesso uno spot di 45 secondi prodotto dalla Pepsi, dalla Apple e dalla Riaa, Recording Industry Association of America, la potentissima lobby dei discografici americani.

Lo spot ritrae 16 ragazzini che la Riaa ha trascinato in tribunale perché hanno condiviso musica in rete, e mentre i loro volti scorrevano sul video, la mente di milioni di persone è stata manipolata per trasmettere la convinzione che quegli adolescenti fossero davvero una minaccia per la società, e che la musica si può scaricare legalmente da internet solo se te la regala Pepsi dopo aver bevuto una lattina.  Tra non molti anni la condivisione di musica in rete sarà una pratica sociale talmente diffusa da costringere i governi del mondo a riconoscerne la piena legittimità, e spero che quel giorno i ragazzi bollati come criminali durante il Superbowl saranno ricordati, assieme a tutte le altre persone colpite e perseguitate perché assetate di musica e conoscenza, come i primi pionieri di un cambiamento epocale, come i pirati coraggiosi che si sono imbarcati all’alba nel mare della rete per scoprirne prima di chiunque altro le meraviglie e i segreti, seguendo le onde della curiosità e dell’amore per l’arte.

 

La pirateria moderna ci racconta storie di passione e libertà, avventure mozzafiato e sfide impossibili raccolte e trasformate in realtà da donne e uomini liberi che vogliono riscrivere le regole del sistema. Le trappole del copyright, le multinazionali biotech, le grandi case discografiche, le major di Hollywood, la Siae, la Microsoft e tutti i governi del mondo non sono riusciti ad imbrigliare il genio creativo dei corsari di ieri e di oggi, che continuano a stupirci con nuove conquiste. Grazie a loro, il futuro sarà forse più disordinato, ma sicuramente molto meno noioso.

Sono tante le persone che dovrei ringraziare per questa incursione nel mondo dei pirati: tra queste mi limito a citare Michele, il mio amico “luddista” convertito alla pirateria culturale, John Draper, Francesco Cascioli, Carletto FX, Paolo Attivissimo, il writer “Dada” e Miriam Giovanzana, che ancora una volta ha creduto alle mie idee convincendomi a trasformare in un libro i miei appunti sparsi.

 

Un ringraziamento particolare va a Francesca, che con la sua pulizia interiore mi tiene stretto agli ideali e ai valori di libertà che ho cercato di esprimere con questo libro. Ringrazio anche mia mamma Annamaria, che fino all’ultimo si è sforzata invano di immaginare un altro titolo per questo libro, temendo che un aperto elogio della pirateria lanciato dagli scaffali delle librerie avrebbe potuto procurarmi delle grane. Io, invece, non mi sono mai divertito tanto a scrivere.

 

 

Manifesto di ribellione creativa: dieci tesi sulla pirateria

 

“L’uomo ragionevole si adatta al mondo, e quello irragionevole si ostina nel voler adattare il mondo a se stesso. Pertanto, qualunque progresso dipende dagli uomini irragionevoli”.

[George Bernard Shaw, drammaturgo irlandese]

 

Tesi numero 1: I pirati dell’etere

 

La pirateria televisiva è una pratica sociale che stimola la ricchezza culturale e la biodiversità della comunicazione. I pirati televisivi di oggi, che sono in realtà i pionieri della comunicazione di domani, vogliono affermare una verità elementare e banale: l’etere, come l’aria, è un bene comune a disposizione di chiunque voglia far “respirare” le proprie idee. La pirateria radiofonica, ovvero il libero utilizzo delle trasmissioni audio per diffondere musica e cultura, è l’atto di liberazione che ha salvato il mondo dal monopolio dei governi sulle trasmissioni radio. Le radio pirata rendono migliore la società che attraversano con le loro onde, sono un cibo vitale per la mente, la cultura e l’anima, sono capaci di sollevare i popoli dall’oppressione e dalla violenza trasformandosi in uno strumento di lotta nonviolenta, sono una speranza per un futuro dove la musica sarà sempre più  vicina all’arte e sempre più lontana dalla mercificazione commerciale che criminalizza il libero ascolto e impedisce la valorizzazione di ciò che è bello a favore di ciò che è vendibile.

L’etere, lo spazio fisico nel quale viaggiano i segnali televisivi e radiofonici, è una risorsa naturale che appartiene alla grande famiglia dei cittadini del mondo, dove ogni uomo e donna ha il diritto di usare liberamente questa risorsa per il bene comune, senza scopo di lucro e organizzandosi dal basso con altre persone. La dittatura degli stati nazione e delle aziende sull’etere è una anacronistica forma di controllo feudale di una risorsa pubblica. Il controllo dell’etere non spetta ai governi o alle aziende, ma ai popoli. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli include il diritto all’autodeterminazione dell’etere e delle trasmissioni radiofoniche, televisive e digitali realizzate in un determinato territorio da una comunità locale a proprio beneficio.

 

Tesi numero 2: Pirateria musicale

 

La pirateria musicale è uno strumento di accesso universale alla cultura, che dà a chiunque la possibilità di incontrare e conoscere popoli e tradizioni musicali esclusi dalla mercificazione dei saperi, incompatibili con le regole del profitto e assenti dai cataloghi delle grandi case discografiche. L’accesso alla cultura è un diritto inalienabile, la musica è uno strumento di cultura e pertanto l’accesso alla musica è un diritto inalienabile. La pirateria della fruizione musicale, ovvero la copia di musica ad uso personale e senza scopo di lucro, è un diritto fondamentale che va pienamente tutelato, di fronte al quale il diritto al profitto delle case discografiche deve necessariamente soccombere e farsi da parte. L’esercizio di questo diritto favorisce gli autori di musica alimentando la circolazione delle loro opere e aprendo nuovi canali di diffusione che permettono una migliore espressione della creatività.

 

Tesi numero 3: Pirateria e cultura

 

La pirateria culturale, ovvero la sottrazione di tutte le forme d’arte all’economia di mercato per trasformarle in gemme preziose nell’economia della conoscenza, è uno strumento indispensabile per la produzione di idee. Le buone idee e le creazioni artistiche non amano stare da sole, né amano che qualcuno le prostituisca affidandole solo a chi può permettersi di pagarle.

Nessuno ha interesse a chiudere nella gabbia del copyright le proprie idee e la propria arte, perché se anche gli altri facessero lo stesso, il potenziale del l’uomo sarebbe destinato a non incontrare mai il potenziale altrui, e le idee non sarebbero più  cibo per la mente del mondo, ma rimarrebbero chiuse in una gabbia dove il genio, la fantasia e la creatività sono destinati a morire trasformandosi in merce al servizio dell’avidità e dell’egoismo. L’arte si nutre di arte, la musica di musica, la parola di altre parole. I pirati dell’arte sognano una cultura libera, dove l’idea di ognuno diventa materia prima per la creazione artistica del mondo, e dove tutte le opere d’arte del mondo si trasformano in nutrimento per la creatività e la fantasia di ognuno, senza trasformare la libera circolazione dei saperi in un mercato guidato dalla cupidigia, dalla violenza e dalla repressione poliziesca. L’intero pianeta è un grande laboratorio creativo pronto a donare arte, bellezza e il giusto guadagno per vivere agli artisti, agli scrittori e ai musicisti che vincono l’assurda paura della povertà tipica del mondo ricco e scelgono di spiccare il volo, donando all’universo intero se stessi e il frutto della propria arte. Gli artisti che temono di perdere ricchezze materiali con la libera circolazione delle loro opere hanno più fiducia nelle regole di mercato che nel proprio talento. Al contrario, i pirati che praticano la liberazione dell’arte e della cultura hanno guardato dentro se stessi per scoprire che la vera ricchezza è quella che nasce dall’unicità del genio creativo, e non il valore monetario prodotto da leggi che privano della libertà chi vuole accedere all’arte con tutti i mezzi a sua disposizione.

 

Il diritto alla copia è un diritto naturale di tutte le donne e gli uomini del mondo: se William Shakespeare non avesse copiato la trama di alcuni vecchi pezzi teatrali destinati all’oblio, trasformandoli in capolavori della storia del Teatro, oggi il mondo sarebbe più  povero. Spetta ai popoli, e non alle aziende o a singoli cittadini, decidere se e come il diritto alla copia può essere temporaneamente sospeso con un accordo chiamato “Copyright”, che concede alcuni privilegi agli autori nell’interesse collettivo, per favorire la produzione di arte e cultura. L’obiettivo del copyright è quello di fare gli interessi dei cittadini, e riconoscere alcuni privilegi agli autori è solo un mezzo per il raggiungimento di questo obiettivo finale: la tutela degli interessi culturali e intellettuali della collettività. L’idea di un bilanciamento tra i diritti degli autori e quelli della collettività non ha cittadinanza nello stato di diritto, in quanto il diritto di un singolo non avrà mai lo stesso peso dei diritti di un popolo, e i popoli hanno il diritto e il dovere di agire unicamente nell’interesse collettivo. Un autore non ha la stessa importanza di un’intera nazione: i diritti della collettività hanno priorità sugli interessi degli autori quando questi entrano in conflitto con il bene comune. L’onere della prova non spetta ai cittadini che devono dimostrare i benefici sociali correlati all’esercizio del diritto alla copia, ma ai detentori del copyright, che devono dimostrare ai cittadini i vantaggi correlati alla sospensione temporanea e limitata di questo diritto. Quando questi vantaggi sono inferiori alle privazioni subite dalla collettività, il copyright non ha più  ragione di esistere.

 

Il copyright non è un diritto naturale degli autori che concede un potere illimitato di repressione contro i cittadini, ma è una concessione fatta agli autori da un popolo che cerca un maggiore vantaggio intellettuale, e offre agli autori un incentivo che li stimoli alla produzione di nuove opere. Il problema del copyright non è quello di trovare un equilibrio tra gli interessi degli autori e quelli dei cittadini, ma quello di massimizzare i benefici per la collettività che nascono dal giusto equilibrio tra il libero esercizio del diritto alla copia e una parziale rinuncia a questo diritto che può stimolare la produzione di nuovo materiale artistico, ma sempre a beneficio della collettività e non dei singoli.

 

Tesi numero 4: CiberPirati

 

La pirateria informatica, ovvero la copia ad uso personale e senza scopo di lucro del software, il libero scambio di programmi e la mutua cooperazione tra utenti di sistemi informatici, non sono azioni criminali, ma pratiche che risalgono agli albori della storia dell’informatica. L’abitudine alla solidarietà e alla condivisione dei programmi rappresentano una naturale evoluzione dei comportamenti sociali, che si adeguano alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il copyright sul software non è un legittimo riconoscimento economico che raggiunge i creatori di programmi, ma una tassa da pagare alle grandi compagnie informatiche che sfruttano i loro dipendenti e gli utenti al tempo stesso. Dietro la maschera del copyright si nasconde una legislazione che tutela gli interessi delle grandi case produttrici di software ma non i diritti delle singole persone, e punisce con la carcerazione la copia dei programmi, anche se fatta senza scopi commerciali o criminali, ad uso personale, ad uso didattico, a beneficio di associazioni, gruppi di volontariato, organizzazioni non governative, scuole. Le leggi attuali sui cosiddetti “crimini informatici” rispecchiano gli interessi e le pressioni lobbistiche di un ristretto gruppo di aziende, e non la volontà popolare e democratica che dovrebbe essere il fondamento di qualsiasi legge.

 

È tempo che vengano tutelati i diritti di tutti i cittadini del mondo e del Ciberspazio, invece di continuare a difendere gli interessi delle grandi case produttrici di software. Il lavoro dei programmatori non si tutela mandando in galera altre persone, ma creando le condizioni affinché il mondo dell’informatica non sia più  dominato da monopoli che di fatto limitano ed ingabbiano la libertà di iniziativa della programmazione. Le pratiche di scambio libero e gratuito del software, nate negli anni ‘60 assieme alla prima comunità di Hacker del Mit, sono il fenomeno sociologico e culturale che ha consentito lo sviluppo della scienza informatica e la nascita dei personal computer. L’etica hacker sviluppata nei laboratori del Mit è il fondamento culturale e filosofico di una nuova generazione di artisti e scienziati che sviluppano il loro talento e le loro potenzialità attraverso la condivisione della conoscenza, la libertà di accesso alle informazioni, la libertà di copia, di analisi e di modifica del software.

 

Tesi numero 5: I pirati del cibo

 

La pirateria agroalimentare, fatta di tradizioni agricole, cultura e saggezza contadina, legame tra l’uomo e la terra, produzioni locali e biodiversità dell’ecosistema è una pratica legittima e naturale, che non può essere proibita, regolamentata o criminalizzata in nome del diritto al profitto delle multinazionali. Qualunque accordo commerciale o contratto di vendita che limiti il diritto dei contadini a disporre liberamente del proprio territorio e delle proprie sementi va considerato nullo. La materia vivente non può essere oggetto di brevetto. Il copyright sul codice genetico della fauna e della flora è di Dio, Allah, Budda, Jahvè, o in alternativa di nessuno, ma non può essere rivendicato da un privato o da una azienda.

 

Tesi numero 6: Telefonia pirata

 

La pirateria telefonica (o Phone Phreaking) è uno strumento di difesa dei diritti umani, in particolare del diritto alla comunicazione. Comunicare per mettersi in relazione con altri è un diritto fondamentale e inalienabile. L’articolo 19 della dichiarazione universale dei Diritti Umani stabilisce che tutti gli uomini e le donne del mondo hanno il diritto “di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Quando si parla di “ogni mezzo” per affermare questo diritto, senza dubbio nell’elenco dei mezzi possibili rientrano anche le tecniche di “Phreaking”, che riducono di una quantità infinitesimale l’ingiusto profitto di pochi per affermare il diritto di molti a usare la fantasia e l’ingegno per parlare con altre persone senza limiti di spazio, di luogo, di tempo e di denaro. Il telefono è un insostituibile mezzo di comunicazione e di relazione a distanza, che permette di scavalcare le frontiere per unire tutta l’umanità in una sola, grande famiglia. Durante le guerre moderne i telefoni hanno fatto da ponte tra le popolazioni combattenti, mantenendo in vita sottilissimi fili di unione e di speranza in un futuro senza battaglie. Se la comunicazione è un diritto inalienabile dell’uomo, e il telefono è uno strumento indispensabile di comunicazione a distanza, la pirateria telefonica è una nobile forma di artigianato elettronico che assicura il rispetto di uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

 

Tesi numero 7: Pirateria della salute

 

La pirateria farmaceutica, ovvero la difesa della salute e della vita umana quando vengono messe a repentaglio dalle leggi di mercato e dall’azione delle grandi compagnie farmaceutiche, è un diritto fondamentale e inalienabile, di fronte al quale tutti i brevetti, le concessioni governative, le teorie fumose sulla proprietà intellettuale e il diritto al profitto delle aziende hanno lo stesso valore della carta straccia. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli comprende anche il diritto a garantire con ogni mezzo necessario la propria salute e la propria sopravvivenza, il diritto ad usare in tutti i modi possibili le conoscenze nate nell’ambito dell’industria farmaceutica, il diritto a riprodurre in forma autonoma e indipendente farmaci a basso costo che consentono a parità di risorse di salvare un numero maggiore di vite umane, anche quando questa produzione è in contrasto con le restrizioni imposte dalla cosiddetta “proprietà intellettuale” sui brevetti.

 

Tesi numero 8: Pirati di immagini

 

La pirateria delle immagini, ovvero il riutilizzo, il recupero, l’accostamento e la reinterpretazione delle immagini, delle fotografie, dei disegni e delle illustrazioni prodotte dall’ingegno dell’uomo è un diritto strettamente col legato al diritto di libera espressione sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La pirateria dei simboli, ovvero la creazione di antipubblicità creativa e l’utilizzo del marchio di aziende già note per la realizzazione di nuove opere dell’ingegno, è una forma naturale e legittima di autodifesa. Questa pratica protegge i cittadini, che rischiano di essere trasformati in semplici clienti/consumatori, dall’invasione culturale e dall’inquinamento mentale che quotidianamente vengono messe in atto dalle aziende globalizzate.

Queste aziende entrano nelle nostra esistenza bersagliandoci ogni giorno con migliaia di messaggi pubblicitari, che inquinano la mente senza il nostro consenso e spesso in modo subliminale, contro la nostra volontà. Le aziende entrano nella vita dei popoli, e pertanto i popoli hanno il diritto di entrare nella vita delle aziende per esercitare la libertà di espressione attraverso il plagio, il riutilizzo, la deformazione e la ridicolizzazione dei marchi registrati, dei loghi e delle icone che invadono le nostre magliette, i nostri televisori, il nostro cibo e strade delle nostre città.

 

Tesi numero 9: Videopirateria

 

La pirateria audiovisiva, ovvero la rielaborazione creativa di immagini e filmati, il rimontaggio artistico e il ridoppiaggio di materiale video sono una delle nuove forma d’arte strettamente legate alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il riutilizzo di contenuti video e audio come “materia prima” per la creazione di nuove opere dell’ingegno, è una nuova forma d’arte che nasce dalla digitalizzazione dei contenuti multimediali, e come tale va tutelata e rispettata.

 

Tesi numero 10: Arte pirata

 

La pirateria artistica, ovvero la produzione di opere d’arte grafica su muri scrostati, mezzi pubblici, treni, autobus e qualunque altro genere di superficie adatto ad essere riconvertito in una tavolozza urbana, è una forma d’arte contemporanea che va incoraggiata, premiata, stimolata e valorizzata. Il grigiore delle città, abbinato all’invasione pubblicitaria delle nostre strade, è gravemente dannoso per il benessere della nostra mente. I graffiti, i murales, le scritte sui muri, i tag, e tutte le altre opere d’arte metropolitana sono dei benefici anticorpi che stimolano pensieri colorati e idee positive in alternativa al grigio caotico delle città che spinge verso la depressione, l’isolamento e l’apatia.

 

CAPITOLO I – I pirati dell’etere

 

“Chiunque installa od esercita un impianto di telecomunicazione senza aver ottenuto la relativa concessione o autorizzazione è punito, se il fatto non costituisce reato, con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire 500.000 a lire 20.000.000. […]

Se il fatto riguarda impianti di radiodiffusione sonora o televisiva, si applica la pena della reclusione da uno a tre anni. […] Indipendentemente dall’azione penale, l’Amministrazione può provvedere direttamente, a spese del possessore, a suggellare o rimuovere l’impianto ritenuto abusivo ed a sequestrare gli apparecchi”.

[Dall’articolo 30 della “legge Mammì”]

 

 

Nei manuali di storia della comunicazione il 21 giugno 2002 verrà ricordato come una data importante per il nostro paese, un punto di svolta segnato da una azione di pirateria dell’etere: una trasmissione “fuorilegge” che porta aria nuova nel panorama televisivo italiano. Tutto comincia a Bologna, in via Orfeo, dove il giorno del solstizio d’estate un gruppo di videocorsari decide di accendere un trasmettitore televisivo a corto raggio che squarcia il grigiore dell’etere con un “urlo” elettronico. Per la prima volta, dopo decenni di dittatura dell’insulso, un brivido di terrore percorre la schiena di nani e ballerine, quizzaroli e velinari, pseudo intellettuali e giornalisti “di punta”, grandi fratelli e telepiazzisti.

 

È da questo brivido che nasce Orfeo Tv, la “tv di quartiere” che scatena una reazione a catena, coinvolgendo nella sua scia gli appassionati di libertà e comunicazione che in decine di città italiane scelgono di regalare una televisione al proprio quartiere.

Bastano meno di mille euro per le attrezzature necessarie ad unirsi alla flotta di pirati dell’etere, navigando sulle onde elettromagnetiche con comunissimi microtrasmettitori a corto raggio, gli stessi che normalmente vengono impiegati per diffondere il segnale delle antenne centralizzate all’interno dei condomini.

La nascita di Orfeo Tv, infatti, fa parte di un progetto più  ampio, basato su una gestione distribuita del potere mediatico: si tratta del network “Telestreet”, che oggi raccoglie qualche decina di tv di quartiere e un sito internet dove chiunque può improvvisarsi editore e produttore di se stesso, procurandosi le istruzioni tecniche e i consigli legali per installare in casa un piccolo “studio di trasmissione”.

“Siamo telespettatori con teleaspettative”, raccontano i pirati delle tv di quartiere, che hanno risvegliato il sottobosco delle tecnologie dormienti per trasformare in strumenti di ribellione i videoregistratori domestici colonizzati da Blockbuster e le microtelecamere che accumulano polvere negli scaffali tra un matrimonio e l’altro.

Questo approccio libertario alle telecomunicazioni nasce dal fortunato matrimonio tra la cultura della “generazione internet”, nata in un “ciberspazio” senza gerarchie dove ogni sito è uguale agli altri, e le “controculture” degli anni ‘70 che hanno dato vita alla stagione delle “radio libere” e alle prime Tv locali che hanno spezzato il monopolio Rai, esperimenti che purtroppo oggi vivono un tragico riflusso.

 

Chi ha resistito si è rinchiuso in una nicchia con pochi ascoltatori, chi ha ceduto al mercato ha trasformato i propri sogni di libertà in contenitori pubblicitari, televendite e chatline erotiche.

Ma queste esperienze hanno continuato per anni a ricordarci che la pirateria televisiva e radiofonica non è un’azione velleitaria per sognatori illusi, ma è al contrario il fondamentale e indispensabile atto di ribellione che nel nostro Paese ha permesso la nascita del moderno sistema radiotelevisivo, producendo come effetti di questa ribellione le sentenze della Corte Costituzionale che nel 1974 e nel 1976 hanno sancito l’illegalità del monopolio statale sulle trasmissioni via etere.

L’avvento delle nuove tecnologie digitali ha portato l’onda comunicativa ed elettromagnetica dei pirati dell’etere in una nuova fase di “alta marea”.

Il “popolo delle videocamere”, che ha trasformato la contestazione al G8 genovese in uno degli eventi più filmati nella storia della comunicazione di massa, è ormai lanciato alla conquista dell’etere, quartiere dopo quartiere. La pirateria delle antenne nata in questi ultimi anni ha il potere di risvegliare dalla lobotomia televisiva un pubblico passivizzato, affiancando alle televendite e alle veline che infestano i teleschermi le videoproduzioni indipendenti rimaste “confinate” tra gli addetti ai lavori o diffuse solo su internet.

 

La produzione di queste piccole emittenti attinge a piene mani dalla strada, trasformando il flusso televisivo, finora unidirezionale, in un circuito aperto agli scambi tra diverse tv di quartiere e ai contributi di chi vive, abita e lavora nei paraggi delle emittenti. Da casalinga di Voghera ad anchorwoman di Voghera il passo è più  breve di quanto sembri.  Sulla scia di Orfeo Tv sono nati esperimenti come “Telecitofono” di Reggio Emilia, che ritrasmette a tutto il quartiere i messaggi che i cittadini depositano sul videocitofono dell’emittente, “Nomade Tv” di Milano, piazzata sul tetto dello storico circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, oppure “Telefabbrica” di Termini Imerese, nata per raccontare le lotte degli operai Fiat e subito oscurata dai referenti locali del ministro Gasparri, che hanno bloccato le attività dell’emittente a soli tre giorni dall’inizio della programmazione.  La potenza dell’impianto di Telefabbrica, come avviene per tutte le “telestreet”, era paragonabile a quella di un Walkie Talkie giocattolo, e le trasmissioni coprivano un raggio di appena cento metri, insignificanti per l’emittenza commerciale ma sufficienti per una buona comunicazione sociale, diretta a centinaia di famiglie che ricevevano dai diretti interessati notizie e approfondimenti sui problemi di Termini Imerese e sui diritti dei lavoratori.  In Campania un’azione di pirateria dell’etere ha portato le immagini di una partita del Napoli nella zona di Scampia, un luogo tra i più  degradati del napoletano. La partita del primo febbraio 2004 è stata preceduta da una “distribuzione lampo” di volantini che indicavano la frequenza su cui sintonizzare il televisore per guardare la partita. Il gruppo di videoattivisti protagonista di questa scorribanda nell’etere ha adottato la sigla Ma.Gi.Ca Tv, con un chiaro riferimento al “tridente” della stagione d’oro del Napoli (Maradona, Giordano, Careca). C’è chi definirebbe questa azione un “furto”, ma siamo proprio sicuri che la diffusione di un segnale elettronico, che non ha intaccato di un centesimo il capitale dei grandi network satellitari, sia paragonabile ad una sottrazione di beni materiali?

 

È invece vero il contrario, e cioè che la sottrazione del campionato di calcio alla libera visione ha creato una ingiusta suddivisione tra chi può permettersi un costoso abbonamento e gli abitanti dei quartieri più  poveri delle città italiane, che comunque non avrebbero potuto pagare la visione della partita anche se Ma.Gi.Ca. Tv avesse deciso di non regalare al proprio quartiere una partita del Napoli.

All’interno dello “Studio Zelig”, un laboratorio artistico di Senigallia autogestito da un gruppo di persone disabili, è nata la telestreet “Disco Volante”, che con le sue attività trasforma in videogiornalisti e conduttori televisivi dei soggetti “diversamente abili” che non sarebbero mai stati valorizzati dalla televisione commerciale. Assieme a “Disco Volante” nascono nuovi spazi di espressione e di azione sociale per uomini e donne abitualmente ignorati o rappresentati con schemi di tipo assistenzialistico e pietistico, senza che nessuno dia loro la possibilità di prendere la parola in prima persona.

Disco Volante comincia a produrre in proprio diversi servizi sulle problematiche del quartiere e della città, e li diffonde via etere nel piccolo raggio d’azione dell’emittente: servizi sulle condizioni di vita degli immigrati extracomunitari, sulla condizione giovanile e sui problemi ambientali, raccogliendo e realizzando le proposte dei cittadini per nuove trasmissioni.  Franco Civelli, redattore disabile della telestreet Disco Volante, vince il Premio per il giornalismo televisivo “Ilaria Alpi”, nella sezione dedicata alle tv locali, con un’inchiesta sulle barriere architettoniche di Senigallia. Dopo la messa in onda del servizio, l’amministrazione comunale provvede a rimuovere alcune delle barriere architettoniche segnalate da Civelli, ma nel frattempo, a poche settimane dall’inizio delle trasmissioni, Disco Volante viene oscurata dalla Polizia Postale.

Scatta così una azione penale a carico dei responsabili dell’emittente, “colpevoli” di aver fatto per poche settimane in un piccolo quartiere quello che Retequattro ha fatto per anni su scala nazionale con l’appoggio di vari governi: trasmettere un segnale video senza una concessione “ufficiale” del ministero delle comunicazioni. La legge Maccanico del 1997, infatti, ha trasformato l’emittente di Emilio Fede in un “esubero” che avrebbe dovuto traslocare sul satellite, salvato solamente dalla compiacenza dei governi di vario colore che si sono succeduti a partire da quella legge.  In Italia non c’è mai stata una vera e propria “assegnazione” delle frequenze, un “piano regolatore dell’etere” realizzato in base a quanto previsto dalla legge, ma c’è stata semplicemente una “spartizione” delle frequenze televisive, arraffate da chi è riuscito ad occuparle prima degli altri. La legge Mammì ha portato alla legittimazione della situazione già esistente, con il riconoscimento di una patente di legalità a chi già trasmetteva. Chi è arrivato dopo è un fuorilegge, un pirata.

In questo scenario chi afferma il diritto all’obiezione di coscienza televisiva attraverso azioni di pirateria dell’etere rischia la galera, così come è capitato a chi prima del 1972 rivendicava il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare successivamente riconosciuto dalla Corte costituzionale.

Di fronte alla “televisione blindata”, che non riconosce spazi alla società civile, i pirati dell’etere hanno scelto di rischiare in prima persona una con danna penale per poter rialzare la testa di fronte al potere mediatico, per affermare il diritto di parola e di espressione anche attraverso il video, permettere in discussione la televisione commerciale che ci opprime, per creare una alternativa al mercato che ci vorrebbe trasformare in spettatori passivi e tubi digerenti da esporre alla violenza pubblicitaria.

La pirateria dell’etere bandita dalla legge è l’ultimo baluardo della legalità costituzionale, un promemoria vivente per chi si ostina a non dimenticare che in Italia, secondo la Costituzione, tutti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero “con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”, è il sussulto di dignità di chi si ostina a considerarsi un cittadino e non un suddito, e non ha paura di rischiare per affermare un altro modello di comunicazione televisiva e per sfidare il duopolio di Sipra e Publitalia, i centri di raccolta pubblicitaria che guidano l’attività di Rai e Mediaset, e di riflesso la cultura nazionale.

I pirati dell’etere lottano contro i baroni della televisione in questa “zona grigia” dove le loro attività sono costituzionali ma illegali al tempo stesso, perché non sono state ancora abolite, modificate o riscritte tutte le leggi anticostituzionali che piegano il potere della comunicazione al potere della politica e dell’economia.

 

Chi sceglie di usare le tecnologie video per esercitare la libertà di espressione combatte contro leggi scritte in una preistoria tecnologica dove non esistevano ancora telecamere professionali da poche centinaia di euro, personal computer che con meno di mille euro fanno più  cose delle stazioni di montaggio che qualche anno fa costavano centinaia di milioni, collegamenti internet a larga banda che permettono di scambiare contenuti video in pochi minuti da un capo all’altro dell’Italia e del mondo.

Questa sensibilità non è più  confinata al mondo degli “addetti ai lavori”: oggi è sempre più  diffusa la percezione che un sito internet senza un direttore responsabile o una Tv di quartiere senza concessione ministeriale sono degli strumenti di microcomunicazione che hanno la stessa legittimità e lo stesso diritto all’esistenza dei volantini non registrati come testata giornalistica che affollano le nostre piazze e le nostre manifestazioni.  Una televisione come un volantino? Sembra un’assurdità, ma oggi la tecnologia ci dice il contrario. Con i mille euro necessari all’acquisto di un piccolo trasmettitore “a corto raggio”, dalla potenza pari a quella di un walkietalkie giocattolo, si possono sfruttare i cosiddetti “coni d’ombra”, le frequenze non utilizzate dai network televisivi nazionali. Quanti volantini si potrebbero fare con la stessa somma di denaro? A conti fatti una tv di quartiere è uno strumento molto più economico di un volantino, ma purtroppo le leggi sono ancora scritte pensando ad un’epoca in cui le televisioni erano ancora giocattoli per miliardari e non strumenti alla portata di qualunque gruppo di cittadini organizzati.

Le “Tv di quartiere” non interferiscono con trasmissioni già esistenti, sfruttano i coni d’ombra e gli “spazi vuoti” dell’etere non ancora regolamentati, non hanno scopo di lucro ma finalità di comunicazione sociale, non causano problemi di elettrosmog a causa della ridottissima potenza di trasmissione, affermano nella pratica alcuni principi etici fondamentali come il diritto alla libera produzione di cultura, sancito perfino dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, secondo la quale “ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”.  I pirati televisivi di oggi, che sono in realtà i pionieri della comunicazione di domani, vogliono affermare una verità elementare e banale: l’etere, come l’aria, è un bene comune a disposizione di chiunque voglia far “respirare” le proprie idee.

 

Tra i pirati “storici” che hanno lanciato nell’etere idee di libertà e di cambiamento non ci sono solo i ribelli delle moderne telestreet, ma anche Peppino Impastato, che nel 1977 con la sua “Radio Aut” ha fatto più paura della Polizia alle strutture di potere mafioso, denunciando quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma di punta della radio era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici.

Anche Danilo Dolci, uno dei pionieri della lotta nonviolenta in Italia, due anni dopo il terremoto del Belice del ‘68 attiva “Radio Libera Partinico”, la prima radio pirata italiana. Attraverso la radio Danilo denuncia le malefatte, le inadempienze e le omissioni del potere che dimenticava i terremotati del Belice e li truffava regalando i soldi ai faccendieri. Dopo aver circondato la casa in assetto antisommossa, le forze dell’ordine sfondano la porta della radio e arrestano il pirata Danilo che aveva ancora il microfono in mano.  La storia si ripete nel corso degli anni, con i microfoni di “Radio Alice” oscurati dalle forze dell’ordine durante la contestazione del ‘77 e quelli di “Radio Gap” spenti nel 2001 durante la contestazione al G8 di Genova, proprio mentre all’interno della scuola Diaz/Pertini decine di poliziotti in assetto antisommossa lasciano sul campo 80 feriti e tre prognosi riservate.

Un’altra storica radio pirata italiana è Radio Milano International, nata nel capoluogo lombardo il 10 marzo 1975 grazie alla fantasia e al coraggio di tre ragazzi allora ventenni: Rino Borra, Piero Cozzi e Nino Cozzi, che installano i loro studi a pochi metri dalla stazione centrale. Il 14 marzo, a quattro giorni dall’inizio delle trasmissioni, le autorità sequestrano gli impianti e oscurano l’emittente, ma il 26 aprile dello stesso anno il pretore di Milano Cassala dichiara con una storica sentenza che “è pienamente legittima l’attività di trasmissioni radiofoniche come quella di Radio Milano International fino a quando non si determinano interferenze che possano nuocere o disturbare la ricezione delle normali emittenti di Stato”.  Questa azione di pirateria dell’etere apre nuove strade per la comunicazione italiana: il panorama radiofonico italiano si svecchia, esplode il fenomeno delle radio private, nell’aria circolano voci nuove e informazioni locali, si creano nuove opportunità di lavoro e nascono nuove professionalità.

 

È dalla stagione della pirateria radiofonica che nasce l’idea di “Televisione privata”, un’altra rivoluzione copernicana che porterà innovazione tecnologica (il colore fu inaugurato dalle TV private prima che dalla RAI) e lavoro, cambiando letteralmente il linguaggio ingessato della televisione di stato italiana.

Ma la storia delle radio pirata è molto più antica, come testimonia l’esperienza di “Radio Caroline”, l’emittente che nel 1964 accende i suoi trasmettitori su una barca al largo delle coste inglesi, rigorosamente al di fuori dalle acque territoriali, per rompere con un segnale radio lanciato nel cielo il monopolio della BBC. Il vascello pirata di Radio Caroline innalza con fierezza la sua antenna come una moderna bandiera corsara in un’epoca della storia dove ogni paese d’Europa aveva una sola stazione radiofonica nazionale, e chiunque provava a trasmettere qualcosa di diverso dai programmi delle radio di stato era considerato un fuorilegge.

Il pirata che sfida la BBC è Ronan O’Rahilly, un appassionato di musica che dà vita ad una casa discografica per diffondere la musica di artisti del Rhytm & Blues che all’epoca non trovavano nessuno disposto a produrre i loro dischi. La BBC si rifiuta di mandare in onda la musica troppo “trasgressiva” prodotta da O’Rahilly, che si rivolge perfino a Radio Lussemburgo collezionando un altro fallimento: tutti gli spazi radiofonici erano occupati dalle grandi case discografiche dell’epoca.

 

È così che nasce l’idea di trasmettere “in proprio” la musica sgradita alle radio di stato, e Ronan sceglie di abbracciare la carriera di pirata per diffondere nell’etere i suoni e le melodie delle etichette indipendenti che non trovavano posto nel sistema radiofonico dell’epoca. O’Rahilly inizia a raccogliere informazioni sulla radio “Voice of America”, installata a bordo del vascello statunitense “Courier” e su altri esperimenti di radio “offshore” come Radio Veronica, che trasmetteva al largo delle coste olandesi per aggirare un monopolio sulle trasmissioni simile a quello britannico. L’idea del giovane produttore discografico è di trasmettere dal mare la musica dei suoi artisti, sfruttando il fatto che la legge britannica valeva solo fino a tre miglia dalla costa, e le uniche leggi in vigore al largo erano quelle del paese in cui la barca era registrata.

Nel giorno di Pasqua del 1964, dagli studi costruiti a bordo del vascello pirata “Caroline” parte un annuncio che cambia la storia dei media: “questa è Radio Caroline sul canale 199, la vostra stazione di musica per tutto il giorno”. Pochi secondi dopo, un disco dei Rolling Stones trasmesso dalla Caroline cambia per sempre i gusti musicali dell’Inghilterra, e apre ufficialmente la stagione del Rock’n’roll.

 

Oggi il nuovo mare frequentato dalle radio pirata è il Ciberspazio delle reti telematiche, dove i navigatori più esperti possono fare rotta verso le seimila radio che trasmettono su internet da tutto il mondo, e attirano ogni giorno un numero di ascoltatori pari al doppio di quelli delle radio italiane.  Le radio che vivono in rete, e raggiungono ogni angolo del mondo senza elettrosmog, tralicci o antenne, sono già entrate nel mirino delle case discografiche e delle lobby che vorrebbero trasformare anche queste emittenti in limoni da spremere per ottenere più soldi, ma per il momento nessuno è stato capace di imbrigliare la musica che viaggia sul web. Se gli Stati Uniti obbligano al pagamento di una tassa per ogni brano trasmesso, la radio può “traslocare” su un nodo internet di Panama o delle isole Tuvalu, così come i vecchi vascelli delle Radio Offshore battevano bandiere di altri stati dove le leggi sulle trasmissioni radio erano meno repressive.

I pionieri delle webradio pirata combattono la loro battaglia per liberare l’arte musicale trasmettendo su internet segnali che uniscono le popolazioni del mondo in un unico, grande pubblico di appassionati: gli ascoltatori delle webradio non si riconoscono più in una bandiera, in una idea di patria o in una identità nazionale, ma appartengono a “popoli” che hanno come segno distintivo i gusti musicali: il popolo del jazz o quello della musica classica sono dei veri esempi di fratellanza universale capace di abbattere le barriere che portano in guerra i paesi del mondo.

Affacciandosi su questo mondo, dove basta un computer e un collegamento internet per trasformarsi in deejay planetari, si ha la sensazione di trovarsi davvero nel villaggio globale della musica, con generi che vanno dalle colonne sonore al punk, dalla musica sinfonica all’hiphop, dal gospel alla musica etnica, dal new country al drum and bass. Per gli amanti del jazz c’è smoothjazz.com, una webradio californiana che trasmette dalla baia di Monterey con uno stile elegante e raffinato, mukulcast.com trasmette dalla Corea le top hits del momento e dall’italianissima Terni partono i suoni meditativi di Radio Krishna Network. E tutto questo è solo l’inizio.

 

CAPITOLO II – Pirateria musicale: conversione di un luddista

 

“Nei prossimi mesi i pirati musicali si devono aspettare le nostre denunce. Colpiremo direttamente con azioni penali e civili coloro che condividono file in rete, utenti del peer to peer illegale”.

[Enzo Mazza, direttore generale FIMI Federazione dell’Industria Musicale Italiana.

Dichiarazione del febbraio 2004]

 

Ho scoperto la verità, la luce.

E adesso desidero che tutte le persone del mondo, bianche o nere, giovani o anziane, di qualunque religione o credo politico, tutte possano beneficiare della folgorazione che mi ha illuminato sulla via di internet. Voglio raccontare la mia esperienza perché so che, con il mio esempio concreto, anche altri potranno abbandonare il mondo di tenebra in cui sono immersi senza rendersi conto che vi sono più cose nel computer di quante se ne sognano in cielo e in terra (William Shakespeare, “Amleto”, Atto I, Scena V).[1]

 

 

Partirò dalla mia infanzia.

Sono stato educato al rispetto dei comandamenti cristiani (non rubare), al rispetto della legge (impossessarsi delle cose altrui è reato, art. 624 C.P.) e persino al rispetto della legge dei boyscout (sii leale).

Sono cresciuto senza commettere alcuna azione illecita, anzi da piccolo rubavano a me le merendine o il pallone. Ho persino tentato di impedire furti da parte di terzi, sull’autobus per esempio, ricevendo in cambio minacce in dialetto locale dal reo e l’indifferenza dalla vittima mancata.  Al tempo stesso sviluppavo una certa diffidenza nei confronti del progresso. Sarà stato per una vocazione ambientalista trasmessami dallo scautismo, sarà stato per un attaccamento alle tradizioni ereditato in famiglia, sarà stato per istinto, ma — senza saperlo — ero, nel mio piccolo, un precursore dello “sviluppo sostenibile”. Qualunque cosa significhi.

Usavo ed uso poco l’automobile, considero non casuale la coincidenza sottolineata da Luciano Di Gregorio tra la parola cellulare intesa come telefonino e la parola cellulare intesa come mezzo di traduzione dei detenuti [2] (e a tutt’oggi il telefonino non ce l’ho) e vedevo nel personal computer una minaccia per l’umanità: uno strumento complicato da usare; il responsabile di tanti licenziamenti; un asettico contenitore di parole che nulla aveva a che vedere con l’odore, il fruscio e la polverosa poesia dei libri; l’oggetto di tante conversazioni “elitarie” tra amici più esperti che mi mandavano in bestia quando usavano parolacce come basic, giga, harddisk…  Avevo, modestamente, una bella scrittura, comprensibile, ed una gestione ordinata dello spazio del foglio. Il computer per me era inutile; era, tutt’al piú, una costosa e superflua versione della macchina per scrivere.  “Il computer a me non serve” — affermavo allora con solide certezze.  Al liceo e all’università non mi era mai servito. D’altra parte i miei genitori mi avevano iscritto al liceo scientifico; figurarsi se c’era spazio per l’informatica togliendo ore, magari, al latino…

Ma quando venne il momento di scrivere la tesi, fui costretto a rapportarmi con questo minaccioso elettrodomestico. Andavo quotidianamente a casa di mia sorella, che, pazientemente, mi insegnò come accenderlo e come usare il programma di videoscrittura. Forse da qualche parte conservo ancora il foglietto su cui mi ero annotato le procedure di accensione e di spegnimento, temendo che un eventuale errore avrebbe potuto provocare l’esplosione del computer, una reazione termonucleare, l’estinzione del genere umano e soprattutto la perdita dei dati della mia tesi.  Però non era difficile.

“Lo userò come una macchina per scrivere” — mi ero ripromesso in quello che sarebbe stato il secondo di una lunga serie di proclami destinati a evaporare come la tenuta di Clemente Mastella in una coalizione.

 

Era una strana macchina da scrivere, devo dire. Era comodo poter cancellare, correggere, ampliare e tagliare senza dover riscrivere tutto il foglio. Era bello vedere le proprie parole scritte nei caratteri usati dai libri o dai giornali veri.

Era inebriante.

Discussi la tesi a giugno e nell’autunno dello stesso anno acquistai il mio primo computer. Pian piano nel computer iniziai a scriverci di tutto. Dai diari dei miei viaggi ai numeri di telefono della mia rubrica, dal curriculum alla classifica dei film più belli che avevo visto, dai documenti utili per il lavoro a carte intestate finte per fare scherzi. Tutto. Rientrare a casa ed accendere il computer era una successione di azioni automatica. Anche se non avevo in mente di scrivere niente. Ma in fondo c’era sempre qualcosa da scrivere. Dovevo fornire a mia madre (che stava scendendo a fare la spesa) il nome del deodorante che mi era finito? Lo scrivevo al computer, mica glielo dicevo a voce…

Era il 1995. Internet già esisteva, ma la usavano in pochi. Ricordo che, alla vigilia di un concorso, pernottai a Bologna a casa di amici. Tornando dalla pizzeria, uno di essi si rese disponibile a mostrarci questa famosa internèt, con l’accento sull’ultima “e”. Avevamo sonno ed eravamo già a letto mentre costui collegava strani fili, smanettava sulla tastiera e produceva suoni mai sentiti prima. C’erano dei problemi. Di connessione, forse. Di affollamento della rete, sosteneva l’esperto.

Mi addormentai convinto che internet fosse un bidone.

Di internet iniziò a parlarmi con una certa insistenza anche un altro amico. Ne parlavano ormai anche i giornali e le televisioni. Mi ero fatto una mia idea. Era un’idea a metà tra il distaccato e il catastrofico. Da un lato ritenevo il web un inutile gioco per adulti immaturi alla ricerca del superfluo, di surrogati della realtà, di disperati che chattano on line, di pedofili; dall’altro lato vedevo internet come un diabolico strumento di controllo delle nostre azioni, delle nostre scelte, delle nostre opinioni e dei nostri file. Un Grande Fratello poteva accedere, senza che noi ce ne accorgessimo, nei nostri computer.

“Internet non mi interessa e non lo userò mai” — fu il mio terzo proclama.  Però molte altre cose mi interessavano: viaggiare, la politica del Medio Oriente, le iniziative dei miei concittadini sparsi per l’Italia, la storia serba, il materiale per il mio lavoro e per i miei passatempi, le tradizioni arberesh.  Tutto questo esiste nella realtà ma non si trova dietro l’angolo.

 

È difficile da trovare. Su internet è un po’ più facile.

Ma forse internet richiede competenze particolari? No, ad internet — mi mostrarono alcuni amici — si accede spostando un paio di volte il mouse e cliccando altrettante volte un tasto. Il timore di non possedere adeguate nozioni aveva ed avrebbe ancora continuato a compromettere il mio approccio con l’informatica.

Mi collegai ad internet. Il sistema a casa mia era un po’ artigianale e l’attrezzatura comprendeva un filo telefonico lungo sette metri, perché la presa era distante, ed un precario apparecchio telefonico usato solo per questo scopo. La lentezza era oggettivamente esasperante, ma soggettivamente, per me, adeguata. Potevo vedere le nuvole sopra Sarajevo, sapere che la bomba di Hamas esplosa a Netanya non aveva alterato i bei lineamenti dell’impiegata della “Hertz” di piazza Indipendenza, scoprire che Balasevic aveva finito un altro disco. Per me era già molto.

“Internet va bene, ma di posta elettronica neanche a parlarne.

È contro la privacy”.

Questo fu il proposito che durò meno degli altri. Fu solo una questione di giorni, forse di ore. Per me che già interpretavo come un miracolo il fax, ossia un foglio che spedito da un luogo può comparire, uguale, dall’altra parte del mondo, l’idea di poter inviare le mie parole a Palermo o a Tallinn, magari contemporaneamente e a costo quasi zero, fu subito stuzzicante e coinvolgente.

 

È andata a finire che pochi mesi dopo, nell’ambito di una mailing list professionale, ho scambiato email con uno che lavora al piano di sotto del mio ufficio e che vedo quotidianamente. “Mi dai il numero telefonico di tizio?” — mi chiese un giorno. “Stasera te lo mando via email” “Ma che cavolo dici? Non puoi guardare adesso nell’agenda che tieni in mano…?” A parte conversazioni surreali come quella di cui sopra, però, le email possiedono la capacità di rendere più cordiali i rapporti interpersonali. Immaginate un’agenzia viaggi bielorussa, ossia di un Paese in cui è ancora necessario ottenere un invito formale per chiedere poi le prenotazioni alberghiere e quelle dei titoli di viaggio e successivamente il visto. Solo via email sarebbe stato possibile scegliere un treno notturno Varsavia – Minsk invece di uno diurno sulla base di osservazioni — da parte dell’impiegata bielorussa — del tipo: “Ti consiglio il treno notturno così puoi dormire come un angioletto…” Avrebbe scritto la stessa cosa in una lettera ordinaria formale? Chissà se la posta elettronica riuscirà finalmente a schiantare anche il burocratese della nostra pubblica amministrazione. Sinceramente ne dubito.

E siamo all’ultimo stadio. La musica. Esistono programmi per mezzo dei quali si possono scaricare via internet canzoni e persino film. Ne sentivo parlare da un po’ di tempo in articoli che evidenziavano i danni arrecati dalla pirateria e la minaccia alla sopravvivenza dei diritti d’autore. Un dibattito interessante. Ma qui entravano in gioco i miei ideali di legalità a cui facevo riferimento all’inizio del mio racconto.

Ero a casa di un amico, che, peraltro, da tempo mi sollecitava ad acquistare uno strumento informatico più al passo con i tempi. Tardo pomeriggio.

Lui era seduto davanti al computer, collegato ad internet, ed io ero disteso sul letto, lontano dal monitor. Si parlava distrattamente di politica, dunque di ladri e infine di tecnologia.

Napster. Ne avevo sentito parlare e mi ero fatto un’opinione precisa.  Con una certa prosopopea espressi il mio pensiero; ricordo ancora le parole precise, una per una: “Non capisco perché se rubo un cd da un negozio di dischi commetto un reato, mentre se lo scarico da internet deve essere legale.  Per me è la stessa cosa”. Ed ero talmente convinto di essere nel giusto che non prestai molta attenzione alle argomentazioni del mio amico ed oggi, infatti, non le ricordo nemmeno.

Ricordo, però, che il mio amico mi chiese il nome del mio cantante serbo preferito, quello di cui in Italia non è mai arrivato un disco. Il mio amico scaricò canzoni di Djorde Balasevic, poi toccò a Shlomo Artzi e quindi ad Anna German. Non potevo crederci. Improvvisamente non era più necessario andare a Belgrado o a Tel Aviv o a Varsavia per procurarsi certe canzoni.  Erano lì. Nel computer.

“C’è anche questa canzone?” — e dissi il nome di una canzone lituana.

C’era.

“E questa cantante?”

C’era anche quella.

“Copia, copia!”

Copiammo tutta la sera e poi tutta la notte, ma era ancora poco. Avrei dovuto prepararmi con una lunga lista di richieste precise perché il tempo stringeva e il giorno dopo avrei dovuto prendere il treno. “Scarica! Non perdiamo tempo, scarica! Scarica tutto, dannazione!”

“Ma — mi canzonò l’amico — scaricare da internet non è come rubare in un negozio di dischi…?” Rubare… Che parola grossa. Al massimo è un riequilibrio autogestito dei prezzi del mercato dei dischi, che sono veramente scandalosi. Rubare, pirateria… Chiamiamolo, piuttosto, intervento antiinflazionistico, ma non è neanche questo.

 

È una specie di esproprio proletario.

 

È un modo per attaccare le multinazionali. Rubare… Che c’entra? Anzi, c’è una positiva ricaduta sociale e culturale. Il mondo si avvicina; possiamo aprirci alla conoscenza di altre culture. Contaminazioni, si usa dire. Rubare? La musica scaricata da internet è uno strumento di fratellanza universale. “C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare?” — sosteneva un personaggio di Eduardo De Filippo [3]

(che, invero, voleva esprimere

il concetto esattamente opposto al mio…). Ce ne sono tante di parole più adatte, altro che rubare o pirateria.

Adesso ho un nuovo computer, scelto sulla base di nuove e mutate esigenze.

 

È una sorta di stazione multimediale e c’è un programma che si chiama “eMule”. Sono in attesa della linea Adsl. Ovviamente ho scelto l’opzione che mi consentirà di collegarmi 24 ore su 24 ad un canone fisso. Però, nell’attesa, non resisto e sto già acquisendo, espropriando, riequilibrando il mercato, colpendo le multinazionali. Praticamente sono già collegato 24 ore su 24 e non esco più di casa. Mi portano il cibo attraverso la finestra.

Guardo con compassione quei tecnoanalfabeti che ancora mettono piede nei negozi di dischi. Questo, veramente, succede soprattutto quando sono lontano dalla mia città perché qui i cosiddetti “cd fatti in casa” sono da tempo un’affermata tradizione e nei negozi di dischi ci vanno soltanto gli ispettori della Finanza insospettiti da dichiarazioni dei redditi alquanto prossime allo zero.

Il termine “pirateria” suona delicato e soave alle mie orecchie e lo associo ad una legittima forma di redistribuzione delle risorse. E poi alcuni pirati erano degli eroi. Sandokan, per noi ragazzi, era un modello positivo: per questo ho anche televotato per salvare Kabir Bedi dall’eliminazione nell’isola dei morti di fama.

Se mi chiedete le caratteristiche tecniche del mio computer, non vi saprei rispondere. Ma so a cosa mi serve e so che cosa voglio. Voglio tutto. Canzoni, film, tutto. Voglio un nuovo programma informatico che mi porti a casa le orchestre ed i cantanti. Non mi basta sentire la loro musica; devono materializzarsi e suonare dal vivo sulla mia scrivania. Voglio che resusciti Ofra Haza.

Voglio tutte le canzoni del mondo dalla notte dei tempi ad oggi ed anche quelle del futuro. Ne ho diritto. Bisogna scriverlo nella Costituzione europea: siamo un libero spazio di scambi commerciali ed un mercato comune.  Anzi, il mercato deve tener conto delle priorità sociali e la priorità sociale assoluta è la condivisione gratuita della musica internazionale in un’ottica di fratellanza universale.

Domani ho un appuntamento; devo andare all’ASL. Se mi trattengono al Dipartimento delle Dipendenze Patologiche, siate voi a promuovere questa nuova visione del mondo e diffondetela tra coloro che vivono ancora nelle tenebre.

 

CAPITOLO III – Pirateria e cultura

“Oggi voglio parlare di musica e pirateria. Cos’è la pirateria?

È quello che fa chi ruba il lavoro di un artista senza la minima intenzione di pagare per quel lavoro. Non mi riferisco ai programmi tipo Napster per lo scambio di musica, ma a quello che fanno le grandi etichette discografiche”.

[Courtney Love, cantante]

 

“In realtà, Sonny voleva che il copyright durasse per sempre, ma mi hanno detto che questo sarebbe stato contrario alla nostra Costituzione.  Invito tutti voi a collaborare con me per rafforzare le nostre leggi sul copyright in tutti i modi possibili. Come sapete, c’è una proposta che farebbe durare il copyright per sempre, meno un giorno. Credo che dovrebbe essere presa in considerazione”.

[Discorso al Congresso USA della vedova di Sonny Bono, estensore del “Mickey Mouse Copyright Extension Act”]

 

 

In questo preciso istante, attorno a te, nel tuo quartiere, nella tua città e in ogni angolo del pianeta, milioni di fuorilegge cospirano nell’ombra per unirsi alla più grande banda di pirati della storia dell’umanità: sono i pirati di musica, video e software, che condividono in rete miliardi di file, in ogni secondo di ogni giorno di ogni mese dell’anno, e già da anni hanno trasformato internet nel più grande strumento di condivisione della conoscenza che l’uomo abbia mai avuto a disposizione. Questo grande laboratorio culturale non dorme mai, e quando i pirati di New York chiudono gli occhi davanti allo schermo a notte fonda, quelli di Tokyo sono già pronti a sostituirli davanti al sole del nuovo giorno.

I nemici che vorrebbero ostacolare questa affascinante avventura non sono gli artisti, ma le aziende che controllano lo sfruttamento delle loro opere, uomini gretti e meschini che non hanno abbastanza genialità per creare bellezza e usano quel poco che hanno per creare profitto dal genio altrui. Al contrario di quanto accade con i piccoli uomini avidi che trasformano le idee in denari, il viaggio dei pirati nel mare della libera conoscenza e delle arti visive e musicali ha conquistato il cuore di molti cantanti e cineasti, che hanno abbandonato il lato oscuro della natura umana per tuffarsi nella ricchezza luminosa della condivisione.

Tra gli artisti che hanno avuto il coraggio di trasformarsi in pionieri del nuovo Rinascimento telematico ci sono pirati come Davide Ferrario, che ha distribuito gratuitamente in rete il film “Le strade di Genova”, girato a sue spese durante la contestazione al G8, oppure il regista Michael Moore, che ha dato la sua benedizione allo scambio su internet del film “Fahrenheit 9/11”, dichiarando che “le leggi sul copyright non mi piacciono, e chi vuole scambiare il mio film online faccia pure, purché non ci guadagni sopra. A quello sarei contrario. Io sto bene così e ho fatto questo film perché voglio che il mondo cambi. Più gente lo vedrà meglio è, ed è per questo che sono felice che il film stia circolando.

 

È sbagliato che chi compra un film su DVD consenta ad un amico di vederlo gratuitamente? Certo che no. Non lo è mai stato e mai lo sarà. Credo che l’informazione, le arti e le idee dovrebbero essere condivise”.

 

L’elenco degli artisti/pirati prosegue con il “rinnegato” dello starsystem George Michael, che ha annunciato la sua intenzione di distribuire gratis su internet i suoi prossimi lavori, abbandonando le logiche commerciali dello showbusiness. Michael ha annunciato che “per molti anni sono stato pagato profumatamente, e non ho più bisogno dei soldi del mio pubblico.  Sarò un uomo più felice regalando la mia musica e realizzando qualcosa di positivo”.

I pirati del progetto musicale “Peace Jukebox”, invece, hanno messo a disposizione gratuitamente su internet ore ed ore di musica antiguerra in formato Mp3, annunciando che “questo è il periodo più prolifico della storia per chi scrive canzoni di protesta e le tecnologie moderne danno la possibilità di diffondere questa musica in tutto il mondo”. Gli artisti che si sono uniti al grido di pace del “Peace Jukebox” comprendono i Public Enemy, The Cure, Green Day, Lenny Kravitz e molti altri, per una raccolta che comprende più di 500 canzoni antiguerra gratuite che spaziano tra i più vari generi musicali.

 

Le sperimentazioni di pirateria sonora si spingono fino alle iniziative estreme realizzate dal “Project Eisbrecher”, un gruppo musicale di “electronic triprock” che ha allegato al suo ultimo disco due CdRom vergini, sui quali è riprodotta l’etichetta originale del Cd, pronti per essere masterizzati come copie “ufficiali” e regalate ad amici o parenti. Alexx Wesselsky, la leader del gruppo, ha dichiarato che “non si possono criminalizzare i consumatori di musica, scaricando su di loro le responsabilità delle corporation discografiche”.

 

Tra gli strumenti sviluppati dai pirati di musica e cultura per la liberazione delle opere dell’ingegno ci sono le licenze “Creative Commons”, adottate da tutti gli artisti, i musicisti e gli scrittori che hanno smesso di considerare le loro opere come dei prodotti commerciali da vendere, e preferiscono parlare di “beni comuni creativi”. Queste licenze rivendicano per l’arte la stessa libertà e diffusione di cui godono altri “beni comuni” come l’aria che respiriamo, il mare o gli alfabeti e i vocaboli che utilizziamo per esprimerci, senza dover pagare i diritti d’autore alla Zanichelli o ad altri produttori di dizionari per ogni lettera o parola utilizzata.

 

L’idea di sviluppare delle licenze per la definizione e la condivisione di questi “beni comuni creativi” nasce dallo studioso statunitense Lawrence Lessig, docente di diritto dell’università di Stanford, che il 16 dicembre 2002 mette a punto il primo “set” di licenze a disposizione di chiunque voglia sottrarre i propri lavori alle restrizioni del copyright, così come ha fatto l’autore di questo libro.

L’applicazione più eclatante di questo sistema di licenze è quella realizzata nell’ottobre 2004 da un gruppo di pirati musicali che regala al popolo delle reti i brani di un concerto realizzato a New York nel mese precedente, proprio per promuovere le licenze di utilizzo “Creative Commons” come alternativa libera al copyright che ruba libertà agli utenti e ai fruitori di musica. La carrellata di artisti che aderisce al progetto comprende il grande compositore brasiliano Gilberto Gil, chiamato dal governo Lula a ricoprire l’incarico di ministro della Cultura, e musicisti come i Beastie Boys, Chuck D with Fine Arts Militia, Cornelius, DJ Dolores, Dan the Automator, Danger Mouse & Jemini, David Byrne, Le Tigre, Matmos, My Morning Jacket, Paul Westerberg, Spoon, The Rapture, Thievery Corporation e Zap Mama.

 

C’è chi lotta dal palco per la libertà della cultura, dell’arte e della musica, e c’è chi è costretto a combattere nelle aule dei tribunali le sue battaglie di libertà. Nel gennaio 2005 a Seul si è celebrata una vittoria per i sostenitori del “file sharing”, la condivisione di musica in rete: un tribunale coreano ha infatti assolto i due fratelli Yang JungHwan e IlHwan, che avevano ospitato sul loro sito uno “spazio libero” dove gli utenti potevano scambiare musica a piacimento alla luce del sole. Secondo i giudici i creatori del sito, intitolato “Mare di Suoni”, hanno solo realizzato uno spazio di incontro e di conversazione in rete, e non sono responsabili per il comportamento degli utenti che hanno deciso di usare quel servizio per scambiare musica (ammesso e non concesso che questo comportamento sia un’azione criminale, aggiungeremmo noi). Dopo aver funzionato per due anni a partire dal 2000, il sito era stato denunciato da un’industria discografica per violazione del diritto d’autore e favoreggiamento, e in caso di condanna i fratelli Hwan avrebbero dovuto trascorrere cinque anni in prigione solo per aver creato in rete un luogo d’incontro per musicofili determinati ad esercitare il diritto inalienabile alle copie private senza scopo di lucro.

 

Ma le avventure in tribunale dei pirati di arte e cultura non si concludono sempre con un lieto fine: Isamu Kaneko, un ingegnere giapponese di 32 anni, rischia fino a tre anni di galera e una multa da 25000 euro per “istigazione alla pirateria”. Il “crimine” di questo programmatore non è stata la violazione del diritto d’autore, ma la semplice realizzazione di un programma che permette lo scambio di file tra utenti. Si tratta di “Winny”, un software pressoché sconosciuto in Europa ma utilizzato da oltre un milione di giapponesi.

 

Secondo il ministero della Difesa giapponese, l’azione di questo programmatore sarebbe addirittura una minaccia alla sicurezza nazionale, dal momento che un ufficiale militare ha involontariamente condiviso attraverso Winny informazioni sensibili come gli orari di lavoro e i turni dei soldati. Era il programma di Kaneko ad essere talmente furbo e malizioso da diventare una minaccia o era invece l’ufficiale ad essere talmente stupido da mettere a repentaglio la sicurezza nazionale? Sia come sia, il procedimento legale è tuttora in corso, e Isamu Kaneko rischia di pagare col carcere la sua intelligenza brillante, la sua voglia di aiutare il prossimo e di farsi aiutare attraverso lo scambio gratuito e libero di opere dell’ingegno.

 

Anche negli Stati Uniti è aperta da tempo la “caccia alle streghe” contro i pirati dell’arte, e a farne le spese non sono solamente gli utenti che “osano” aiutare il prossimo condividendo musica e film senza nessun tornaconto, ma anche chi ha realizzato software sgraditi al sistema, cioè opere originali dell’ingegno che non vengono tutelate come quelle che fanno arricchire i potentati mediatici, ma addirittura possano mandare in galera i responsabili di tali creazioni “eretiche”.

 

Il caso più eclatante di repressione dell’ingegno informatico è quello di “Dvd Jon”, al secolo Jon Johansen, un benemerito pirata svedese che ha cominciato a ficcarsi nei guai quando ha deciso di usare il sistema operativo libero GNU/Linux al posto del più noto Microsoft Windows. Nessuno aveva scritto un programma per la visione dei Dvd che fosse in grado di funzionare con il sistema operativo scelto da Jon, e per guardarsi in santa pace un film, anche regolarmente acquistato o noleggiato, Jon è costretto a scrivere da solo un programma adatto alle sue esigenze, ma a questo punto nasce un problema: per riprodurre un Dvd bisogna sapere che cosa c’è scritto dentro, e in che modo vengono memorizzate le informazioni sul disco.

 

Ma questo tipo di informazioni è “protetto” (o meglio sottratto agli utenti) dalle regole ferree del segreto industriale, che rendono i programmi delle “scatole nere” impossibili da migliorare o da modificare, un po’ come se le nostre automobili avessero dei motori ermeticamente sigillati di cui è vietato conoscere il funzionamento, che possono essere esaminati o riparati solo da personale regolarmente autorizzato dalla casa produttrice del veicolo e non dal meccanico sotto casa. Jon decide di infischiarsene di tutte queste regole: in fin dei conti lui voleva solo scrivere un programma per guardare un Dvd sul suo computer.

 

I sistemi di protezione per nascondere ai comuni mortali i contenuti dei Dvd, messi a punto con investimenti miliardari dalle grandi compagnie cinematografiche, si rivelano talmente “sofisticati” da crollare come un castello di carte in pochi giorni davanti alla curiosità di un quindicenne. Jon Johansen osa sfidare i padroni del cinema condividendo in rete le sue scoperte, per migliorare e rendere più efficace il software necessario per guardare film con il sistema operativo GNU/Linux, e grazie a lui il mondo scopre come funziona un Dvd. Nell’ottobre 1999 il velo del tempio hollywoodiano si squarcia nel mezzo e la sacralità delle “Major” del cinema viene profanata da un pirata ragazzino.

 

I giganti del cinema colpiti a morte dalla genialità di un adolescente fanno poca differenza tra la realtà e un film di Schwarzenegger, ed è così che il lungo e traumatico calvario giudiziario di Jon inizia con una scena di apertura degna di un kolossal hollywoodiano: agenti di polizia che fanno irruzione nel cuore della notte in casa del “pericolosissimo” pirata minorenne, che ha minato alle sue fondamenta la libertà di impresa e di profitto di chi vuol decidere non solo quali film dobbiamo vedere, ma anche che programmi dobbiamo utilizzare e quanti anni di carcere ci aspettano se osiamo aiutare il prossimo condividendo film e musica. Jon viene accusato di spionaggio industriale, e rischia di passare due anni in galera. La scure della repressione contro i programmi per accedere al contenuto dei dvd si abbatte anche su altre persone, che avevano semplicemente pubblicato su internet il programma realizzato da Jon. Tra gli imputati c’è perfino gente che aveva inserito sulle proprie pagine web solo un link a uno dei siti sui quali era presente il programma “blasfemo” che aveva messo in discussione la sacralità dei Dvd.

Non c’è niente di meglio della censura per diffondere rapidamente un’informazione su internet, e la censura di tutti i siti che avevano un legame anche labile o indiretto con il programma di Johansen scatena la fantasia dei pirati di tutto il mondo, che iniziano a stampare magliette con il codice “incriminato” da esibire in nome di uno dei principi fondamentali dell’etica hacker: “l’informazione vuole essere libera”.

 

L’odissea di Jon Johansen, il videopirata ragazzino finito nel mirino dei big di Hollywood, si conclude il 22 dicembre 2003 con l’assoluzione del pirata svedese più famoso di tutta l’era digitale, ma la vittoria di questa battaglia lascia comunque aperta la guerra ideologica e culturale che contrappone uomini ossessionati dal profitto a ragazzi ossessionati dalla sete di conoscenza, ancora abbastanza giovani e spavaldi per rivendicare la propria libertà di fronte alle minacce e alle intimidazioni di chi ha scordato che il cinema è una forma d’arte, e lo considera solamente una macchina per spremere soldi al prossimo. Anche a costo di mandare dietro le sbarre ragazzini che hanno avuto la “colpa” di essere più intelligenti dei pomposi ingegneri in doppiopetto e camice bianco che hanno intascato molti chili di dollari per lo sviluppo delle “inattaccabili” protezioni messe a guardia dei Dvd.

Da un po’ di tempo a questa parte, qualche pirata più audace degli altri sta addirittura passando al contrattacco: Downhill Battle, una organizzazione che combatte la visione ideologica delle “major” del multimedia e promuove il libero scambio di musica tra gli utenti della rete, nel gennaio 2005 ha spedito calze piene di carbone alla Riaa,[4] la lobby dei discografici statunitensi, e alla Mpaa, [5] l’organizzazione che rappresenta i big del cinema hollywoodiano.

Per sostenere le tecnologie peertopeer, che consentono lo scambio gratuito di musica e film “da pari a pari”, Downhill Battle si è impegnata a spedire una calza piena di carbone per ogni 100 dollari di donazioni rivolte a tre importanti gruppi statunitensi che sostengono le libertà civili in rete: Electronic Frontier Foundation, Public Knowledge e IPac.

 

La Riaa è nota per le numerose azioni legali rivolte agli utenti di sistemi peertopeer dediti allo scambio su internet di file musicali, e nel New Jersey qualcuno ha pensato di invertire i ruoli. Una donna ha citato in giudizio la Riaa per l’abitudine di trascinare in tribunale gli utenti della rete proponendo in alternativa una specie di “accordo economico” che evita un processo in cambio di un sostanzioso risarcimento. Molti preferiscono pagare piuttosto che imbarcarsi in una avventura legale, e gli avvocati della donna, nel passare al contrattacco contro la Riaa, hanno sostenuto che le pressioni psicologiche esercitate dalla lobby dei discografici possono essere paragonabili ad alcune pratiche tipiche del crimine organizzato, e precisamente quelle descritte dalle leggi americane contro il racket e il pagamento del “pizzo”.

 

La pirateria di musica e video non è solo uno strumento di condivisione dell’arte, ma è anche un antidoto contro la censura e un potentissimo strumento di autodifesa contro la cancellazione del passato che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi. Chi si ricorda di Pippo che spara ai giapponesi, Topolino che maltratta oche e porcellini nel suo primo cartone animato del 1928 o di Taddeo che si fa servire da uno schiavo di colore? La censura di Hollywood si abbatte anche sui cartoni animati, dove i “reperti” scomodi o politicamente scorretti vengono lasciati morire su videocassette che tra trent’anni saranno ormai inservibili, mentre nel nuovo mondo digitale arrivano versioni corrette e ritoccate all’insaputa degli spettatori. La denuncia di questa “animazione revisionista” arriva dal divulgatore scientifico Paolo Attivissimo, che ha diffuso in rete dettagliate istruzioni per rintracciare le sequenze tagliate dei cartoni sottoposti a “pulizia”. “Negli anni ‘50 Hollywood era ancora profondamente razzista — spiega Attivissimo — ma ora sta cercando di far finta di non esserlo mai stata. Questo si chiama manipolare la storia”.

Le leggi del Copyright non sono l’espressione di un diritto naturale dell’uomo, ma si sono trasformate nel corso degli anni in un vincolo posticcio manipolato ad arte dalle aziende per assicurarsi il massimo sfruttamento economico di opere dell’ingegno create da altri, anche a costo di danneggiare la collettività con l’introduzione di leggi repressive, o con l’intrusione nella privacy dei cittadini per determinarne abitudini, comportamenti e modalità di fruizione delle opere dell’ingegno. Se il copyright fosse un diritto naturale in vigore dall’alba dei tempi oggi il pianeta sarebbe governato dagli eredi degli inventori della ruota, che grazie allo sfruttamento economico della loro fondamentale scoperta avrebbero potuto acquistare i diritti di sfruttamento di tutte le altre invenzioni dell’uomo, così come Michael Jackson ha fatto con le creazioni dei Beatles.

Lo scopo originale del diritto d’autore era quello di promuovere la produzione di cultura e di opere dell’ingegno liberamente utilizzabili, concedendo agli autori il diritto esclusivo e limitato nel tempo di commercializzazione delle loro opere. In questo modo agli autori viene concesso un margine di vantaggio su altri produttori, che devono aspettare la scadenza del copyright per mettere in commercio opere dell’ingegno già pubblicate da altri. Il termine “pirata” era inizialmente utilizzato per indicare le case editrici che stampavano edizioni non autorizzate dei libri, senza il consenso degli autori.

L’accordo chiamato “copyright”, che in teoria dovrebbe regolare i rapporti tra i cittadini e gli autori a beneficio della collettività, per ottenere come risultato una maggiore produzione di arte e cultura, in pratica si traduce in un sistema di vincoli a beneficio di alcune grandi compagnie e a danno della cittadinanza. L’idea alla base di questo accordo è semplice: i cittadini, tramite apposite leggi, concedono agli autori una maggiore possibilità di guadagno che si traduce in una maggiore produzione creativa. Cessato questo intervallo di tempo, però, l’interesse culturale della collettività, temporaneamente accantonato per garantire agli autori una maggiore autonomia produttiva, ritorna prioritario rispetto agli interessi economici dei singoli: le opere dell’ingegno vengono “liberate” per sempre, e chiunque può utilizzarle, anche a scopi commerciali.

 

“Guadagna dei soldi in esclusiva per un po’, ma poi lascia che il mondo usi liberamente le tue creazioni, e mettiti a produrre qualcosa di nuovo per guadagnare un altro po’ di soldi. Tutti potranno accedere alle tue opere, ma inizialmente tu sarai l’unico che potrà usarle a scopo di lucro”.

 

È questo, in sintesi, il principio alla base del copyright, un accordo stravolto e trasformato in qualcosa di totalmente diverso quando le aziende si sono sostituite agli autori per lo sfruttamento economico delle opere di ingegno.  Un approccio equilibrato al copyright dovrebbe punire solamente le copie non autorizzate fatte a scopo di lucro, per creare mercati paralleli destinati alla vendita delle opere dell’ingegno, e non il libero scambio di materiale per uso personale. La solidarietà tra cittadini è più importante del copyright, e quando i principi del copyright vengono stravolti al punto da risultare dannosi per una collettività, che viene costretta a non aiutare il prossimo negando la condivisione delle opere dell’ingegno, questa collettività deve avere il coraggio di mettere da parte le regole del copyright per affermare le regole della civile convivenza, che vanno dal prestito di una tazza di zucchero al vicino di pianerottolo fino alla condivisione via internet di un brano musicale che ci è particolarmente piaciuto con un amico che vive dall’altra parte del mondo.

 

Le leggi del copyright, create per regolare un mercato fatto da pochi grandi editori, oggi hanno invaso perfino la sfera privata dei cittadini, e richiedono un notevole sforzo economico per controllare, reprimere e sanzionare tutte le copie non autorizzate. Pretendere di controllare i comportamenti individuali dei cittadini all’interno delle loro case è una pratica che danneggia tutta la collettività: sarebbe come avere un sistema stradale che prevede il pagamento del pedaggio ad ogni semaforo. Fortunatamente, i cittadini hanno saputo inventare dei sistemi alternativi per pagare i servizi di chi costruisce le strade e ne cura la manutenzione, e si auspica che anche per la produzione di opere dell’ingegno qualcuno decida di introdurre dei meccanismi che possano affermare la coesistenza di due diritti: il diritto del l’autore ad essere l’unica persona che fino alla scadenza del copyright può ricavare dei soldi dalle sue opere e il diritto dei cittadini alla copia privata senza scopo di lucro, che è una cosa ben diversa dalla concorrenza economica agli autori fatta da persone che intascano soldi in modo illegittimo a danno di altri.

 

Nella sua accezione originaria, la concessione agli autori di un copyright temporaneo sulle loro opere prevedeva che alla fine di un ragionevole intervallo di tempo qualunque opera sarebbe diventata un frammento della cultura universale liberamente accessibile e utilizzabile. Al principio il periodo concesso agli autori per trarre profitto dalle loro opere (e quindi produrne di nuove con più facilità) era inferiore ai trent’anni, ma ora si è spinto, per quanto riguarda i film, fino all’irragionevole record di centoventi anni. Come dire che per cavare soldi da un’opera artistica una vita intera non è sufficiente: ci vuole ben più di un secolo, e solo allora il mondo potrà ricevere “in regalo” quella creazione artistica.

 

Per il prolungamento indefinito della durata del copyright concesso agli autori, e svenduto da questi ultimi alle compagnie che controllano i loro diritti, la Walt Disney Company ha giocato un ruolo fondamentale. Nel 1998 Topolino stava per festeggiare il suo settantesimo compleanno, apprestandosi a diventare una creazione artistica libera, che chiunque avrebbe potuto utilizzare a piacimento per confezionare autonomamente cartoni animati, fumetti e pupazzi ispirati al topo più famoso del mondo. Con la scadenza del copyright su Mickey Mouse un disegnatore thailandese avrebbe potuto creare un fumetto a casa propria anche senza essere assunto dalla Walt Disney, e i creativi africani avrebbero potuto sfornare film d’animazione su Topolino utilizzando il grande serbatoio narrativo della loro tradizioni anziché storyboard confezionati da autori statunitensi e plasmati dalla cultura occidentale. Questa prospettiva era un sogno troppo grande (e troppo poco redditizio) per l’azienda che pretende di far sognare adulti e bambini di tutto il mondo, e così il nostro caro Mickey Mouse, ad un passo dalla sua liberazione dopo 70 anni trascorsi nella gabbia del copyright, è stato nuovamente rinchiuso nelle casseforti dell’azienda di papà Walt per altri 20 anni.

La cattura del topo d’oro che stava per fuggire dalla gabbia è stata possibile grazie ad una legge statunitense del 1998, passata alla storia come “Mickey Mouse Copyright Extension Act”, un provvedimento che porta da 70 a 90 anni il tempo limite concesso alla Walt Disney Company per lo sfruttamento economico del povero Topolino. Ma 90 anni non erano ancora abbastanza per l’ingordigia delle grandi case cinematografiche di Hollywood, che in seguito hanno provveduto ad esercitare la loro influenza per estendere fino a 120 anni la validità del copyright sui film: una pellicola prodotta oggi non sarà libera prima del 2125, quando non sarà più una materia prima da cui trarre ispirazione per nuove creazioni, ma solamente un pezzo di archeologia cinematografica. Con tutta probabilità questo limite verrà ulteriormente ritoccato all’approssimarsi della nuova scadenza, ma a quel punto il problema sarà lasciato ai posteri.

 

Qual è stato il beneficio sociale di queste leggi retroattive? Nessuno, perché il copyright deve servire a stimolare la produzione attuale di opere dell’ingegno, e non quella del 1920 che non può essere modificata a ritroso, perché nessuno ha la bacchetta magica o la macchina del tempo che potrebbe farci modificare la quantità di film o libri prodotti nel 1920. Questa estensione del copyright, è stata unicamente una cessione di libertà senza nessuna contropartita. A fronte di un beneficio pari a zero, il costo sociale di questi provvedimenti è stato altissimo: chi rappresenta i nostri interessi in Parlamento ha stabilito che il popolo italiano, senza ricevere niente in cambio, ha rinunciato a utilizzare liberamente per decenni i libri e i filmati prodotti negli anni ‘20.

 

La canzone “Tanti auguri a te” (sì, proprio quella che si canta davanti alle candeline accese) è stata pubblicata nel 1935, e oggi frutta ancora due milioni di dollari l’anno alla Time Warner, che ne detiene i diritti di sfruttamento economico. L’ultima delle sorelle Hill che la scrissero è morta nel 1946. Ha senso continuare a proibire l’utilizzo libero e gratuito di questa canzone nei film? Chi sono i veri banditi della società dell’informazione, i pirati d’arte e di cultura che scambiano musica, facendo pubblicità gratuita agli artisti attraverso il passaparola telematico, o gli squali della Time Warner, che scippano all’umanità due milioni di dollari l’anno per una canzone che non hanno mai scritto?

Chi sono davvero i soggetti socialmente pericolosi, i ragazzi che scambiano musica per passione e per esercitare il diritto naturale alla copia privata di cultura, o chi realizza avidamente per quasi un secolo profitti sproporzionati e ingiustificati sfruttando idee artistiche che non ha mai avuto? Qual è la vera ingiustizia, scaricare dalla rete la musica dei Beatles, che ormai può essere considerata parte integrante del patrimonio culturale dell’umanità, oppure pagarla e dare dei soldi a Michael Jackson, che dopo aver comprato il diritto di sfruttare quella musica ha guadagnato denaro senza muovere un dito per canzoni che non ha mai scritto? Chi sono i veri fuorilegge, le persone che vogliono ascoltare più musica di quanta ne potranno mai comprare, oppure le aziende che hanno stravolto a loro beneficio le regole del copyright?

Da quando mi sono affacciato per la prima volta sul mondo della comunicazione elettronica, io sto dalla parte dei pirati. Pratico senza dubbi o incertezze varie forme di pirateria culturale, a cominciare da quella che riguarda le opere del mio ingegno. In rete ho incontrato la passione del giornalismo e della scrittura, e ho cominciato a diffondere gratuitamente i miei lavori, senza mai considerare la loro libera circolazione come una violazione del mio “diritto d’autore” o come una bestemmia contro la “sacralità” del copyright, perché ho sempre considerato più importanti i diritti dei lettori e la sacralità della cultura, e ho sempre pensato che la copia dei miei lavori fosse un grande regalo che mi facevano tutti coloro che sceglievano di leggere, inoltrare, riprodurre e pubblicare i miei scritti anziche quelli di qualcun altro. Oggi riesco a vivacchiare con quello che scrivo, e anche se non faccio incassi miliardari con i miei libri non sento il bisogno di mandare in galera i ragazzini che scaricano le mie opere attraverso i circuiti peertopeer.

 

In questo preciso momento il mio client eMule segnala la presenza di 25 utenti che hanno nel loro computer uno dei miei libri, e questo mi riempie di gioia, mentre qualcun altro al mio posto vorrebbe chiamare il 113 per denunciare i pirati che leggono gratis. Io invece li benedico e li ringrazio di esistere, anche e soprattutto quando leggono i miei libri.  Ho avuto il grande privilegio di pubblicare nel 1999 “Italian Crackdown”, il primo libro italiano diffuso con una licenza di libero utilizzo che ne ha permesso la pubblicazione in rete sin dal primo giorno di presenza in libreria, e anche le parole che stai leggendo in questo preciso momento sono libere di viaggiare e di riprodursi all’infinito, trasformandosi in segnali elettronici che viaggiano in rete o all’interno di una fotocopiatrice, per portare queste idee molto più in là di dove arriverebbero con le restrizioni a cui ci hanno tradizionalmente abituati gli editori avidi.

 

In tutto questo percorso, non ho mai smesso di credere che il valore dei miei scritti e di qualunque altra opera del mio ingegno non ha nulla a che vedere con chi vorrebbe affermare il dovere di controllare, sanzionare e carcerare chi mi legge senza pagarmi. Spero che in futuro ci siano sempre più scrittori, registi e musicisti che avranno il coraggio di aprire i loro cassetti per far parte dell’intelligenza collettiva della rete, dove quello che si riceve da milioni di utenti trasformati in una grande famiglia solidale di pirati è infinitamente maggiore di quello che si potrà mai donare in tutta una vita.

 

CAPITOLO IV – CiberPirati

 

“Ogni società ha bisogno di incoraggiare lo spirito di cooperazione volontaria tra i cittadini. Quando i padroni del software ci raccontano che aiutare il prossimo in un modo naturale è ‘pirateria’, stanno contaminando il senso civico della nostra società. […] Se un amico ti chiede di copiare un programma, è sbagliato rifiutare, perché la solidarietà è più importante del copyright. […] In Unione Sovietica ogni fotocopiatrice era sorvegliata da una guardia che impediva di effettuare copie proibite: le ragioni di questo controllo delle informazioni erano politiche, negli Stati Uniti, invece, riguardano il profitto”.

[Richard Matthew Stallman, programmatore e fondatore della Free Software Foundation]

 

 

“Io sono un hacker: entrate nel mio mondo.

Avete mai guardato che cosa c’è dentro gli occhi di un hacker, voi con la vostra mente pretecnologica e la vostra psicologia da due soldi? Vi siete mai chiesti quali sono le forze che danno forma alla mia vita? Ora questo mondo è nostro, ed è il mondo degli elettroni e dei circuiti, dominato dalla bellezza delle reti. Noi esploriamo le frontiere della conoscenza e voi ci.chiamate criminali. Siamo una comunità che esiste a dispetto delle differenze razziali, della nazionalità e delle religioni, e voi continuate a chiamarci criminali. Siete voi quelli che costruiscono bombe atomiche, che dichiarano guerra ad altri paesi, siete voi che uccidete, imbrogliate, ci mentite e provate a convincerci che lo fate per il nostro bene, ma alla fine i criminali siamo noi. Si, io sono un criminale, e il mio crimine è la curiosità. Il mio crimine è quello di giudicare le persone per quello che dicono e pensano, e non per le loro apparenze. Il mio crimine è quello di essere più intelligente di voi, e questo non me lo perdonerete mai. Io sono un hacker, è questo è il mio manifesto. Potete fermarci individualmente, ma non potrete mai fermarci tutti”.

 

Queste parole, scritte in inglese e tradotte nelle più svariate lingue del mondo, riecheggiano nel ciberspazio dall’8 gennaio 1986, quando un misterioso pirata del software noto come “The Mentor” affida al popolo delle reti un “Manifesto Hacker” che diventa la carta d’identità della generazione di pionieri telematici che ha popolato le comunità virtuali degli anni ‘80, determinandone abitudini, codici morali e regole sociali ben prima che i politici e gli uomini d’affari iniziassero a dettare legge nell’infosfera delle reti nata all’insegna della cultura libertaria.

 

L’hacking e le pratiche di libero scambio dei programmi bollate come “pirateria informatica” non hanno niente a che vedere con azioni criminali o con altre pratiche antisociali, ma sono dei meccanismi virtuosi di sviluppo culturale e tecnologico caratterizzati da una particolare attitudine verso la conoscenza, una curiosità e una sete di sapere lasciate in eredità dalle controculture degli anni ‘60 nate all’interno dei campus universitari statunitensi.

Più in generale l’etica hacker, lo spirito che anima l’informazione libertaria, è nata ancora prima dei calcolatori elettronici, e si è manifestata in tutti gli episodi della storia umana in cui gli individui hanno deciso che la conoscenza in grado di rivoluzionare il mondo era più importante delle regole stabilite per mantenere lo status quo.

Le consuetudini di condivisione del software che negli anni ‘60 sono state praticate della prima comunità di hacker del Massachusetts Institute of Technology, sono un fenomeno sociologico e culturale che ha consentito lo sviluppo della moderna scienza informatica e la nascita dei personal computer. L’etica hacker sviluppata nei laboratori del MIT è il fondamento culturale e filosofico di una nuova generazione di artisti e scienziati, che sviluppano il loro talento e le loro potenzialità attraverso la condivisione della conoscenza, la libertà di accesso alle informazioni, la libertà di copia, di analisi e di modifica del software.

Nella lingua inglese il verbo “to hack” significa letteralmente “fare a pezzi”, “tagliare”, “smontare”. Chi di noi non ha mai provato da bambino a smontare il ferro da stiro o qualche altro apparecchio? Qualcuno ha la fortuna di rimanere bambino anche con il passare degli anni, resistendo ad un sistema che cerca in tutti i modi di spegnere la sete di conoscenza trasformandola in un meccanico nozionismo.

Questa gioiosa curiosità è la molla principale che spinge gli hacker di tutto il mondo a smontare il software, cercando di capire come funziona per migliorarlo e modificarlo in base alle proprie esigenze, a smontare la cultura, l’informazione l’economia per capire i meccanismi che le governano, a smontare le regole sociali per riscriverle secondo criteri di logica, efficienza, creatività, bellezza e genialità che spesso mandano all’aria tradizioni e consuetudini.

Essere un hacker, oggi come negli anni ‘60, significa appartenere ad una comunità di persone che condivide il gusto di risolvere problemi per divertimento, applicando la propria intelligenza a qualunque problema logico, meccanico o filosofico, con uno spirito leggero che considera il gioco come una cosa molto seria.

 

È questa la differenza tra un hacker e un semplice programmatore: il primo crea software per divertimento e con passione, il secondo produce programmi per contratto, soltanto a pagamento, e con la fredda meccanicità di un impiegato che non è più in grado di appassionarsi a quello che fa.

Gli hacker non sono guidati in ciò che fanno da un interesse economico, ma usano i computer come uno strumento per l’espressione libera e creativa della loro mente. Rincorrendo soluzioni sempre più efficaci a problemi sempre più complessi, gli hacker migliorano continuamente circuiti elettronici e programmi, accettando nuove sfide intellettuali per il puro gusto di vincerle. Un hacker è una persona che non vuole solo risolvere un problema, ma sente il bisogno di sottometterlo alla propria intelligenza. Non basta trovare una soluzione qualunque: bisogna trovare la soluzione più elegante, semplice e brillante al tempo stesso.

Tutto comincia in un giorno di maggio del 1962, quando un gruppo di hacker cambia la storia del pianeta e tiene a battesimo il primo videogioco della storia, presentato in occasione dell’annuale festa del Massachusetts Institute of Technology.

Steve Russell e altri hacker del laboratorio di Intelligenza Artificiale (Ai Lab) danno in pasto ai circuiti del loro calcolatore PDP1 un nastro di carta con ventisette pagine di linguaggio assembly, installano uno schermo extra — in realtà un gigantesco oscilloscopio — e per tutto il giorno stupiscono un pubblico incredulo e stupito che si accalca intorno allo schermo per guardare due navi spaziali che cercano di colpirsi a vicenda, cercando di contrastare l’attrazione del sole ed evitando al tempo stesso le collisioni con altri corpi celesti.

 

È il battesimo di “Spacewar”, il capostipite dei videogiochi elettronici.

La “palestra di allenamento” degli appassionati di informatica del Mit è il Tech Model Railroad Club, dove gli amanti dei trenini elettrici, per far funzionare i loro modellini, imparano a destreggiarsi tra relais e circuiti.

Con l’arrivo al laboratorio di intelligenza artificiale del Pdp1 l’amore per i trenini cede il posto ad una nuova, grande passione: la programmazione dei mainframes, i primi mastodontici calcolatori apparsi durante gli anni ‘60 nelle università e nei centri di ricerca.

All’interno del Mit, il laboratorio di Intelligenza Artificiale guidato da Marvin Minsky e John McCarthy diventa la culla dei primi hacker, individui legati da una passione comune per il cibo cinese, la fantascienza, la libertà dell’informazione e i computer.

 

 

Oggi la stampa e le multinazionali del software associano al termine “hacker” attività criminali o sovversive, ma nella sua accezione originale questo appellativo è stato coniato all’interno del Mit per indicare appassionati di matematica, logica ed elettronica capaci di penetrare nel cuore delle nuove tecnologie dell’informazione, persone in grado di usare allo stesso tempo il saldatore, l’oscilloscopio e i linguaggi di programmazione di alto livello per trovare soluzioni eleganti ed efficaci per i loro programmi, in una gara continua per riscrivere lo stesso algoritmo utilizzando una riga di codice in meno.

In questo ambiente creativo e libero vengono sviluppate tecniche informatiche e programmi che ancora oggi sono correntemente utilizzati. Ogni hacker del Mit usava il codice degli altri come punto di partenza per una continua rincorsa al miglioramento del software, e incarcerare i programmi nella gabbia del copyright è una possibilità che non viene nemmeno presa in considerazione. Un “buon hackeraggio” per essere tale deve essere libero. Ogni programma realizzato è aperto ai miglioramenti degli altri, in un processo di perfezionamento continuo e collettivo di tutte le creazioni dalla prima comunità hacker.

La vera eredità dei ragazzi del Mit è la cosiddetta “etica hacker”, una serie di norme non scritte che si sviluppano tra loro in maniera spontanea e naturale:

  1. L’accesso ai computer — e a tutto ciò che può insegnarti qualcosa su come funziona il mondo — dev’essere totale e illimitato. L’imperativo è “metterci su le mani”!
  2. Tutta l’informazione deve essere libera.
  3. Dubita dell’autorità — promuovi il decentramento.
  4. Gli hacker dovranno essere giudicati per ciò che fanno, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.
  5. Con un computer puoi creare arte e bellezza.
  6. I computer possono cambiare la tua vita in meglio.

 

Anche “Spacewar” viene distribuito liberamente e gratuitamente come tutte le opere dell’ingegno nate all’ombra dell’etica hacker, e in poco tempo si diffonde a macchia d’olio in tutti i centri universitari americani. Il produttore dei calcolatori Pdp, la Digital Equipment Corporation, decide di inserire Spacewar in ogni singola macchina venduta, contribuendo ulteriormente alla sua popolarità.

 

Oggi, a più di quarant’anni di distanza dalle prime imprese della comunità hacker del Mit, l’informatica non è più una forma d’arte liberamente praticata all’interno delle università per il progresso del genere umano, e si è trasformata in una gallina dalle uova d’oro ingabbiata e sfruttata da aziende con pochi scrupoli. La gioia creativa dei primi programmatori ha ceduto il passo ad un cupo scenario dove gli utenti e i creativi del software sono entrambi oppressi, anche se in modo diverso, per assecondare la logica del profitto.

L’ultimo dei pionieri è Richard Matthew Stallman, un hacker del Mit che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’informatica introducendo una distinzione tra il “software libero”, che permette di ottenere il massimo beneficio per la società, e il “software proprietario”, progettato per garantire il massimo profitto alle aziende che lo commerciano.  Per essere libero, un programma deve garantire a chiunque la libertà di utilizzo, la libertà di poter guardare com’è fatto e di poterlo adattare alle proprie esigenze, la libertà di aiutare il prossimo distribuendo copie di quel programma, la libertà di migliorare il programma mettendo a disposizione di chiunque le versioni modificate.

 

Lo strumento escogitato da Stallman per garantire la libertà del software è il cosiddetto “copyleft”, un ribaltamento del copyright dove i diritti che la legge riconosce agli autori dei programmi informatici non vengono utilizzati per limitare le libertà degli utenti, ma per ottenere il massimo beneficio sociale dalla circolazione del programma. Il principio del copyleft è quello di trasmettere in modo “ereditario” la libertà del software, facendo in modo che anche le versioni modificate di un programma offrano agli utenti la stessa libertà della versione originale. Il tutto avviene attraverso una licenza d’uso chiamata GPL (General Public License), utilizzata tra l’altro anche per la distribuzione del sistema operativo GNU/Linux.

 

Nell’ottobre 1985 Stallman ha dato vita alla “Free Software Foundation” (Fondazione del software libero), dove tuttora è in attività per difendere la libertà del software (e dei cittadini che lo usano) secondo i principi di libera condivisione nati all’interno della prima comunità hacker del MIT.

 

La distribuzione gratuita del software libero è una minaccia per chi si guadagna la vita scrivendo programmi? Molti pensano di no, e vedono nel free software una opportunità di guadagno per i programmatori indipendenti che possono liberarsi dal controllo delle aziende, utilizzando la rete come canale di distribuzione dei propri programmi per vendere servizi di consulenza e di adattamento del software alle particolari esigenze di un cliente.

 

Ho conosciuto “Elettrico” per caso, in rete. Ovviamente questo non è il suo vero nome, bensì un “nickname”, un nomignolo con cui molti cittadini del ciberspazio scelgono di abbandonare la propria identità anagrafica per costruirne una nuova in rete.

 

È lui che mi ha spiegato che la legge italiana sul diritto d’autore riconosce ai colossi dell’informatica i diritti di sfruttamento economico dei programmi scritti dai loro dipendenti, che in questo modo perdono il controllo sulle opere del loro ingegno. La storia di “Elettrico” è quella di un programmatore che attraverso anni di lavoro subordinato ha maturato una visione del mondo dell’informatica certamente non convenzionale, secondo la quale l’applicazione da parte delle aziende del cosiddetto “diritto d’autore”, non va solamente a danno degli utenti, ma penalizza in primis gli stessi autori dei programmi.

 

I racconti di Elettrico relativi alle esperienze vissute in una casa di produzione del software italiana hanno dell’incredibile, e le condizioni di lavoro a cui era sottoposto sembrano una sapiente miscela degli incubi di George Orwell e Carlo Marx, un misto di sfruttamento e intrusione nella privacy dei lavoratori:

 

Lavorai sodo, mi capitò anche di fermarmi fino a mezzanotte.  Alla fine del mese mi accorsi che in busta non c’erano straordinari. Alle mie domande mi venne risposto: “noi gli straordinari li convertiamo in ore di permesso retribuito”. Senza chiedere, ovviamente, il mio parere. Ebbi la seconda sorpresa quando venni ripreso per un “assiduo scambio di mail con la segretaria”. In realtà l’assiduo scambio si limitava a due, tre mail al giorno, in cui ci si diceva “ciao, come stai”, le solite cose insomma, ci stavamo simpatici ed essendo in uffici diversi ci si parlava così. Di fatto mi venne intimato di non usare la posta interna per gli affari miei, e così feci. Nessuno riuscì a capire come facesse il nostro capo a conoscere il contenuto della nostra posta elettronica.

 

Anche la segretaria venne ripresa, arrivando addirittura chiederle di che tipo fosse la nostra relazione, con evidente fastidio riguardo al fatto che i dipendenti potessero instaurare rapporti di qualsiasi genere all’interno dell’azienda. Un giorno poi, quando arrivai la mattina, non trovai più la “rastrelliera” con la cartolina da timbrare. La timbratrice c’era ma, mi fu ordinato, da quel momento la cartolina avrei dovuto tenerla in tasca e portarmela a casa.

 

La sicurezza in azienda era un altro tasto dolente. Un rapido elenco potrebbe partire da cavi di terra collegati alle tubature dell’acqua fino ad arrivare alle ciabatte aperte, i cavi schiacciati fra le porte, la LAN aggrovigliata ai cavi elettrici (passava dentro le stesse canaline e prese!), i circa 100 volt misurati sui cavi di rete, allungati con collegamenti volanti fatti con pezzi di nastro isolante, e così via. Si lavorava in questa situazione, e guai a lamentarsi.

 

Io sono uno sviluppatore, cioè uno di quelli che teoricamente perderebbero il lavoro se tutti copiassero il software. Premesso che non credo che una cosa simile potrebbe accadere, faccio alcune considerazioni: quando ho iniziato a lavorare venivo pagato 1.400.000 lire nette al mese. Sfogliando i contratti che la mia azienda stipulava con le ditte a cui forniva i programmi scoprii che essa percepiva circa 700.000 nette per ogni mio giorno lavorativo. Nel momento in cui ho un’idea per risolvere un problema e la applico in un progetto della mia azienda ne perdo immediatamente la “proprietà”, quella che tutti i cari signori della Bsa e delle compagnie informatiche dicono di voler tutelare.

 

Il fatto che siano state brevettate delle procedure informatiche estremamente stupide (come, ad esempio, quelle necessarie per visualizzare una finestra) è un fatto assurdo. Questo vuol dire che se io, in un software scritto da me, scrivo una procedura simile a quelle già brevettate, facendomi venire un’idea che qualcun altro ha già messo sotto brevetto, sto commettendo una grave violazione e sono perseguibile a norma di legge.

 

È evidente che le leggi sul copyright in generale, e quelle sul software in particolare, mirano a proteggere le grandi aziende produttrici, non certo il programmatore solitario che decide di scrivere un buon software e venderlo ad un prezzo ragionevole per ricavarne qualcosa.

 

Mi sembra perciò assurdo parlare di qualcosa di “rubato” quando si parla di software copiato per uso personale. Il problema è che il vero furto lo compie chi paga qualcuno il 6% del ricavo che fa entrare in azienda; il vero furto è quello che mi impedisce di usare nei miei programmi una routine inventata da me solo per che l’ho ideata per un prodotto della mia azienda; il vero furto è assumere delle persone, farle sgobbare e sottopagarle per fargli convertire i propri software nelle più varie lingue del mondo, e poi vendere centinaia di migliaia di copie di quei programmi.

La piaga dei brevetti sul software, che condiziona il lavoro di “Elettrico” e di migliaia di programmatori indipendenti in tutto il mondo ha raggiunto negli ultimi anni proporzioni grottesche: il 21 febbraio 1997 Bill Gates ha vinto il premio per il “peggior brevetto software dell’anno”, relativo al brevetto numero 5.552.982, che corrisponde a un “metodo e sistema per l’elaborazione di campi in un programma di elaborazione dei documenti”, praticamente una tecnica per associare il testo di una lettera ad un numero qualsiasi di indirizzi a cui spedire la stessa missiva. Un sistema, insomma, già incluso in un numero vastissimo di programmi per l’elaborazione dei testi attualmente in commercio.

 

Questo premio in negativo vuole denunciare la facilità con cui vengono rilasciati brevetti negli Usa, soprattutto nel settore dell’informatica, dove i piccoli sviluppatori di software sono costretti a lavorare camminando su un campo minato fatto da centinaia di migliaia di brevetti, il più delle volte relativi ad algoritmi di base e a tecniche che ormai sono patrimonio comune di tutti i programmatori.

 

La reinvenzione indipendente è la norma nell’ambito della programmazione, e di conseguenza è molto alta la probabilità di dover sostenere delle spese giudiziarie semplicemente per aver reinventato una tecnica già brevettata. Solo grandi aziende dotate di uffici legali specializzati possono affrontare le trappole dei brevetti, e nulla protegge i programmatori indipendenti dall’uso accidentale di una tecnica brevettata, e quindi dall’essere citati in giudizio per questo motivo.

 

Anche nel vecchio continente lo scenario relativo ai brevetti software sembra destinato ad una evoluzione (o meglio ad una involuzione) che riproporrebbe in chiave europea gli stessi problemi e le stesse limitazioni che negli Stati Uniti hanno praticamente immobilizzato i programmatori indipendenti a tutto vantaggio dei grandi potentati informatici. Un’operazione del genere, tradotta dall’informatica alla letteratura, sarebbe equivalente alla concessione di brevetti su alcune frasi di uso corrente. Scrivere “Ciao, come stai?” in un libro o in una rivista diventerebbe un’operazione accessibile solo a grandi gruppi editoriali che possono permettersi di assumere una staff legale per controllare che quella semplice frase non sia già stata brevettata da qualcun altro, ed eventualmente pagare profumatamente il diritto di utilizzo della frase.

 

La battaglia legale contro l’introduzione della brevettabilità del software a livello europeo è ancora aperta: il 21 dicembre 2004 il governo della Polonia ha impedito che il Consiglio dell’Unione Europea raggiungesse una linea comune sulla questione. Alcuni tra i più noti esponenti europei della comunità informatica (tra cui Linus Torvalds, Monty Widenius e Rasmus Lerdorf) avevano dichiarato pubblicamente che la proposta del Consiglio era “deludente, pericolosa, e democraticamente illegittima”, e Wlodzimierz Marcinski, il ministro polacco della scienza e dell’informazione, di fronte alla pesantezza di queste affermazioni è volato personalmente a Bruxelles per scongiurare all’ultimo minuto il raggiungimento di un accordo.

 

Nel frattempo Ibm ha “liberato” 500 brevetti software, ceduti per uso gratuito alla comunità del software libero. La rinuncia è stata facile, dal momento che nel solo 2004 l’ufficio brevetti Usa ha concesso a Ibm 3.249 brevetti, e per il dodicesimo anno consecutivo l’azienda si colloca saldamente in testa alla classifica americana dei “brevettatori”.

Se le regole sulla brevettabilità del software in vigore negli Usa venissero estese non solo all’Europa, ma anche al resto del mondo, questa operazione condotta in nome dei sacri principi di giustizia che molti associano all’idea di brevetto si trasformerebbe in una subdola e violenta forma di colonizzazione digitale nei confronti dei paesi impoveriti.

 

Infatti la stragrande maggioranza dei brevetti software è stata registrata da aziende statunitensi, che potrebbero obbligare i programmatori del sud del mondo a pagare un “pizzo” per scrivere nuovi programmi, per il semplice fatto di aver utilizzato semplicissime tecniche di programmazione, magari reinventandole da zero, senza accorgersi che queste tecniche erano state già brevettate da qualcun altro: una vera e propria “tassa sulle idee”.

Per quanto riguarda il diritto alla libera copia del software, la lotta dei ciberpirati contro le leggi repressive dettate al Parlamento italiano dalle lobby del software e dell’intrattenimento ha una storia che viene da lontano. Dieci anni fa la compressione MP3 dei file sonori era ancora un lontano miraggio, e diffondere musica su internet era pressoché impossibile.

 

A quel tempo il “crimine telematico” per eccellenza non era lo scambio di musica ma addirittura la “detenzione di modem”: a che serve un modem si chiedevano giornalisti e magistrati — se uno non ha loschi traffici da gestire, guerre termonucleari da scatenare o messaggi segreti da scambiare? Nel maggio 1994 la terribile equazione che associava la comunicazione elettronica alle attività illegali si trasforma da “semplice” deficit culturale in un vero e proprio teorema giudiziario, che ha scatenato l’ira funesta della Guardia di Finanza su centinaia di persone “colpevoli” di aver gestito un Bulletin Board System, una di quelle “bacheche elettroniche” caserecce che oggi sembrano preistoria informatica.

 

Prima di essere “sorpassate” dal boom di internet, le bacheche elettroniche gestite da privati, e basate su regole ferree che non consentivano il transito di messaggi pubblicitari, sono state la palestra sulla quale si è formata una generazione di “utenti consapevoli”, che ancora oggi cercano di resistere allo “zapping telematico” orchestrato in rete dai giganti delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento.

Nel 1992 una pesantissima azione di lobby della Bsa (Business Software Alliance), la “santa alleanza” dei produttori di software, era riuscita a far approvare delle modifiche alla legge sul diritto d’autore per introdurre una distinzione tra i programmi informatici e le altre opere dell’ingegno, sanzionando col carcere la copia di software “a scopo di lucro”, mentre altri tipi di copia continuavano ad essere perfettamente legali se effettuati per uso personale e senza finalità commerciali.

 

È dall’applicazione distorta di questa “legge su misura” che due anni più tardi nasce l’operazione “Hardware I”, la più grande azione di polizia informatica della storia, passata alla storia con il nome di “Italian Crackdown”.[6]

Dalla procura di Pesaro partono 173 decreti di perquisizione, che attivano 63 reparti della Guardia di Finanza per una serie di sequestri a tappeto: oltre a 111.041 floppy disk, 160 computer, 83 modem, 92 Cd, 298 streamer e 198 cartucce per il backup dei dati vengono sequestrati anche “reperti” totalmente inutili per lo svolgimento delle indagini: riviste, appunti, prese elettriche, monitor, stampanti, tappetini per il mouse, contenitori di plastica per dischetti, kit elettronici della Scuola Radio Elettra scambiati per apparecchiature di spionaggio. Si arriva a sequestrare un’intera stanza del computer, sigillata dalla finanza nel timore che a partire da quella stanzetta qualcuno potesse innescare la terza guerra mondiale.

 

Molti scelgono di patteggiare, anche se consapevoli di non aver fatto nulla di illecito. Altri ne fanno una questione di principio e vanno fino in fondo, come Giovanni Pugliese, uno dei fondatori dell’Associazione PeaceLink, che viene pienamente scagionato nel 2000 dopo un calvario giudiziario durato sei anni.

 

Dopo quell’episodio l’azione di lobby realizzata dalla Bsa (e da Microsoft, che la finanzia) diventa più sottile e impercettibile, ma non meno devastante. Il 26 novembre 1996 la pretura circondariale di Cagliari dichiara in una storica sentenza che copiare software non è sempre reato. La parte in causa è una ditta privata che installa lo stesso programma su tre computer differenti. Il giudice spiega che il fatto non costituisce reato perché c’è una differenza tra lucro e profitto, e la legge punisce solo la copia fatta per lucro, per guadagnare dei soldi, e non quella fatta con profitto, risparmiando sul mancato acquisto di un software.

A questo punto, con la legge 248/2000 un nuovo “ritocco” alla legge 633/41 sul diritto d’autore sostituisce magicamente le parole “a scopo di lucro” con “per trarre profitto”, e dalla sede centrale di Bsa partono immediatamente i fax intimidatori con cui si avvertono le aziende del nuovo cambio di regole.

Questa ennesima “blindatura” del diritto d’autore sul software riesce a introdurre per la copia di software pene simili a quelle per omicidio colposo, e chi copia un programma per uso personale viene trattato allo stesso modo di chi ne fa migliaia di copie per rivenderle sul “mercato nero” dell’informatica. Ma c’è ancora un buco: per quanto riguarda la copia di musica e di video, la legge 248/2000 introduce una distinzione, e punisce la copia di film e canzoni solo se viene effettuata “per uso non personale” e “a scopo di lucro”.

 

Questo residuo spazio di libertà non dura a lungo, e l’azione lobbistica dei colossi dell’intrattenimento spinge i governi verso la criminalizzazione di qualsiasi copia di opere dell’ingegno: nel 2001 l’Unione Europea approva la Eucd, la direttiva europea sul Copyright recepita in Italia con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003.

 

Il diritto naturale alla copia personale delle opere dell’ingegno, che è una declinazione del diritto allo studio e alla cultura, non è facilmente cancellabile, e anche il decreto che recepisce la Eucd lascia aperta una possibilità di scambio culturale tra i cittadini, dal momento che consente la “riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso esclusivamente personale, purché senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali”.  L’inghippo è che scattano comunque le manette se questa copia viene realizzata aggirando i meccanismi tecnologici inseriti a protezione dei contenuti, che ormai sono presenti in tutti i Cd e Dvd. Chi aggira un sistema di protezione per condividere musica e fare un regalo di compleanno alla nonna rischia gli stessi anni di galera di chi aggira le stesse protezioni per rivendere migliaia di copie di quel Cd su mercati clandestini e illegali.

 

È come se l’ingiuria e la strage venissero punite allo stesso modo, entrambe ricondotte ad un medesimo comportamento criminoso descritto con il nome generico e fumoso di “pirateria”.

L’ultimo pastrocchio legislativo è arrivato con il famigerato “Decreto Urbani”, che cambia poco nella sostanza giuridica ma ha seminato già il panico nel grande pubblico della rete. Da una parte i consumatori vengono spinti dalle compagnie telefoniche verso abbonamenti Adsl che allettano gli utenti con la possibilità di scaricare “video e musica”, dall’altra i cittadini si scontrano con le lobby che vogliono bollare questa azione come un reato penale,  indipendentemente dal tipo di materiale scaricato (vado in galera anche se scarico il filmino della prima comunione di mio nipote?) e dall’uso personale o mercantile che ne viene fatto (scarico per ascoltare o per rivendere?).

 

Il bello di questo decreto è che i suoi estensori ne hanno promesso la revisione ancora prima che venisse approvato. Qual è la forza che può spingere un ministro ad approvare una legge scritta male per sua stessa ammissione, e che oggi, nonostante le successive “pezze” legislative nessuno sa ancora interpretare in modo chiaro e univoco?

 

Per capire l’entità di questa forza basta conoscere il pensiero di combatte da più di un decennio contro chi ha sequestrato l’arte e la cultura per trasformarle in un ricco mercato e criminalizzare chiunque non voglia piegarsi alle regole delle grandi lobby del software e dell’intrattenimento.  L’8 febbraio 1996 John Perry Barlow, paroliere del gruppo “cult” Grateful Dead e fondatore della “Electronic Frontier Foundation” scrive un altro testo fondamentale nella storia della comunicazione elettronica: una “Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio” che oggi, a quasi dieci anni di distanza, è più attuale che mai.

 

In questo manifesto tecnolibertario Barlow rinnega l’autorità dei governi mondiali sulla comunità dei pirati di tutto il mondo, e dichiara solennemente che il Ciberspazio, definito dallo stesso Barlow come “il luogo dove si trovano due persone quando fanno una telefonata”, è una specie di “Tortuga” elettronica dove i pirati e in generale tutti i liberi utenti delle reti danno valore solamente alle regole che le comunità producono spontaneamente al loro interno, ben diverse dalle leggi posticce applicate dall’alto per irreggimentare fenomeni che sfuggono alla comprensione dei governanti. Ecco lo storico proclama di libertà nato dalla tastiera di John Perry Barlow:

‘Governi del mondo industrializzato, altezzosi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Ciberspazio, la nuova casa della Mente. A nome del futuro, vi chiedo di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete alcun potere nel luogo dove ci riuniamo.  Noi non abbiamo eletto alcun governo ne lo faremo, quindi mi rivolgo a voi con la sola autorità con cui parla sempre la libertà.  Io dichiaro lo spazio sociale globale che stiamo costruendo come naturalmente indipendente dalle tirannie che vorreste imporci.  Voi non avete il diritto morale di governarci ne possedete strumenti repressivi in grado di farci davvero paura. Ogni Governo basa il proprio potere sul consenso dei governati. Voi non avete sollecitato ne ricevuto il nostro. Non vi abbiamo invitato. Non ci conoscete, ne conoscete il nostro mondo. Il Ciberspazio non rientra nei vostri confini. Non crediate di poterlo costruire, perché è un progetto pubblico. Non ce la farete.

 

È un prodotto della natura e cresce da solo tramite le nostre azioni collettive. Non avete mai partecipato alle nostre conversazioni e raduni, ne avete creato la ricchezza dei nostri mercati. Non sapete nulla della nostra morale o dei codici non scritti che già danno alla nostra società più ordine di quanto possa mai ottenersi con le vostre imposizioni.

Sostenete che tra noi esistano dei problemi che voi dovete risolvere. State usando questa scusa per invadere i nostri territori. Molti di tali problemi neanche esistono. Dove ci sono veri conflitti e comportamenti errati li isoleremo e risolveremo a modo nostro. Stiamo preparando un nostro Contratto Sociale. Un accordo che nascerà secondo le regole del nostro mondo, non secondo le vostre. Il nostro è un mondo diverso. Il Ciberspazio consiste di transazioni, relazioni e pensieri, sistemati come un’alta marea nella ragnatela della comunicazione.

Il nostro mondo è sia ovunque che da nessuna parte, ma non si trova là dove vivono i corpi. Stiamo creando un mondo dove tutti possano entrare senza privilegi o pregiudizi assegnati da razza, potere economico, grado militare o luogo di nascita. Stiamo creando un mondo dove chiunque possa esprimere il proprio pensiero, non importa quanto strano, senza paura d’essere forzato al silenzio o alla conformità generale. I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non possono essere applicati a noi. Tali concetti si fondano sulla materia, e qui la materia non esiste. Le nostre identità non hanno corpi, quindi, al contrario di voi, non possiamo accettare ordini imposti con la forza fisica. Riteniamo che il nostro autogoverno possa basarsi su codici di comportamento, illuminato autointeresse, condivisione di beni. E non possiamo accettare le soluzioni che state cercando d’imporci. […]

 

Nel nostro mondo ogni sentimento ed espressione d’umanità, dal degradante all’angelico, fanno parte di un tutt’uno indefinito, la conversazione globale dei bit. Non è possibile separare l’aria che strozza da quella su cui batte l’ala in volo. In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e Stati Uniti, state cercando di isolare il virus della libertà mettendo sentinelle alle Frontiere del Ciberspazio. Forse il contagio sarà evitato per un breve periodo, ma non potrà funzionare in un mondo presto inondato da media al ritmo dei bit.

 

Le vostre strutture dell’informazione, sempre più obsolete, tenteranno di perpetuarsi proponendo nuove leggi, in America e in tutto il mondo, per affermare di possedere la parola stessa. Queste leggi definiranno le idee come un altro prodotto industriale, non più nobili del volgare ferro. Nel nostro mondo, qualunque cosa creata dalla mente umana può essere riprodotta e distribuita all’infinito senza alcun costo. La trasmissione globale del pensiero non richiede più l’appoggio delle vostre fabbriche. Queste misure ostili e coloniali ci pongono nella medesima posizione di quegli amanti della libertà e dell’autodeterminazione che in altri tempi sono stati costretti a non riconoscere l’autorità di poteri distanti e disinformati. Abbiamo il dovere di dichiarare le nostre identità virtuali immuni al vostro potere, anche se dovessimo continuare a rispettare le vostre leggi con i nostri corpi. Ci sparpaglieremo su tutto il Pianeta in modo che nessuno possa arrestare il nostro pensiero. Noi creeremo la civiltà della Mente nel Ciberspazio. Che possa essere più umana e giusta del mondo fatto dai nostri governi.’

 

Negli anni trascorsi dalla scrittura della “Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio”, alla voce di Barlow si è aggiunta quella di migliaia di altri pirati della libera comunicazione, che nonostante le intimidazioni e il fiorire di leggi repressive hanno rivendicato il diritto allo scambio libero e gratuito del software e delle altre opere dell’ingegno.

 

CAPITOLO V – I pirati del cibo

 

“La restrizione commerciale dei semi del mondo, che una volta erano la comune eredità di tutti gli esseri umani, è avvenuta in poco meno di un secolo. Nonostante questo sia uno dei più importanti sviluppi dei tempi moderni difficilmente dai media viene data più di qualche vaga notizia sull’argomento. Appena un secolo fa, centinaia di migliaia di contadini sparsi in tutto il pianeta controllavano i propri rifornimenti di semi, commercializzandoli liberamente fra amici e vicini. Oggi, quasi tutti i rifornimenti delle sementi sono stati comprati, manipolati e brevettati dalle compagnie e considerati come proprietà intellettuale”.

[Jeremy Rifkin, Il secolo Biotech]

 

Chi è il proprietario della vita sulla terra? A chi appartengono i miei occhi verdi, e chi devo pagare per riprodurre il loro colore nel volto di mio figlio? A chi va riconosciuto il “diritto d’autore” sulle piante, sui fiori, sui semi, e su tutto quello che la natura riesce a produrre spontaneamente o con l’aiuto dell’uomo? Se incrocio per primo un cavallo con un’asina, ho il diritto di pretendere una tassa per ogni mulo che nasce sul pianeta? Qual è la soglia di decenza davanti alla quale devono fermarsi le sperimentazioni biotecnologiche e i divieti imposti ai contadini dalle multinazionali?

“La terra è di Dio”, scriveva nel giugno 1973 il giovanissimo abate Giovanni Franzoni, poi espulso dalla Chiesa Cattolica per le sue pratiche cristiane troppo vicine al popolo di Dio e troppo lontane dalla gerarchia vaticana.

Oggi non siamo più così sicuri di questa affermazione, e molti aspiranti dei, ubriacati dal delirio di onnipotenza delle nuove biotecnologie, credono che la terra e le specie viventi possano diventare proprietà dell’uomo, e pensano di poter “inventare”, classificare, brevettare, tassare, controllare e possedere nuove forme di vita, semi, piante e animali che non fanno più parte del creato, ma del catalogo patinato di una multinazionale.

 

Oggi la nuova corsa all’oro non è più quella delle compagnie minerarie, ma quella delle aziende biotech che attingono a piene mani dalla vita per brevettare piante, semi e codici genetici da trasformare in una miniera d’oro verde per il primo che riesce a controllarli. Le compagnie che sostengono di migliorare la nostra qualità della vita in realtà preferiscono saccheggiare a piene mani dai ricchissimi serbatoi di biodiversità dei paesi impoveriti, brevettare nuove combinazioni genetiche spacciando per “scoperte scientifiche” quelle che in realtà sono semplici ricombinazioni di materiale organico ispirate da tradizioni rurali millenarie, e imporre alla fine di questo processo una tassa perenne per chiunque voglia utilizzare i “supersemi” nati dalle sperimentazioni di laboratorio, che devono essere acquistati dai loro “inventori” ad ogni nuovo raccolto.

 

Con questo sistema, ad esempio, Loren Miller dell’International Plant Medicine Corporation, ha brevettato negli anni ‘90 l’ayahuasca, una sostanza utilizzata nelle cerimonie religiose e nelle pratiche di medicina tradizionale delle popolazioni indigene che vivono lungo il bacino amazzonico. In teoria i brevetti non valgono in tutto il mondo, ma solo nel paese in cui sono stati rilasciati, in questo caso gli Stati Uniti, ma le regole sulla proprietà intellettuale stipulate in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno esteso il potere dei brevetti al di là dei confini nazionali, attraverso un complesso sistema di accordi multilaterali chiamati Trips (TradeRelated Aspects of Intellectual Property Rights).

 

È questo l’inghippo che potrebbe costringere in futuro le popolazioni indigene, espropriate della loro biodiversità, a pagare un “pizzo” per usare i loro prodotti tradizionali, una tassa destinata alle aziende che per prime hanno marchiato con un brevetto prodotti e sostanze che non hanno inventato. Assieme al brevetto, infatti, Miller ha acquisito i diritti esclusivi di produzione e commercializzazione dell’ayahuasca, appropriandosi di una medicina naturale che non è il frutto delle sue ricerche, ma il risultato di una sapienza antica tramandata di padre in figlio.

Le grandi aziende multinazionali sono in agguato per trasformare in guadagni sicuri i brevetti sull’apelawa, una varietà di grano quinoa coltivata nelle Ande e impiegata nella cura della sterilità maschile, sul cotone colorato coltivato dalle popolazioni indigene del Sudamerica, oppure sull’albero neem, patrimonio delle coltivazioni tradizionali in Asia e Africa dell’Est,

utilizzato per produrre un pesticida naturale e un dentifricio dalle proprietà curative e antibatteriche. Il nome di quest’albero è di derivazione persiana, e significa “albero libero”, ma oggi c’è chi vuole negare questa libertà.  L’ingordigia dei brevettatori non risparmia neppure piante come il pepe nero e il riso parboiled. Il governo degli Stati Uniti ha brevettato perfino il codice genetico di un uomo indigeno Hagai della Papua Nuova Guinea, rinunciando a qualsiasi rivalsa sul brevetto (che è diventato di pubblico dominio), ma creando di fatto un pericolosissimo precedente nella storia della scienza.

 

Le aziende e i governi che sostengono il principio di brevettabilità della materia vivente, e l’affermazione di una “proprietà intellettuale” su piante, animali e semi ottenuti con manipolazioni genetiche, fanno rispettare i loro diritti vietando la “riproduzione abusiva” di materiale organico. Se io compro un fiore, quel fiore è mio, e posso anche usarne il polline per far nascere altri fiori, ma quando compro dei semi geneticamente modificati questo principio non è più valido, e le tradizioni rurali e contadine si scontrano con le regole violente del biocopyright che impediscono la conservazione dei semi e il loro riutilizzo per altre stagioni di semina.

La multinazionale Monsanto ha perfino creato un gruppo di guardie private, la cosiddetta “polizia dei semi”, che ha lo scopo di utilizzare tutti i metodi possibili, compresa la delazione dei vicini di fattoria, per denunciare e processare tutti i pirati che sperimentano utilizzi “irregolari” delle sementi Monsanto, una pratica di repressione poliziesca che dal 1997 ha già prodotto decine di azioni legali a danno di coltivatori statunitensi e canadesi di soia, colza e cotone.

Tra le vittime della “polizia dei semi” sguinzagliata dalla Monsanto c’è anche Homan McFarling, un produttore statunitense di soia che ha conservato i semi delle piante biotech per riutilizzarli nella stagione successiva, secondo un’abitudine contadina tramandata da una generazione all’altra.  “Mio padre metteva da parte i semi, e io faccio lo stesso”, ha raccontato Homan, che a 62 anni continua a coltivare il suo terreno a Shannon, nello stato del Mississippi, e che oggi non deve più combattere contro le carestie, le malattie delle piante e il maltempo, ma contro una spietata azione legale che potrebbe costargli centinaia di migliaia di dollari.

Kem Ralph, un contadino di Covington, Tennessee, è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver cercato di nascondere un carico di semi di cotone destinati ad un suo amico. Oltre al carcere, questo gesto di ribellione piratesca gli è costato anche una multa da 165 mila dollari: i semi biotech non si possono conservare o regalare, ma vanno piantati, e per una stagione soltanto.

Per difendere il diritto dei contadini al riutilizzo dei semi, negli Stati Uniti si è mobilitato anche il “Center for Food Safety” (Centro per la Sicurezza Alimentare), un’organizzazione indipendente che ha pubblicato nel gennaio 2005 un rapporto dettagliato sulle pratiche intimidatorie e le persecuzioni legali messe in atto dalla Monsanto ai danni dei pirati contadini che chiedono solamente di fare quello che hanno fatto per secoli le generazioni che li hanno preceduti.

“Queste cause legali non sono altro che una forma di estorsione praticata a danno dei coltivatori statunitensi”, ha dichiarato Andrew Kimbrell, il direttore esecutivo del Center for Food Safety. “La Monsanto sta inquinando le fattorie statunitensi con raccolti geneticamente modificati, senza dare ai contadini un’informazione appropriata sulle sementi manipolate, e traendo profitto dalla propria irresponsabilità e negligenza con le cause a danno dei contadini innocenti. Il nostro impegno è quello di fermare questa persecuzione aziendale”.

Secondo i dati del centro la Monsanto ha realizzato in totale 90 cause legali in 25 differenti stati degli Usa, colpendo con queste azioni 147 agricoltori e 39 piccole aziende agricole. Il gigante dei semi dedica a questo enorme sistema di persecuzione 10 milioni di dollari all’anno, e una task force di 75 dipendenti che danno la caccia ai contadini pirata.

Joseph Mendelson, il direttore legale del Centro per la Sicurezza Alimentare, afferma che la Monsanto “vuole diventare il monopolista nel settore delle sementi, negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Per raggiungere questo obiettivo sta attaccando aggressivamente delle pratiche contadine vecchie di secoli, e manda fuori mercato i suoi stessi clienti colpendoli con azioni legali”.

Le proposte politiche del centro comprendono l’approvazione di leggi per una moratoria sull’utilizzo di sementi geneticamente modificate, una modifica alle leggi statunitensi sui brevetti che escludano le piante dall’elenco del materiale brevettabile, e una legge che tuteli i contadini entrati in contatto accidentalmente con le sementi brevettate perché trasportate sul proprio terreno dal vento o da altri fenomeni di “inquinamento biologico”.  In Canada, ad esempio, il Centro di ricerca del Ministero dell’Agricoltura, a Saskatoon, ha dichiarato che “polline e semi si sono estesi in modo tale che ormai è difficile coltivare varietà tradizionali di colza senza che siano contaminate”. Nei campi di un agricoltore canadese, Percy Schmeiser, più di 320 ettari di terreno sono stati invasi dai semi biotech Monsanto portati dal vento, e di fronte alle lamentele di Schmeiser la Monsanto è passata alle vie legali con una causa per “furto di semi”, pretendendo un risarcimento pari a circa 30 dollari per ettaro.

“Dove finiscono i diritti della Monsanto e cominciano i miei?” — ha domandato Schmeiser.

“Ho sempre coltivato i miei prodotti, non ho mai voluto piantagioni modificate geneticamente. Non ho mai avuto niente a che fare con la Monsanto, ed ora sembra che tutto quello che è nel mio terreno sia diventato di loro proprietà”.

 

A dispetto delle minacce, delle intimidazioni e delle repressioni, i pirati contadini affermano che il legame millenario tra l’uomo e la terra non potrà mai essere spezzato dalle carte bollate con cui i signori del biotech cercano di dominare il mercato agroalimentare, e si ostinano a fare quello che facevano i loro nonni: conservano i semi, li utilizzano per produrre nuove sementi, realizzano incroci di piante e animali per ottenere dei prodotti migliori.  La retorica delle multinazionali è sempre uguale a se stessa: ho finanziato delle ricerche, e quindi ho il diritto di dettare le regole di utilizzo dei semi che vendo. La risposta a questa retorica è altrettanto scontata: il monopolio legato ai brevetti ti garantisce profitti stratosferici, e quindi ti basta pochissimo tempo per recuperare i costi di ricerca. Tutto il resto è una indebita ingerenza nel libero esercizio dell’attività contadina, e come tale va rifiutata.

 

La natura non è violenta, ma risponde alle variazioni di contesto in modo dolce e adattativo, contrastando le minacce con la biodiversità che offre maggiori opportunità di sopravvivenza alle specie vegetali. Nel suo delirio di onnipotenza, la cultura del profitto punta tutto sulla ricerca di varianti “super” delle piante, in modo da ottenere superpomodori che non congelano, supermais inattaccabile dagli insetti, superfrutta che marcisce più lentamente.

In questa ottica le coltivazioni “vecchie” o poco redditizie sono destinate a scomparire. Ogni giorno, sotto i nostri occhi, le leggi del mercato decretano la condanna a morte di decine di specie viventi, che cadono nell’oblio irreversibile dell’estinzione e rendono tutto il mondo biologicamente più povero. L’affermazione delle “superpiante” come standard nelle coltivazioni porta con se la perdita di varietà nel settore agricolo, l’abbandono delle coltivazioni locali, l’erosione del patrimonio genetico del mondo e l’estinzione di intere razze, specie e sistemi.

Alla filosofia dei vegetali superman i pirati contadini rispondono con la ricerca della biodiversità, l’unica vera forma di tutela per garantire la sicurezza alimentare del pianeta, e guardano con diffidenza alle “superpiante” nate dalle manipolazioni genetiche, perché sanno che la migliore difesa della natura è la biodiversità: l’unica cosa che può tutelarci dalle malattie delle piante è l’esistenza di altre piante dal patrimonio genetico leggermente differente, che risultano più adattabili alla sopravvivenza in caso di epidemie, variazioni climatiche, invasioni di insetti o altri cambiamenti ambientali.

La continua ricerca della ricchezza monetaria ci sta inconsapevolmente portando verso la distruzione della ricchezza biologica: ai nostri mercati basta riempire gli scaffali con fagioli borlotti e cannellini, e poco importa se la natura ha messo a disposizione dell’uomo centinaia di tipi di fagioli (solo in Italia se ne contano 50 rare varietà).

 

Migliaia di ortaggi, cereali, alberi da frutto e razze animali, selvatiche o selezionate nel corso dei secoli dal lavoro paziente di contadini e allevatori costituiscono un patrimonio insostituibile che prende il nome di “biodiversità rurale”. Questa ricchezza inestimabile si sta progressivamente consumando con un lento processo di erosione, inesorabile e irreversibile. Ogni volta che una forma di vita scompare senza lasciare traccia di se, si perdono per sempre sapori originali e piatti tipici particolari, principi attivi per la cura delle malattie, varietà di piante più rustiche e meno attaccabili dagli insetti, animali splendidi per carattere e istinto, saperi di una cultura contadina millenaria che ha abitato le campagne italiane e di altri paesi del mondo.

Migliaia di specie viventi animali e vegetali sono destinate a scomparire o sono già scomparse perché inadeguate ad un mercato che ha bisogno di pochi, semplici prodotti, e non può permettersi di confondere i consumatori con l’infinita ricchezza delle risorse naturali.

Negli anni ‘50 i contadini dell’India coltivavano più di 30.000 varietà tradizionali di riso, ma oggi il 75% del riso coltivato nel paese corrisponde a 10 varietà moderne. Un migliaio di tipi di mele antiche italiane sono state soppiantate da quattro nuovi tipi di mele commerciali, delle 25 varietà italiane di cocomero coltivate all’inizio del secolo ne rimane in vita una sola, il moscadello a pasta gialla, i cui semi sono conservati nei frigoriferi dell’orto botanico di Lucca. Gli altri cocomeri nostrani sono ormai irrimediabilmente estinti, soppiantati dalle varietà di provenienza americana. Nella storia dell’umanità nessuno potrà mai più gustare il sapore del cocomero chiamato “la romagnola”, che prima della guerra veniva descritto come una varietà eccellente all’interno dei cataloghi di sementi.

 

L’enorme elenco delle devastazioni compiute a danno della biodiversità rurale comprende anche le 33 varietà italiane di broccolo scomparse senza che nessuno se ne sia accorto, come il broccolo nero di Sicilia o il broccolo “lingua di passero”, che nessuno scienziato potrà mai più riprodurre. All’inizio del secolo in Italia erano coltivate circa 400 varietà di frumento “antico”, soppiantate da un centinaio di specie più moderne. Chi potrà riportare in vita la varietà di pomodoro chiamata “Re Umberto”, venduta fino agli anni ‘60 e poi scomparsa in nome del “libero” mercato che distrugge la vita e toglie gusto alla tavola?

 

Sono in pochi a comprendere fino in fondo la gravità di questo irreversibile processo di distruzione della ricchezza biologica, un fenomeno terribile e sconosciuto al tempo stesso. C’è chi considera i semi biotech come un oggetto di sua proprietà, in grado di garantire guadagni spropositati a scapito dei contadini. C’è, invece, chi considera la ricchezza del mondo naturale.come un patrimonio universale del genere umano, e si batte per tutelare la sopravvivenza dei semi a rischio, tesori inestimabili da affidare alle nuove generazioni con il compito di salvare dall’estinzione il maggior numero possibile di specie viventi.

 

I “Seed Savers”, letteralmente “Custodi dei Semi”, sono contadini, appassionati e amanti della natura che in tutto il mondo proteggono e tutelano le specie a.rischio, conservano con cura i semi rari prima che scompaiano definitivamente, si battono contro il pensiero unico delle monoculture e delle superpiante e ci aiutano a riscoprire la bellezza che nasce dalla varietà della natura, lanciando al tempo stesso un segnale di allarme sul rischio di “erosione genetica” all’interno dei nostri ecosistemi.

In silenzio e senza clamore, i custodi dei semi difendono la vita adottando e coltivando a proprie spese le piante che non fanno gola al mercato, forme di vita che non portano all’uomo ricchezza economica ma vitamine, sapori e principi attivi. Il custode dei semi è un uomo che pensa in modo responsabile alle generazioni future, e sa che la terra non ci è stata data in regalo dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli, e sente la responsabilità di consegnare a chi verrà dopo di noi un mondo con il maggior numero possibile di forme di vita.

 

I “seed savers” non si occupano di curiosità botaniche o di specie rare già accudite dagli esperti, ma coccolano e proteggono vegetali molto più ordinari, minacciati dalla continua riduzione del numero delle loro specie: cavoli, cereali, lattughe, legumi, patate, peperoni, pomodori e tantissimi vegetali che sopravvivono solo nelle loro varietà più commerciali, con il rischio di estinzione delle varietà antiche e di quelle tradizionalmente coltivate dalle popolazioni indigene di un determinato territorio. A chi interessa la sopravvivenza della carota nera di Viterbo? Di certo non ai commercianti che farebbero fatica a piazzare sul mercato quello che potrebbe sembrare un “nuovo prodotto”, ma che in realtà è parte della nostra storia alimentare e della nostra ricchezza biologica e genetica.

 

Una fattoria statunitense di Decorah, nello stato dell’Iowa, è il quartiere generale dell’associazione americana Seed Savers Exchange, nata nel 1975, che ha realizzato in questa struttura una biblioteca, un frutteto storico che mantiene in vita 700 varietà di mele del 1800 e 200 varietà di uva, 12 orti conservativi coltivati con tecniche di agricoltura organica che producono i semi di oltre 2000 rare varietà di piante, e una “banca dei semi” che custodisce la biodiversità di ventimila varietà di vegetali.

Ogni anno gli aderenti all’associazione ricevono un catalogo che per mette ai Seed Savers di tenersi in contatto tra loro per scambiare sementi, e tenersi aggiornati sulle piante mantenute in vita dall’associazione: più di 5.000 varietà di pomodori, provenienti da tutto il mondo, di tutte le forme e toni di colore bianco, giallo, arancione, rosso e violetto; i mais multicolori, i fagioli e le zucche delle tribù native americane; 400 diversi tipi di meloni, molti dei quali sono più vecchi di un secolo; 1.200 peperoni di cui una parte provenienti dalle culture amerinde precolombiane; 850 tipi diversi di lattughe, 900 di piselli, 135 di melanzane, 150 vecchie varietà di girasole, una collezione di 200 tipi di aglio e moltissimi altri tipi di piante.  Sull’esempio dei pionieri statunitensi, in moltissimi paesi del mondo sono nate reti di conservazione dei semi: in Australia la rete Seed Savers’ Network custodisce la biodiversità dei semi coltivati dagli aborigeni e di quelli importati in Australia dagli emigranti. Il loro lavoro ha permesso di salvare molte varietà italiane di ortaggi, scomparse in Italia ma sopravvissute in Australia tramandandosi di padre in figlio. Tra gli obiettivi di questa associazione, che conserva 5.500 varietà nella sua banca dei semi, c’è anche la conservazione e la restituzione dei semi alle popolazioni native dell’Australia, che mantengono viva la loro cultura attraverso le loro coltivazioni tradizionali.

 

Anche in Europa i custodi dei semi lavorano pazientemente la terra nell’indifferenza della politica e dei media, e la biodiversità delle sementi italiane è custodita da Civiltà Contadina, un’associazione che realizza progetti di recupero della cultura rurale, per salvare gli ortaggi e gli alberi da frutto italiani che rischiano l’estinzione.

Civiltà Contadina ha realizzato una rete di scambio dei custodi di semi italiani, realizza attività specifiche per la valorizzazione di antiche varietà di frutta e animali da cortile in via di estinzione, mette le proprie competenze a disposizione delle scuole che vogliono realizzare orti didattici biologici, strumenti che trasformano le azioni a difesa della biodiversità in esperienze educative a beneficio dei più giovani, che possono “adottare” nella loro scuola specie rare di piante e animali.

Ma la lotta dei pirati del cibo per la difesa della biodiversità non si limita alla tutela di varietà vegetali e animali a rischio di estinzione. La sopravvivenza di molti prodotti tipici locali, infatti, è stata messa in discussione dalle leggi comunitarie che tutelano il mercato europeo e non le tradizioni gastronomiche locali. Per questo motivo molti contadini e piccoli produttori, prima dell’introduzione di opportune deroghe sui prodotti tipici, hanno sfidato le normative europee per continuare a produrre cibi e specialità ricevute in eredità dai propri progenitori.

 

È così che si sono salvati dall’estinzione i processi di produzione tradizionali che utilizzano fosse di tufo per stagionare formaggi come l’Ambra di Talamello, o le conche di marmo delle Alpi Apuane dove nasce il Lardo di Colonnata, dichiarati fuorilegge dalle norme che prevedevano di sostituire le fosse con ambienti asettici o di rimpiazzare il marmo con l’acciaio.

 

Grazie all’ostinata passione per la cultura gastronomica dimostrata dai pirati del cibo, che hanno rivendicato di fronte all’Europa e alle sue leggi il diritto all’esistenza dei prodotti tipici, oggi possiamo gustare ancora prelibatezze come la Misischia del Molise, carne caprina disossata, salata ed aromatizzata con ginepro, rosmarino ed aglio, che viene essiccata all’aperto per oltre un mese su aste di legno, oppure il formaggio sardo con i vermi tuttora illegale, i fichi e i pomodori fatti seccare al sole o vini come il fragolino (quello vero, non il vino aromatizzato alla fragola che si trova nei supermercati), ottenuto da un incrocio ibrido “fuorilegge” tra la tradizionale Vitis vinifera e altre specie di viti.

Solo il tempo potrà dirci quali saranno i prodotti tipici che riusciranno a sopravvivere a questo scontro tra tradizione e mercato, tra saggezza popolare e prescrizioni “scientifiche”, tra la passione per il cibo e le fredde regole della burocrazia.

 

CAPITOLO VI – Comunicazione pirata

 

“Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: ‘La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta”.  [S. Agostino, De civitate Dei, IV]

 

Che cosa possono avere in comune un ragazzino cieco e un guru della tecnologia di strada? Il primo avrà delle esigenze molto diverse da quelle del secondo, e chi si occupa di computer generalmente non è molto avvezzo a risolvere i problemi di persone disabili.

Ma la voglia di comunicare, unita alla curiosità di conoscere trasformano questa strana accoppiata nel gruppo più affascinante di pirati tecnologici degli anni ‘70, che cambiano la cultura del mondo e la storia della tecnologia grazie alle sperimentazioni sulle reti telefoniche. Si tratta del cosiddetto “Phone Phreaking”, una attività che nei “jargon files”, il dizionario del gergo hacker, è definita come “l’arte e la scienza di rompere le protezioni della rete telefonica, ad esempio per fare telefonate interurbane gratuitamente”.

Tutto comincia quando John Draper, un hacker statunitense passato alla storia con il nome di “Capitan Crunch”, incontra Dennie, un ragazzo cieco appassionato di telefonia che mostra al “Capitano” come si possono riprodurre i toni utilizzati dalle centrali telefoniche utilizzando il suo organo Hammond. Dennie sa che Draper è un ingegnere elettronico, e gli propone di costruire un circuito con il quale generare gli stessi toni per effettuare telefonate interurbane gratuite, sfruttando i punti deboli delle centrali telefoniche. Tornando a casa, Draper inizia a costruire un rudimentale dispositivo di trasmissione multifrequenza che più avanti verrà battezzato “Blue Box” (scatola Blu), proprio perché i primi, rudimentali circuiti realizzati per il “Phone Phreaking” erano confezionati in modo tutt’altro che professionale, e venivano impacchettati all’interno di normali scatolette colorate.  Grazie alla sua invenzione l’ingegnere Draper si trasforma in “Capitan Crunch”, un pirata dell’era moderna che diventa il riferimento di un gruppo di ragazzi con lo stesso problema di Dennie, e che grazie alle Blue Box riescono a “navigare” gratuitamente nella rete telefonica alla ricerca di contatti umani, di nuove voci e suoni con i quali riempire il buio.

 

John Draper deve il suo nome di battaglia ai cereali “Capitan Crunch”: in ogni confezione era contenuto un fischietto omaggio che riproduceva casualmente la nota con la frequenza di 2600 Hertz necessaria negli Stati Uniti per “ingannare” le centrali telefoniche ed evitare l’addebito delle chiamate.  Le leggende apocrife nate attorno a questo personaggio narrano di telefonate intercontinentali gratuite effettuate con il solo uso del fischietto, ma sono i circuiti elettronici creati da Draper, e non il fischietto che lo ha ribattezzato, la vera chiave che apre le porte della rete telefonica mondiale a chi è abbastanza coraggioso da sfidare le ire delle grandi compagnie telefoniche.  Il termine Phreaking nasce dall’unione dei telefoni (PHone) con le attività dei geniali “fricchettoni” (fREAKs) che si sono divertiti a smanettare (hacKING) sulla rete telefonica, per scoprirne misteri e debolezze. Questi avventurieri degli anni ‘70 non erano guidati dalla voglia di risparmiare qualche gettone: lo scopo dei loro giochi fuorilegge era una inestinguibile sete di conoscenza. “Freak” è un termine che indica le persone strane, i “diversi”, chi esce in qualche modo dagli schemi condivisi di “normalità” o non si attiene alle regole in vigore, e a pensarci bene Draper e i suoi ragazzi sono proprio una meravigliosa icona di questa diversità incompresa, un promemoria vivente che ci ricorda quanta genialità e quanta arte si possono nascondere dietro la disabilità e dietro la tecnologia.

 

Il fuoco sacro che anima l’azione dei “Phone Phreakers” è la voglia di governare quella “magia” che fa viaggiare la nostra voce su un filo di elettroni per raggiungere ogni angolo della terra in cui sia presente un telefono. Solo chi è talmente ottuso da ragionare solo in termini di denaro può pensare che tutto questo sia guidato dalla voglia di risparmiare soldi sulla bolletta: in realtà l’arte del Phone Phreaking non ha nulla a che vedere con l’avidità, e ruota attorno ad una voglia insopprimibile di conoscere i segreti più nascosti della più imponente opera di ingegneria che sia mai stata concepita nella storia dell’umanità: la rete telefonica mondiale.

L’innovazione tecnologica più importante nata da questa cultura under ground è la “Blue Box” già citata in precedenza, il dispositivo che utilizzava le debolezze del sistema telefonico dell’epoca per fare telefonate gratuite. Il trucco era quello di passare attraverso i “numeri verdi”, che negli Stati Uniti (e da un po’ di tempo a questa parte anche in Italia) sono quelli che iniziano per 800. Dopo aver chiamato i numeri verdi, i toni prodotti dalle Blue Box ingannavano le centrali simulando la fine del collegamento, mentre in realtà la linea era disponibile per un’altra telefonata, questa volta su un numero a pagamento.

 

A cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, il destino di “Capitan Crunch” si intreccia con quello di Steve Wozniak e Steve Jobs, i due studenti dell’università di Berkeley che nel 1976 costruiscono nel garage di Jobs il personal computer “Apple I”, e ricavano il capitale iniziale per fondare la “Apple Computer Company” vendendo la calcolatrice programmabile di Wozniak e il pulmino Volkswagen di Jobs.

 

John Draper è una vera miniera di aneddoti relativi alle attività di “Boxing” nei dormitori di Berkeley: una leggendaria telefonata in Vaticano (ovviamente gratuita) è la “prova d’esame” con cui Wozniak vuole sperimentare in grande stile le tecniche di “Phreaking” apprese dal “Capitano”. Dopo essersi spacciato per il segretario di stato Henry Kissinger, Wozniak riesce a parlare con dei funzionari del Vaticano, e per pochissimo non riesce a entrare in contatto diretto con il Santo Padre.

Draper è affascinato e morbosamente incuriosito dal funzionamento del sistema telefonico, al punto da non perdere occasione per spiegare i suoi trucchi a chiunque gli capitasse a tiro. In lui la voglia di conoscere e l’esigenza di condividere con altri le proprie conquiste si sostengono e si alimentano a vicenda. Dopo essere finito in carcere per le sue scorribande telefoniche, Draper viene imprigionato anche per le cose che dice, e non solo per quelle che fa. L’Fbi, infatti, gli proibisce di divulgare qualsiasi tipo di informazione relativa al Phone Phreaking, ma questa arte tecnologica fa parte integrante della sua vita, del suo modo di essere e di esprimersi. Anche dopo l’ennesimo arresto il “Capitano” però non si scoraggia mai, e perfino durante i suoi soggiorni in carcere riesce a organizzare un’estemporanea università del Phone Phreaking, dando lezioni ai detenuti sul funzionamento del sistema telefonico.

Il destino di Wozniak e Jobs è drasticamente differente da quello di John Draper: i due iniziano la loro carriera vendendo Blue Box nei dormitori di Berkeley e si ritrovano alla guida di una compagnia multimiliardaria, mentre Capitan Crunch, che non ha mai trasformato in un commercio la sua arte, diventa un soggetto sovversivo da rinchiudere dietro le sbarre.

La storia di Capitan Crunch ci racconta che la pirateria telefonica non è una attività orientata al profitto: nessuno si è mai arricchito telefonando gratis, mentre le compagnie telefoniche si arricchiscono continuamente praticando tariffe che non hanno nessuna proporzione con i costi effettivi necessari alla gestione e alla manutenzione delle reti.

 

La telefonia cellulare è quella più economica per le “Telco”, le grandi compagnie telefoniche, in quanto elimina i costi più alti di tutta la rete: quelli legati al cosiddetto “ultimo miglio”, il percorso nel quale la compagnia telefonica deve stendere un cavo che parta dalla centrale più vicina e arrivi nel muro di casa. Ciò nonostante, la telefonia mobile ha prezzi, tariffe e servizi che superano di gran lunga quelli della telefonia fissa. Chi ci ha guadagnato dalla privatizzazione della telefonia? I cittadini che spendono sempre di più per comunicare tra loro o un piccolo gruppo di squali della finanza che ha cannibalizzato a proprio vantaggio il servizio pubblico telefonico trasformandolo in una mucca da soldi?

 

Ben vengano, dunque, tutte le forme di pirateria artistica, riappropriazione tecnologica e ingegneria creativa che puntano alla liberazione delle tecnologie dedicate allo sviluppo delle relazioni umane, personali e collettive. La comunicazione e la possibilità di entrare in relazione con gli altri è un diritto dell’uomo fondamentale e inalienabile. L’articolo 19 della dichiarazione universale dei Diritti Umani stabilisce che tutti gli uomini e le donne del mondo hanno il diritto “di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Quando si parla di “ogni mezzo” per affermare questo diritto, senza dubbio nell’elenco dei mezzi possibili rientrano anche le tecniche di “Phreaking”, che riducono di una quantità infinitesimale l’ingiusto profitto di pochi per affermare il diritto di molti a usare la fantasia e l’ingegno per parlare con altre persone senza limiti di spazio, di luogo, di tempo e di denaro.

 

Il telefono è un insostituibile mezzo di comunicazione e di relazione a distanza, che permette di scavalcare le frontiere per unire tutta l’umanità in una sola, grande famiglia. Durante le guerre moderne i telefoni hanno fatto da ponte tra le popolazioni combattenti, mantenendo in vita sottilissimi fili di unione e di speranza in un futuro senza battaglie. Se la comunicazione è un diritto inalienabile dell’uomo, e il telefono è uno strumento indispensabile di comunicazione a distanza, la pirateria telefonica è una nobile forma di artigianato elettronico che assicura il rispetto di uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

 

 

CAPITOLO VII – Pirateria della salute

 

“Il controllo dell’intero mercato farmaceutico da parte di un gruppo che vede coinvolte cinque multinazionali soltanto è la causa diretta della morte di milioni di persone ogni giorno”.

[Mauro Guarinieri, Planet Aids]

 

I pirati dei farmaci lottano contro due nemici terribili: un nemico interno, il virus dell’Aids, capace di mutare un miliardo di volte nell’arco delle 24 ore all’interno del corpo umano, e un nemico esterno, le multinazionali del farmaco, capaci di mutare aspetto nascondendo dietro la nobile maschera della ricerca scientifica l’avidità più pura, quella capace di camminare sui cadaveri di altre persone per aumentare gli zeri di un conto in banca.  Per vincere la battaglia contro il virus dell’Aids e l’ingordigia delle multinazionali farmaceutiche non è sufficiente starsene buoni e speranzosi ad aspettare che i governi decidano finalmente di servire gli interessi dei popoli anziche quelli delle aziende, ma bisogna trasformarsi in pirati dei farmaci, e spingere la produzione di medicine antiaids anche in zone grigie che sfidano i brevetti, per difendere il diritto alla vita quando viene minacciato dal diritto al profitto che molti, disgraziatamente, ritengono superiore a qualunque altro diritto dell’uomo.

Ci piace pensare che la ricerca farmaceutica ha come obiettivo la lotta alle malattie, il benessere dell’umanità e la salute mondiale, ma in realtà le cose sono molto diverse. La lobby delle case farmaceutiche non persegue questi nobili ideali, e non è tenuta a farlo perché i suoi membri non sono agenzie governative o strutture umanitarie, ma aziende private orientate al profitto.

 

È per questo che la ricerca sui farmaci preferisce concentrarsi sulle malattie più redditizie (quelle che colpiscono i paesi più ricchi) e non su quelle più diffuse (che colpiscono milioni di persone nei paesi impoveriti dove non c’è mercato).

I pirati dei farmaci diventano sabbia nel motore dei poteri forti che danno un valore economico alla vita umana, gli stessi poteri che scagliano condanne a morte su chi è troppo povero per guarire da malattie curabili. Nel tragico mercato della salute la vita di un cane può essere più preziosa di quella di un uomo: le grandi case farmaceutiche si sono decise a trovare una cura per la leishmaniosi viscerale, una malattia che nel 2000 ha colpito più di 150 mila persone, solo quando la malattia è arrivata in Spagna, e ha cominciato a colpire 5 mila cani all’anno.

Gli spagnoli che possiedono cani hanno maggiori possibilità d’acquisto dei poveri che si ammalavano di leishmaniosi, e questa molla è stata sufficiente per far scattare l’interesse dei big del farmaco. Per le stesse ragioni la ricerca sui cosmetici attira più fondi che la ricerca per debellare la malaria, la tubercolosi, la malattia del sonno, la polmonite o altre malattie “fuori mercato” perché colpiscono uomini e donne con un basso potere d’acquisto, che muoiono a milioni ogni anno uccisi dalla nostra ingordigia prima ancora che dalle loro malattie.

Così come un sistema economico basato sulla competizione e non sulla solidarietà tra gli individui prevede come “effetti collaterali” una percentuale fisiologica di esuberi, disoccupati, cassaintegrati, uomini e donne che non potranno mai esprimere pienamente il loro potenziale umano, così un sistema farmaceutico basato sul profitto e non sulla tutela della vita prevede l’esistenza di una percentuale di “vittime sacrificali” troppo povere per poter sopravvivere a malattie curabili, milioni di persone che ogni anno vengono sacrificate sull’altare del profitto e muoiono per il virus più grave che abbia mai colpito il genere umano: quello dell’indifferenza.

Anche quando le pressioni internazionali portano allo sviluppo di terapie efficaci, l’accesso ai nuovi farmaci non è un diritto che nasce dalla condizione di ammalato, ma un privilegio consentito o negato in base al censo e alla nazione di appartenenza.

 

L’esistenza di farmaci in grado di rallentare efficacemente il decorso dell’Aids non è una conquista scientifica dell’intera umanità, ma è un lusso riservato a quei pochi che possono permettersi l’accesso ai farmaci antiretrovirali che allungano la vita di parecchi anni. Gli altri, che sono la maggioranza degli ammalati di Aids del mondo, muoiono nell’indifferenza generale mentre i pirati dei farmaci cercano un modo per produrre a basso costo le terapie che potrebbero salvare milioni di vite umane.

 

È quello che ha fatto Nelson Mandela il 25 novembre del 1997, firmando una legge pirata che sfida i brevetti delle multinazionali: si tratta del “Medicines and Related Substances Control Amendment Act”, subito impugnato da un cartello di 39 compagnie farmaceutiche che trascinano in tribunale il governo sudafricano attraverso l’Associazione dell’industria farmaceutica del Sudafrica.

 

Con questa legge il Sudafrica dà attuazione concreta ai principi di “registrazione forzata” e di “importazione parallela” previsti in caso di necessità dagli accordi sulla proprietà intellettuale stipulati in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, i cosiddetti Trips (TradeRelated Aspects of Intellectual Property Rights).

Fare ricorso all’importazione parallela significa affrontare l’emergenza sanitaria dell’Aids comprando i farmaci nei paesi che li vendono a minor prezzo, senza acquistarli direttamente dalle compagnie produttrici. I detentori dei brevetti sui farmaci, infatti, agiscono in regime di monopolio, e quindi praticano prezzi altissimi, spesso differenti da un paese all’altro. Che male c’è se uno compra un farmaco dove costa meno? Eppure per questo “affronto” all’egemonia delle case produttrici il governo sudafricano è stato trascinato in tribunale come “pirata” dei farmaci.

L’importazione parallela può riguardare anche i cosiddetti “farmaci generici”, cioè i farmaci “non di marca” che vengono prodotti ai di fuori dell’ombrello dei brevetti. Infatti, poiche i brevetti non sono dei diritti universali come i diritti umani (e questo i pirati dei farmaci lo sanno benissimo) in alcuni paesi il brevetto su un farmaco ha lo stesso valore della carta straccia, e questo consente alle aziende farmaceutiche di produrre le stesse medicine a costi e a prezzi molto più bassi, salvando un maggior numero di vite umane e distribuendo i profitti del settore farmaceutico al di fuori di quel ristretto gruppo di aziende che controllano il mercato delle medicine, e di conseguenza la vita di milioni di persone.

 

Sembra un furto, vero? Quelle povere aziende farmaceutiche investono tanti soldi per la ricerca, poi arriva qualche pezzente dal terzo mondo e si mette a produrre gli stessi farmaci sfruttando le scoperte degli altri. Basta avvicinarsi alla realtà africana dell’Aids per scoprire che le cose stanno diversamente, e che per molti ammalati dei paesi impoveriti l’unica alternativa possibile alle importazioni parallele è la morte di milioni di persone, e non un regolare acquisto dai “legittimi” detentori del brevetto, ammesso che si voglia riconoscere legittimità a questo sistema che privilegia il guadagno degli inventori alla vita delle persone.

Le “registrazioni forzate”, invece, riguardano la produzione interna, e la possibilità di realizzare in proprio i farmaci di cui un paese ha bisogno, riconoscendo un contributo forfettario ai detentori dei brevetti, che in questo modo vengono registrati da uno Stato per l’utilizzo nella sanità pubblica e sottratti ai detentori originari che avrebbero utilizzato gli stessi brevetti per la realizzazione di profitti privati.

 

Con il “Medicines Act”, infatti, Nelson Mandela ha autorizzato in Sudafrica la produzione locale di farmaci antiAids senza l’autorizzazione dei detentori dei brevetti. Le eccezioni agli accordi Trips, infatti, prevedono che in caso di emergenze sanitarie (e l’Aids in Africa lo è di sicuro) l’accesso ai farmaci va garantito anche in violazione delle norme sui brevetti.

 

Lo scontro legale tra il governo sudafricano e “Big Pharma”, il cartello delle grandi multinazionali del farmaco, si conclude dopo una frenetica mobilitazione degli attivisti di tutto il mondo, che si schierano accanto ai pirati sudafricani nella loro lotta contro l’apparente legalità dei brevetti, che nega nei fatti i principi di giustizia e il diritto alla vita. Il 19 aprile 2001 le 39 compagnie che avevano trascinato in giudizio il Sudafrica ritirano la loro azione legale sotto la pressione dell’opinione pubblica mondiale, coinvolta nel processo dall’azione del Treatment Access Group (Tac), un gruppo di attivisti sudafricano (fondato da tre persone malate di Aids) e dall’organizzazione “Medici Senza Frontiere”, che in vista del processo hanno costruito su internet una campagna internazionale contro le compagnie farmaceutiche e a favore dei malati di Aids.

 

Ma la guerra tra i paladini dei brevetti e i pirati dei farmaci è ancora aperta, con lo scontro ideologico tra chi sostiene il primato delle idee e chi difende quello della vita anche a costo di “rubare” idee altrui (in realtà è impossibile rubare un’idea, si può solo moltiplicarla o diffonderla nel farla passare da un individuo all’altro). Anche i brevetti, come il copyright, nascono come accordi che le comunità stipulano con gli inventori per stimolare il fiorire di nuove idee, la disponibilità di nuove tecnologie, l’accesso a nuovi farmaci che migliorano la qualità della vita e ne prolungano la durata. Ma oggi tutto questo è solo un ricordo del passato, e i brevetti sono solo delle “mucche da soldi” utilizzate senza scrupoli da un cartello di aziende che controlla il mercato farmaceutico.

 

L’idea dei brevetti è questa: tu registri un’invenzione, i cittadini ti riconoscono un ragionevole vantaggio per farci dei soldi, e dopo questo periodo di vantaggio la tua idea diventa libera e a disposizione di tutti.

 

È un accordo in cui i cittadini di un paese cedono temporaneamente parte della loro libertà, la libertà di nutrirsi di idee altrui per migliorarle e migliorare la vita, e in cambio ricevono un maggior numero di idee e di invenzioni, perché gli inventori che godono di un monopolio temporaneo sono più produttivi. Quindi i brevetti non sono un diritto naturale, ma una concessione, un riconoscimento che si fa agli inventori.

Siamo sicuri che oggi l’accordo internazionale sui brevetti favorisca i popoli, come dovrebbe essere, e non dei piccoli gruppi di interesse e di potere?

 

Siamo sicuri che i venti anni di vantaggio previsti dal sistema dei brevetti siano stati un buon affare per i cittadini del mondo, oppure per diventare ricchi con una invenzione o con un farmaco al giorno d’oggi basta molto meno? La violazione di un brevetto è un crimine o è la riappropriazione legittima di una libertà negata ingiustamente da un accordo squilibrato che mette l’interesse privato al di sopra del bene comune, sovvertendo tutti i principi alla base del diritto?

 

La classica frase “non regalare un pesce, ma insegna a pescare”, che spesso viene adoperata per aggirare il problema della restituzione e nascondere tutti i pesci, le materie prime, le risorse naturali e le vite umane che abbiamo rubato ai paesi impoveriti, non viene utilizzata mai nella sua variante farmaceutica: “non regalare una pillola, ma insegna a produrla, e non denunciare i poveri che non pagano il pizzo ai detentori dei brevetti”. Forse morire di fame è più grave che morire di Aids? Un brevetto è più importante di milioni di vite umane spezzate da quel brevetto per dare ad altri il “legittimo vantaggio” di un monopolio temporaneo?

Ma soprattutto, di chi è il brevetto su un farmaco? Dello scienziato che lo ha inventato, della multinazionale che ha assunto lo scienziato e ha registrato il brevetto al posto suo, o delle persone ammalate utilizzate come cavie, soprattutto nei paesi poveri, e che rappresentano a pieno titolo tutti gli uomini, le donne e i bambini del mondo colpiti da quella determinata malattia?

Negli anni ‘90 l’azienda farmaceutica Novartis ha arruolato una grande quantità di malati di leucemia per realizzare lo studio clinico di un nuovo farmaco, e quando il prodotto è stato registrato il suo prezzo era così alto da renderne proibitivo l’utilizzo perfino per quelli che lo avevano sperimentato, e che dopo la sperimentazione avrebbero dovuto pagare 19 dollari a compressa per 8 compresse giornaliere, pari a 55 mila dollari all’anno di trattamento. Di chi era quel farmaco, delle cavie, degli inventori o dei mercanti? Quel farmaco, come tutti gli altri farmaci del mondo, dev’essere dichiarato patrimonio dell’umanità, in nome di una ricerca scientifica che difende la vita umana e non i profitti della Novartis.

 

Secondo le proiezioni realizzate dall’ufficio di statistica delle Nazioni Unite, in molti paesi africani il picco delle morti per Hiv/Aids si verificherà negli anni che vanno tra il 2010 e il 2020. In Nigeria, ad esempio, entro il 2020 questa malattia avrà ucciso un milione e duecentocinquantamila persone, e prima del 2050 la popolazione si sarà ridotta di 73 milioni di abitanti rispetto all’inizio dell’epidemia. Entro il 2020 l’Hiv avrà ucciso più persone di qualsiasi altra malattia mai apparsa sulla terra, e di fronte a tutto questo c’è ancora chi ha il coraggio di difendere la propria pancia piena e una “proprietà intellettuale” che si trasforma in arma di distruzione di massa, un sistema di brevetti che è un vero e proprio crimine contro l’umanità in quanto causa diretta della morte di milioni di persone.

“Le disuguaglianze sono sorprendenti — ha dichiarato il dott. Jonathan Quick, direttore del Dipartimento per i farmaci di base dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. — Nei paesi industrializzati un ciclo di trattamento con antibiotici si può acquistare con l’equivalente di 23 ore di lavoro. Il costo di un anno di trattamento contro l’infezione da Hiv è equivalente a 46 mesi di salario. La maggior parte dei costi per il trattamento sono rimborsabili. Viceversa, nei paesi in via di sviluppo, un ciclo completo con antibiotici costa un mese di salario. In molti di questi paesi un anno di trattamento contro l’infezione da Hiv, ammesso che si potesse comprare, costerebbe l’equivalente di 30 anni di salario. E in questi paesi, la maggior parte dei farmaci sono a carico del paziente”.

 

Per capire che oggi i brevetti non tutelano i cittadini, ma il profitto delle aziende, e quindi vanno rigettati così come si rigettano le leggi che danneggiano la collettività, basta fare i conti in tasca alle multinazionali del farmaco, e scoprire che in un mercato in recessione le aziende farmaceutiche sono le uniche ad aver incrementato progressivamente i loro profitti nel corso degli anni, che i prodotti farmaceutici vengono venduti a un prezzo che è migliaia di volte superiore ai loro costi, che le spese sostenute per la ricerca e lo sviluppo dei farmaci vengono recuperate nel giro di pochi mesi con le vendite nei paesi industrializzati. La maggior parte degli abitanti del mondo vive nei paesi impoveriti, ma queste persone rappresentano poco più dell’1% del mercato globale dei farmaci: chi è l’uomo così cinico da uccidere delle persone per espandere di un punto percentuale il proprio bacino di clienti? Perché non si regalano i brevetti sui farmaci ai paesi impoveriti chiudendo una volta per sempre il valzer dell’ipocrisia attorno al fumoso concetto di “proprietà intellettuale”?

 

Tra qualche anno le generazioni future rideranno di questo assurdo sistema protezionistico difeso a spada tratta dai sostenitori del “libero” mercato, così come noi oggi ridiamo delle norme e dei regolamenti medioevali che tutelavano le piccole corporazioni del tempo. All’epoca i cappellai potevano chiedere l’arresto di chiunque producesse o vendesse cappelli senza essere affiliato alla corporazione dei cappellai, esattamente come fanno oggi le case farmaceutiche quando qualcuno vuol produrre dei farmaci senza adeguarsi alle regole sui brevetti imposte da “Big Pharma”.

 

Il violento e oppressivo sistema dei brevetti viene descritto come l’unica soluzione possibile per stimolare la ricerca scientifica, ma è vero invece il contrario, e cioè che molti nuovi farmaci vengono sviluppati grazie a investimenti pubblici “a fondo perduto”, grazie al sostegno dei governi, delle fondazioni private e delle università, e non grazie ai profitti dei brevetti. Le aziende farmaceutiche acquistano abitualmente l’esclusiva di utilizzo sui dati finali di ricerche pubbliche, e grazie a queste ricerche riescono a sviluppare e produrre farmaci su larga scala, poi marchiano tutto brevettando il processo di produzione di molecole già scoperte da altri, e rivendono il farmaco brevettato in regime di monopolio agli stessi cittadini che hanno finanziato le ricerche con le loro tasse.

 

Chi dice che i brevetti servono a sostenere economicamente la ricerca scientifica mente sapendo di mentire, e i retroscena di questa menzogna sono stati abilmente svelati dallo scrittore Mauro Guarinieri nel suo libro “Planet Aids”:

‘Salvo pochissime eccezioni, la maggior parte dei farmaci in commercio è facile da produrre, mentre il sovrapprezzo che i consumatori sono costretti a pagare serve a mantenere il sistema monopolistico basato sul brevetto. Considerato che le multinazionali farmaceutiche vendono oltre 150 miliardi di farmaci l’anno, se eliminare i brevetti portasse a una riduzione dei prezzi del 75%, sarebbe possibile risparmiare 79 miliardi di dollari l’anno.  Se i costi sono così alti, quali sono i vantaggi per la comunità?  Basandoci sui dati delle stesse multinazionali farmaceutiche la spesa annua per la ricerca biomedica ammonta a 22,5 miliardi di dollari. Considerato che il governo degli Stati Uniti, paese in cui operano la maggior parte delle multinazionali farmaceutiche, applica una riduzione fiscale del 20% sulle spese di ricerca, 3,2 miliardi di dollari sono a carico dei contribuenti.

Se anche dovessimo credere che ogni anno vengono davvero spesi 22,5 miliardi di dollari in ricerca, solo 19 sono a carico del le multinazionali. In altre parole, i consumatori spendono 82,2 miliardi di dollari in più al solo scopo di “incentivare” le multinazionali farmaceutiche a spenderne 19 in ricerca. Vale a dire che per ogni dollaro speso in ricerca, se ne spendono altri quattro per sostenere il sistema dei brevetti e altre attività che non hanno nulla a che fare con la ricerca. Spendere quattro dollari per convincere le multinazionali a spenderne uno soltanto: per il momento non sembra un risultato straordinario’. [7]

 

Quindi più brevetti non corrispondono a più farmaci: al contrario l’esistenza stessa del sistema dei brevetti è un freno alla ricerca scientifica, che viene finanziata con le briciole lasciate sul tavolo dopo la grande abbuffata delle multinazionali. La pirateria sui farmaci va incoraggiata per mille motivi non solo nei paesi poveri dove si muore a causa dei brevetti, ma anche nei paesi ricchi, dove ogni anno le multinazionali del farmaco, attraverso il sistema dei brevetti, depredano i cittadini di incalcolabili somme di denaro, che non alimentano la ricerca scientifica, ma solamente il conto in banca di qualcuno.

 

Se anche l’Italia decidesse di aprire la strada alle importazioni parallele e alle registrazioni obbligatorie come ha fatto il Sudafrica, ogni anno la sanità pubblica risparmierebbe centinaia di migliaia di euro, e questi soldi potrebbero essere utilizzati per offrire servizi migliori. Le uniche a rimetterci sarebbero le compagnie farmaceutiche, ma in quale modello di democrazia i diritti di un’azienda, magari anche straniera, hanno priorità rispetto al benessere e all’interesse dei cittadini che vivono in un territorio?  Il diritto universale, permanente e inalienabile alla salute viene messo in secondo piano da chi lo dipinge come un’eccezione al diritto della proprietà intellettuale, che è invece temporaneo e revocabile. Nel mondo alla rovescia delle case farmaceutiche gli interessi privati dei brevetti vanno tutelati anche quando calpestano il diritto pubblico alla vita e alla salute.  La speranza in un mondo più vivo e libero, dove la scienza è amica dell’uomo e cammina assieme a lui, ci arriva dall’azione di alcuni grandi uomini che hanno scritto la storia della pirateria farmaceutica, come Jonas Salk, l’inventore del primo vaccino contro la poliomielite. Il 12 aprile 1955, quando il commentatore televisivo Edward R. Murrow gli chiede a chi appartenga il brevetto sul vaccino antipolio, Salk risponde “Io direi che appartiene alla gente. Non c’è brevetto. Lei può brevettare il sole?” Anche Alexander Fleming, premio nobel per la Medicina del 1945, rifiuta di brevettare la penicillina dopo averla scoperta, e grazie a questa decisione milioni di vite umane sono state salvate dalla disumanità delle leggi di mercato.

 

Il microbiologo Emmanuel Epstein ha dichiarato che “in passato scambiarsi in modo estemporaneo idee e osservazioni tra colleghi per condividere le ultime scoperte, era la cosa più naturale del mondo, ora non piú”, e le sue dichiarazioni segnano il passaggio dall’era dei ricercatori puri desiderosi di produrre e condividere conoscenza all’era della ricerca dei gruppi farmaceutici, dove il profitto aziendale è un obiettivo da raggiungere anche e soprattutto attraverso il protezionismo dei brevetti e il segreto industriale.

Fortunatamente c’è ancora chi fa distinzione tra i profitti privati e l’interesse pubblico, e nella ricerca del bene comune intere nazioni intere nazioni hanno abbracciato la strada della pirateria farmaceutica. Oltre al Sudafrica di Mandela, l’India ha avviato ormai da anni una vitale produzione di farmaci generici esportati in vari paesi del mondo; il Brasile produce localmente otto dei dodici farmaci antiretrovirali utilizzati per il trattamento dell’HIV; gli Stati Uniti hanno approvato nell’interesse nazionale centinaia di licenze obbligatorie su prodotti tecnologici, agroalimentari, farmaceutici e informatici; Regno Unito, Canada e Francia hanno dichiarato di voler violare il brevetto sul trattamento genico del cancro al seno di cui è proprietaria la multinazionale Myriad.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha approvato nel maggio 2004 una risoluzione che “ribadisce con forza il diritto di tutti i Paesi a utilizzare nel modo più flessibile le misure di salvaguardia contenute negli accordi internazionali in materia di brevetti sui farmaci”, e perfino la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo riconosce “il diritto universale ai massimi livelli di salute fisica e mentale ottenibili”.

 

È questo lo spirito che anima la “Tropical Disease Initiative”, un progetto di ricerca nato su internet grazie all’iniziativa di Andrej Sali, professore di Farmaceutica dell’Università Californiana di San Francisco, Stephen Maurer, ricercatore in economia dell’università di Berkeley, e Arti Rai, ricercatrice della Duke Law University specializzata nelle questioni legali che regolano l’attività dell’industria biofarmaceutica.

 

Questi tre pirati della ricerca scientifica hanno creato un gruppo di ricerca sulle malattie tropicali caratterizzato da un approccio aperto e inclusivo: tutti i risultati delle ricerche saranno liberamente condivisi in rete e non verranno richiesti brevetti per le scoperte realizzate all’interno del gruppo.

Senza brevetti, non saranno possibili i monopoli sui farmaci, e il prezzo delle medicine verrà tenuto basso dalla concorrenza tra le varie case produttrici che utilizzeranno le scoperte della “Tropical disease initiative”. L’obiettivo è quello di mettere in campo le migliori risorse della comunità scientifica per un progetto libero dall’ossessione del lucro individuale e guidato da un solo, grande obiettivo comune: mettere a disposizione nel più breve tempo possibile e al minor costo dei farmaci che possono salvare la vita di quel mezzo miliardo di abitanti della terra colpiti dalle malattie tropicali, finora giudicate poco interessanti dalle grandi compagnie di “Big Pharma”, che non hanno mosso un dito per sconfiggere la malaria e le altre “malattie dei poveri”.

 

Oggi chi alza la testa per sfidare i baroni delle pastiglie con la ribellione creativa dei pirati compie un dovere morale verso tutte le persone che muoiono ogni giorno per malattie curabili, e al tempo stesso aggiunge una pagina alla storia che un giorno non lontano porterà all’inevitabile abolizione del sistema dei brevetti, trasformato in un gigante con i piedi d’argilla dall’avidità delle aziende farmaceutiche. “Big Pharma” ha i giorni contati, ed è sempre più vicino il giorno in cui tutti i popoli del mondo stracceranno i brevetti per trasformarli in colorati coriandoli con cui festeggiare l’accesso universale ai farmaci essenziali.

 

 

 

CAPITOLO VIII – Pirati di immagini

 

“Chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche. Il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”.

[Lucio Dalla, Com’è profondo il mare]

 

Mi chiamo Francesco Cascioli, e sono un pirata di immagini. Io mi considero un semplice artista che utilizza liberamente la propria fantasia, ma a volte l’esercizio dell’immaginazione viene considerato una pratica sovversiva e criminale, da sanzionare e reprimere in nome del “diritto d’autore”, e quindi mi ritrovo qui, trasformato in pirata senza aver scelto di esserlo.

In gioventù sono stato dipendente del Poligrafico dello Stato, e nel 1980 mi sono dimesso, perché non condividevo l’estetica dei loro francobolli, ma soprattutto per partecipare alla fondazione de “Il Male”, una storica rivista italiana di satira che ha ospitato nelle sue pagine illustrazioni e scritti di autori come Andrea Pazienza, Vincenzo Sparagna, Vincino, Pino Zac, Jacopo Fo, Sergio Angese e Roberto Perini.

 

Sul “Male” ho pubblicato decine di fotomontaggi, opere di creazione artistica che sarebbe riduttivo definire semplicemente dei “falsi”, così come sarebbe riduttivo descrivere un romanzo e un’invenzione letteraria come un “racconto di fatti falsi e mai accaduti”.  Un giorno ero a casa con un po’ di influenza. Ritagliai una faccia di Fanfani dalla copertina de “L’Espresso” e la posizionai sul corpo nudo del paginone centrale di “Playboy”. L’insieme era grottesco, ma anche piacevole a vedersi. La portai all’allora quotidiano “Lotta continua”, che aveva una pagina di satira — “L’avventurista” — diretta dal vignettista Vincino. Grazie a lui partecipai alla nascita de “Il Male”, e mi sono ritrovato “fotomontaggista”.

 

Il fotomontaggio satirico ha strane regole. Tu trovi la realtà già raffigurata, a te tocca interpretarla, accostarla ad altre immagini e altre realtà, creare con quei frammenti un nuovo significato, per di più un significato politico. Ho realizzato fotomontaggi per venti anni ritagliando qualunque genere di fotografia: ad esempio mi capitava di partire da un oggetto riprodotto in una immagine pubblicitaria, a cui univo una “mano con pistola” ripresa dalla copertina di “Panorama” e per sfondo potevo mettere un’immagine ritagliata da “Famiglia cristiana”. Il risultato di questi accostamenti incrociati era una nuova immagine, da fotografare con un vetro antiriflessi che teneva pressati e fermi gli “ingredienti visivi” di partenza.  Se il fotomontaggio era ben realizzato e illustrava in maniera intelligente un certo argomento, una rivista poteva acquistarlo, il che mi permetteva di guadagnarmi da vivere. Stavo violando il “diritto d’autore”? Stavo truffando il fotografo che aveva fatto uno degli scatti di cui io mi appropriavo?  Oppure stavo usando in maniera creativa della carta colorata regolarmente acquistata in edicola?

La violazione aveva anche altri aspetti paradossali. Mentre il reporter è sempre il proprietario delle sue foto, il fotografo pubblicitario cede interamente i diritti di un’immagine all’azienda che la usa. Quindi non “rubavo” a Oliviero Toscani, ma a Benetton.

 

Riciclavo foto di riviste finite al macero per comunicare significati.  Estraevo la vita dalla morte. Questo riutilizzo delle immagini ha molti punti di contatto col concetto di “intertestualità”, un termine usato dai filologi per indicare la rintracciabilità di testi precedenti in un testo nuovo. Ad esempio: Virgilio ha piratato Omero nella sua Eneide? E Dante li ha defraudati entrambi?

Ma mentre i filologi dibattono nelle università di “intertestualità” e “furti/ispirazioni” tra autori, la comunicazione elettronica ha fatto esplodere questo fenomeno, trasformando milioni di utenti internet in potenziali autori e “riciclatori” di immagini, testi, filmati e musica.

Nella redazione de “Il Male”, alla fine degli anni ‘70, c’erano regole insolite. Non contava tanto la qualità dell’immagine, quanto la battuta che supportava, il che riduceva tutto all’unico comandamento: fa ridere o no? A partire da questa esigenza iniziai a costruire pezzo dopo pezzo un archivio fotografico di immagini strappate alla stampa illustrata dell’epoca.

 

L’archivista di un giornale illustrato non aveva la libertà di cui ho potuto usufruire io. Lui aveva solo la possibilità di far rivivere foto stampandole sulla carta. Io ricavavo da pagine morte — di cui ritagliavo l’essenziale e il riciclabile — i soldi per vivere. Svuotavo i cassonetti a caccia di vecchie riviste, le sfogliavo, strappavo le immagini potenzialmente utili e le catalogavo nel mio archivio. Un fotomontaggista vive sul suo archivio, come le formiche d’inverno campano del magazzino viveri che hanno accumulato.

 

Sulle pagine de “Il Male” abbiamo pubblicato false edizioni di quotidiani nazionali, creato dal nulla casi giudiziari come un finto arresto di Ugo Tognazzi diventato per un giorno il capo delle BR, abbiamo stampato finti avvisi contro i bagnanti da appendere nelle spiagge, contrassegni per entrare nel centro storico e siamo riusciti a creare perfino partiti politici inesistenti e virtuali, partoriti dalla nostra fantasia e dalla nostra voglia di comunicare in modo creativo e libero.

 

Abbiamo falsificato anche i maggiori quotidiani nazionali, con una serie di “prime pagine” che hanno scritto un pezzo di storia della comunicazione italiana. Nel nostro mondo parallelo fatto di immaginazione e creatività il Corriere dello sport annunciava l’annullamento dei mondiali di calcio, l’“Unita” titolava a caratteri cubitali “Basta con la DC!” in piena epoca di compromesso storico, consociativismo e unità nazionale, il “Corriere della Sera” dava la notizia di uno sbarco degli Ufo, “La Stampa” annunciava una “Insurrezione operaia a Torino”, nella nostra versione de “La Repubblica” i titoli di prima pagina proclamavano che “lo Stato si è estinto”.

 

I nostri finti quotidiani sono arrivati anche all’estero: a Cracovia abbiamo distribuito un’edizione del “Trybuna Ludu” (l’organo del Partito Operaio Unificato Polacco), che annunciava l’incoronazione di Karol Wojtyla a re di Polonia. A Mosca è stata portata una “Pravda” fatta in casa e distribuita nella Piazza Rossa per annunciare con qualche anno di anticipo la dissoluzione dell’impero sovietico. Nel 1983 Vincenzo Sparagna si è spinto fino alle montagne dell’Afghanistan, per affiggere sui muri dei bazar di Kabul una falsa edizione della “Stella Rossa” (il quotidiano ufficiale dell’Armata Rossa) che dava l’attesissimo annuncio “Basta con la guerra. Tutti a casa!”.  Ricordo ancora quando dalla redazione ordinammo ad uno scultore un busto in marmo di Andreotti, e organizzammo una cerimonia al Pincio, con Benigni che faceva da presentatore, per inaugurare questo monumento ad uno dei “padri della patria”. La cerimonia era falsa, il busto vero, i meriti politici di Andreotti erano falsi e questo caso di falsoverofalso ha provocato dei problemi alle forze dell’ordine quando, avvertite da chissà chi, interruppero la cerimonia e tentarono di sequestrare il monumento: il poliziotto che provò a spostare il busto pensava che fosse di cartapesta, e ha rischiato di farsi precipitare addosso un pezzo di marmo che pesava quasi 90 chili.  Avevamo chiesto che fosse realizzato in pietra di Carrara, perché nel nostro lavoro amavamo fare le cose con passione e accuratezza.

 

La passione e la cura dei particolari sono gli ingredienti fondamentali di un’altra delle mie opere artistiche: l’invenzione di francobolli inesistenti, che mi ha procurato parecchi problemi con le autorità e mi ha trasformato in un “pirata di immagini”.

 

È risaputo che qualsiasi rettangolino di carta, incollato in alto a destra, riesce a far viaggiare una lettera. I postini non badano più a niente. Io, ad esempio, una volta ho prodotto un francobollo “fintofalso” bucandone uno usato, al centro ci ho scritto in stampatello “i postini non fanno bene il loro lavoro” e la lettera mi è stata regolarmente consegnata dal postino e dal mio portiere: neanche lui si era accorto di niente.

 

E’ così che ho cominciato a realizzare francobolli comico-demenziali come quello sul “Bicentenario dell’Eclissi totale”, il richiestissimo “Anniversario del Vaffanculo”, ideale per lettere d’insulti e d’addio, oppure quello che celebrava il “Bimillenario del fotomontaggio”. Man mano che la mia tecnica si perfezionava, si aggiungevano alla collezione francobolli dedicati ai postini (una categoria a rischio che vive a contatto con la saliva di milioni di sconosciuti) o francobolli di satira politica, che durante l’incollaggio sulle buste permettono di farci beffa dei potenti, utilizzando slogan come “sputagli sulla schiena!” oppure “Silvio sta su con lo sputo!” Dopo aver concepito, prodotto e utilizzato per anni francobolli artigianali autoprodotti, cercando di attirare l’attenzione sulla mia attività artistica, è bastato pubblicare qualcuno di questi francobolli su internet per attirare l’attenzione della Polizia Postale. All’alba del 26 dicembre del 1997 ho festeggiato Santo Stefano assieme a tre poliziotti e un commissario, tutti regolarmente armati, che dopo essermi entrati in casa l’hanno perquisita per 5 ore.

 

Le accuse a mio carico riguardavano la falsificazione di valori bollati e la diffusione di materiale osceno. Una delle mie creazioni, infatti, era un bollo con Berlusconi impegnato nell’attività che ha reso famosa Monica Lewinsky.

Michelangelo Buonarroti ha potuto dipingere una scena di sesso orale nella Cappella Sistina con protagonisti Adamo ed Eva: è il dipinto passato alla storia con il titolo “Il peccato originale”, e si trova proprio sopra la testa del Papa.

 

Io non pretendo di essere al livello di Michelangelo, ma non penso nemmeno di essere talmente scarso da meritare la galera. Oltre ai miei bolli rifatti i poliziotti hanno trovato anche una fotocopia a colori di veri francobolli da 750 lire. L’avevo fatta per vedere se, con una riga di buchi/dentellature fatte con una vecchia macchina da cucire, il bollo fotocopiato sembrasse effettivamente simile ad uno originale. Erano venuti malissimo, non li avrei mai usati. Io faccio francobolli divertenti, molto meglio di quelli del Poligrafico dello Stato, e mi interessa usare quelli per far ridere la gente.

Non avrei mai usato quelle “fotocopie di francobolli” perché erano brutte, ma soprattutto non erano comiche, e anche perché non c’è necessità di riprodurre i francobolli veri, dal momento che qualsiasi rettangolino di carta riesce a far viaggiare una lettera.

 

Avevo pubblicizzato la mia produzione artigianale di francobolli sia sul web che in un articolo uscito su “Linus”, dove invitavo tutti ad usare solo francobolli con il proprio viso. Quei francobolli erano una forma di umorismo gratuito, nel senso che permettono di far viaggiare la corrispondenza gratis, i primi valori bollati dichiaratamente comici, una risata in due centimetri.

Sognavo, e continuo a sognare tuttora, una gara d’appalto bandita dallo Stato per l’ideazione dei francobolli italiani, e perché no, europei. Il Poligrafico in questi anni ha messo in circolazione solo francobolli piccoli, brutti e tutti uguali. Nessuno li guarda piú, neppure i postini che dovrebbero controllarne l’autenticità. Per questo bisognerebbe lasciare spazio a chi inventa francobolli che facciano ridere e siano gradevoli alla vista.

 

Il consumatore ha diritto alla qualità, mentre l’ente pubblico ha rovinato il mercato producendo solo valori bollati banali e senza gusto. Ad esempio che ci voleva a mettere sul retro una colla al sapore di fragola o di mirtilli? Col francobollo più buono e più bello torna la voglia di scrivere, e nel mondo fioriscono l’allegria e le nuove idee.

Mi sono divertito a realizzare francobolli col volto di amici, di clienti e di alcune tra le personalità più in vista, oltre naturalmente ad una serie di autoritratti. Ormai utilizzare francobolli con il volto di un altra persona è come usare uno spazzolino da denti non tuo. A me, e a molti miei amici, farebbe senso: la faccia di un morto sulla mia lettera, e perché? Se la lettera è mia ci metto la faccia mia, o al massimo una barzelletta o una battuta.  Il francobollo col ritratto personalizzato è un monumento ai vivi, che se lo possono godere di più dei defunti. Il bollo personalizzato va visto come un’evoluzione della carta intestata. Fa molto più chic, inoltre i filatelici ne vanno a caccia.

 

Dopo un processo durato quattro anni — con un perito della banca d’Italia convocato in aula a dire che, secondo lui, i miei falsi erano perfetti e avrebbero ingannato chiunque — alla fine sono stato assolto. Solo chi è stato sotto processo può ufficialmente dichiarare di “essere innocente”, e ora, come direbbe Totò, “io lo fui”.

Qualcuno considera il fotomontaggio e l’utilizzo di immagini altrui come violazioni del diritto d’autore, ma personalmente non mi sono mai posto il problema.

 

Il diritto d’autore ha fatto la sua epoca, e un bel precedente giuridico sono le barzellette. Chi ha il diritto d’autore sulle storielle umoristiche? La barzelletta è il prodotto “copyleft”, per eccellenza. Uno la crea ex novo (ma i misteriosissimi “inventori di barzellette” sono del tutto irrintracciabili), o la modifica, o la adatta, oppure si limita a diffonderla su internet, come faccio io da molti anni attraverso mailing list dedicate alle barzellette. Perché la Siae non apre una sezione “barzellettieri”, e tollera che una categoria di autori venga defraudata in modo così totale?

È una vergogna!

 

Un altro esempio sono i libri più venduti del mondo, la “Bibbia” e il “Corano”, entrambi testi ispirati da Dio, che — a quanto risulta — non è neppure iscritto alla Siae. Bell’esempio che ci viene dalle Alte Sfere! L’Autore dei maggiori bestseller di questo (e dell’altro) mondo viene spudoratamente frodato dei suoi diritti, benché abbia molti capolavori al suo attivo. Un tizio ama gli Squallor (un gruppo musical/cabarettistico degli anni ‘70), ha i loro 45 giri, vuole condividere — parola magica — la sua passione con altri, e mette in rete la musica dopo averla trasformata in file mp3. Un altro ha una vecchia videocassetta con un film introvabile di Alberto Sordi, lo digitalizza, lo condivide e quel film diventa nuovamente disponibile anche se nessuna azienda ce l’ha in catalogo.

Un terzo tizio — io in questo caso — si innamora di un filosofo: Gregory Bateson, e pubblica in rete decine di estratti dei suoi libri. Chi è stato danneggiato da questa azione? Il filosofo — nel buio della sua tomba o nella luce del Paradiso — apprezzerà certamente questo lavoro di diffusione dei suoi pensieri. La casa editrice, grazie agli estratti pubblicati online, vedrà pubblicizzato un proprio prodotto: se un filosofo interessa per averne letto delle cose su internet, la gente sarà più invogliata a comprare i suoi libri e leggerli per intero.

 

È un po’ come se io realizzassi il sito del libro in questione. Gli eredi di Bateson forse strilleranno, ma a noi poco importa, e comunque se l’editore poi vende una copia in piú, qualche spicciolo lo riceveranno anche loro.

Non so se con le mie azioni derubo qualcuno, ma ho il diritto di sentirmi “Robin Hood”, perché col mio gesto arricchisco tutti. L’informazione è l’unico bene che possa venire ceduto e conservato nello stesso tempo.

 

È una merce strana: non impoverisce chi la dà, e può arricchire enormemente chi la riceve. Un animale come l’uomo, che vive in gruppo, gode di un doppio vantaggio: quello del sapere, e quello di poter scambiare il suo sapere con qualcos’altro, con un altro sapere. La Grande Rete sembra fatta apposta per moltiplicare questa tipica capacità dell’uomo: produrre, diffondere e scambiare cultura.

Solo una società capitalistica e mercificante come la nostra, può etichettare come “prodotti editoriali” una musica o un testo filosofico, che diventano prodotti, oggetti da vendere e merce comune anziché opere d’arte da usare come nutrimento per l’anima e la mente. Nei secoli bui del Medioevo nessuno avrebbe osato fare un’operazione del genere, a quell’epoca la cultura aveva ancora una sua dignità.

 

L’amanuense che copiava Platone, lavorava per il bene di tutti. La nobile istituzione delle “Biblioteche pubbliche”, non è stato che un precedente storico della Rete: tutta la cultura riunita un solo luogo, disponibile per essere studiata e copiata, conservata in ordine perché tutti possano approfittarne. Internet e i sistemi “peertopeer” di scambio dei file sono — per metafora — la biblioteca di Alessandria dell’era contemporanea.

 

CAPITOLO IX – Videopirateria

 

“Evitate i rapporti con le major discografiche, la strada da percorrere è l’autoproduzione e la distribuzione attraverso circuiti autogestiti”.

[Frankie HiNrg, musicista. Dichiarazione rilasciata nel luglio 2004]

 

Qual è la materia prima che usano gli artisti? Di cosa si nutre il genio creativo? Quali sono i mattoni con cui vengono costruite le opere dell’ingegno? Tra le varie pratiche di pirateria culturale, la pirateria audiovisiva è sicuramente una delle più affascinanti, una forma d’arte e di rielaborazione delle immagini e dei suoni finora “ignorata” dalla cultura ufficiale.

Il pirata audiovisivo non ha a disposizione grandi studi di produzione, non ha dietro le spalle una casa discografica, non lavora con budget da milioni di euro, non è favorito da massicce campagne pubblicitarie, non ha uffici stampa o uomini del marketing che promuovono la sua immagine.

 

È un Davide della comunicazione multimediale, che utilizza come fionda e come sasso contro i Golia di Hollywood due potentissimi strumenti: la propria immaginazione e le nuove tecnologie della comunicazione, che permettono di trasformare il computer di qualsiasi ragazzo, opportunamente collegato a internet, in uno studio di doppiaggio, una casa di produzione musicale, un laboratorio di regia o una sala di montaggio.  Chi non ha soldi o non fa parte di grandi potentati mediatici utilizza come materia prima la musica e i film già prodotti da altri, riplasmandoli e rivestendoli di nuovi significati e messaggi, creando di fatto nuove opere dell’ingegno a partire da icone già impresse nell’immaginario collettivo.

 

È così che la regia cinematografica non è più un gioco riservato ai figli di papà, ai figli d’arte o ai figli di buona donna capaci di mettere insieme i soldi necessari ad una produzione, ma diventa un linguaggio espressivo alla portata di tutti. Basta prendere immagini e inquadrature già realizzate dai paperoni del cinema e trasformarle in ingredienti per un nuovo racconto, che verrà costruito e assemblato grazie alle sbalorditive potenzialità dell’informatica applicata alla cinematografia.

Chi si avventura in questi affascinanti mari della pirateria agisce sotto la continua minaccia delle ritorsioni da parte degli autori originali delle opere riplasmate, sempre pronti a stracciarsi le vesti gridando al plagio anche quando il risultato finale del lavoro creativo è lontano anni luce dagli ingredienti di partenza.

 

È un rischio che dà un doppio valore all’arte dei pirati audiovisivi, che esprimono al tempo stesso il valore del genio e quello della ribellione contro regole ingiuste. Questo ideale romantico, l’amore per la propria immaginazione e fantasia, li rende pronti a rischiare in prima persona pur di seguire la passione e il fuoco artistico che li divora, disposti a sfidare i giganti per affermare il proprio diritto alla libera espressione delle idee, anche quando queste idee nascono a partire da film o da canzoni che qualcun altro ci ha fatto entrare in testa.

 

È proprio questo il punto della questione: quando prendo una canzone e ne cambio il testo per esprimere un nuovo messaggio, cosa sto facendo esattamente? Sto rubando qualcosa a un artista oppure sto attingendo ad un linguaggio musicale che si trova già nella mia testa e in quella di tantissime altre persone? Una canzone famosa è ancora paragonabile a un oggetto che si trova stretto saldamente nelle mani del suo proprietario oppure si trasforma in un “alfabeto” condiviso che chiunque può utilizzare per dire cose nuove? L’obiettivo di ogni casa discografica è quello di farci entrare in testa una canzone: possiamo biasimare chi decide di non lasciarla lì, ma di farla uscire dalla propria mente dopo averla arricchita e riplasmata con creatività?

Ci vuole più fantasia e ingegno per scrivere un film a partire da zero o per cambiare i dialoghi, la trama e il messaggio di un film già realizzato, sovrapponendo alle vecchie immagini una nuova storia e un doppiaggio “fatto in casa” con un microfono e un computer?

Dare nuova forma a contenuti già espressi da altri non è una novità introdotta dalle moderne tecnologie: William Shakespeare, ad esempio, ha adattato il suo “Romeo e Giulietta” dalla poesia di Arthur Brooke The Tragicall Historye of Romeus and Juliet, che Brooke a sua volta aveva basato su una traduzione francese curata da Pierre Boaistuau di vari racconti italiani.

La prestigiosa rivista Scientific American, in un editoriale del febbraio 2005, si è espressa molto chiaramente sull’approccio di Shakespeare al riciclaggio d’arte: “la storia delle opere creative è la cronaca di lavori presi in prestito da altri”.

 

Perfino il “Don Giovanni” di Mozart è il risultato di una rielaborazione creativa di arte già esistente, dal momento che il librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ha copiosamente attinto dal lavoro di Giovanni Bertati, che aveva scritto per Giuseppe Gazzaniga il libretto di un’opera omonima. Mozart, quindi, è il complice di un pirata? Da Ponte era un criminale? Oggi probabilmente la risposta di molte case discografiche sarebbe affermativa, ma fortunatamente ai tempi di Mozart l’arte altrui era una materia prima piu’ duttile e meno imbrigliata, che permetteva di aggiungere il proprio genio a quello dell’autore originario.

Il “re” italiano della pirateria audiovisiva, che ha utilizzato la sua voce per ridare nuova vita a due film di culto come “Superman” e “Guerre Stellari”, si chiama Carletto FX,[8] dove la sigla FX sta per “effects”, cioè gli effetti speciali che Carletto realizza in modo artigianale con l’aiuto di un semplice computer.

 

Carletto è anche il leader dei “Gem Boy”, un gruppo musicale che reintepreta in modo originale canzoni famose e sigle dei cartoni animati, riscrivendone i testi con uno stile goliardico e demenziale che nel corso degli anni ha saputo conquistare migliaia di appassionati in tutta Italia.  Il successo di questo gruppo non nasce da un piano commerciale studiato a tavolino, o da massicce campagne pubblicitarie, ma da una semplice scelta di autopromozione: diffondere su internet i propri brani gratuitamente e liberamente.

 

I Gem Boy hanno dimostrato una cosa molto importante nel panorama musicale italiano: qualsiasi gruppo di amici che si riunisce per suonare divertendosi e che produce musica godibile può diventare con poco sforzo una vera e propria band che trascina centinaia di persone ai propri concerti. Per riuscire in questa impresa basta scegliere di non affidarsi agli squali delle case discografiche, sempre a caccia di nuovi talenti da spremere come limoni, e decidere invece di consegnare la propria arte al benefico passaparola del popolo delle reti, anziche alla crudele spietatezza della Siae.

 

“Diffondere i nostri brani in rete è stata quasi una scelta obbligata — racconta Carletto — noi abbiamo cominciato suonando cover con il testo rivisitato, e nessuna casa discografica avrebbe accettato di pubblicare le nostre manipolazioni. Per fortuna internet è un mondo libero e da sempre chi voleva sentire la nostra musica ha potuto trovarla in rete. Grazie al passaparola noi siamo diventati il gruppo più famoso d’Italia senza esserlo.

Non siamo famosi perché non siamo su Mtv ne sulle copertine dei giornali, ma al tempo stesso lo siamo perché centinaia di migliaia di persone, grazie al tamtam della rete e al passaparola sotterraneo, conoscono il nostro nome e hanno sentito almeno una nostra canzone. Eppure la maggior parte di queste persone non sa neppure che faccia abbiamo. Nonostante i Gem Boy abbiano venduto pochissimi dischi, e tutti attraverso circuiti informali di distribuzione, ogni volta che organizziamo un concerto ci sorprendiamo nel vedere migliaia di persone che conoscono le nostre canzoni a memoria. Qualcuno viene perfino a chiedermi l’autografo per i miei ridoppiaggi.  Sono un famoso virtuale.

Il problema dello scambio di musica in rete non riguarda chi è nato come me sull’onda di questo fenomeno o i ragazzi di oggi che provano ad avvicinarsi alla produzione musicale, ma riguarda solo quelli che fino a ieri hanno campato sulla vendita dei dischi.

 

Un tempo i discografici vendevano più dischi: solo in pochi potevano permettersi studi di registrazione importanti, i tecnici audio erano i soli a capire come funzionavano i loro macchinari astrusi e costosissimi, le stampe dei Cd erano molto costose. Tutto sembrava giustificare il prezzo dei dischi, e ogni artista desiderava di entrare a far parte di quella elite, ma nel giro di pochi anni tutto è cambiato. Con un po’ di sbuzzo, con i programmi per l’editing audio che diventano sempre più facili da usare e con un minimo di attrezzatura musicale chiunque può realizzare un prodotto valido, ed è qui che si inceppa tutto il meccanismo, perché i costi di produzione si sono abbattuti ma il prezzo dei Cd è rimasto lo stesso”.

 

Il “ridoppiaggio” più famoso realizzato da Carletto è senza dubbio “Star Whores”, una rivisitazione di “Star Wars” (Guerre Stellari) che nel giro di pochi mesi è diventata il film autoprodotto con il maggiore successo di pubblico nella storia della cinematografia italiana, un fenomeno mediatico scaricato in rete da migliaia di persone.

 

Nel nuovo racconto di Carletto (che utilizza le vecchie immagini di George Lucas) i protagonisti non sono più le forze ribelli, ma gli stessi Gem Boy, descritti come un gruppo musicale che sfida il sistema diffondendo nello spazio la propria musica in formato Mp3. Il malvagio Darth Vader diventa un funzionario della Siae deciso a stroncare con le buone o con le cattive l’attivita dei Gem Boy. Il tutto è condito da un linguaggio sboccato e goliardico che però non scade mai nella volgarità gratuita, e dalla voce di Carletto, il “doppiatore unico” del film, che si rivela straordinariamente versatile nell’adattarsi a tutti i personaggi.

Star Whores manda un messaggio serio in modo scherzoso: oggi è in atto una lotta tra forze positive che cercano di esprimere in modo libero creatività e fantasia e forze negative che cercano di criminalizzare alcuni comportamenti (come la copia di musica ad uso personale e senza scopo di lucro) che ormai sono diventati un fenomeno sociale, e non possono più essere considerati una devianza criminale. Carletto FX racconta che Il mio sogno è sempre stato quello di fare cinema: dirigere, montare, recitare. Ogni volta che finisco di “ridoppiare” un film e vedo i personaggi famosi recitare con le cose scritte da me e con la mia voce, questo sogno prende forma. Un ridoppiaggio richiede molti mesi, ma è un lavoro che faccio volentieri come “palestra creativa”, perché mi piace far ridere la gente, mi piace stupire chi guarda i miei film e me stesso, e vorrei lasciare un segno che mi faccia ricordare dagli altri.

 

Ho cominciato a scrivere la sceneggiatura di “Star Whores” nel settembre 2000, e in totale la produzione del film ha richiesto ben 10 mesi di lavorazione, di cui 2 solo per la stesura della storia.  Non mi sentivo il nuovo George Lucas, al massimo il nuovo Mel Brooks.

All’epoca in cui nacque l’idea di scegliere un film, riscriverne completamente la sceneggiatura, ridoppiarlo e ricrearne integralmente il sonoro, noi Gem Boy avevamo deciso di uscire dal circuito dei piccoli pub di provincia per tentare il cosiddetto “salto di qualità” e cominciare a suonare nei grossi club di tutta Italia.  Le incertezze e le paure erano tante. Per evitare il più possibile che questo tanto auspicato salto di qualità si trasformasse in un salto nel vuoto, a me venne in mente di realizzare il progetto Star Whores, di utilizzare internet come cassa di risonanza per diffondere il più possibile il nome Gem Boy e ampliare di conseguenza il nostro seguito ai concerti live di tutta Italia.

 

Ancora oggi rimango piacevolmente colpito nel vedere quante persone che non hanno mai sentito parlare dei Gem Boy arrivino ai concerti per scoprire chi si nasconde dietro al nome di un gruppo musicale messo così in rilievo in questo film e, una volta visto il concerto, entrino a far parte del nostro seguito.

 

È pazzesco accorgersi di quanto questa idea si sia dimostrata vincente e di quanto tutto il gruppo alla fine ne abbia beneficiato.

Dal punto di vista delle “major” di Hollywood Carletto è un criminale, l’autore di un plagio indebito di icone sacre della cinematografia. Dal punto di vista della cultura universale, invece, le sperimentazioni innovative della pirateria audiovisiva hanno aperto le porte a nuovi linguaggi espressivi basati sull’utilizzo creativo di immagini già note, usate come “materia prima” per creare opere dell’ingegno assolutamente originali, che peraltro fanno anche pubblicità indiretta alle “fonti” utilizzate come materiale.  Lo scambio di video in rete, la rielaborazione creativa di musica e filmati, il rimontaggio artistico e il ridoppiaggio di materiale video sono una delle nuove forma d’arte nate con la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e questa pionieristica pirateria audiovisiva va incoraggiata e tutelata dalle persone sagge e lungimiranti, che vedono l’arte di domani nella presunta illegalità di oggi.

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO X – Arte pirata

 

“The words of the prophets are written on the subway walls and tenement halls…”.

[Simon & Garfunkel, The Sound of Silence]

 

“Sarebbe stupido relegare l’arte nei musei”

[Keith Haring]

 

 

Quando ero piccolo mi piaceva molto disegnare, e ricordo ancora oggi la frustrazione di un pomeriggio in cui non riuscivo a trovare fogli bianchi in casa. Mi capitava di restare da solo, perché mia mamma faceva l’insegnante in una scuola a tempo pieno, e quel giorno non c’era in casa neanche un mezzo foglietto da colorare.

 

Fu così che decisi di compiere il mio primo gesto di pirateria artistica, e detti briglia sciolta alla mia fantasia e a un pennarello rosso utilizzando i margini bianchi di un libro che trovai negli scaffali di casa.  Rileggendo quell’esperienza molti anni dopo, riesco a comprendere meglio lo spirito che anima i pirati dell’arte che riempiono di colore le città grigie e violentate dai vandali che le riempiono di fumi industriali, cartelloni pubblicitari, scorie inquinanti, discariche a cielo aperto, quartieri ghetto con palazzine tristi e altri “effetti collaterali” della modernità, ben diversi dagli spruzzi di colore che qualche Sindaco vorrebbe bollare come il nemico pubblico numero uno.

Ogni colpo di spray lanciato nell’aria delle nostre periferie nasce da una compressione della fantasia e della creatività di chi è ancora abbastanza vivo per sognare a colori.

Ogni spazio negato nelle città costruite a misura delle industrie e non dei ragazzi stimola la ricerca di angoli di strada, margini di muro, ritagli di periferie e tavolozze urbane simili a quelle che da piccolo ho cercato nei margini dei libri, prima che il nozionismo scolastico atrofizzasse la mia voglia e la mia capacità di disegnare.

I pirati delle città che colorano i muri con la loro immaginazione, e sfidano la repressione degli uomini grigi in cravatta, hanno la “colpa” di essere più colorati e fantasiosi di chi tollera devastazioni ambientali in nome dell’“occupazione”, ma si dimostra severissimo e inflessibile contro chi realizza illustrazioni murali in nome della libertà di espressione.  Abbiamo scelto un compromesso con l’inquinamento industriale, accettando rischi per la salute pubblica, abbiamo accettato un compromesso con evasori e palazzinari, che hanno beneficiato di condoni fiscali e condoni edilizi, un ministro della Repubblica ha dichiarato addirittura che “bisogna convivere con la Mafia”, ma quando si tratta dei pirati cittadini che colorano i muri delle nostre città nessun compromesso ci sembra accettabile in nome del diritto all’espressione, e invochiamo la “tolleranza zero” per sbattere in galera ragazzini colpevoli di avere troppa fantasia. Troppo facile prendersela con i più deboli, con i più giovani e con chi non ha una lobby che lo rappresenta: perché la collettività non si fa carico dei costi di ripulitura dei muri senza criminalizzare chi li dipinge, e al tempo stesso sceglie di assolvere chi costruisce in riva al mare e si fa carico dei gravissimi danni che provoca chi sottrae all’Italia aree di grande rilevanza storica e naturalistica, o chi ruba soldi frodando il fisco?

Nelle nostre città la repressione degli spray e la lotta ai “graffitari” sono lo sport preferito degli amministratori locali, che confondono la pulizia della politica con la pulizia dei muri, o meglio con il loro squallido grigiore.  L’imbrattamento pubblicitario che inquina di messaggi avidi e volgari gli autobus, i muri, i cartelloni stradali, le metropolitane, le facciate dei palazzi e perfino i monumenti storici, viene tollerato, legittimato, apprezzato, incoraggiato in nome dello “sviluppo economico”, ignorando le necessità di uno sviluppo più urgente, lo sviluppo creativo della fantasia dei ragazzi e della loro voglia di esprimersi e colorare il nostro mondo.  Come sarebbe bella, la nostra povera Italia, se la lotta alla Mafia e al malaffare fosse condotta con la stessa determinazione della lotta agli spray!

Nel febbraio 2005, una maxiretata ha colpito 35 writer del comasco, di cui 14 minorenni, accusati di danneggiamento e imbrattamento. Milleduecento fotografie, decine di pedinamenti e intercettazioni telefoniche raccolti nell’arco di tre anni ad ogni ora del giorno e della notte: il Nucleo investigativo della polizia locale di Como non ha badato a spese per catturare i pirati dell’arte.

 

Gli uomini grigi sono stati orgogliosi di questo gravissimo colpo inferto alla “criminalità” locale, e per questa grandiosa azione contro un gruppo di ragazzini il Nucleo investigativo è stato premiato con la “Croce e nastrino per meriti speciali” della Regione Lombardia, la massima onorificenza per le polizie municipali e per i gruppi regionali della protezione civile.  Basta con i colori, gli spray, le scritte, i disegni, l’avventura, l’adrenalina, la voglia di stare in gruppo: pensate a cose più serie come l’abusivismo edilizio condonabile, i falsi in bilancio depenalizzati o l’evasione fiscale, roba da gente seria e persone per bene.

 

È questo il messaggio sulla fantasia e la legalità che stiamo consegnando alle giovani generazioni, e che la polizia di Como ha trasmesso ai ragazzi arrestati e processati per la loro pirateria artistica.

Anche il comune di Monza ha sguinzagliato agenti in borghese per la creazione di un archivio fotografico dei “tag”, catalogando le firme più ricorrenti sui muri cittadini, e gli scenari d’azione preferiti dai pirati dell’arte vengono costantemente monitorati. Il sindaco di Milano Gabriele Albertini nel 1999 ha addirittura annunciato delle “taglie” sui writers, promettendo un milione di vecchie lire ai cittadini più solerti nel denunciare alle autorità i pirati dell’arte urbana.

 

Per questo ed altri episodi Milano è diventata la capitale italiana dell’oscurantismo artistico e della repressione contro la pirateria urbana. Il senatore di Alleanza Nazionale Riccardo De Corato, che ricopre anche l’incarico di vicesindaco nel capoluogo lombardo, ha presentato un disegno di legge per modificare l’articolo 639 del codice penale, che punisce il “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”.

La proposta è quella di punire i pirati dell’arte urbana con la reclusione fino a tre mesi, una sanzione pecuniaria e l’obbligo di ripulitura dei luoghi.  E il tutto dovrebbe avvenire procedendo d’ufficio, quindi anche nel caso in cui il proprietario dell’immobile non sia interessato a sporgere denuncia. Se il fatto riguarda strutture collocate nei centri storici la punizione auspicata da De Corato lievita fino ad un anno di galera, quanto basta per trasformare un giovane artista in un criminale incallito grazie all’indubbio effetto di “rieducazione” delle strutture detentive italiane.

Nell’ottobre 2004 De Corato ha avuto anche il piacere di ospitare il tenente Steve Mona (nomen omen), il capo della “Vandal Squad” della polizia di New York, il commando antigraffiti specializzato nella caccia ai writers.

I poliziotti hanno la facoltà di garantire l’immunità ai minorenni colti sul fatto, ricevendo in cambio informazioni sull’identità di altri pirati dell’arte.

Le tecniche di investigazione della “Vandal Squad” comprendono anche l’infiltrazione nelle feste e nei raduni giovanili, per fotografare e schedare centinaia di volti da immagazzinare e catalogare nel computer.  Dalla fine degli anni ‘80 ad oggi, Mona ha arrestato una media di mille pirati all’anno nella sola città di New York, e i suoi slogan ricordano le frasi secche e laconiche di Terminator, Robocop o Judge Dredd: “Non sono un critico d’arte, non devo distinguere fra graffiti belli o brutti. Il mio lavoro è arrestare chi li fa perché la legge dice che è vietato farli. Punto. A New York è vietato vendere bombolette spray ai minorenni. A Chicago è vietato del tutto. Per chi fa un graffito c’è l’arresto e basta: niente multe, non servono a nulla. Abbiamo schedato, scannerizzato e sottoposto a perizia calligrafica tutti i graffiti della città: se vieni arrestato per la seconda volta, sei punito non solo per il graffito che stavi facendo ma anche per tutti quelli uguali registrati nel nostro archivio”.

 

Per foraggiare i 67 agenti specializzati che fanno parte della “Vandal Squad”, asserragliati nel loro “fortino” in fondo a Brooklyn, la città di New York spende 5 milioni di dollari l’anno, Ma non tutte le istituzioni sono insensibili all’arte di strada: una storica sentenza del 1994 ha scagionato due giovani pirati milanesi dell’arte urbana dall’accusa di aver compiuto “atti vandalici” nella stazione di San Donato della metropolitana. Secondo il giudice il fatto non sussisteva, e questa assoluzione ha portato con s´e l’implicito riconoscimento di un valore artistico delle opere di arte urbana.

Se consideriamo i muri delle nostre città come dei “mezzi di diffusione” del pensiero, il loro libero utilizzo da parte dei pirati d’arte puó essere considerato un esercizio del diritto costituzionale di manifestazione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.  Se, invece, i colori dei pirati dell’arte vengono considerati “sporcizia” e la loro presenza sui muri un “danno”, allora le considerazioni da fare sono differenti, e riguardano l’articolo 639 del codice penale, che prevede una multa per chi sporca con vernice cose mobili o immobili altrui, e l’articolo 635, che punisce chi danneggia edifici pubblici, anche con pene detentive che possono arrivare fino a 12 mesi.

Se nel mondo avesse vinto la repressione degli uomini grigi che combattono la pirateria artistica urbana, un grande artista come Keith Haring sarebbe stato sbattuto in cella prima di poter trasportare i suoi disegni dai muri di New York alle grandi gallerie di arte contemporanea.

Ma tutti gli sforzi dei censori e dei nemici della pirateria artistica urbana sono destinati a fallire: nessuna legge, multa, repressione o pattugliamento potrà frenare lo spirito creativo che abita l’animo dell’uomo sin dall’età della pietra, e che ha permesso a noi e ai nostri antenati di immaginare arte e bellezza di fronte a nude caverne, pelli di pecora, tele immacolate, fogli bianchi, muri cittadini, vagoni ferroviari e ogni altro genere di superficie anonima e monocolore su cui l’occhio umano ha avuto la possibilità di posarsi.

 

Gli artisti urbani sono come la sabbia che sfugge al pugno chiuso che vorrebbe stringerla, controllarla, stritolarla, dominarla e confinarla all’interno di spazi predefiniti. Ma nessun recinto sarà mai abbastanza grande per soddisfare la voglia di libertà dei pirati dell’arte, che non accettano di sottomettersi a niente e a nessuno, ma ubbidiscono solamente alla propria fantasia.

I pirati dell’arte sono convinti, e con buone ragioni, di offrire un servizio pubblico al territorio in cui vivono, portando un po’ di colore nelle aree urbane afflitte dal grigiore e dalla bruttezza della decadenza postmoderna.  Per un writer un muro grigio, uniforme, monocolore, triste, monotono e spento è una forma di bruttura e di violenza allo sguardo peggiore di qualsiasi altro segno, traccia o spruzzo di tinta che puó essere lasciato su quel muro.

 

L’unica soluzione efficace e praticabile per chi non sopporta di vedere i muri del proprio quartiere ricoperti di “tag”, le firme con cui i writer segnalano la loro presenza e marcano il proprio territorio, è quella di chiamare un altro writer o una “crew”, un gruppo di artisti dell’arte urbane, per realizzare su quel muro un “pezzo”, cioè un vero e proprio quadro metropolitano che utilizza quel muro come tavolozza, e che in ragione del suo valore artistico ha il diritto di sovrapporsi alle tag.[9]

Nessuno metterà altre scritte o tag su quel pezzo: quel muro rimarrà intoccabile, protetto dalla stessa arte che ospita. Come tutte le culture, anche la cultura della pirateria artistica urbana ha i propri valori, e uno di questi valori è il rispetto degli altri writers, delle loro opere e della qualità del loro lavoro. Quelli che molti considerano vandali deturpatori della bellezza cittadina non si sognerebbero mai di ricoprire un disegno di altre persone con i propri colori, e questo vale anche per le opere d’arte e gli artisti del passato.  Nessun pirata dell’arte urbana avrà mai voglia di ricoprire il Colosseo, il Duomo di Milano o altri edifici storici con i propri lavori, perché si aspetta che anche le proprie creazioni vengano rispettate e tutelate dagli altri.

Il rapporto del pirata dell’arte urbana con le proprie creazioni è stato descritto efficacemente da un writer che si firma con la tag “Coda”, in un messaggio lanciato su internet: “mettere l’anima su un muro e fare un passo indietro per osservare le proprie paure, speranze, sogni e debolezze, permette di raggiungere una profonda consapevolezza di sé stessi e del proprio stato mentale”.

 

In un futuro non troppo lontano, il mondo guarderà con più benevolenza ai pirati del colore che si esprimono sui muri cittadini, e già oggi un sondaggio realizzato dall’Eurispes e dal Telefono Azzurro ha rivelato che il 76% degli adolescenti tra i 12 e i 19 anni si dichiara favorevole alla presenza di murales e graffiti nelle strade cittadine, e il 44% li considera una forma d’arte. Il 60% dei ragazzi intervistati ritiene che sia lecito dipingere su un muro e attribuisce al writing una funzione di abbellimento delle città.

 

Ma chi vuole liquidare questo fenomeno come un recente capriccio giovanile ha fatto male i conti con la storia. La pirateria artistica urbana ha un percorso che viene da lontano, e affonda le sue radici nel rapporto ancestrale tra l’uomo e il segno grafico nato nelle caverne quando i linguaggi erano ancora da inventare. Il termine “graffiti” ha le sue radici etimologiche nei termini greci graphè (scrittura) e gràphein (scalfire, incavare, disegnare).  Nelle sue forme attuali, il fenomeno del writing è associato alle attività dei pirati dell’arte metropolitana che negli anni ‘70 hanno cominciato a colorare le strade di New York, ma già nell’antica città di Pompei le strade erano piene di scritte che deridevano i personaggi pubblici dell’epoca o esprimevano i sentimenti d’amore di un uomo o di una donna.

 

I graffiti, i murales, le pitture rupestri e le opere d’arte urbana sono stati da sempre la voce di chi non ha voce: nella prima metà del ‘900 l’artista messicano Diego Rivera ha realizzato giganteschi murales pieni di messaggi storici, politici, sociali e culturali. La passione che lo ha spinto a colorare chilometri e chilometri di pareti per più di quarant’anni nasce dall’amore per il suo popolo e la sua terra, per la storia delle antiche civiltà latinoamericane, per la grande ricchezza culturale delle popolazioni indigene. Per realizzare i suoi lavori, Diego si arrampicava su impalcature altissime e rimaneva l‘ı sopra per giorni e giorni, mangiando, dormendo e vivendo accanto alla sua arte fino al completamento del suo sforzo espressivo, grafico e comunicativo.

 

I murales di Rivera sono diventati anche uno strumento di “alfabetizzazione” per le fasce più povere della popolazione.  Quello del Messico non è un caso isolato: la pirateria artistica urbana è uno strumento di liberazione, di denuncia e di controinformazione utilizzato in molte zone del pianeta segnate dall’oppressione, dalla violenza e dalla guerra, come l’Irlanda, la Palestina, il Cile, e perfino l’Iraq, dove sui muri devastati dai bombardamenti sono apparse opere d’arte urbana che denunciano le torture subite nel lager di Abu Ghraib.

 

Anche nella nostra Italia i dipinti murari sono diventati uno strumento di cultura. Nella città sarda di Orgosolo, la tradizione di dipingere le rocce e le pareti degli edifici è nata nel 1969, nel pieno della contestazione giovanile.

I murales di Orgosolo nascono dalla fantasia e dalla creatività della popolazione locale, stimolata dal genio artistico di Francesco del Casino, l’autore della maggior parte dei murales orgolesi. Del Casino, originario di Siena e insegnante di professione, dopo aver trasferito la sua residenza a Orgosolo ha ravvivato assieme ai suoi studenti la tradizione dei murales nata alla fine degli anni ‘60. Oggi le opere d’arte urbana presenti nella zona sono più di 250, e i disegni realizzati comprendono dipinti che denunciano la corruzione della politica, le azioni militari della Nato, la condizione dei detenuti all’interno delle carceri, la guerra in Ex-Jugoslavia e l’assedio di Sarajevo, la violenza del regime cinese in piazza Tien An Men, ma anche immagini che trasmettono l’armonia della campagna sarda, con scene di vita quotidiana che ritraggono uomini a cavallo, donne con i figli in grembo, pastori che tosano le loro pecore e contadini al lavoro.

Un’altro grande avventuriero della comunicazione grafica urbana è Keith Haring, morto nel 1990 a 32 anni dopo aver regalato ai muri del mondo la sua inimitabile arte pittorica, con un tratto inconfondibile caratterizzato dalla presenza ricorrente degli “omini” stilizzati che sono diventati il suo marchio di fabbrica. La passione di Haring per la pirateria artistica urbana nasce per caso nella metà degli anni ‘70, quando in una stazione della metropolitana newyorchese l’artista si imbatte in un pannello nero, temporaneamente libero dagli annunci pubblicitari che avrebbero dovuto ricoprirlo.  Pochi minuti dopo, Haring aveva già in mano la confezione di gessetti bianchi che avrebbe trasformato in un’opera d’arte quel pannello nero, concepito per essere un amplificatore di bisogni d’acquisto indotti artificialmente.  Nelle note autobiografiche pubblicate su internet Keith Haring racconta che disegnare in pubblico nel cuore della metropolitana è stata una specie di esperimento filosofico e sociologico. Quando disegnavo lo facevo di giorno, e c’erano sempre delle persone che mi osservavano. C’erano sempre scambi e interazioni, sia con le persone che erano interessate al mio lavoro, sia con quelle che volevano dirti che non avresti dovuto disegnare in quel posto.

 

Io imparavo osservando le reazioni e le interazioni che le persone avevano con i disegni e con me, e osservando questi comportamenti come un fenomeno sociologico. Se ho continuato a disegnare per cosí  tanto tempo, è stato anche grazie all’eccezionale feedback che ho ricevuto dalle persone, alla partecipazione di chi mi osservava disegnare, ai commenti, le domande e le osservazioni che mi arrivavano da ogni genere di persona immaginabile: bambini molto piccoli, vecchie signore e studiosi di storia dell’arte.

 

Durante gli anni della sua produzione artistica la mano di Keith Haring regala bellezza a molte città del mondo, e dalla metropolitana di New York lo spirito di questo pirata dell’arte lo porta a Parigi, Tokyo e Roma, dove un gruppo di ignari addetti comunali cancellano i suoi disegni dal valore incalcolabile nella tratta Flaminio-Lepanto della linea A. Nel 1986 Haring dipinge anche il muro di Berlino, portando la libertà dell’arte sui mattoni che negavano la libertà delle persone. La sua parabola artistica culmina nel giugno del 1989, quando la parete posteriore della Chiesa di S. Antonio di Pisa viene decorata con l’ultima opera di questo grande pirata dell’arte cittadina: il murales “Tuttomondo”.

 

Oggi le gallerie d’arte e i collezionisti privati cercano di intrappolare nei loro salotti buoni l’arte di Keith. Molti uomini convinti di poter dominare la vita e la natura cercano di catturare con lo spillone le farfalle, illudendosi di poter mettere sottovetro l’eccezionale bellezza del loro volo. Allo stesso modo, la vera arte di Keith Haring non è stata quella che oggi si esprime staticamente nelle collezioni miliardarie, ma il suo magnifico volo di farfalla colpita dall’Aids, che ha portato nuova vita nel grigiore dei tunnel metropolitani, sui muri dell’oppressione e perfino nelle strade italiane. “Sarebbe stupido relegare l’arte nei musei”: sono queste le parole che Keith ci ha lasciato come eredità spirituale, un messaggio che racchiude in sé tutta la bellezza della pirateria artistica che porta vita pulsante nelle nostre città.  I sogni colorati di avventura e libertà della pirateria artistica urbana sono ancora vivi nei cuori e nelle menti di migliaia di ragazzi che in tutti i paesi del mondo rischiano in prima persona per poter esprimere la propria arte sui muri delle città. Il nostro mondo è un posto meno grigio in cui vivere grazie agli artisti ribelli sopravvissuti al bombardamento mentale del consumismo, spiriti liberi che spruzzano nell’aria vernice e idee che impregnano le nostre metropoli squallide e degradate, cambiandone per sempre il volto.

 

Uno di questi ragazzi è “Dada”, un pirata dell’arte urbana che rivela con le sue parole i valori e la cultura di quello che i “grandi” etichettano in modo superficiale come “vandalismo”:

Il writing è una rivendicazione di spazi per l’espressione delle proprie capacità, un’arte che nasce dalla necessità di esprimersi e sfuggire al soffocamento delle città che tendono a emarginare le realtà e i quartieri difficili anziché contribuire ad un reale progresso civile, è un tentativo di venire fuori, emergere, mostrare se stessi e le proprie capacità. E’ questo che fa dei vagoni il migliore supporto per il writing.

 

Il treno permette al tuo pezzo di muoversi, aumentando le possibilità di essere notato. È uno stimolo che ti spinge a crescere e a evolvere il tuo stile. È un’arte che comporta delle responsabilità, perché c’è poco da scherzare se vieni beccato mentre dipingi.

L’interesse da parte delle istituzioni e dei media nei confronti del writing è inquinato da una volontà di controllo sul movimento.

C’è chi prova a strappare quest’arte ai suoi luoghi di origine, la metropolitana e la strada, per “pulirla”, ingabbiarla, adattarla ai propri interessi e “risucchiarla” in quelli che sono i canali ufficiali di diffusione artistica: mostre, gallerie, pezzi su tela. Ma la forza di espressione del writing è da ricercarsi anche nel supporto, nell’ambiente in cui questa arte prende vita dalla notte al giorno.

 

C’è chi cerca di snaturare e stravolgere quest’arte pirata, portandola nei musei, nei salotti buoni dell’arte mercificata e negli spazi “ufficiali” di esposizione.

E’ un’operazione folle, equivalente a strappare un albero dalla foresta in cui è nato per piantarlo in una casa o in un capannone.

L’arte del writing nasce e si muove per la strada attraverso vagoni e muri.

E’ la luce naturale del giorno a regalare visibilità a questo movimento e alle sue produzioni artistiche, illuminando le tracce di colore lasciate dai writers.

 

La fruizione di quest’arte non ha bisogno di intermediari e spiegazioni.

Si presenta ai tuoi occhi da sola, improvvisamente, spontaneamente, per essere assorbita nel panorama urbano nel quale si esprime.

Io non dipingo su tela, perché la mia tela è la lamiera di un treno.

Un pezzo su tela non ha la stessa efficacia di un pezzo su un muro.  Non è il gallerista che sceglie come esporre la tua opera, né tanto meno come “presentarla” al pubblico, ma è il pezzo stesso che impressiona i tuoi occhi, senza intermediari se non la strada che stai percorrendo. Può piacerti, puoi disprezzare, puoi condividere o meno questa forma di esprimersi, ma una cosa è certa: di sicuro, non devi pagare l’entrata in una galleria per osservare il manifestarsi della mia arte. Io non pago un gallerista per esporre le mie opere. Non ne faccio un prodotto commerciale, e voglio che tutti possano goderne liberamente.

 

Un writer non dipinge per soldi e preferisce che nessuno speculi su quello che fa. Dipinge perché è così che si esprime in questo mondo. Perché è così che comunica con la sua città.

 

Il writer non distrugge quello che ha intorno, lo arricchisce, rendendolo più umano, più vivibile. Nella ricerca di un affinamento delle proprie capacità e di un proprio stile, il writer si muove nella notte, sfidando se stesso, esprimendosi tra le infinite possibilità dell’alfanumerico e delle sfumature cromatiche.  Il writing è un linguaggio visuale che con la manipolazione delle lettere va aldilà dello scrivere il proprio nome. Dagli anni settanta in poi, sono numerosi i tentativi di “strappare” il writing dalla strada, marchiandolo come atto vandalico.

 

Ancora oggi l’incontro/scontro tra la realtà underground e il mainstream genera confusione nell’approccio a questa forma d’arte, soprattutto da parte dei più giovani. Molti writers si sono lasciati sedurre dal mondo mediatico, abbandonando la strada e incominciando a produrre pezzi su tela, e molti si riferiscono a questa “corrente” come ad un’evoluzione del fenomeno.  Ma la dedizione, l’organizzazione, l’eccitazione, l’amore per quello in cui credi che avverti mentre stai per dipingere un muro in piena notte, attento che nessuno ti veda, non potranno mai essere comprese e riprodotte in un ambiente diverso da un binario, un muro o un deposito treni.

I writers si ribellano, in modo consapevole o istintivo, alla strategia di controllo che il sistema applica sulla nostra vita. Siamo vittime di una macchina che gioca con la nostra mente per creare bisogni di acquisto artificiali.

Cancellare un pezzo da un muro equivale a zittire una voce che si alza contro il silenzio creativo imposto da un sistema che con pappe precotte vendute in tv crede di poter saziare il bisogno di libera espressione che alberga nell’animo umano fin dall’età della pietra.

 

Il writing è cibo per la mente, una produzione d’arte scomoda, libera e gratuita, censurata dalle autorità perché contiene in sé i semi di un’alternativa sociale, politica ed economica che spaventa i potenti del mondo.

Quando dipingo un muro, sfuggo al sistema che vorrebbe soffocarmi in mezzo a prodotti inutili, provoco un cortocircuito nei meccanismi che mi opprimono. Una piccola azione che nasconde stimoli per ragionamenti più ampi e complessi. E come tutti i piccoli gesti, inutili solo in apparenza, puó provocare grossi cambiamenti.

Per me la rivoluzione comincia dalla strada, e dalla maniera in cui vediamo e percepiamo ciò che ci circonda.

Per queste ragioni e per mille altri motivi la pirateria artistica urbana, ovvero la produzione di opere d’arte grafica su muri scrostati, mezzi pubblici, treni, autobus e qualunque altro genere di superficie adatto ad essere riconvertito in una tavolozza, è una forma d’arte contemporanea che va incoraggiata, premiata, stimolata e valorizzata. Il grigiore delle città, abbinato all’invasione pubblicitaria delle nostre strade, è gravemente dannoso per il benessere della nostra mente. I graffiti, i murales, le scritte sui muri, i tag, e tutte le altre opere d’arte metropolitana sono dei benefici anticorpi che stimolano pensieri colorati e idee positive in alternativa al grigio caotico delle città che spinge verso la depressione, l’isolamento e l’apatia.

 

 

 

 

[1] Shakespeare mi permetta qualche adattamento…

[2] Cfr. Luciano Di Gregorio, “Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino”, Milano, Franco Angeli, 2003, pag. 173.

 

[3] Eduardo De Filippo, “Ditegli sempre di sì”, Atto I, Scena VI.

[4] Recording Industry Association of America.

[5] Motion Picture Association of America.

[6] Una dettagliata ricostruzione dell’operazione “Hardware I” è contenuta in C. Gubitosa,

“Italian Crackdown”, Apogeo Editore 1999. Il libro è disponibile anche in rete all’indirizzo

http://www.apogeonline.com/ebook/90017/scheda

 

[7] Cfr. Mauro Guarinieri, “Planet Aids”, Deriveapprodi 2003.

[8] Nonostante l’omonimia con l’autore di questo libro, per non brillare di meriti non miei tengo a precisare che il “Carletto” in questione non sono io.

[9] Il termine “pezzo” con il quale, in Italia, si definisce un’opera di writing, deriva dalla parola piece, a sua volta contrazione di masterpiece, utilizzata dai writers newyorkesi per indicare i loro lavori più rifiniti e colorati.

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Redazione terrelibere

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